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La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti  Scrivi per suggerimenti o informazioni

APPUNTI E SUGGESTIONI N. 13

 

INDICE DI APPUNTI E SUGGESTIONI

 

Diversi contributi sulle responsabilità dei pastori della chiesa (non solo cattolica), su coloro che dovrebbero guidare, custodire, farsi carico dei problemi dell'anima umana in rapporto con Dio. Non si tratta qui di giudicare (né, a maggior ragione, di condannare), ma di prendere coscienza della grave responsabilità che un sacerdote ha dinanzi a se stesso e a Dio. Non lo penso io, ma cito le parole di Benedetto XVI del 13 aprile 2006, durante la messa crismale: «Essere sacerdote significa diventare amico di Gesù Cristo, e questo sempre di più con tutta la nostra esistenza. Il mondo ha bisogno di Dio – non di un qualsiasi dio, ma del Dio di Gesù Cristo, del Dio che si è fatto carne e sangue, che ci ha amati fino a morire per noi, che è risorto e ha creato in se stesso uno spazio per l'uomo. Questo Dio deve vivere in noi e noi in Lui. È questa la nostra chiamata sacerdotale: solo così il nostro agire da sacerdoti può portare frutti. Vorrei concludere con una parola di Andrea Santoro, sacerdote della Diocesi di Roma assassinato a Trebisonda mentre pregava: "Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne… Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo come ha fatto Gesù". Gesù ha assunto la nostra carne. Diamogli noi la nostra, in questo modo Egli può venire nel mondo e trasformarlo. Amen!»

 

INDICE

 


 

 

Antonello Lotti, foto personale, 2007

Antonello Lotti, foto personale, 2007

 

 

 

NESSUNO SE NE CURA

 

Viene ripreso dalla Bibbia il capitolo 34 del libro di Ezechiele. Si tratta di un esempio della «nuova predicazione di Ezechiele, aperta alla speranza, proprio mentre l'orizzonte è fosco e l'eco della fine di Gerusalemme non si è ancora spenta. L'avvio è però severo: si tratta infatti di una dura accusa contro i pastori d'Israele, cioè i principi, i sacerdoti, gli anziani, i profeti ufficiali. La loro colpa è stata l'egoismo, la ricerca dell'interesse personale, trascurando la missione di custodia e di guida del gregge» (Gianfranco Ravasi). Ricordo che la vicenda profetica del sacerdote Ezechiele era iniziata nel 593 a.C. dopo la prima deportazione babilonese. Si tratta di parole dure, ma che dovrebbero, ogni tanto, anche ai nostri tempi, essere rilette: sono un giudizio sferzante, ma appropriato, su coloro che dovrebbero guidare anche oggi il popolo di Dio.

 

Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell'uomo, profetizza contro i pastori d'Israele, predici e riferisci ai pastori: Dice il Signore Dio: Guai ai pastori d'Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge.

Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e son preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate.

Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura. Perciò, pastori, ascoltate la parola del Signore: Com'è vero ch'io vivo, - parla il Signore Dio - poiché il mio gregge è diventato una preda e le mie pecore il pasto d'ogni bestia selvatica per colpa del pastore e poiché i miei pastori non sono andati in cerca del mio gregge - hanno pasciuto se stessi senza aver cura del mio gregge - udite quindi, pastori, la parola del Signore: Dice il Signore Dio: Eccomi contro i pastori: chiederò loro conto del mio gregge e non li lascerò più pascolare il mio gregge, così i pastori non pasceranno più se stessi, ma strapperò loro di bocca le mie pecore e non saranno più il loro pasto.

Perché dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. Le ritirerò dai popoli e le radunerò da tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti d'Israele, nelle valli e in tutte le praterie della regione.

Le condurrò in ottime pasture e il loro ovile sarà sui monti alti d'Israele; là riposeranno in un buon ovile e avranno rigogliosi pascoli sui monti d'Israele. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia. A te, mio gregge, dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri.

Non vi basta pascolare in buone pasture, volete calpestare con i piedi il resto della vostra pastura; non vi basta bere acqua chiara, volete intorbidare con i piedi quella che resta. Le mie pecore devono brucare ciò che i vostri piedi hanno calpestato e bere ciò che i vostri piedi hanno intorbidato. Perciò dice il Signore Dio a loro riguardo: Ecco, io giudicherò fra pecora grassa e pecora magra. Poiché voi avete spinto con il fianco e con le spalle e cozzato con le corna le più deboli fino a cacciarle e disperderle, io salverò le mie pecore e non saranno più oggetto di preda: farò giustizia fra pecora e pecora.

Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore; io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide mio servo sarà principe in mezzo a loro: io, il Signore, ho parlato. Stringerò con esse un'alleanza di pace e farò sparire dal paese le bestie nocive, cosicché potranno dimorare tranquille anche nel deserto e riposare nelle selve. Farò di loro e delle regioni attorno al mio colle una benedizione: manderò la pioggia a tempo opportuno e sarà pioggia di benedizione.

Gli alberi del campo daranno i loro frutti e la terra i suoi prodotti; essi abiteranno in piena sicurezza nella loro terra. Sapranno che io sono il Signore, quando avrò spezzato le spranghe del loro giogo e li avrò liberati dalle mani di coloro che li tiranneggiano. Non saranno più preda delle genti, né li divoreranno le fiere selvatiche, ma saranno al sicuro e nessuno li spaventerà. Farò germogliare per loro una florida vegetazione; non saranno più consumati dalla fame nel paese e non soffriranno più il disprezzo delle genti. Sapranno che io, il Signore, sono il loro Dio e loro, la gente d'Israele, sono il mio popolo. Parola del Signore Dio. Voi, mie pecore, siete il gregge del mio pascolo e io sono il vostro Dio». Oracolo del Signore Dio.

 

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L'ABBRACCIO DI DIO

 

Franco Barbero nasce nel 1939 a Savigliano (Cn) e nel 1963 viene ordinato sacerdote. Dopo alcuni anni di ministero in seminario a Pinerolo (To), viene mandato in una parrocchia periferica della città, dove si distingue per il suo impegno nella lotta per i diritti degli operai e antimilitarista. Nel 1973 fonda con alcuni/e uomini e donne provenienti da esperienze parrocchiali, la comunità cristiana di base (Cdb) di Pinerolo. Da oltre 40 anni si occupa di ricerca biblica e teologica ed è impegnato in attività di volontariato. Note sono le sue prese di posizione teologiche e pastorali contro il devozionalismo, a favore di separati/divorziati per il loro diritto alle seconde nozze, a sostegno dell'impegno di gay e lesbiche per vivere liberamente la loro condizione nella chiesa e nella società. Nei suoi molti libri e nei suoi scritti apparsi sulla rivista "Viottoli" ha approfondito una spiritualità di liberazione in cui azione e contemplazione, impegno e preghiera si compenetrano con l'impegno di crescita di una comunità, nel dialogo con centinaia di parrocchie, gruppi, preti, teologi e teologhe. Il suo impegno teologico e pastorale ne fa un itinerante in Italia e all'estero. Il profilo è tratto da: http://donfrancobarbero.blogspot.com/.

 

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio (Giovanni 10, 11-18).

 

Un linguaggio da chiarire

Questo discorso del pastore e delle pecore è tra i più "delicati" e va "preso con le pinze", si direbbe nel mio dialetto. Infatti nella chiesa di oggi si fa un gran parlare di "sacri pastori" e in tutti i documenti ufficiali il magistero si autocelebra applicando a sé l'immagine e la funzione pastorale. L'operazione è ambigua anche perchè questo linguaggio serve alla gerarchia per spaccare in due il popolo di Dio e annettersi un ruolo di preminenza. E noi, tutti/e noi, saremmo quelle pecore alle quali al più è consentito belare e "seguire" in tutto e per tutto i "sacri pastori".

Va da sé che nell'Oriente antico, come ai tempi di Gesù, l'immagine del pastore simboleggiava una funzione di autorità, di cura e di responsabilità. Re, sacerdoti e profeti erano visti come pastori. Se erano fedeli alla loro missione, venivano definiti pastori secondo il cuore di Dio. Spesso venivano invece condannati come cattivi pastori, specialmente se correvano dietro ai propri interessi. Dio stesso, nel salmo 23 e in altri passi, viene definito come pastore. È proprio questo salmo che, all'interno di un società agricola e pastorale, permette di capire il simbolismo del buon pastore. Rileggiamolo insieme per scoprire i tratti del "buon pastore".

 

Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla;

su pascoli erbosi mi fa riposare

ad acque tranquille mi conduce.

Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,

per amore del suo nome.

Se dovessi camminare in una valle oscura,

non temerei alcun male, perché tu sei con me.

Il tuo bastone e il tuo vincastro

mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici;

cospargi di olio il mio capo.

Il mio calice trabocca.

Felicità e grazia mi saranno compagne

tutti i giorni della mia vita,

e abiterò nella casa del Signore

per lunghissimi anni.

 

L'esempio di Gesù

Certamente Gesù lasciò nel cuore dei discepoli l'esempio, l'immagine, il ricordo di sé come "buon pastore" per eccellenza. Può darsi che egli stesso, come già altri testimoni e profeti antichi, abbia interpretato la sua vita in questa luce profetico-pastorale. Dissipati gli equivoci e bandito ogni elogio del pecorume, questo brano evangelico rappresenta una sferzata salutare per ciascuno/a di noi, a partire da chi svolge un qualche ministero nella comunità cristiana. "Dare la vita" e "conoscere le pecore" sono linguaggi che esprimono relazioni di dialogo, di ascolto e di amore, non di dominio, non di sentenze pronunciate dall'alto.

Il pastore fa strada insieme, condivide, conosce le pecore ad una ad una, si comporta con tenerezza ed ispira fiducia e affronta le difficoltà insieme al gregge. In questo senso nella comunità cristiana dovremmo e potremmo essere pastori gli uni degli altri. Va anche detto che la gerarchia oggi è lontana mille miglia da questo stile e usurpa il nome di "pastori" nel suo significato biblico positivo.

 

Alcuni particolari importanti

Un particolare non può essere trascurato. Il buon pastore è l'opposto del mercenario al quale "non importa delle pecore". Le relazioni, e le sue funzioni nelle comunità cristiane quando non sono animate e sostanziate di amore, decadono nel mestiere.

Sono pastori, per dirla con i profeti, che pascolano se stessi e rovinano il popolo di Dio (Geremia 23), professionisti religiosi e mestieranti del sacro. Lo spirito di carriera e il diffuso carrierismo che la struttura cattolica incoraggia, introducono un "stile mercenario" che spesso devasta la comunità cristiana. Si verifica spesso che parecchie pecore belanti, se non alzano mai la voce e se con riverenza girano e rigirano sempre attorno ai sacri pastori, possono addirittura essere elevate al rango di pastori.

La sollecitudine del buon pastore che si preoccupa delle pecore che non sono di questo ovile va oggi compresa in una dimensione ecumenica. C'è ancora chi legge la metafora pastorale di "un solo gregge e un solo pastore" sognando l'universale "conversione" al cattolicesimo...

Oggi il "gregge" di Dio, per Sua grazia, è ben altra cosa dai recinti stretti ed oppressivi tracciati dalla gerarchia cattolica. Spesso il "gregge" di Dio pascola più e meglio fuori che non dentro. Anzi, questo dentro e fuori sono privi di significato.

 

Una situazione intollerabile

Piuttosto il Vangelo ci spinge a fremere di passione per quelle persone che, escluse da questa società del mercato, del consumo e del denaro, sono come "pecore senza pastore", allo sbando. Noi cristiani, senza la pretesa di conquistare il mondo o di dirigere l'imbarcazione, possiamo ritrovare il sentiero del Vangelo se, attraverso la testimonianza di Gesù, annunceremo quel Dio d'amore che abbraccia tutte le Sue creature e vuole condurle sui "sentieri di giustizia", in pascoli verdeggianti e ad acque di ristoro e di vita (Salmo 23). Ma questo non avviene se noi, come singoli e come chiese, non scegliamo apertamente di lottare contro la dittatura globalizzata dei grandi poteri che stanno conducendo l'umanità a pascoli di morte, a sorgenti inquinate, a guerre devastanti. I "ritocchi a margine" non bastano. Gesù indica una strada totalmente diversa. E i segnali arrivano sempre da chi è perduto/a. Raramente dai "pastori".

 

Piccola lezioni per i "pastori"

Proprio per questo mi piace terminare questa meditazione con una pagine di Rocco Quaglia (Gli atti delle pecore, Upsel Editore, Padova 1991). Sì, i pastori devono lasciarsi trovare e convertire dalle pecore!!

 

Una sera Pecora Nera non fece ritorno all'ovile; subito si diffuse la notizia: "Pecora Nera si è smarrita". Gli agnelli, più volenterosi, volevano tornare indietro per cercarla, ma le pecore più avvedute li fermarono dicendo: "Non è la prima volta che Pecora Nera si smarrisce, potrebbe anche essere scappata. In ogni caso c'è il Buon Pastore che sicuramente è già andato a cercarla e tra non molto la rivedremo di nuovo qui". E così avvenne. Tutte le pecore si fecero intorno a Pecora Nera per sapere come avesse fatto a smarrirsi. "Era il tramonto, l'ora di tornare, e alzando la testa ho visto il cielo e mi sono perduta", raccontò Pecora Nera. "Però il Buon Pastore ti ha trovata", dissero le altre. "Veramente - rispose timidamente Pecora Nera - il Buon Pastore mi disse che ero stata io a trovare lui."

 

[tratto dal sito della Comunità di Viottoli: www.viottoli.it, Commento al vangelo dell'11 maggio 2003]

 

 

Il Buon Pastore, mosaico, Ravenna, Mausoleo di Galla Placidia (386-452)

Il Buon Pastore, mosaico, Ravenna, Mausoleo di Galla Placidia (386-452)

 

 

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IN ASCOLTO DELLE DOMANDE

 

Nel numero di JESUS di settembre 2006 compare una lettera che leggo distrattamente, come credo peraltro la maggior parte delle persone. Mi soffermo sul nome che stranamente conosco: chi sta scrivendo è un prete di esperienza (quaranta anni di attività pastorale) della mia città. La sua posizione è chiara: il mondo è pieno di indifferenti, di gente che non si pone domande e non ha bisogno, in modo consapevole perlomeno, di salvezza. Che cosa si può fare, come comunità cristiana e come preti, per stimolare domande che trovino una risposta nella salvezza proposta dalla Chiesa di Cristo? Poco o niente, questa è la conclusione. Coltivare e pascere coloro che gli sono stati affidati e affidarsi a qualche santo straordinario. Ebbene, in risposta a questa posizione, che non condivido, ho scritto una lettera che ho spedito alla rivista mensile dei Paolini. Con molta sorpresa, anche per quanto vi ho affermato, è stata pubblicata due numeri dopo (novembre 2006). Li ringrazio per il coraggio avuto nel proporre una posizione, la mia, che peraltro non ha suscitato nessuna reazione. Allora, forse, il problema è proprio quello che ho denunciato: l'indifferenza è proprio all'interno della Chiesa, a partire dai sacerdoti, dai vescovi, dai fedelissimi che li attorniano e non nel mondo. Dunque non si tratta di suscitare domande, ma di vivere, come Gesù ha dimostrato, facendosi compagno della nostra vita, vicino al nostro cuore, rispettoso della nostra intimità ma solidale al bisogno, capace di accogliere quando necessario e di rimproverare, se per un bene maggiore. Invece di tante chiacchiere sarebbe ora che il cristiano (prete, vescovo, religioso, laico impegnato) cominci a vivere e non solo a proclamare il Vangelo della salvezza. 

 

Non basta avere risposte, bisogna suscitare domande

 

Vorrei, sommessamente, unirmi a tutti i cristiani con una serie di riflessioni, forse ovvie, come le grandi questioni che non si risolvono mai del tutto, forse scomode, come le questioni che ci mettono in discussione.

Mi chiedo: visto che noi cristiani, come singoli e come Chiesa, siamo certi (per grazia di Dio) di avere le risposte, come possiamo suscitare, far nascere le domande? San Pietro – la cui prima Lettera è al centro del prossimo Convegno ecclesiale di Verona – ci esorta a "rispondere" a chiunque ci chiede ragione della speranza che è in noi. Ebbene, ma se nessuno ci pone domande? Come possiamo suscitarla? Come singoli – io, come singolo credente, come parroco da quasi 40 anni in una bellissima parrocchia –, come parrocchie, come Chiesa universale, come far nascere la domanda?

Mi chiedo anche: che ruolo possono giocarvi le grandi basiliche, da San Pietro a quella di Assisi? Mi spiego: sono certamente opere grandiose, stupende opere d'arte, che fanno la storia dell’umanità, come lo sono del resto il Partenone o le Piramidi... Credo anche che la comunità che vive la sua fede (spesso, purtroppo, la sua "religione"), abbia bisogno di costruire questi segni: servono per le celebrazioni, gli incontri, la vita insomma di quelli che sono già "dentro". Ma quelli "di fuori" saranno forse spinti alla ricerca, da queste costruzioni? O dalla folla che in quei templi, in quelle basiliche, in quelle chiese si raduna? Per la parte di gregge che è già entrata, l'ovile come struttura è necessario: ma la parte che è "fuori" («Ho altre pecore che non sono di quest'ovile», Gv 10,16), come sentirà il richiamo?

Credo che le parrocchie, noi preti (lo dico di me stesso) – non ricchi certo, ma ai quali non manca il necessario (e talvolta abbiamo anche qualcosa in più) –, la Chiesa come istituzione serva per nutrire il popolo che ci è stato affidato. Ed è un servizio bello e prezioso! Ma quando ci viene chiesto di essere "missionari" («Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia», come è il titolo del documento dei nostri vescovi), che cosa possiamo fare? La nostra prima missione è far crescere nella fede quelli che già vengono in chiesa. E gli altri? A chi tocca la parte dei cercatori di pecore lontane? Non la possiamo fare noi che siamo dentro – a ciascuno il suo compito, i suoi carismi –; per questa avventura ci vogliono aiutanti un po’ "pazzi" del Buon Pastore: santi conosciuti come Massimiliano Kolbe, Edith Stein, papa Giovanni XXIII, Madre Teresa, Charles de Foucauld... e tanti "santi anonimi", persone buone e generose di cui nessun giornale mai parlerà, ma che i vicini di casa noteranno. Sarà forse a partire dai loro gesti di perdono, di amore semplice e generoso che si interrogheranno...

Lettera firmata

 

Commento: Ci paiono intriganti le riflessioni che don [***] - alla vigilia ormai dell'appuntamento veronese - ha voluto condividere con noi. Sarà proprio una vita improntata a quella di Gesù che potrà suscitare interrogativi, far nascere domande. Lo scrive lucidamente il priore di Bose, Enzo Bianchi, in quel piccolo gioiello che è  La differenza cristiana (Einaudi): «Il primo mezzo di evangelizzazione resta lo testimonianza quotidiana di una vita autenticamente cristiana, una vita fedele al Signore, una vita segnata da libertà, gratuità, giustizia, condivisione, pace, una vita giustificata dalle ragioni della speranza».

 

[tratto dalla rivista JESUS, Anno XXVIII, Settembre 2006, n. 9]

 

 

 

In ascolto delle domande là dove vive l'uomo d'oggi

 

La lettera di don [***] (Jesus, settembre 2006) ha messo in moto un vivace confronto tra i nostri lettori. Non possiamo certamente dare conto di tutte le lettere e le e-mail ricevute (alle quali abbiamo dato riscontro personalmente) che sono arrivate sui nostri tavoli. A tutte e tutti però rivolgiamo il nostro grazie, mentre di seguito riportiamo (con inevitabili tagli, per ragione di spazio) qualcuna di queste lettere.   

 

La lettera di don [***] mi ha molto meravigliato, provenendo da un prete, oltretutto della città in cui vivo - per la risposta che dà alla domanda retorica: «A chi tocca la parte di cercatori di pecore lontane? Non la possiamo fare noi che siamo dentro - a ciascuno il suo compito, i suoi carismi; per questa avventura ci vogliono aiutanti un po’ “pazzi” del Buon Pastore: santi conosciuti e tanti santi anonimi».

In molti documenti della Chiesa si afferma che il compito di evangelizzare è soprattutto di chi ha responsabilità pastorali: si parla, a proposito dei candidati al sacerdozio, di «essere pronti ad uscire per le strade del mondo per proclamare a tutti Cristo Via, Verità e Vita” (Pastores dabo vobis, n. 82); che tutte le Chiese particolari sono state invitate da Giovanni Paolo II a «prendere il largo: Duc in altum! (Luca 5,4)» (Conferenza episcopale italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 66). E infine, per citare un documento più vicino a don [***], «si tratta di passare da una pastorale di routine, tradizionale e ripetitiva, a una pastorale missionaria, e cioè una pastorale che va a cercare le persone là dove stanno, più attenta alle loro domande ed attese; una pastorale di frontiera, che non “aspetta” in chiesa la gente, ma “va” a cercarla in tutti gli “areopaghi” dove si trova e vive» (monsignor Giuseppe Chiaretti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, nella sua lettera pastorale per l'anno 2006: Dalla Chiesa alla piazza).

Credo sia ora che il prete cominci a fare il prete, soprattutto se, come afferma don [***], «noi cristiani, come singoli e come Chiesa, siamo certi (per grazia di Dio) di avere le risposte»; ossia, cominci a confrontarsi soprattutto con quella fascia numerosa di persone credenti (pur senza appartenenze), magari un po’ tormentate da questioni irrisolte della propria fede, che si situano in mezzo tra i devoti (soddisfatti nelle loro domande) e gli indifferenti (chi, domande, non le se pone). Non si tratta neanche di andare a cercare le persone, ma, semmai, accettare il confronto nel momento in cui viene sollevato e non sottrarsi per paura o indifferenza.

Infine, pur rimanendo fermi alcuni principi inderogabili, sono convinto che le risposte possedute dalle comunità e dai singoli non siano così certe, così assolute: tutti noi cerchiamo Dio, anche se lo abbiamo già trovato (cfr. B. Pascal, Pensées, 553), perché Dio è infinito come infinite sono le domande dell’uomo.

 

[tratto dalla rivista JESUS, Anno XXVIII, Novembre 2006, n. 11]

 

Fin qui la lettera, leggermente modificata, che ho inviato. Avevo aggiunto, ma è stato inevitabilmente tagliato per ragioni di spazio, quanto segue, che non toglie né aggiunge nulla al senso complessivo:

 

Scriveva Enzo Bianchi, in un editoriale di Parola Spirito e Vita (n. 35, 1997, gennaio-giugno): «Dire che il Dio cristiano dev’essere cercato significa che ad esso e su di esso possono e devono essere poste domande. E questo non deve far paura! Dovrebbe spaventare maggiormente l’atteggiamento di chi ha sempre risposte pronte per ogni domanda… L’evangelizzazione, che oggi si scontra con una maggioranza di indifferenti, deve saper far fronte a quanti – e non son pochi – si interrogano con serietà sulla fede, magari ricominciando, dopo molti anni di lontananza, ad accostarvisi. Sanno, le comunità cristiane, far fronte alle richieste, spesso esigenti, di questi cercatori di Dio? E soprattutto, sappiamo noi tutti rispondere all’attesa di Dio che va in cerca di adoratori in spirito e verità (cfr. Gv 4,23)?»”

 

 

Antonello Lotti, foto personale, 2007

Antonello Lotti, foto personale, 2007

 

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CONFÍTEOR DEO

 

Anche la Chiesa deve chiedere perdono a Dio? Quando nel Giubileo del 2000, il mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima nel periodo liturgico cattolico, il Papa iniziò l'Anno Santo celebrando una liturgia in cui confessava le varie colpe della Chiesa nel corso dei secoli, chiedendo umilmente perdono, molti non approvarono, così come alcuni furono scontenti, ritenendo le colpe ben maggiori di quelle citate. Io credo che la Chiesa, come realtà anche umana, debba fare periodicamente un esame di coscienza, a partire dai fedeli laici, sacerdoti, religiosi e religiose, vescovi, fino al Papa. Nessuno è senza peccato, dinanzi a Dio. E nessuno può veramente giudicare l'altro fino a che non abbia guardato a fondo dentro se stesso. Nella vita dobbiamo sempre affidarci alla misericordia di Dio, che accoglie il nostro cuore e le nostre azioni.

 

CONFESSIONE DELLE COLPE E RICHIESTA DI PERDONO 

Fratelli e sorelle, supplichiamo con fiducia Dio nostro Padre, misericordioso e compassionevole, 
lento all'ira, grande nell'amore e nella fedeltà, perché accolga il pentimento del suo popolo, che confessa umilmente le proprie colpe, e gli conceda la sua misericordia. 

 

I. CONFESSIONE DEI PECCATI IN GENERALE 

Preghiamo perché la nostra confessione e il nostro pentimento siano ispirati dallo Spirito Santo, il nostro dolore sia consapevole e profondo, e perché, considerando con umiltà le colpe del passato, in un'autentica «purificazione della memoria», ci impegniamo in un cammino di vera conversione. 

Signore Dio, la tua Chiesa pellegrina, sempre da te santificata nel sangue del tuo Figlio, in ogni tempo annovera nel suo seno membri che rifulgono per santità ed altri che nella disobbedienza a te contraddicono la fede professata e il santo Vangelo. Tu, che resti fedele anche quando noi diventiamo infedeli, perdona le nostre colpe e concedici di essere tra gli uomini tuoi autentici testimoni. 

 

II. CONFESSIONE DELLE COLPE NEL SERVIZIO DELLA VERITÀ 

Preghiamo perché ciascuno di noi, riconoscendo che anche uomini di Chiesa, in nome della fede e della morale, hanno talora fatto ricorso a metodi non evangelici nel pur doveroso impegno di difesa della verità, sappia imitare il Signore Gesù, mite e umile di cuore. 

Signore, Dio di tutti gli uomini, in certe epoche della storia i cristiani hanno talvolta accondisceso a metodi di intolleranza e non hanno seguito il grande comandamento dell'amore, deturpando così il volto della Chiesa, tua Sposa. Abbi misericordia dei tuoi figli peccatori e accogli il nostro proposito di cercare e promuovere la verità nella dolcezza della carità, ben sapendo che la verità non si impone che in virtù della stessa verità. 

 

III. CONFESSIONE DEI PECCATI CHE HANNO COMPROMESSO L'UNITÀ DEL CORPO DI CRISTO 

Preghiamo perché il riconoscimento dei peccati, che hanno lacerato l'unità del Corpo di Cristo e ferito la carità fraterna, appiani la strada verso la riconciliazione e la comunione di tutti i cristiani. 

Padre misericordioso, nella vigilia della sua passione tuo Figlio ha pregato per l'unità dei credenti in lui: essi però, contraddicendo alla sua volontà, si sono opposti e divisi, e si sono reciprocamente condannati e combattuti. Invochiamo con forza il tuo perdono e ti chiediamo il dono di un cuore penitente, perché tutti i cristiani, riconciliati con te e tra di loro in un solo corpo e in un solo spirito, possano rivivere l'esperienza gioiosa della piena comunione. 

 

IV. CONFESSIONE DELLE COLPE NEI RAPPORTI CON ISRAELE 

Preghiamo perché, nel ricordo delle sofferenze patite dal popolo di Israele nella storia, i cristiani sappiano riconoscere i peccati commessi da non pochi di loro contro il popolo dell'alleanza e delle benedizioni, e così purificare il loro cuore. 

Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo Nome fosse portato alle genti: noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli, e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci in un'autentica fraternità con il popolo dell'alleanza. 

 

V. CONFESSIONE DELLE COLPE COMMESSE CON COMPORTAMENTI CONTRO L'AMORE, LA PACE , I DIRITTI DEI POPOLI, IL RISPETTO DELLE CULTURE E DELLE RELIGIONI 

Preghiamo perché nella contemplazione di Gesù, nostro Signore e nostra Pace, i cristiani sappiano pentirsi delle parole e dei comportamenti che a volte sono stati loro suggeriti dall'orgoglio, dall'odio, dalla volontà di dominio sugli altri, dall'inimicizia verso gli aderenti ad altre religioni e verso gruppi sociali più deboli, come quelli degli immigrati e degli zingari. 

Signore del mondo, Padre di tutti gli uomini, attraverso tuo Figlio tu ci hai chiesto di amare il nemico, di fare del bene a quelli che ci odiano e di pregare per i nostri persecutori. Molte volte, però, i cristiani hanno sconfessato il Vangelo e, cedendo alla logica della forza, hanno violato i diritti di etnie e di popoli, disprezzando le loro culture e le loro tradizioni religiose: mostrati paziente e misericordioso con noi e perdonaci! 

 

VI. CONFESSIONE DEI PECCATI CHE HANNO FERITO LA DIGNITÀ DELLA DONNA E L'UNITÀ DEL GENERE UMANO 

Preghiamo per tutti quelli che sono stati offesi nella loro dignità umana e i cui diritti sono stati conculcati; preghiamo per le donne troppo spesso umiliate ed emarginate, e riconosciamo le forme di acquiescenza di cui anche cristiani si sono resi colpevoli. 

Signore Dio, nostro Padre, tu hai creato l'essere umano, l'uomo e la donna, a tua immagine e somiglianza e hai voluto la diversità dei popoli nell'unità della famiglia umana; a volte, tuttavia, l'uguaglianza dei tuoi figli non è stata riconosciuta, ed i cristiani si sono resi colpevoli di atteggiamenti di emarginazione e di esclusione, acconsentendo a discriminazioni a motivo della razza e dell'etnia diversa. Perdonaci e accordaci la grazia di guarire le ferite ancora presenti nella tua comunità a causa del peccato, in modo che tutti ci sentiamo tuoi figli. 

 

VII. CONFESSIONE DEI PECCATI NEL CAMPO DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELLA PERSONA 

Preghiamo per tutti gli esseri umani del mondo, specialmente per i minorenni vittime di abusi, per i poveri, gli emarginati, gli ultimi; preghiamo per i più indifesi, i non-nati soppressi nel seno materno, o persino utilizzati a fini sperimentali da quanti hanno abusato delle possibilità offerte dalla bio-tecnologia stravolgendo le finalità della scienza. 

Dio, Padre nostro, che sempre ascolti il grido dei poveri, quante volte anche i cristiani non ti hanno riconosciuto in chi ha fame, in chi ha sete, in chi è nudo, in chi è perseguitato, in chi è incarcerato, in chi è privo di ogni possibilità di autodifesa, soprattutto negli stadi iniziali dell'esistenza. Per tutti coloro che hanno commesso ingiustizie confidando nella ricchezza e nel potere, e disprezzando i « piccoli », a te particolarmente cari, noi ti chiediamo perdono: abbi pietà di noi ed accogli il nostro pentimento. 

 

Orazione conclusiva 

O Padre misericordioso, tuo Figlio Gesù Cristo, giudice dei vivi e dei morti, nell'umiltà della prima venuta ha riscattato l'umanità dal peccato e nel suo glorioso ritorno chiederà conto di ogni colpa: ai nostri padri, ai nostri fratelli e a noi tuoi servi, che mossi dallo Spirito Santo ritorniamo a te pentiti con tutto il cuore, concedi la tua misericordia e la remissione dei peccati.

 

Antonello Lotti, foto personale, 2007

Antonello Lotti, foto personale, 2007

 

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IL PRETE CHE CERCO

 

Hans Urs von Balthasar, teologo, gesuita, nel 1971 scrive un'opera dal titolo Punti fermi, a breve distanza dalla fine del Concilio Vaticano II, che egli stesso aveva ispirato, al pari di altri teologi, parlando dei principi essenziali ed irrinunciabili del cristianesimo in modo chiaro e sintetico. E in questo brano dal titolo Il prete che cerco riassume la sua posizione: il prete è, nella Chiesa costituita da Cristo, come persona che vive (trasformato) la Parola di Dio. Per questo può essere tramite nel mio rapporto con Dio, solo se sa essere garante di quella Parola, se oltre all'annuncio la vive profondamente, e se riesce ad amare coloro che si presentano a chiedere un aiuto spirituale (quello che dovrebbero fare tutti i sacerdoti cattolici, a prescindere da altre attività estranee, per quanto meritevoli) con quell'amore che è ripetizione di quella Parola, vicinanza e supporto, incoraggiamento alla costanza. Il prete non parla da sé, ossia attraverso la sua scienza, quanto piuttosto attraverso la sua sapienza, frutto dell'esperienza dello Spirito. Non cita se stesso, ma la Parola di Dio, in umiltà, benignità e pazienza. In realtà, nella vita, mi è capitato più volte di incontrare persone (non sacerdoti) che si sono rese mediatori della Parola di Dio, forse inconsapevolmente, così come ognuno di noi può esserlo nei confronti di un altro. Un incoraggiamento, un amore discreto che accompagna la vita anche solo per un tratto, una parola che non sempre è dettata dalla nostra cultura, ma da Dio che usa la nostra persona per farsi tramite all'altro. Cerchiamo pertanto di scorgere, nella nostra vita, quelle guide sicure (sacerdoti o meno), quelle persone che sanno parlare di Dio, che sanno amare l'altro senza contraccambio, che Dio riesce a mandarci per farsi vicino al nostro cuore, compagno del nostro percorso di vita.

 

Chi è malato va dal medico, chi fa testamento si rivolge al notaio, allo specialista. C'è uno specialista delle relazioni di Dio con me? Nel mio rapporto con Dio, che deve essere regolato dal rapporto di Dio con me, io sono solo; nessuno può intervenire, definire o mediare. Come ciascuno muore solo, così è solo quando prega, dovendo ritirarsi nella sua «stanza» per accostarsi al Padre celeste, per capire e seguire la volontà di Dio proprio nei suoi confronti. «Nessuno può farsi suo garante».

La parola di Dio si è fatta carne e, in Gesù Cristo viene incontro all'uomo, al cieco, allo storpio, al muto. Sempre come parola irripetibile. Al pubblicano Levi, non agli altri che siedono accanto a lui, viene rivolto il comando di farsi discepolo. Nessuna legge socio-psicologica regola il comportamento di Gesù o delle persone alle quali egli si rivolge, essendo queste vincolate alla sua libera e irripetibile chiamata. Coloro che sono chiamati commettono una scorrettezza se obbediscono alle leggi normali del comportamento umano - prendere congedo, seppellire il padre, ecc. -; in tal caso essi «non sono degni di lui». Non posso pianificare insieme la parola di Dio e la famosa «situazione concreta», così che da ambedue risulti un parallelogramma delle forze.

Gesù, la parola di Dio per me, mi viene incontro nella Chiesa, la quale custodisce la sua parola, sempre attualmente viva, nella predicazione e nel sacramento (entrambi si accompagnano, per esempio, quando mi viene rivolto l'«io  ti assolvo dai tuoi peccati»). Nella Chiesa, nella sua comunione, io devo ricevere la sicurezza che la parola di Dio non mi raggiunge come un’eco da un lontano passato, bensì mi risuona vicina, palpabile e chiara così come la mia esistenza è concreta nel tempo e nello spazio. Ma in questo caso la Chiesa non si trasforma forse a sua volta in legge naturale che, nella sua interpretazione dell'irripetibile volontà di Dio nei miei riguardi, si frappone tra me e Dio, forte di un'esperienza socio-psicologica di secoli forse ad essa specifica?: «In questo e quell'altro caso, solitamente Dio pensa in questo e in quel modo». In tal caso io, e infine Dio stesso, saremmo pianificati al livello dell'anonimità; e io, per trovare il mio destino personale, dovrei uscire da una tale Chiesa.

Tuttavia, se la Chiesa come ecclesia è la comunità dei chiamati, se ad  essa sono state consegnate la parola di Dio e le chiavi del regno dei cieli, se ad essa è stato donato da Dio e da Gesù Cristo lo Spirito Santo che, essendo Dio, è irripetibile al pari del Padre e del Figlio e può spiegarci alla fonte la volontà di Dio in Gesù Cristo: se questa è la realtà, come potrei io fare a meno della Chiesa, nell'ipotesi che voglia assoggettare la mia vita alla verità del Dio vivente? Ma quale Chiesa, chi nella Chiesa, può aiutarmi? Io pure sono un membro della Chiesa, ma né posso rivendicare per me lo Spirito Santo nella sua pienezza ecclesiale, né definirmi a testa alta un «buon cristiano» che vive vicino al cuore della Chiesa e comunica per osmosi con la sua più profonda comprensione. So invece benissimo, se sono onesto e sincero, quanto sono lontano dal soddisfare le richieste di Dio e quanto volentieri vorrei ridurre tali richieste al mio livello di medioborghese e di decaduto a causa del peccato, dando l'ultima parola alla sociologia religiosa, contro la mia stessa coscienza: « Che farci, gli uomini sono così», «Tutto sommato, e considerato il mio carattere, non mi si può chiedere di più».

Ciò che abbiamo detto ci aiuta a capire quanto difficile e complicata sia la condizione di chi va in cerca d'aiuto. La richiesta che io avanzo può essere soddisfatta da un uomo? Egli dovrebbe farmi da tramite nei miei rapporti irripetibili con Dio, senza però dissolverli nelle generalità di questo mondo. Egli dovrebbe pertanto sapere, basandosi sul proprio irripetibile rapporto con Dio, che cosa sia tale irripetibilità, e simultaneamente essere provvisto della missione e dell'autorità di saperlo, nello Spirito Santo, anche per gli altri, per poter dare loro le adeguate indicazioni. Mandato e autorità da Dio, uniti con l'esperienza nello Spirito: ciò lo autorizzerebbe a richiedere da me - non per sé ma per Dio e per me - ciò che io non ho il coraggio di chiedere a me stesso.

Questa è la prima qualità che dovrebbe possedere il prete che io cerco. Infatti il sacerdote dovrebbe essere colui che è delegato e dotato di autorità dall'alto, cioè da Cristo, per presentarmi la parola incarnata di Dio, così che io sia sicuro di non ridurla ai miei scopi, di non averla anticipatamente svigorita con una mia interpretazione psicologica, esegetica e demitizzante, tanto da renderla impotente a generare in me ciò che le conviene; così che io non possa sfuggire alle sue richieste, perché si presentano a me nella concretezza della autorità ecclesiastica, la quale nel ministero attualizza la concretezza dell'autorità divina. Non è però sufficiente che qualcuno mi metta impietosamente di fronte alle richieste della parola, per poi lasciare che mi fermi là: forse sono già giunto da solo a pormi di fronte a quelle. Egli deve anche aiutarmi a perseverare, a non fuggire, stando costantemente accanto a me, con amore inesorabile. Con un amore terribile, che mi ripeta continuamente: «Questo è appunto ciò che tu vuoi». Con un amore che susciti una riconoscenza profonda, perché non sostituibile da nulla. Tale uomo è simile, in certi momenti, all’angelo del Monte degli Ulivi, che dà forza nella solitudine con Dio. La forza con cui tale uomo fa questo deriva certamente dalla sua missione (che possiede in se stessa la forza e l'inesorabilità di Dio) ma allo stesso tempo dal suo stesso vigore che lo star con Dio in solitudine gli conferisce. Egli può incarnare entrambe le cose – l’inesorabilità e l'amore della volontà di Dio – in virtù della missione e dell'esperienza, così che nessuno più voglia né possa sfuggire.

Se gli manca l'esperienza, non potrebbe proclamare credibilmente la parola di Dio neppure dal pulpito; tutt’al più potrebbe essere una eco morta di quello che della parola di Dio altri (per esempio Paolo) predicarono con la loro esistenza. Tanto meno sarebbe capace di accompagnare, e di sostenere, un credente nel confronto esistenziale con la parola di Dio. «Se gli manca l'esperienza...»: subito si affaccia, ma deve essere immediatamente respinta, la parola «specialista». Nell’irripetibile assoluto non possono infatti esistere né «specializzazioni» né classificazioni. La stessa parola «scienza» va evitata, potendosi al massimo parlare di una certa «saggezza» che lo Spirito Santo concede a coloro che hanno familiarità con il suo «spirare dove egli vuole». Anche se sono state proposte «regole per il discernimento degli spiriti» e si è parlato di una «scienza dei santi», tali regole, se autentiche e utilizzabili, vengono però sempre date per esperienza personale e comprovate dall'esperienza personale nell’ambito della Chiesa; quella «scienza», poi, si identifica con uno dei sette doni dello Spirito Santo, per cui può essere concessa soltanto a coloro (e da quelli soltanto può essere capita) che con la preghiera e con la pratica della vita si sforzano di penetrare il centro dello Spirito.

A colui che nella Chiesa si assume la missione di predicare ufficialmente e di proporre a ciascuno in particolare la parola di Dio, che è Cristo, non rimane altra alternativa che quella di tradurla in atto e di perseverarvi con coerenza, di dedicare totalmente ad essa la propria esistenza. Egli deve identificarsi con la sua missione; questo fecero gli apostoli per comando di Gesù, allorché abbandonarono tutto per seguirlo: non soltanto gli averi e la casa paterna, ma anche la moglie e i figli. Ovviamente, la rinuncia materiale per dedicare la vita alla parola di Dio rimane soltanto il punto di partenza; essa diventa un criterio per giudicare il «prete che cerco» soltanto se questo primo passo si trasforma in stile costante di vita. Da un punto di vista terreno, questo stile di vita è e rimane privo di senso, non trovando una collocazione in nessuna condizione sociologica; ed ogni iniziativa che, partendo dal paganesimo o dal giudaismo, tentò di dargli un sostegno ecclesiologico suscitò sempre perplessità. Il prete deve continuamente prospettarsi l'eventualità di essere nuovamente escluso dall'organizzazione della società. Qui più che mai è valida l'affermazione di Agostino secondo cui chi poggia la propria vita su Cristo non sta in piedi, ma sta appeso o «sta sopra se stesso». E unicamente Dio in Cristo può garantire che «chi per amore mio e dell’evangelo abbandona tutto» non cadrà nel vuoto senza trovare un punto d'appoggio, trascinato (appeso) per tutta un'esistenza impossibile. Evidentemente, un uomo del genere non può possedere una «autocomprensione»; ha rinunciato a darsi un'interpretazione, per essere interpretato da Dio solo. Egli «non giudica se stesso», ritenendosi orientato a Dio che lo conosce e lo giudica. Come uomo non ha rinunciato alla propria «autocomprensione », egli è il prete che io cerco e che con la sua esistenza può diventare ai miei occhi parola e luce di Dio. La rinuncia all'esistenza come fonte autonoma di luce, e soltanto essa, garantisce l'umiltà essenziale, quella che rende permeabili a un’altra luce che non è la propria e irradia qualcosa che non interessa colui che ha fatto dono di se stesso, su cui questi non riflette, che egli non coltiva. Il fuoco che brucia nell’umile è il fuoco dell'amore per Dio e per la sua Parola incarnata; tale fuoco non ha in lui il suo centro ma in ciò che egli ama, ed è alimentato dal pensiero che l'Amore, Dio, non è amato nel mondo, che è disprezzato o che è motivo di scandalo a causa della sua debolezza. «Chi si scandalizza senza che io arda?». Umiltà e zelo crescono dalla medesima radice.

Il prete umile non sarà tentato di propormi qualcosa che non sia la parola di Dio diretta a me; quello zelante non sopporterà che io mi sottragga a essa. Egli mi tiene alle redini, per cui posso rimproverargli di essere importuno; per la verità, importuna e insistente è soltanto la parola di Dio. Nel caso io trovi il prete che cerco, non posso rimproverargli di accostarsi a me con una sicurezza che nessun uomo può pretendere, quasi che egli debba limitarsi a indicarmi vagamente in quale direzione il mio cammino verso Dio forse si muove, quasi sia obbligato a lasciare a me e alla mia coscienza di giudicare, accettare o respingere le sue indicazioni generiche. Premesso che egli abbia identificato la sua esistenza con la sua autorità, assorbendola in questa, la sua missione non gli consente nessuna falsa modestia; altrimenti rappresenterà soltanto parzialmente e confusamente l'autorità nella Chiesa. Se l'unione con Dio nella preghiera e l'umiltà della mediazione pervengono alla trasparenza e al dono totale, allora può anche avverarsi il miracolo che da Dio giunga - nello Spirito Santo che è nella Chiesa - un'autentica direttiva che, per quanto scomoda, io non posso fingere di non udire. Soltanto chi sa scomparire senza finzione può ricevere la grazia della sicurezza. Egli può permettersi di gioire con chi è felice, di piangere con gli afflitti; mai però gli è permesso, per solidarietà, di tentennare con chi esiti nell'incertezza. La sua esperienza con Dio gli ha insegnato che cosa sia l'oscurità, quando uno è ridotto ad andare tastoni lungo i muri; questi, però, talvolta cedono, e allora si brancola nel vuoto: tale esperienza è concessa al sacerdote affinché possa perseverare accanto al fratello, con umiltà ma capace di dare nuovo vigore.

Abbiamo parlato di miracolo. La riuscita di un prete è sempre un miracolo della grazia. Molto spesso avviene che le Chiese debbano soccombere al fallimento. Sono troppi coloro che, dalla cattedra o dal pulpito, si illudono presuntuosamente di essere luce: sono da evitare. Essi parlano di Dio ma pensando a se stessi, e Dio non appare. È pressoché indifferente che essi dichiarino Dio vivo o morto, che affermino di saperne troppo o troppo poco sul suo conto. Altri inventano metodi per attirare su se stessi l'attenzione della gente; essi hanno problemi di linguaggio e pensano che la gente torni ad ascoltarli e capisca qualcosa non appena li senta parlare di Dio con il suo linguaggio mondano; è una specie di miracolo di pentecoste manipolato. Essi sono ammirati da quelli della loro cerchia, ma disprezzati da coloro che essi vorrebbero conquistare: non hanno nulla da dir loro. Ci sono poi i disertori i quali, pure se erano stati chiamati a seguire lo stile di vita di Gesù Cristo, furono colti da timore angoscioso di aver perso i contatti con gli uomini: hanno fatto corto circuito, hanno fatto naufragare l'amore per Dio nell’amore per il prossimo. Non hanno pertanto più nulla da annunziare, né hanno la missione di chiedere agli uomini altro che non sia già compreso nella loro autocomprensione; si disperdono nella anonimità dell’umano. Vengono infine i paurosi i quali, quanto più le forme ereditate crollano, tanto più si aggrappano a quelle che ancora sopravvivono. Pur sapendo che lo Spirito si incarna in forme storiche, non hanno la libertà di lasciarlo spirare dove vuole, e lo confondono con le forme. Con le loro antitesi danno ragione alle tesi che le scavalcano.

Il miracolo atteso sarebbe semplicemente la santità: quella di un uomo che in Dio ha perso talmente la coscienza di se stesso da stimare Dio come unica realtà. Importante. Egli non si preoccupa più della propria identità. Perciò è abituale e nutriente come una pagnotta da cui chiunque può strappare un boccone. Il modo in cui egli si distribuisce viene a identificarsi con quello adottato dalla Parola di Dio per distribuirsi in pane e vino. Egli conosce anche il modo di spezzare e di interpretare la parola di Dio. Contrariamente ai predicatori d'oggi, egli non mi richiamerà dal deserto provvedendomi di un indigesto viatico di parole sull'apertura della Chiesa al mondo. Che cosa devo porgere agli affamati che mi circondano, se non pane? Ma dove lo prendo, se non mi viene porto? Come può la Chiesa uscire all'esterno se non ha più nessuna interiorità da porgere? Oppure si deve dire che essa scaccia da sé l'incertezza della propria identità perché non ha più nessuna esperienza di ciò che è il suo intimo? Non è essa stessa tale interiorità - la Chiesa non può essere lo specchio di se stessa - bensì Cristo, suo capo e anima, mediante il quale il Dio trino s'impossessa di essa. Una volta c'erano i monaci, sia in Oriente che in Occidente, sull’Athos, a Clairvaux e al Ranft, a Kiev e Optima. Essi avevano esperienza e scienza, e davano direttive. La loro luce era pane. Essi giungevano sulla soglia di una profonda interiorità; e là la loro esperienza si concretava nel dono di una parola. Forse tale segregazione esterna non è assolutamente necessaria per conoscere l'intimo; spira sufficiente solitudine attraverso gli spazi interumani. Ma il loro vuoto non si riempie automaticamente con un contenuto prezioso. Nello stesso vuoto disperato del cuore del mio prossimo trovo il santo mistero della povertà divina soltanto se già l'ho cercato, se già lo porto in me, se già mi è stato, svelato. Altrimenti non incontro che il vuoto degli altri, e la parola non ha efficacia, cade perché debole e impotente.

I monaci erano anche chiamati «spirituali» (in greco, pneumatikoi, coloro che possiedono lo Spirito); tale è tuttora la denominazione corrente dei sacerdoti nei Paesi di lingua tedesca. Per secoli, nell'ortodossia, i candidati ai gradi più elevati delle gerarchie sono stati forniti dai monaci. Sono spirituali quelle persone che possiedono l'esperienza nello Spirito Santo, e grazie ad essa sono capaci di riconoscere e di accendere in noi, in me, lo Spirito nascosto, incognito, imprigionato. Quanto raro è diventato questo tipo di uomo! Dobbiamo forse accontentarci di un surrogato dello Spirito? Tale surrogato ci è fornito soprattutto dalla psicologia (il che non significa che un buono e umile psicologo non possa essere permeabile allo Spirito Santo); ma il suo oggetto è rappresentato dalle leggi generali della psiche umana. Lo Spirito, invece, è sempre irripetibile. L'uomo spirituale deve permettere allo Spirito Santo irripetibile di intervenire su di lui in modo da riuscire a soddisfare il bisogno di questo uomo irripetibile che gli sta di fronte: non facendo intervenire forze mediatrici ma nell’apertura alla grazia del Dio vivente, il quale liberamente rivolge a me la sua parola amorosa, dolce ed esigente - mediante il prete che io cerco.

Non dimentichiamo la grazia sacramentale dell’ufficio sacerdotale. Essa aiuta a uscire da sé, a espropriarsi; ma non può sostituire questa espropriazione. Se colui che è consacrato non si apre ad essa, questa lo contrassegna negativamente. Esiste una forma particolare di mancanza di Spirito che solo il prete fallito può esibire. Ignorante, scaltro; attivo e invadente, vuole essere udito, è l'uomo dei moltiplicatori. Si stende come una bruma sui campi della Chiesa contemporanea. Forse soltanto il bisogno insegna ai preti (agli «spirituali») a riprendere a pregare. Nel frattempo, preghiamo per essi.

 

[tratto da: Hans Urs von Balthasar, Punti fermi, Rusconi, Milano 1972]

 

 

Antonello Lotti, foto personale, 2007

Antonello Lotti, foto personale, 2007

 

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PICCOLA PARENTESI SULLA CHIESA

 

Traggo dall'opera Per amore. Rifondazione della fede di Vito Mancuso, teologo, il seguente brano, a conclusione della presente pagina di Appunti e suggestioni. Il suo senso è semplice e diretto, forse troppo per essere accettato: la Chiesa, il cui operare si è disperso in ambito sociale o nello scopo di riempire le piazze, ha invece un compito spirituale che ha dimenticato e che deve fare proprio nuovamente: generare sapienza spirituale e dare al mondo la luce per smascherare gli inganni del male e delle tenebre, che assumono vari nomi ed aspetti in questo mondo. Tornare ad essere maestra di spiritualità.  

 

In Matteo 10, 1 Gesù dà ai dodici «il potere di scacciare gli spiriti immondi». Questo oggi la Chiesa e la teologia devono fare: smascherare e scacciare gli spiriti immondi, per i quali non si devono certo intendere solo i demoni. È questa la sapienza spirituale che nessun sapere del mondo potrà mai dare. Il compito è urgente: l'immondizia spirituale che assedia le anime cresce in proporzione ai profitti che sa generare, e i profitti dell'industria dell'intrattenimento crescono sempre più. L'attività intellettuale della Chiesa deve essere finalizzata alla generazione di una sapienza spirituale in grado di smascherare e scacciare gli spiriti immondi. Questa è la grande missione dell'intelligenza credente, l'unico vero contributo che essa può dare al mondo: solo la luce può scacciare le tenebre. Per la Chiesa non c'è compito più urgente di tornare a essere maestra di spiritualità, di tornare a dirigere le anime. Gli uomini ne hanno un bisogno enorme, e nessuno se non la Chiesa, che possiede la vera dottrina spirituale, lo può soddisfare. Non si tratta di riempire le chiese o le piazze, neppure si tratta di agire come operatori sociali; si tratta di scacciare gli spiriti immondi che devastano le anime umane: è il più prezioso atto di carità concreta che la Chiesa può e deve fare agli uomini. 

 

[tratto da: Vito Mancuso, Per amore. Per una rifondazione della fede, Mondadori, Milano 2005]

 

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