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La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti

 

Teresa di Gesù (Avila)

 

Gian Lorenzo Bernini, Estasi di Santa Teresa, 1647-1652

Gian Lorenzo Bernini, Estasi di Santa Teresa, 1647-1652, 
Roma, S. Maria della Vittoria

 

 

«Mentre l'anima è ben lontana dall'aspettarsi di vedere qualcosa, e non le passa neppure per la mente, d'un tratto le si presenta tutta intera la visione che sconvolge le potenze e i sensi, riempiendola di timore e di turbamento, per poi darle una pace deliziosa e l'anima si ritrova con la cognizione di tali sublimi verità da non aver più bisogno di alcun maestro.»
(Teresa d'Avila, Castello interiore, 9,10)

 

 

 

 

Indice

 

 

 

Bibliografia

 

Si possono leggere i seguenti:

  • Teresa d'Avila, Opere complete, Paoline, Milano 1998

  • Elisabeth Reynaud, Teresa d'Avila. La donna che ha detto l'indicibile di Dio, Paoline, Milano 2001

  • Roberto Moretti, Teresa d'Avila e lo sviluppo della vita spirituale, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996

 

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Nota Biografica

  • Nasce ad Avila il 28 marzo 1515 da don Alonso de Cepeda e donna Beatriz de Ahumada, assumendo il cognome della madre. Teresa è la sesta figlia di dodici nati dal matrimonio. Fin da piccola legge le vite dei santi, ma anche romanzi cavallereschi.

  • Nel 1528 muore la madre. A questo punto il padre la affida alle monache agostiniane della città, come educanda, entrando nel 1531 ed uscendovene, perché si ammala, l'anno seguente. Lasciato il collegio si reca a casa dello zio Pedro Sánchez de Cepeda. Qui, circondata da affetto e cure, matura la sua vocazione religiosa, dichiarandola apertamente al padre nel 1533.

  • Fugge di casa nel 1535 ed entra nel monastero dell'Incarnazione di Avila e veste l'abito religioso il 2 novembre 1536 con la professione solenne il 3 novembre dell'anno successivo. Una strana malattia la costringe a lasciare il convento e si ritrova a Becedas, condottavi dal padre. Da qui, dopo cure intense che la minano fisicamente e moralmente, ritorna ad Avila, quasi moribonda.

  • Le sue condizioni sono al limite delle forze. Chiede di confessarsi ma il padre le nega. Dopo un collasso, rimane in coma per quattro giorni. Si riprende, nonostante tutto, ma rimane completamente paralizzata. Chiede di essere ricondotta al monastero, ove rimane immobile per otto mesi e per altri tre anni non riuscirà quasi a muoversi. Solo nel 1543, quasi per miracolo, riesce nuovamente ad alzarsi e camminare.

  • Nel dicembre 1543, muore il padre. Oltre a ciò si manifestano diverse malattie che permangono fino alla quaresima del 1554, in cui la vista di una statua dell'Ecce Homo la colpisce così profondamente da segnare l'inizio della sua nuova vita spirituale.

  • L'idea di un nuovo monastero nasce intorno all'anno 1560-61. Prevede l'aggregazione di poche donne (undici o dodici) che si dedichino alla vita di preghiera, alla pratica della mortificazione e alla solitudine secondo la Regola primitiva dell'Ordine del Carmelo, consegnata agli eremiti del Carmelo dal patriarca di Gerusalemme, sant'Alberto, verso il 1210 ed approvata da papa Innocenzo IV nel 1247.

  • Nonostante le opposizioni, nel febbraio 1562 arriva da Roma l'autorizzazione ad intraprendere le Fondazioni della progettata riforma. il 24 agosto dello stesso anno si inaugura ad Avila il primo Carmelo riformato intitolato a san Giuseppe. Nel 1567 fonda un secondo Carmelo a Medina del Campo ed incontra fra Giovanni della Croce, convincendolo ad abbracciare il nuovo stile di vita carmelitana. Nel novembre 1568, Giovanni della Croce e padre Antonio Heredia fondano a Duruelo il primo convento della Riforma maschile.

  • Nascono, nonostante le difficoltà, diciotto monasteri fra Castiglia ed Andalusia. Nascono proprio qui alcune violente reazioni al punto che il Capitolo generale tenuto a Piacenza nel maggio del 1575 proibì a Teresa di fondare altre case e la obbligò a non uscire dal monastero di Toledo. 

  • Morto il nunzio Ormaneto, favorevole alla riforma proposta e realizzata da Teresa, il nuovo, Filippo Sega, che ritiene gli scalzi dei ribelli, ritorna alla precedente situazione. Giovanni della Croce, nel 1577, viene incarcerato a Toledo, nonostante l'intervento di Teresa presso il re, teso a chiedere la sua liberazione. Il tribunale dell'Inquisizione accusa perfino lei fino al Breve di Gregorio XIII (Pia consideratione) del 22 giugno 1580. Con questo ottiene il riconoscimento della sua riforma.

  • Ammalata gravemente, Teresa continua la sua missione fino alla sua morte, avvenuta il 4 ottobre 1582 ad Alba de Tormes dopo un lungo viaggio per l'ultima fondazione di Burgos. Muore fra le braccia di una monaca mentre un mistico profumo avvolge la sua cella.

Il 24 aprile 1614 viene beatificata da papa Paolo V. Diviene santa il 12 marzo 1622 ad opera di papa Gregorio XV. Il 27 settembre 1970, papa Paolo VI la riconosce dottore della Chiesa con la Lettera Apostolica Multiformis Sapientia Dei.

 

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Opere principali

 

Luigi Borriello e Giovanna della Croce scrivono, nell'introduzione alle opere complete, che:  

«Nella storia della spiritualità cristiana Teresa d'Avila rappresenta un indice puntato verso il mistero di Dio, che a lui guida mostrando il suo cammino interiore. La grandezza di questa donna, più che nei fenomeni straordinari o nei suoi atti eroici, si misura nella fedeltà quotidiana a Dio, recitando bene la parte che egli le ha assegnato nell'immenso disegno della storia umana, facendo della sua vita un canto d'amore che inneggia alle meraviglie da Dio compiute nel suo intimo. Non solo; esprime altresì quell'anelito, connaturale all'uomo, a una pienezza di vita in Dio: testimonia cioè quell'aspirazione a una vita intradivina più intima e personale da sperimentare nel segreto del proprio cuore, ove la conoscenza viene purificata, perché lo sguardo sia capace di sopportare la luce del mistero».

Gli scritti di Teresa sono tutti occasionali e nascono per aiutare i confessori a comprendere le varie esperienze interiori e i fenomeni che in lei si producevano, misticamente; oppure per aiuto alle sue monache per approfondire e comprendere la vita spirituale alla luce della sua esperienza straordinaria. Le più importanti opere sono le seguenti:

 

1. LIBRO DELLA VITA: non si tratta di un'autobiografia in senso stretto e neanche un libro di dottrina mistica, ma un insieme di entrambe le cose. Qui si narra la sua coscienza in modo da permettere ai suoi confessori o guide spirituali di comprendere appieno le profondità della sua esperienza mistica. Non sempre, come succede per tutti i mistici, riesce ad esprimere pienamente con parole la sua realtà interiore; eppure è abbastanza chiara nel raccontare quanto si possa intuire della sua esperienza al fine di poterla poi rivivere attraverso la propria persona. Il suo messaggio è quello di indicare le tappe che ci aprono ad un incontro personale con Dio in Cristo. La prima redazione è del 1562 e nel 1565 redige in modo definitivo il libro.

 

2. CAMMINO DI PERFEZIONE (2 manoscritti): sono conservati due autografi della santa, il codice dell'Escorial e quello di Valladolid. La seconda redazione è una vera trasformazione del testo operata anche da due censori, i quali hanno tolto ogni riferimento particolare, lo stile colloquiale, alcuni tratti polemici riguardanti la condizione della vita religiosa soprattutto femminile del tempo. Entrambi i testi si strutturano in cinque parti: 1) il Carmelo teresiano; 2) il fondamento della preghiera; 3) le diverse strade contemplative; 4) la preghiera vocale e contemplativa; 5) commento al Padre Nostro. Rivolto alle monache del monastero di san Giuseppe, in questo libro Teresa descrive il proprio itinerario spirituale, caratterizzato da una profonda unione con lo Sposo Gesù. Cominciato a scrivere nel 1562, la prima redazione è del 1566, mentre nel 1572 Teresa firma una copia dell'opera, approvandola.

 

3. IL CASTELLO INTERIORE: opera matura di Teresa, viene scritto su invito del padre Graziano come seguito del Libro della Vita, che aveva avuto anche qualche problema con l'Inquisizione. Dopo molte ritrosie, Teresa accetta di scrivere non una semplice ripetizione della sua autobiografia, ma una vera esposizione dottrinale, quasi un trattato pratico di vita spirituale, con l'intenzione di offrirlo alle monache e a tutti i lettori che lo avessero accolto con amore. Il libro è diviso in sette mansioni (in spagnolo moradas), ossia stanze, dimore. Con l'allegoria del castello (reminescenza probabile di alcune sue letture giovanili) descrive un cammino di spiritualità. Le prime tre mansioni si riferiscono alla vita ascetica, nelle altre quattro predomina la vita mistica. Si tratta di: 1) entrare nel castello; 2) lottare; 3) subire la prova dell'amore; 4) le prime esperienze soprannaturali; 5) l'allegoria del baco da seta; 6) le estasi e il fidanzamento spirituale; 7) il matrimonio mistico. Scritto nel 1577, da giugno a novembre in maniera discontinua.

 

4. FONDAZIONI: scritto in un periodo che va dal 1573 al 1582. Nasce da un'esperienza soprannaturale: in una visione è il Signore ad ordinarle di scrivere la storia di queste Fondazioni. Si tratta di un documento storico importante per conoscere gli inizi della riforma teresiana del Carmelo in Spagna.

 

A tutte queste opere vanno aggiunti:

  • un grandissimo Epistolario;

  • Relazioni spirituali preparate per i confessori;

  • alcune Preghiere, Pensieri sull'amore di Dio e molte Poesie.

 

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Dottrina spirituale

 

Teresa fu canonizzata nel 1622. Il 27 settembre del 1970, papa Paolo VI proclama Teresa "Dottore della Chiesa", prima donna ad esservi annoverata. Questo avvalora in modo ufficiale la validità della sua dottrina esposta nelle opere presentate. Tutta l'esperienza spirituale di Teresa è tesa una pienezza dell'inabitazione trinitaria, verso una conformazione a Cristo, preludio di gloria futura. Cristo è l'obiettivo di tutto il cammino. 

Luigi Borriello e Giovanna della Croce scrivono ancora:

«La sua esperienza interiore è un pellegrinare in avanti oltre ogni ostacolo verso l'infinito di Dio: è dinamica, progressiva, esodica. Passa di luce in luce per approdare alle realtà soprannaturali della salvezza: Dio Padre, l'umanità del Cristo, lo Spirito santo amore, la grazia, i sacramenti, la passione per la Chiesa. In tale esperienza vi sono gioia ed entusiasmo ma anche, e soprattutto, sofferenza, sconvolgimento, trasformazione. Tutte queste realtà costituiscono la trama dell'avventura umano-spirituale di Teresa, avventura a passo con Dio, con il suo epicentro nell'orazione, quale rapporto d'amicizia con il Dio di Gesù Cristo. Proprio tale rapporto interpersonale, che avvicina il divino all'umano, imprime un profondo realismo spirituale alla vita ed alle opere della mistica d'Avila. In questa santità incarnata il soprannaturale costituisce parte integrante dell'esistenza umano-divina di Teresa. Nelle pagine di questa donna umanissimo si avverte chiaramente come la mistica comunione con Dio non isoli in un'aura sacrale: la grazia divina, il Cristo, l'inabitazione trinitaria, non sono nozioni astratte ma realtà vive che alimentano la sua esistenza storica».

1. La preghiera come amicizia con Dio

Teresa non ha mai scritto un trattato sulla preghiera, ma solo esposto la sua esperienza spirituale, la sua vita di orazione. Si tratta di una preghiera raccolta, interiore, silenziosa, contemplativa. È una preghiera perfetta che nasce dall'amore, cresce nella contemplazione e fiorisce nella comunione. Nasce come esigenza di vivere un rapporto personale con Dio, un desiderio di vivere a tu per tu con l'amico del cuore, cui rivolgere lodi, suppliche, invocazioni, adorazioni, abbandoni fiduciosi. Pregare significa aprirsi a Dio, accogliendolo nel profondo del proprio essere con un amore colmo di desiderio e di volontà di donare se stesso.

 

2. L'incontro con Dio uomo in Cristo

Cristo non è il Dio lontano, gelido, inafferrabile, ma il Dio che penetra nella storia, che nasce come un bambino, che cresce, soffre, ama. È il Dio che si fa compagno di strada al nostro pellegrinare terreno, che partecipa con la sua sensibilità, alla vita di ciascun uomo. Il mistero dell'incarnazione pertanto è posto al centro di tutta l'esperienza teresiana. Ella scopre nel Vangelo la dimensione umana del Cristo: l'incontro con la Samaritana, la preghiera nell'Orto degli ulivi. In questa meditazione sull'umanità di Cristo trova la scoperta del vero e autentico amore: separarsi da questo unico bene e rimedio per i desideri del nostro cuore è rinunciare al vero incontro con Dio, nelle ultime stanze (mansioni).

 

3. Il mistero del Dio Trinità d'amore

Quasi al termine dell'esperienza di vita spirituale iniziata con l'orazione, come più alto grado della vita contemplativa, sta l'esperienza di Dio trinità. In una visione, le giungono queste parole: «Non cercare di chiudere me in te, ma cerca di chiudere te in me». In alcune Relazioni ella descrive la partecipazione a tale mistero come comunità perfetta di tre Persone distinte tra cui vi è uno scambio reciproco di amore e in cui vige una essenziale unità. Questa esperienza contemplante il mistero trinitario viene resa con una descrizione del Padre come fonte di luce e di amore, che la attira per arricchirla, per riversare su di lei la sua compiacenza. L'esperienza dell'inabitazione trinitaria infonde pace e serenità, preludio di quel godimento promesso nella gloria futura. Negli ultimi giorni di vita, Teresa avrà sempre più il desiderio di godere la visione di Dio come anche di servirlo ancora sulla terra.

 

4. L'amore per la Chiesa

Non si può negare che Teresa sia stata figlia del suo tempo e della Chiesa del suo tempo. Obbediente ai suoi confessori, amante dei "capitani della Chiesa", ossia i sacerdoti, i più saggi e i più sprovveduti. In tutta la sua vita esprime il desiderio della loro santificazione, trasmettendo alle sue figlie spirituali quel carisma di preghiera per la santità sacerdotale come fine specifico del Carmelo. Ma la sua esperienza dimostra anche la sua difesa nei confronti delle prevaricazioni maschili ecclesiastiche come testimoniato nel Libro della Vita (40,8) nei confronti delle donne. Il suo stesso porsi a servizio della Chiesa, ma anche determinata nel difendere la sua Riforma testimonia la profonda novità di Teresa, che è donna di grande valore prima di essere monaca e mistica. Leggendo le sue Opere non si può non innamorarsi di lei, anche per questo.

 

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Breve Antologia

 

Questa piccola antologia di brani diversi non può rendere ragione della ricchezza spirituale di Teresa d'Avila. Consiglio pertanto di leggere direttamente le sue opere, pubblicate in modi diversi (libri singoli, brani scelti) e alla portata di tutti.

Nota: Il titolo non appartiene al brano, ma è solo opera redazionale del curatore di queste pagine.

 

NEL CUORE DELLA PREGHIERA   (Libro della Vita 8, 5)

«Posso dire soltanto quello di cui ho fatto esperienza, ed è che, per quanti peccati faccia, chi ha incominciato a praticare l'orazione non deve abbandonarla, essendo il mezzo con il quale potrà riprendersi, mentre senza di essa sarà molto più difficile. E che il demonio non abbia a tentarlo, come ha fatto con me, a lasciare l'orazione per umiltà; sia convinto che la parola di Dio non può mancare, che con un sincero pentimento e con il fermo proposito di non ritornare ad offenderlo si ristabilisce l'amicizia di prima ed egli ci fa le stesse grazie, anzi, a volte, molte di più, se il nostro pentimento lo merita. Quanto a coloro che non hanno ancora incominciato, io li scongiuro, per amore del Signore, di non privarsi di tanto bene. Qui non c'è nulla temere, ma tutto da desiderare, perché, anche se non facessero progressi né si sforzassero d'essere perfetti, così da meritare le grazie e i favori che Dio riserva agli altri, per poco che guadagnassero, giungerebbero a conoscere il cammino del cielo; e, perseverando nell'orazione, spero molto per essi che godano la misericordia di quel Dio che nessuno ha preso per amico senza esserne ripagato; per me l'orazione mentale non è altro se non un rapporto d'amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama. E se voi ancora non l'amate (infatti, perché l'amore sia vero e l'amicizia durevole, deve esserci parità di condizioni, e invece sappiamo che quella del Signore non può avere alcun difetto, mentre la nostra consiste nell'essere viziosi, sensuali, ingrati), cioè se non potete riuscire ad amarlo quanto si merita, non essendo egli della vostra condizione, nel vedere, però, quanto vi sia di vantaggio avere la sua amicizia e quanto egli vi ami, sopportate questa pena di stare a lungo con chi è tanto diverso da voi».

 

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L'INQUIETUDINE DELL'ANIMA   (Libro della Vita 30, 8-9)

«Mi accadeva alcune volte di essere in grandissime pene spirituali insieme a tormenti e dolori fisici così intensi da non sapere come darmi aiuto. Dimenticavo allora tutte le grazie che il Signore mi aveva fatto; me ne restava solo un ricordo come di cosa sognata, che serviva a darmi pena; l'intelligenza mi si offuscava tanto da farmi sorgere mille dubbie sospetti: mi sembrava di non aver saputo comprendere quanto mi era accaduto, che forse era frutto della mia fantasia. E pensavo che bastava che mi fossi ingannata io, senza dover ingannare anche i buoni. Mi pareva d'esser così perversa che ritenevo dovuti ai miei peccati tutti i mali e le eresie da cui era invaso il mondo. Questa era una falsa umiltà creata dal demonio per turbarmi e provare se gli riusciva di trascinare la mia anima alla disperazione. Che sia un'umiltà diabolica si vede chiaramente dall'inquietudine e dal turbamento con cui comincia, dal tumulto che produce nell'anima per tutto il tempo che dura, dall'oscurità e dall'afflizione in cui la immerge, dall'aridità e dall'incapacità di attendere alla preghiera e ad ogni opera buona. Sembra che soffochi l'anima e immobilizzi il corpo perché non possa trarre vantaggio da nulla. Invece la vera umiltà non è accompagnata da inquietudine, né turba l'anima né la getta nelle tenebre né l'inaridisce, anzi la solleva e, al contrario dell'altra, comporta quiete, soavità, luce. Si rammarica di aver offeso Dio, ma d'altra parte le procura distensione la sua misericordia. Invece, nell'altra umiltà che viene dal demonio non c'è luce per alcun bene, e sembra che Dio metta tutto a ferro e fuoco; le è presente la sua giustizia, e se anche conserva la fede nella sua misericordia, essa è tale da non offrirle conforto, anzi la considerazione di tanta misericordia è motivo di maggior tormento, perché sembra che imponga maggiori obblighi».

 

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CONTEMPLARE L'UMANITÀ DI CRISTO   (Libro della Vita 22, 9-11)

«Noi non siamo angeli, ma abbiamo un corpo. Voler fare gli angeli, stando sulla terra, è una pazzia; ordinariamente, invece, il pensiero ha bisogno d'appoggio, benché talvolta l'anima esca così fuori di sé, e molte altre volte sia così piena di Dio, da non aver bisogno, per raccogliersi, di alcuna cosa creata. Ma questo non avviene molto di frequente; pertanto, al sopraggiungere di impegni, persecuzioni, sofferenze, quando non si può avere più tanta quiete, o in caso di aridità, Cristo è un ottimo amico, perché vedendolo come uomo, soggetto a debolezze e a sofferenze, ci è di compagnia. Prendendoci l'abitudine, poi, è molto facile sentircelo vicino, anche se alcune volte avverrà di non poter fare né una cosa né l'altra. Per questo è bene non adoperarci a cercare consolazioni spirituali; qualsiasi cosa succeda, stiamo abbracciati alla croce, che è una grande cosa. Il Signore restò privo di consolazione; fu lasciato solo nelle sue sofferenze; non abbandoniamolo noi, perché egli ci aiuterà a salire più in alto meglio di quanto avrebbe potuto fare ogni nostra diligenza e si allontanerà quando lo riterrà conveniente o quando vorrà trarre fuori l'anima da se stessa. Dio si compiace molto nel vedere un'anima prendere umilmente per mediatore suo Figlio e amarlo tanto che, pur volendo Sua Maestà elevarla a un altissimo grado di contemplazione, se ne riconosce indegna, dicendo con san Pietro: Allontanatevi da me, Signore, perché sono uomo peccatore (Lc 5,8)».

 

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LA VERA FELICITÀ   (Meditazioni dell'anima a Dio VIII)

«Voi dite: venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi consolerò (Mt 11,28). Che altro vogliamo, Signore? Che domandiamo? Che cerchiamo? Per quale motivo la gente del mondo si perde se non per andare in cerca di felicità? O Dio, Dio mio! È possibile questo, Signore? Oh, che pena! Che grande accecamento! Noi cerchiamo infatti la felicità dov'è impossibile trovarla! Abbiate pietà, Creatore, delle vostre creature! Vedete, noi non capiamo noi stessi, né sappiamo quel che desideriamo, né siamo nel giusto chiedendo quel che chiediamo. Illuminateci, Signore; considerate che la vostra luce è più necessaria a noi che a quel cieco il quale era tale dalla nascita, perché questi desiderava vedere la luce e non poteva, ma noi, Signore, non vogliamo vedere. Oh, che male grave e incurabile! Qui, mio Dio, deve manifestarsi il vostro potere, qui deve brillare la vostra misericordia! Com'è insensato ciò che vi chiedo, mio vero Dio! Vi prego d'amare chi non vi ama, di aprire a chi non bussa alla vostra porta, di dar la salute a chi ha piacere d'essere infermo e va in cerca di malanni. Voi dite, mio Signore, che siete venuto a cercare i peccatori; eccoli, Signore, i veri peccatori. Non guardate alla nostra cecità, ma al sangue prezioso versato da vostro Figlio per noi. La vostra misericordia risplenda fra tanta malizia! Considerate, Signore, che siamo vostre creature; ci sia d'aiuto la vostra bontà e misericordia!»

 

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IL SIGNORE PARLA ALL'ANIMA   (Castello interiore 3, 11-16)

«C'è un modo in cui il Signore parla all'anima e a me sembra un segno sicurissimo della sua opera: è la visione intellettuale. Ha luogo così nell'intimo dell'anima e sembra di udire così chiaramente e al tempo stesso segretamente, con l'udito spirituale, pronunciare proprio dal Signore quelle parole, che lo stesso modo di intendere, insieme con ciò che la visione opera, rassicura e dà la certezza che il demonio non può intromettersi minimamente, I grandi effetti che lascia sono, appunto, motivo di crederlo; se non altro c'è la sicurezza che non procede dall'immaginazione, sicurezza che con un po' di avvertenza si può sempre avere per le seguenti ragioni. La prima perché c'è una evidente differenza circa la chiarezza del linguaggio: nelle parole di Dio essa è tale che ci si rende conto anche di una sola sillaba mancante e si ha il ricordo preciso del diverso modo in cui tale parole ci sono state dette. La seconda, perché spesso non si pensava nemmeno a ciò a cui le parole si riferiscono - intendo dire che vengono all'improvviso, a volte anche mentre si sta in conversazione - e spesso riguardano cose mai pensate né credute possibili. La terza, perché nelle parole di Dio l'anima è come una persona che ode, mentre in quelle dell'immaginazione è come una persona che va componendo a poco a poco ciò che ella stessa desidera udire. La quarta, perché le parole sono assai diverse, e una sola di quelle divine fa capire molto più di quello che il nostro intelletto non potrebbe mettere insieme in così breve spazio di tempo. La quinta, perché insieme con le parole, spesso, in un modo che io non saprei spiegare, si comprende assai più di quello che significano, benché senza suoni».

 

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ACCETTARE LA PROPRIA DEBOLEZZA   (Pensieri sull'amore di Dio 3, 12)

«Non lamentiamoci dei nostri timori né ci scoraggi vedere la debolezza della nostra natura e dei nostri sforzi. Piuttosto cerchiamo di rafforzarci nell'umiltà e di renderci ben conto di quanto siano limitate le nostre possibilità e del fatto che, senza l'aiuto di Dio, non siamo nulla. Bisogna confidare nella sua misericordia, diffidare completamente delle nostre forze ed essere convinti che tutta la nostra debolezza deriva dal far assegnamento su di esse. Non senza una profonda ragione nostro Signore ha voluto manifestare debolezza. È chiaro che non la sentiva, essendo egli la stessa forza; ma l'ha fatto per nostra consolazione, per mostrarci quanto sia opportuno passare dai desideri alle opere e indurci a considerare che, quando un'anima comincia a mortificarsi, tutto le riesce gravoso. Se si accinge a lasciare le proprie comodità, che pena! Se a trascurare l'onore, che tormento! Se deve sopportare una parola ostile, che cosa intollerabile! Insomma, è assalita da ogni parte da tristezze mortali. Ma, appena si deciderà a morire al mondo, si vedrà libera da queste pene; anzi, non nutrirà più alcun timore di lamentarsi, una volta conseguita la pace richiesta dalla sposa».

 

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NIENTE TI TURBI    (Preghiera)

 

Preghiera autografa di Teresa

Autografo di Teresa di Gesù

 

 

Niente ti turbi,

niente ti spaventi.

Tutto passa,

Dio non cambia.

La pazienza 

ottiene tutto.

Chi ha Dio

ha tutto.

Dio solo basta.

 

Teresa di Gesù

 

 

 

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