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La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti  Scrivi per suggerimenti o informazioni

APPUNTI E SUGGESTIONI N. 12

 

INDICE DI APPUNTI E SUGGESTIONI

 

Diversi contributi che hanno forse un filo conduttore: la morte come possibilità di riscatto. Qual è in verità il suo senso? Quale quello del soffrire? E si può pensare ragionevolmente a porre fine alle proprie sofferenze, anticipando in qualche modo la nostra fine, ponendo termine alla propria agonia? In apertura ho posto un brano un po' difficile, ma determinante, che apre la nostra mente a ciò che viene dopo. Aldo Stella afferma che «negare l'emergenza ideale del vero sulla ricerca significa assumere come vero il soggetto cercante, che diventa, come sostenevano i sofisti, misura di tutte le cose». E il problema sta proprio qui: se si considera l'Io come misura di tutte le cose, allora è capace anche di decidere il momento e la modalità della propria morte. L'Io si dà il valore perché il valore è nel soggetto, il valore è il soggetto, come il soggetto è la verità. Ma la verità non sta nell'Io, non solo secondo la mistica. L'uomo deve perdersi per trovarsi, deve distaccarsi da sé per ritrovare il vero Sé, deve rinunciare per possedere. E deve sempre tendere, idealmente, intenzionalmente alla Verità vera, l'unica che può dare un senso alla nostra vita ed illuminare anche il senso della nostra morte. Con questo pensiero nella mente e nel cuore, ci accingiamo a leggere tutti gli altri contributi. 

 

INDICE

 


 

Antonello Lotti, foto personale, 2007

Antonello Lotti, foto personale, 2007

 

 

L'INTENZIONE DI VERITÀ

 

Aldo Stella è un filosofo oltre che medico, psicoanalista, docente universitario, scrittore. La sua capacità di rendere semplici problemi alquanto complessi non sempre può essere colta dai suoi testi, quanto dalle conversazioni. Il brano che presento, tratto dalla sua opera Cognizione e coscienza. Precisazioni su alcuni concetti di scienza cognitiva, Edizioni Angelo Guerini, Milano 2004, può dunque apparire complesso concettualmente, ma chiaro nella sua esposizione ed intenzione.

 

Se la considerazione più ingenua si ferma all'esperienza percettivo-sensibile, nella quale le «cose», cioè le determinazioni, appaiono come autonome e indipendenti nonché dotate, ciascuna, di una propria identità, la considerazione concettuale coglie il primato della relazione: questo livello è il livello logico-concettuale, ma di una logica ancora formale, per la ragione che la relazione non è ancora colta nella sua intenzione costitutiva, ossia l'intentio unitatis, che è anche il senso di ogni concettualizzazione.

Ciò ci consente di affermare che il livello dell'intendimento (o ideale, o intenzionale) si pone come ulteriore non solo rispetto all'ordine della spiegazione scientifica, ma anche rispetto all'ordine dell'interpretazione, cioè dell'ermeneutica, che riconosce il primato della teoria sull'osservazione e, dunque, valorizza il ruolo del soggetto nella costituzione dell'oggetto. Se, insomma, l'ordine della spiegazione, pur rappresentando una significativa forma dell'organizzazione razionale della realtà, si colloca ancora all'interno della prospettiva che potremmo definire «oggettivistica», che assume l'oggetto di conoscenza come se coincidesse con l'oggetto reale, e se l'ordine dell'ermeneutica configura, invece, la strutturazione dell'oggetto di conoscenza per il suo intrinseco vincolarsi al soggetto conoscente, di contro l'ordine dell'intendimento costituisce la stessa coscienza critica dei due ordini precedenti.

Per quale ragione identifichiamo intendimento e coscienza critica? Per la ragione che è possibile porre in essere la critica se e solo se la si fa poggiare su un fondamento che consente di evidenziare il limite di ciò che non è sufficiente a se stesso, di ciò che non è pienamente intelligibile. Ebbene, se la spiegazione e la comprensione, che caratterizzano la scienza in senso empirico-formale, non sono pienamente intelligibili per la ragione che esse si presentano come non sono, cioè per la ragione che si presentano come la conoscenza della realtà senza effettivamente esserlo, di contro l'ermeneutica non è pienamente intelligibile per la ragione che, se ogni conoscenza fosse vincolata al punto di vista e se tutto si risolvesse nel modo con cui il soggetto si dispone a conoscere o nel sistema teorico che egli usa, allora ci si troverebbe immersi in un relativismo assoluto o, detto in altri termini, in un soggettivismo assoluto.

Se non che, se così fosse, come legittimare allora l'emergere della coscienza della relatività? Se tutto fosse effettivamente relativo, come giustificare questa stessa affermazione, appunto che «tutto è relativo», senza avvedersi che almeno essa si pone come assoluta?

In effetti, è proprio qui che emerge la coscienza critica che evidenzia l'impossibilità di considerare l'ermeneutica come l'ordine finale del conoscere. In ogni interpretazione, infatti, opera l'intenzione che l'interpretazione che di volta in volta si pone non sia soltanto un'interpretazione, ma coincida con la realtà stessa, con la verità. L'intenzione che il significato che viene reperito dietro un segno, o un insieme di segni, non sia soltanto un significato, uno dei tanti possibili, comunque legato al soggetto che lo ravvisa, ma che costituisca invece quell'unico, autentico significato, che coincide con il Significato ultimo, il significato vero del significato.

È esattamente in questo senso che si recupera l'oggettivo e si supera l'arbitrio del punto di vista. Il recupero dell'oggettivo è precisamente intenzionale, ossia come intendimento di oltrepassare il soggettivo, l'arbitrario, il contingente, il relativo, onde pervenire all'autentico fondamento, a qualcosa che sia in grado di legittimare il conoscere perché è in sé sufficiente, in sé fondato, in sé vero, in sé reale.

Ma è proprio questo il punto sul quale non ci stancheremo mai di insistere. Tale fondamento è solo ciò che costituisce il fine intenzionale dell'attività del conoscere, ciò che funge da ideale immanente di ogni affermazione, di ogni discorso, di ogni ricerca, di ogni conoscenza. Se si pretende, invece, di identificarlo con una affermazione determinata, con una conoscenza determinata, con un qualche discorso di fatto comparente, allora esso perde il suo valore ideale, quel valore che lo pone come fine della ricerca e dal quale la ricerca risulta illuminata, per decadere a suo risultato, dunque per ridursi a una qualche certezza dell'io.

Questo è il nodo centrale: se il vero cessa di valere come ideale, come ciò verso cui la ricerca tende, esso viene ridotto a una certezza dell'io, e così è l'io che finisce per identificarsi con l'autentico valore. Negare l'emergenza ideale del vero sulla ricerca significa assumere come vero il soggetto cercante, che diventa, come sostenevano i sofisti, misura di tutte le cose.

Negare il vero, inteso come assoluto - e cioè come meta o destinazione del conoscere -, significa insomma assolutizzare il soggetto di questa negazione, cioè l'io. Se non che, è proprio qui che si impone la domanda fondamentale: se l'io fosse vero, dunque assoluto, perché mai continuerebbe a cercare? Per quale ragione l'io varrebbe come un continuo divenire, se coincidesse con l'essere?

L’io non è l'assoluto, ma tensione verso l'assoluto, intenzione di pervenire alla verità, alla realtà; la conseguenza è che la sua assolutizzazione è la negazione stessa del suo essere tensione in atto, dunque è la negazione stessa dell'io. E tuttavia l'io, pur non essendo l'assoluto, è la coscienza di non esserlo, dunque è il sapere di non sapere, come ci ha insegnato Socrate. Se l'io sapesse, non cercherebbe; ma se non sapesse affatto, se ignorasse anche di ignorare, altrettanto la ricerca non sorgerebbe. La ricerca, però, sorge e sorge proprio in virtù del sapere di non sapere, in virtù del sapere che ciò che si intende sapere, il vero, l'assoluto, non è ciò che si sa di volta in volta, non si riduce cioè alle infinite conoscenze a cui è dato di pervenire.

La dialettica che costituisce la ricerca è proprio quella che sussiste tra sapere e non sapere, ossia è la dialettica stessa che sussiste tra coscienza e limite: così come il non sapere deve venire saputo, proprio per venire connotato come «non sapere», parimenti il limite implica la coscienza che lo pone e lo pone nell'oltrepassarlo. È per questa ragione che coscienza e sapere emergono come un medesimo: la coscienza è sapere perché, intesa nel suo senso trascendentale, è l'atto del sorpassare illimitato; il determinato, il relativo e in ciò esprime la sua apertura al vero, al fondamento, all'assoluto: «Ma la coscienza - scrive Hegel nella Fenomenologia dello Spirito - è per sé stessa il suo concetto, ed è quindi, immediatamente, l'atto del sorpassare illimitato, e, poiché questo limitato le appartiene, del sorpassare sé stessa» [G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, La Nuova Italia , Firenze 1979, I, p. 72].

L’assoluto (il vero, il fondamento), insomma, non è semplicemente immanente alla coscienza, poiché non è un suo contenuto, né è semplicemente trascendente, poiché la coscienza è illuminata dall'assoluto stesso e solo in virtù dell'assoluto può riconoscere il relativo, compresa la propria relatività, compresa la propria finitezza. L’uso dell'espressione «assoluto», del resto, per quanto possa urtare molte suscettibilità ed evocare i fantasmi di una obsoleta metafisica, risulta necessario, dal momento che è solo in quanto ab-soluta, cioè svincolata dai condizionamenti rappresentati dai punti di vista soggettivi, che la realtà (verità) viene colta nel suo valore autenticamente oggettivo, che la pone oltre la dimensione relazionale, come quella unità che della relazione costituisce la ragione (il senso): che costituisce ciò a cui l'intenzione, ossia la coscienza, si volge.

Che è quanto dire: la dimensione trascendentale della coscienza, per la quale essa non risolve in sé l'assoluto, ma ne viene radicalmente fondata, costituisce il senso della sua essenza più autentica, l'intenzione. La coscienza come intentio veritatis è coscienza in atto, dunque è l'atto del trascendere il legame alle determinazioni, ai presupposti, alle premesse empiriche, per fondarsi unicamente sulla verità. Questa è l'intenzione autentica di ogni atto di coscienza, che fonda qualsiasi discorso, qualsiasi opinione, qualsiasi interpretazione: l'intenzione di compiersi nel vero per svincolarsi dalla dipendenza dal non vero, l'intenzione di lasciarsi guidare dall'autentica realtà per non soggiacere all'arbitrio dei punti di vista, l'intenzione di volgersi all' oggettivo, per approdare alla piena realizzazione del soggetto. Quest'ultimo, infatti, se permane separato dall'oggetto, non è mai se stesso, è sempre insufficiente a se stesso e dunque non può non cercare un compimento trascendentale della sua identità empirica.

È in questo senso e per questa ragione che la dialettica della ricerca esplicita la dialettica della relazione: i termini della relazione si confrontano a muovere dalla loro indipendenza (relativa) e dalla loro dipendenza (relativa), ma si confrontano perché l'intenzione che struttura la relazione è quella di pervenire ad un punto in cui i congiunti vengano effettivamente congiunti, e dunque divengano uno.

Il livello dell'intendimento è precisamente il livello in cui idealmente si perviene al compimento: le parti si ricompongono nell'intero, il due nell'uno; il soggetto e l'oggetto non sono più soltanto l'uno la mancanza dell'altro - e per questo l'uno il riferirsi all'altro -, ma diventano una cosa sola, nella quale entrambi si realizzano perché entrambi si superano.

Il conoscere, essendo identità di soggetto e oggetto, non è più l'irriducibile distanza del secondo dal primo, ma è la loro perfetta identità: il conoscere vero, ma vero proprio perché ideale.

Tutto ciò ha delle importantissime ricadute sia a livello filosofico sia a livello psicologico. Se quanto detto ha una sua ragion d'essere, allora l'errore fondamentale dell'io è esattamente la pretesa, cioè l'inganno del ritenersi assoluto, di non accettare il limite, di non riconoscersi mancante e, dunque, di non disporsi a ricercare.

Del resto, l'assolutizzazione dell'io sembra l'operazione più facile da compiere, stante che è la condizione naturale stessa che suggerisce all'io l'idea di essere al centro del mondo, di essere anzi il fondamento del mondo: è a muovere dall'io che si coglie il mondo, è nell'orizzonte dell'io che si incontrano gli altri, è l'io che decide di cercare la verità. E tuttavia, questo io, che sembra la radice stessa del reale, non è reale autenticamente, e non lo è proprio perché non è in grado di legittimarsi, non è sufficiente a se stesso, non è autonomo, non è libero, non è assoluto.

L’errore, dunque, coincide con il pre-tendere, che è la negazione stessa dello in-tendere: se la pretesa dell'io è quella di valere come assoluto, di contro l'intenzione coincide con la coscienza di non esserlo, dunque con la coscienza della necessità di tendere oltre se stessi, con l'accettazione del limite, che è anche il suo autentico superamento.

La questione inerente alla dialettica tra il pre-tendere e l'in-tendere è centrale nella definizione della costituzione ontologica della soggettività. In essa, infatti, si esprimono, da una parte, il conato autoconservativo, che induce l'io ad attaccarsi a se stesso - nella insensata speranza che sia proprio questo attaccamento a preservarlo dall’errore e dallo smarrimento, sempre incombenti -, dall’altra, la sua stessa intenzionalità, che lo porta ad intendere la verità come ulteriorità, dunque come emergenza, come oltrepassamento.

 

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MIO MALE È SAPERMI IMPOTENTE

 

Antonello Lotti, foto personale, 2007

Antonello Lotti, foto personale, 2007

 

 

Mio male non è l'orrendo drago

che pure mi addenta e mi avvinghia

su per il corpo come

il Serpente sull'albero della vita

 

Mio male è sapermi impotente

a dire il tuo dramma, mio Dio,

di fronte allo stesso male:

il tuo patire della nostra pena

di saperci così infelici.

 

O di non cantare con degni canti

la festa che fai quando

un bimbo è felice

e un disperato torna a sperare...

 

[David Maria Turoldo, Non è l'orrendo drago, dalla raccolta Ultime poesie, Garzanti, Milano 1999]

 

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LA RAGIONEVOLE VOLONTÀ

 

Non è assolutamente facile comprendere e chiarire - soprattutto a se stessi - un tema di così vasta portata, poiché implica situazioni e decisioni che interessano molto profondamente la vita. E qui non intendo proporre né soluzioni né dibattiti, ma solo alcuni testi per la riflessione personale. Il vero problema della vita non è trovare risposte ma farsi le domande giuste, quelle che servono ad andare avanti nel nostro percorso terreno. E qui non posso che farmi alcune domande: al di là del problema contingente, che cosa si intende per dignità dell'uomo? E per volontà ragionevole? La decisione dell'uomo è realmente libera e l'uomo è realmente capace di decidere liberamente? Dinanzi alla sofferenza che fa parte della vita come dato essenziale e primario per alcuni, ha senso parlare di vita piena e dignitosa? E come si fa a discernere il limite tra l'accettazione della morte inevitabile o le cure visto che la scienza continua ad avanzare e lo stesso limite viene sempre di più spostato in avanti? La coscienza dell'uomo ha un valore in questi casi oppure deve essere abbandonata ai principi morali? Io non mi sento di giudicare, né di considerare legittima o meno, sul piano morale, una certa decisione. Ma cerco di comprendere mettendomi, umilmente, nei panni di chi vive un dramma che non può certo essere liquidato con due note di catechismo, un editoriale di giornale o brani da un sito internet come questo. 

 

Che cosa proibisce il quinto comandamento? Proibisce come gravemente contrario alla legge morale l'eutanasia diretta, che consiste nel mettere fine, con un atto o l'omissione di un'azione dovuta, alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte. Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, essa è moralmente inaccettabile. Così un'azione oppure un'omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un'uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L'errore di giudizio nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest'atto omicida, sempre da condannare e da escludere. L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie e sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da colore che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente. Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.

Qual è la radice della dignità umana? La dignità della persona umana si radica nella creazione ad immagine e somiglianza di Dio. Dotata di un'anima spirituale e immortale, d'intelligenza e di libera volontà la persona umana è ordinata a Dio e chiamata, con la sua anima e il suo corpo, alla beatitudine eterna. La persona umana partecipa alla luce e alla forza dello Spirito divino. Grazie alla ragione è capace di comprendere l'ordine delle cose stabilito dal Creatore. Grazie alla sua volontà è capace di orientarsi da sé al suo vero bene. Trova la propria perfezione nel cercare e nell'amare il vero e il bene.

 

[tratto da: Compendio, n. 470; 358; Catechismo, n. 2277-9; 1704]

 

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Antonello Lotti, Orvieto, Pozzo di San Patrizio, foto personale, 2007

Antonello Lotti, Orvieto, Pozzo di San Patrizio, foto personale, 2007

 

 

 

LA VERA VITA

 

C'è un bellissimo film che il mio amico Alessandro, grande appassionato di cinema e storie, mi ha fatto conoscere; si tratta di Mare dentro di Alejandro Amenábar, regista cileno. Narra la storia vera, opportunamente adattata, di Ramón Sampedro, spagnolo della Galizia, il quale, a venticinque anni, tuffandosi come d'abitudine in mare, ha un incidente che gli procura la frattura di una vertebra cervicale con una conseguente paralisi totale. Da quel momento, assistito amorevolmente ma con grande sacrificio dalla famiglia di suo fratello, inizia un percorso giuridico al fine di ottenere, dai tribunali spagnoli, la possibilità di ricorre all'eutanasia. Impossibilitato da cavilli e sentenze, da discussioni teologiche e morali di vario genere, riesce comunque nel suo intento attraverso un meccanismo di passaggi, che, almeno per la legge deresponsabilizzano gli attori di questa vicenda. Nel 1998, dopo trent'anni dalla paralisi, muore volontariamente, come aveva da sempre desiderato. "La vera vita" è il titolo che compare nel libro per questa lettera. 

 

Caro dio, 

in maggiore o minor grado, tutte le religioni propongono la sofferenza come mezzo di purificazione spirituale. Secondo loro la vera vita è dopo la morte. Perché siamo arrivati allo stato razionale, allora? Per trasformarci in individui con la vocazione alla sofferenza? Per convincerci di solito ricorrono all'esempio nobile di chi soffre pazientemente. Ma se alcuni esseri umani, per capire quanto sono fortunati, hanno bisogno di veder soffrire gli altri, è perché non sono capaci di amare. Non c'è dunque nessuna volontà suprema che priva la persona del diritto legittimo di liberarsi dalla sofferenza, ma solo la corruzione morale dell'essere umano che si è trasformato in parassita del dolore altrui, se ciò gli dà qualche beneficio o soddisfazione personale. 

La peggiore corruzione morale dell'essere umano è senza dubbio aver cercato di giustificare la sofferenza come mezzo per guadagnarsi la benevolenza del principio creatore della vita, il padre.

Uno dei fondamenti comuni di tutte le religioni o filosofie che propongano la perfezione etica e morale dell'essere umano è la rinuncia e il sacrificio in funzione del valore superiore... in teoria.

Se è eticamente esemplare rinunciare alla bramosa schiavitù di alcuni sensi. Se è esemplare rinunciare al piacere che può darci qualsiasi bene materiale quando comporta la sofferenza, lo sfruttamento e l'abbrutimento altrui. Se la vita è un bene superiore, rinunciarvi volontariamente è un atto perlomeno degno di essere rispettato e tollerato da coloro che si proclamano difensori della vita. Rinunciare alla vita è il maggior sacrificio che possa compiere un essere umano. La vita non è banale. La sofferenza incurabile è alquanto superflua: un'umanità che la giustifichi col pretesto dell'etica è moralmente corrotta. Una giustizia che si avvalga di ambiguità concettuali, linguistiche e formali per non rispondere alla richiesta di un diritto che la ragione considera universale segna la sconfitta della ragione stessa. La sconfitta della ragione è la sconfitta della giustizia. E la sconfitta della giustizia è l'inferno.

Non pare anche a te?

 

[tratto da: Ramón Sampedro, Mare dentro. Lettere dall'inferno, Mondadori, Milano 2006]

 

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LA MORTE NON VIENE UN VOLTA SOLA

 

Il brano che segue di Lucio Anneo Seneca è tratto dalle Lettere morali a Lucilio, un libro che era particolarmente caro alla nonna della mia amica Francesca. Spero che la saggezza del filosofo e scrittore latino (morto a Roma il 65 d.C.) possa illuminare, così come credo avesse fatto con lei, anche le nostre vite.

 

Che necessità c'è di chiamare i guai, di anticiparseli se, quando arriveranno, dovrai sopportarli già abbastanza presto; perché rovinarsi il presente per timore del futuro? Senza dubbio è da pazzi essere infelice oggi, perché un giorno o l'altro potresti essere infelice. Ma io voglio condurti alla serenità per un'altra strada: se vuoi liberarti da ogni preoccupazione, pensa che avverrà senz'altro quello che temi e, qualunque sia quel male, misuralo con te stesso e poi valuta attentamente la tua paura: sicuramente ti renderai conto che il male temuto o non è grave o non durerà a lungo. Non è difficile trovare esempi confortanti: ogni epoca ne ha. Richiama alla memoria un periodo qualsiasi della storia nazionale ed estera: ti si presenteranno uomini insigni o per i loro grandi progressi spirituali o per i nobili slanci. Se subirai una condanna, ti può capitare qualcosa di più penoso che l'esilio o il carcere? O qualcosa di più temibile che la tortura o la morte? Esamina questi mali uno per uno e rievoca gli uomini che li hanno disprezzati: non dovrai cercarli, ma solo operare una scelta. Potrei raccontarti che Catone, in quella famosa ultima notte, leggeva un libro di Platone con la spada posata vicino alla testa. Si era procurato in quel momento supremo questi due strumenti: uno che rafforzasse la sua decisione di morire, l'altro che la rendesse possibile. Disposte le sue cose come meglio poteva in quelle circostanze terribili ed estreme, decise di agire in modo che nessuno potesse uccidere Catone, o gli toccasse di salvarlo; e afferrata la spada che fino a quel giorno non aveva mai macchiato di sangue, disse: «Fortuna, non hai ottenuto nulla contrastando i miei tentativi. Fino ad oggi non ho lottato per la mia libertà, ma per quella della patria e non agivo con tanta determinazione per vivere libero, ma per vivere tra uomini liberi: ora, poiché la condizione del genere umano è disperata, possa Catone mettersi al sicuro.» Poi si inferse la ferita mortale; quando i medici gliela suturarono, benché avesse perso sangue e forza, ma non coraggio, irato non tanto con Cesare quanto con se stesso, cacciò le mani nude nella ferita e non spirò ma scagliò via la sua anima generosa e sprezzante di ogni potenza.

È mia intenzione raccogliere questi esempi non per esercitare la mente, ma per farti coraggio contro il male ritenuto il peggiore; e riuscirò più facilmente nel mio proposito mostrandoti che non solo uomini coraggiosi hanno affrontato con sprezzo il momento della morte, ma che alcuni, vili in altre circostanze, in questa occasione hanno emulato il coraggio dei più forti; per esempio il famoso Scipione, suocero di G. Pompeo; egli, spinto sulle coste africane da venti contrari, vedendo che la sua nave era caduta in mano nemica, si trafisse con la spada, e a chi chiedeva dove fosse il generale: «Il generale sta bene», rispose. Questa frase lo ha reso degno dei suoi antenati e ha perpetuato la fatale gloria degli Scipioni in Africa. Fu una grande impresa vincere Cartagine, ma ancora più grande fu vincere la morte. «Il generale sta bene»: doveva forse morire diversamente un generale e per di più il generale di Catone? Non ti richiamo alle vicende storiche, e nemmeno voglio raccogliere da tutte le epoche quegli uomini, e sono numerosissimi, che hanno disprezzato la morte. Guarda a questi nostri tempi, di cui lamentiamo la rilassatezza e l'amore dei piaceri: vedrai persone di ogni ceto sociale, di ogni condizione, di ogni età, i quali hanno troncato i loro mali con la morte. Credimi, Lucilio, la morte è così poco temibile che proprio per merito suo non dobbiamo temere nulla. Ascolta, perciò tranquillo le minacce del tuo nemico; la tua coscienza ti dà fiducia, ma, poiché hanno il loro peso anche fattori estranei al processo, spera, sì, in una sentenza veramente giusta, ma preparati anche a una totalmente ingiusta. E innanzi tutto ricordati di spogliare gli avvenimenti dal tumulto che li accompagna e di considerarli nella loro essenza: capirai che in essi non c'è niente di terribile se non la nostra paura. Ciò che vedi succedere ai fanciulli, succede anche a noi che siamo solo dei fanciulli un po' più grandi: quando vedono mascherate le persone che amano e con le quali hanno una consuetudine di giochi e di vita, si spaventano: anche alle cose, come agli uomini, bisogna togliere la maschera e restituire loro il vero aspetto. Perché mi mostri spade, fuoco e una turba di carnefici fremente intorno a te? Togli di mezzo questo apparato sotto il quale ti nascondi e atterrisci gli sciocchi: tu sei la morte, per te or ora un mio servo, una mia ancella, hanno mostrato disprezzo. Perché tu di nuovo mi spieghi davanti con grande messa in scena flagelli e strumenti di tortura? Perché mi mostri arnesi diversi per tormentare le varie articolazioni e mille altri macchinari per straziare un uomo brano a brano? Lascia da parte questi strumenti di terrore; fa' cessare i gemiti, le grida e gli urli lancinanti strappati con la tortura: tu sei il dolore che il podagroso disprezza, che l'ammalato di stomaco sopporta in mezzo ai piaceri del pranzo, che la giovane donna soffre con coraggio durante il parto. Se ti posso sopportare, sei leggero; se non posso, durerai poco.

Rifletti su queste parole che hai spesso udito e spesso pronunciato; prova ora coi fatti che hai ascoltato, che hai parlato con sincerità; sovente ci rinfacciano un comportamento davvero vergognoso: discutiamo di filosofia, ma non la mettiamo in pratica. Come? Che ti minaccia la morte, l'esilio, il dolore l'hai capito ora per la prima volta? Sei nato con questo destino; qualunque cosa possa accadere pensiamola come se fosse certa. Hai sicuramente agito come ti suggerisco, lo so: ora, però ti esorto a non sommergere il tuo spirito in queste preoccupazioni; si indebolirà e avrà meno vigore al momento in cui dovrà levarsi a combattere. Volgilo dai tuoi problemi personali a quelli generali; ripetigli che hai un corpo mortale e fragile; sofferenze possono infliggergliene non solo la violenza o la forza dei più potenti; i piaceri stessi si volgono in tormenti: i pranzi provocano indigestioni, l'ubriachezza torpore e tremiti nervosi, la lussuria può deformare piedi, mani e tutte le articolazioni. Diventerò povero: sarò tra i più. Andrò in esilio: penserò di esser nato là dove mi manderanno. Sarò incatenato: e allora? Sono forse libero adesso? La natura mi ha vincolato a questo grave peso: il corpo. Morirò: è come se tu dicessi: non correrò più il rischio di ammalarmi, di essere messo in catene, di morire.

Non sono tanto ottuso da recitare a questo punto la litania epicurea e ripetere che sono falsi gli spauracchi dell'oltretomba; Issione non gira legato a una ruota, Sisifo non spinge con le spalle un masso su per una salita, a nessuno possono ogni giorno ricrescere ed essere divorate le viscere: non c'è uomo così infantile da temere Cerbero, le tenebre e gli spettri sotto forma di nudi scheletri. La morte o ci consuma o ci spoglia; se ci libera dal peso del corpo, rimane la parte migliore di noi; se ci consuma, di noi non resta niente; beni e mali scompaiono allo stesso modo. Permettimi a questo punto di citare un tuo verso; bada, però: non lo hai scritto solo per gli altri, ma anche per te. È vergognoso dire una cosa e pensarne un'altra: ma scrivere una cosa e pensarne un'altra lo è ancora di più. Ricordo che una volta hai trattato questo argomento: noi non precipitiamo all'improvviso nella morte, ma ci avviciniamo a poco a poco. Moriamo ogni giorno: ogni giorno ci viene tolta una parte della vita e anche quando ancora cresciamo, la vita decresce. Abbiamo perduto l'infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri è ormai perduto; anche questo giorno che stiamo vivendo lo dividiamo con la morte. Come la clessidra non la vuota l'ultima goccia d'acqua, ma tutta quella defluita prima, così l'ora estrema, che mette fine alla nostra vita, non provoca da sola la morte, ma da sola la compie; noi vi giungiamo in quel momento, da tempo, però, vi siamo diretti. Dopo aver delineato questi concetti con il tuo solito linguaggio, sempre sostenuto e tuttavia mai più penetrante di quando metti le parole al servizio della verità, scrivi:

La morte non viene una volta sola: quella che ci porta via è l'ultima morte.

È meglio che tu legga te stesso invece della mia lettera; capirai che questa da noi temuta, è la morte estrema, non la sola.

So dove guardi: cerchi che cosa ho inserito in questa lettera, che massima coraggiosa, che insegnamento utile di un qualche autore. Ti manderò dei pensieri sull'argomento in questione. Epicuro biasima chi brama la morte non meno di chi la teme e afferma: "È ridicolo correre verso la morte per stanchezza della vita, quando è il tuo sistema di vita che ti fa correre incontro alla morte." E ancora in un altro passo: "Che c'è di tanto ridicolo quanto cercare la morte, se proprio per paura della morte ti sei reso la vita impossibile?" Aggiungi anche un'altra considerazione simile: è tanta la stupidità, anzi la follia degli uomini, che alcuni sono spinti alla morte dal timore della morte. Medita su uno qualsiasi di questi pensieri, rafforzerai il tuo animo a sopportare o la morte o la vita; dobbiamo essere consigliati e incoraggiati sia a non amare troppo la vita, sia a non odiarla troppo. Anche quando la ragione ci spinge a farla finita, non prendiamo risoluzioni sconsiderate e avventate. L 'uomo forte e saggio non deve fuggire dalla vita, ma uscirne: e soprattutto eviti uno stato d'animo comune a molti: la smania di morire. Lucilio mio, come per altre cose, anche per la morte c'è una propensione inconsulta: spesso assale gli uomini generosi e impavidi, spesso gli ignavi e i deboli: gli uni sprezzano la vita, gli altri ne sono gravati. In certi si insinua la sazietà di fare e di vedere sempre le stesse cose, e non l'odio, ma il disgusto della vita; vi scivoliamo spinti dalla filosofia stessa e ci chiediamo: «Fino a quando le medesime cose? Mi sveglierò dormirò mangerò avrò fame, avrò freddo, avrò caldo. Niente finisce, ogni cosa è concatenata in un circolo chiuso; fugge e insegue; la notte incalza il giorno, il giorno la notte, l'estate finisce nell'autunno, l'autunno è inseguito dall'inverno, che è chiuso dalla primavera; tutto passa per ritornare. Non faccio niente di nuovo, non vedo niente di nuovo e un bel giorno tutto questo viene a nausea.» Ci sono molti che la vita non la giudicano penosa, ma superflua.

 

[tratto da: Seneca, Lettere morali a Lucilio, Libro I, n. 24]

 

 

 

Antonello Lotti, Orvieto, Duomo (part.facciata), foto personale, 2007

Antonello Lotti, Orvieto, Duomo (part.facciata), foto personale, 2007

 

 

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L'ORA DELL'IMPAZIENZA

 

Traggo da Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar (1903-1987) questo brano dal capitolo "Patientia". Tutti i più grandi della storia si sono confrontati, in rapporto alla loro funzione pubblica, con il problema della morte, del male e della possibilità del suicidio dinanzi ad una prospettiva di sofferenza lenta e continua, inesorabile. D'altronde, il concetto di dignità umana era strettamente legato al ruolo o al rango sociale di un individuo. E l'invalidità corporea (malattia, infermità o menomazioni di qualunque tipo) era una diminuzione della propria dignità ed utilità sociale. Il brano, bellissimo nella sua sofisticata narrazione, ci illumina su ciò che poteva percorrere la mente di un grande personaggio. Sono riflessioni che possono rendersi attuali e farci comprendere che, spesso, il male sofferto in solitudine è una tentazione potente per terminare prima del tempo il nostro cammino terreno. A volte l'affetto che ci contorna ci fa riprendere possesso di se stessi, ma non sempre è occasione di ripensamento, a volte non basta neanche quello. Al termine, possiamo pensare con Adriano che la morte non è solo frutto di decisione personale (così come la nascita che ci è donata), rifugio dalle traversie di questo mondo e che la vita, fino all'ultimo, può insegnarci qualcosa di importante, se solo sappiamo usare pazienza, ossia la capacità di attendere fino alla fine che si compia il nostro destino.

 

Un giorno ho accordato al filosofo Eufrate il permesso di suicidarsi. Nulla mi sembrava più semplice: un uomo ha il diritto di stabilire in quale momento la sua vita cessa d'essere utile. Non sapevo, allora, che la morte può divenire oggetto d'un amore cieco, d'una fame come quella dell'amore. Non avevo previsto le notti in cui avrei arrotolato il balteo intorno alla mia daga, per costringermi a riflettere due volte prima di servirmene. Arriano solo ha intuito il segreto di questo duello senza gloria contro il vuoto, l'aridità, la stanchezza, il disgusto d'esistere, che sbocca nel desiderio di morire. Volevo morire: non volevo soffocare; la malattia disgusta della morte; si vuol guarire, che è una maniera di voler vivere. Ma la debolezza, la sofferenza, mille miserie corporali dissuadono ben presto il malato dal provarsi a risalire la china: non si vuol saperne di tregue che sono tranelli, di forze vacillanti, di ardori incompleti, di questa perpetua attesa della prossima crisi. 

Mi riprese l'ossessione della morte, ma, questa volta, a provocarla erano cause visibili, confessabili; non avrebbe potuto sorriderne nemmeno il mio peggiore nemico. Nulla mi tratteneva più: si sarebbe ben compreso che l'imperatore, ritiratosi nella sua casa di campagna dopo aver sistemato gli affari del mondo, prendesse le misure necessarie per facilitare la propria fine. Ma la sollecitudine dei miei amici equivale a una sorveglianza assidua: ogni malato è un prigioniero. Non mi sento più la forza che mi ci vorrebbe per immergere la daga nel punto esatto, segnato un giorno con inchiostro rosso all'altezza del cuore. Per preparare il suicidio avrei dovuto adottare le precauzioni d'un assassino che predispone il colpo. Avevo la fiducia più completa in Giolla, il giovane medico d'Alessandria che Ermogene s'era scelto come sostituto durante la sua assenza l'estate scorsa. Aveva ritrovato la formula dei veleni straordinariamente sottili scoperti un giorno dal chimico di Cleopatra. Gli bastò un cenno per comprendermi; mi compiangeva; non poteva che darmi ragione. Ma il suo giuramento ippocratico gl'interdiceva di somministrare a un malato una droga nociva, sotto qualsiasi pretesto; rifiutò, irrigidendosi nel suo onore di medico. Insistetti; divenni perentorio; impiegai tutti i mezzi per tentare d'impietosirlo o corromperlo; sarà lui l'ultimo uomo che ho supplicato. Vinto, mi promise di andare a prendere la dose del veleno. L'attesi invano fino alla sera. Sul tardi, nella notte, seppi con orrore che l'avevano trovato morto nel laboratorio, una fiale di vetro tra le mani. Quel cuore schivo da compromessi aveva trovato questo mezzo per restare fedele al suo giuramento senza rifiutarmi nulla.

L'indomani Antonino mi si fece annunciare: l'idea che un uomo che egli s'era abituato ad amare e venerare come un padre soffrisse tanto da cercar la morte gli era insopportabile. Gli pareva d'aver mancato ai suoi obblighi di figlio. Mi prometteva di unire i suoi sforzi a quelli delle persone che mi stavano intorno per curarmi, per portare sollievo ai miei mali, rendermi la vita amabile e dolce sino all'ultimo, fors'anche guarirmi. Contava su di me perché continuassi a guidarlo e istruirlo il più a lungo possibile. So quel che valgono queste dichiarazioni, queste ingenue promesse; vi trovo tuttavia un sollievo, un conforto. Le semplici parole di Antonino mi hanno convinto; prima di morire, riprendo possesso di me stesso. Patientia: ieri ho visto Domizio Rogato, incaricato di presiedere a un nuovo conio; gli ho dato questo motto, la mia ultima parola d'ordine. L'esistenza m'ha dato molto, o perlomeno io ho saputo ottenere molto da lei; in questo momento, come ai tempi in cui ero felice, e per ragioni completamente opposte, mi sembra che non abbia più niente da offrirmi; ma non sono certo di non avere più nulla da imparare da lei. Ascolterò fino all'ultimo le sue istruzioni segrete.

Per tutta la vita, mi sono fidato della saggezza del mio corpo; ho cercato di assaporare con criterio le sensazioni che questo amico mi procurava; devo a me stesso d'apprezzarne anche le ultime. Non respingo più quest'agonia fatta per me, questa fine lentamente elaborata dal fondo delle mie arterie, forse ereditata da un antenato, preparata poco a poco da ciascuno dei miei atti nel corso della mia vita. L'ora dell'impazienza è passata; al punto in cui sono, la disperazione sarebbe di cattivo gusto tanto quanto la speranza. Ho rinunciato a precipitare la mia morte.

 

 

Antonello Lotti, foto personale, 2007

Antonello Lotti, foto personale, 2007

 

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