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INDICE
DI APPUNTI E SUGGESTIONI
Il
numero 10 di APPUNTI E SUGGESTIONI parte da una riflessione sui
numeri simbolici di Cristo, tratta dal De Trinitate di Agostino.
Di simboli si parla anche nell'ultimo estratto a proposito dei Rosacroce.
Per il resto, il silenzio domina la pagina. In un certo senso il
silenzio stesso è un simbolo (più che una realtà) poiché assume
diversi significati a seconda dei contesti: Panikkar ce lo svela.
Fra i silenzi terribili c'è quello delle nostre città, popolate di
anonime presenze silenziose: Carlo Carretto ci permette di
riflettere su quanto sia importante cogliere un senso di ulteriorità,
di trascendenza nella realtà che viviamo, scoprire un senso che dia
significato al nostro vivere, dovunque e comunque si svolga, nel cuore
delle città e della notte. Alda Merini ci viene a ricordare che
è proprio nel cuore delle notti che gli angeli giocano con il nostro
cuore, soprattutto se semplice, come quello di un bambino.
INDICE

Natività,
Romanico spagnolo del XIII sec., Barcellona, Museu Art de Catalunya
I
NUMERI SIMBOLICI DI CRISTO
Questo
brano di Agostino, tratto dall'opera La Trinità (Libro IV)
è particolare, vista la sua attenzione ai numeri simbolici, che si trovano nella Bibbia. Dell'importanza dei numeri,
anche e soprattutto in senso mistico, però, lo afferma lo stesso
Autore, quando dice, sul finale del brano: «Per quanto riguarda le ragioni
per cui questi numeri sono ricordati nella Sacra Scrittura, forse qualcuno
ne scoprirà di preferibili alle mie, o altrettanto probabili o anche più
probabili di queste. In ogni caso nessuno sarà così sciocco e di cattivo
gusto da sostenere che la loro presenza nella Sacra Scrittura è priva di
importanza e che la loro frequenza non è caratterizzata da intenzioni
mistiche».
“Uno”
in Cristo corrisponde a “due” in noi per la nostra salvezza
3.
5. Per il momento urge spiegare, per quanto Dio lo concede, come tra noi e
Gesù Cristo, Signore e Salvatore nostro, esista il rapporto di due a
uno e come esso contribuisca alla nostra salvezza. Noi certamente, e
nessun cristiano ne dubita, siamo morti nell’anima e nel corpo:
nell’anima per il peccato, nel corpo per il castigo del peccato e perciò
anche nel corpo a causa del peccato. Queste nostre due realtà,
l’anima e il corpo, necessitavano di una medicina e di una risurrezione
per rinnovare in meglio ciò che era stato mutato in peggio. Ora la morte
dell’anima è l’empietà, e la morte del corpo è la corruttibilità,
che causa la separazione dell’anima dal corpo. Come infatti l’anima
muore quando Dio l’abbandona, così il corpo muore quando l’abbandona
l’anima: la prima perde così la saggezza, il secondo la vita. L’anima
risuscita grazie alla penitenza e in un corpo mortale ha inizio una vita
nuova ad opera della fede con la quale si crede in Colui che ha
giustificato l’empio, vita che viene sviluppata con la virtù e
fortificata di giorno in giorno nella misura in cui sempre più l’uomo
interiore si rinnova. Il corpo invece, che è come l’uomo
esteriore, quanto più è lunga questa vita presente, sempre più si
corrompe per l’età, per le infermità, per tante afflizioni fino a
che giunge all’ultima che tutti chiamano morte. La sua risurrezione è
differita fino alla fine, quando anche la nostra giustificazione sarà
compiuta in maniera ineffabile. Allora infatti saremo simili a lui
perché lo vedremo com’è. Ora
invece, fin quando il corpo corruttibile pesa sull’anima,
e la vita dell’uomo sulla terra
è una continua lotta, nessun vivente viene giustificato davanti a lui,
in paragone con quella giustizia che ci eguaglierà agli Angeli e con
quella gloria che si manifesterà in noi. Ora, per distinguere la
morte dell’anima dalla morte del corpo, perché dovrei ricordare troppo
numerose testimonianze, dato che il Signore nel Vangelo ha dato in un solo
passo un principio comodo a tutti per discernere l’una dall’altra?
Egli dice: Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Per morti
da seppellire intendeva i corpi, ma per seppellitori morti intendeva
coloro che sono morti nell’anima a causa dell’empietà della loro
incredulità, come coloro cui si rivolge l’apostrofe dell’Apostolo: Svegliati,
o dormiente, e sorgi dai morti e ti illuminerà Cristo. Una specie di
morte lamenta l’Apostolo anche quando parlando della vedova dice: Quella
che trascorre l’esistenza in mezzo alle delizie, pur vivendo è morta.
Si può dire che l’anima ormai pia, dopo esser stata empia, è
risuscitata dalla morte grazie alla giustizia della fede e vive.
Per quanto riguarda il corpo non soltanto è detto che morirà per la
separazione futura dell’anima ma è anche detto morto per l’estrema
debolezza della carne e del sangue, quando l’Apostolo afferma: Il
corpo è morto a causa del peccato ma lo spirito è la vita in grazia
della giustizia. Questa vita è opera della fede perché il giusto
vive di fede. Ma qual è il seguito del passo? Che se lo spirito di
colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha
risuscitato Gesù Cristo dai morti renderà la vita anche ai vostri corpi
mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.
Per
la nostra duplice morte il Salvatore ha dato la sua unica
3.
6. Ecco dunque che per togliere le nostre due morti il Salvatore ha pagato
con una sola morte da parte sua e per procurare ambedue le nostre
risurrezioni ha preposto e proposto come sacramento ed esempio una sola
risurrezione da parte sua. Infatti non fu né peccatore, né empio in modo
da aver necessità di rinnovarsi secondo l’uomo interiore, come se fosse
uno spirito morto, e da essere richiamato alla vita della giustizia, come
ravvedendosi. Ma rivestito di carne mortale, non morendo che per essa, non
risuscitando che per essa, per essa sola si mise in armonia con noi per la
morte e la risurrezione, facendosi in essa sacramento dell’uomo
interiore e modello di quello esteriore. Al sacramento del nostro uomo
interiore si riferisce, per significare la morte della nostra anima, quel
gemito di Cristo non solo nel Salmo, ma anche sulla croce: Dio mio, Dio
mio, perché mi hai abbandonato?. A questo grido corrisponde bene la
parola dell’Apostolo: Resi persuasi di questo, che l’uomo vecchio
nostro è stato crocifisso con lui, affinché fosse distrutto il corpo del
peccato in modo da non essere più schiavi del peccato. Crocifissione
dell’uomo interiore sono i dolori della penitenza e le torture salutari
della continenza. Una morte questa che sopprime la morte del peccato in
cui Dio non ci lascia. E così questa croce distrugge il corpo del
peccato, perché non offriamo più le nostre membra al peccato come
strumenti di iniquità, poiché, se l’uomo
interiore si rinnova di giorno in giorno,
è evidente che prima di rinnovarsi era vecchio. È nell’interno
che si realizza ciò che lo stesso Apostolo dice: Spogliatevi
dell’uomo vecchio e rivestitevi del nuovo. E ne spiega il
significato più avanti: Perciò lasciate la menzogna e ciascuno parli
secondo la verità. Dove ci si
spoglia della menzogna se non nell’interno perché abiti sul
santo monte di Dio, colui che parla secondo la verità, nel profondo del
suo cuore? Che la risurrezione del
corpo del Signore interessi anche il mistero della nostra risurrezione
interiore appare dal passo in cui Cristo, dopo la risurrezione, dice alla
donna: Non toccarmi; io non sono ancora asceso al Padre mio. Con
questo mistero concorda la parola dell’Apostolo: Se dunque siete
risuscitati con Cristo, cercate le cose dell’alto dov’è il Cristo,
assiso alla destra di Dio; gustate le cose dell’alto. Non toccare
Cristo, se non dopo l’ascensione al Padre, significa non avere per
Cristo un attaccamento sensibile. Ad esempio poi della morte del nostro
uomo esteriore vale la morte corporale del Signore, perché è soprattutto
con una tale passione che ha incoraggiato i suoi servi a non temere coloro
che uccidono il corpo ma non possono uccidere l’anima.
Per questo dice l’Apostolo: Da parte mia completo nella mia carne
quello che manca ai patimenti di Cristo.
E ad esempio della risurrezione del nostro uomo esteriore vale la
risurrezione del corpo del Signore, perché egli disse ai discepoli: Palpate
e vedete; uno spirito non ha ossa e carne come vedete che io ho.
Ed uno dei suoi discepoli, inoltre, tastando le sue cicatrici
esclamò: Signore mio e Dio mio. Nella evidente e totale integrità
della sua carne apparve chiara la verità di ciò che aveva detto ai
discepoli per incoraggiarli: Nemmeno un capello del vostro capo perirà.
Perché infatti, dopo aver detto dapprima: Non toccarmi, non sono
ancora asceso al Padre mio, si lascia poi toccare dai suoi discepoli
prima di ascendere al Padre, se non per suggerire in un caso il sacramento
dell’uomo interiore e per offrire nell’altro un modello di quello
esteriore? O ci sarà per caso qualcuno così stolto e così nemico della
verità da avere il coraggio di dire che prima dell’ascensione si lasciò
toccare dagli uomini, ma dalle donne soltanto dopo l’ascensione?
È dunque al modello della nostra futura risurrezione corporale, offerto
anticipatamente nel Signore, che si riferiscono queste parole
dell’Apostolo: Prima di tutti Cristo, poi quelli che sono di Cristo.
In questo passo si tratta precisamente della risurrezione del corpo, a
proposito della quale dice anche: Trasformerà il corpo della nostra
umiliazione, rendendolo simile al corpo della sua gloria. Perciò
l’unica morte del nostro Salvatore ha rimediato alle nostre due morti.
L’unica sua risurrezione ha donato a noi due risurrezioni, avendo
concorso il suo corpo come opportuna medicina, in ambedue le direzioni
della morte e della risurrezione, come sacramento per il nostro uomo
interiore e come esempio per il nostro uomo esteriore.
Il
rapporto di semplice a doppio ha la sua fonte nella perfezione del numero
sei
4.
7. Questo rapporto del semplice al doppio ha la sua origine nel numero
tre. Uno più due fanno tre e la somma dei numeri di cui ho parlato dà
come totale sei: infatti uno più due, più tre, fanno sei. Il numero sei
si chiama perfetto perché si compone delle sue parti. Comprende in sé le
tre frazioni seguenti: la sesta parte, la terza parte, la metà, né vi si
può trovare un’altra frazione di valore determinato. Dunque la sesta
parte di sei equivale a uno, la terza a due, la metà a tre. Ora uno più
due, più tre, danno come totale sei. Tale perfezione è sottolineata
dalla Sacra Scrittura, soprattutto per il fatto che Dio in sei giorni
ha compiuto la sua opera, e nel sesto giorno fu fatto l’uomo ad
immagine di Dio. Inoltre nella sesta
età del genere umano il Figlio di Dio venne
nel mondo e si fece Figlio dell’uomo
per restaurarci ad immagine di Dio. Noi ci troviamo ora in questa
età, sia che si attribuiscano mille anni ad ogni età, sia che ci si basi
sui periodi veramente storici ed insigni ricordati dalla Sacra Scrittura.
La prima età va da Adamo a Noè e la seconda fino ad Abramo. Poi, secondo
la cronologia dell’evangelista Matteo, da Abramo a Davide, da Davide
fino alla deportazione in Babilonia, e da questo avvenimento al parto
della Vergine. Queste ultime tre età unite alle due precedenti fanno
cinque. Perciò la nascita di Cristo ha inaugurato la sesta, quella in cui
ci troviamo attualmente, e che durerà fino alla fine sconosciuta dei
tempi. Troviamo il numero sei con il suo simbolismo storico, anche se con
distribuzione tripartita contiamo un periodo prima della Legge, un
secondo sotto la Legge, un terzo sotto la grazia. In
quest’ultimo periodo riceviamo il sacramento della rigenerazione,
cosicché alla fine dei tempi, rinnovati totalmente dalla risurrezione
della stessa carne, saremo guariti da ogni malattia non solo dell’anima
ma anche del corpo. Per questo si può vedere una figura della Chiesa in
quella donna guarita e raddrizzata dal Signore e che prima era stata
curvata dall’infermità sotto le catene di Satana. Di questi nemici
occulti si lamenta la voce del Salmista: Hanno curvato la mia anima.
Ora, erano diciotto anni che questa donna era ammalata e perciò tre volte
sei anni. D’altra parte il numero dei
mesi di diciotto anni è eguale al cubo di sei, cioè a sei moltiplicato
per sei, moltiplicato ancora per sei. Proprio prima di questo episodio il
Vangelo parla di quell’albero di fico la cui misera sterilità datava da
tre anni. Il vignaiolo pregò di lasciarlo ancora per quell’anno: se
avesse dato frutto, bene, altrimenti sarebbe stato tagliato. Ora da una
parte con i tre anni si ritrova la precedente distribuzione tripartita, e
dall’altra parte il numero di mesi di tre anni è uguale al quadrato di
sei, cioè sei per sei.
Importanza
del numero sei nel computo dell’anno
4.
8. Basato sul numero sei è anche l’anno, in quanto si compone di dodici
mesi interi di trenta giorni ciascuno (tale era il mese che seguivano gli
antichi attenendosi alle fasi lunari): esso deve al numero sei la sua
importanza. Infatti il valore che ha il sei nel primo ordine dei numeri,
cioè in quello delle unità (dall’uno al dieci), lo ha il sessanta nel
secondo ordine, quello delle decine (dal dieci al cento). Perciò sessanta
giorni sono la sesta parte dell’anno. Di conseguenza se si moltiplica il
numero sessanta (che nella seconda serie, quella delle decine, ha lo
stesso valore del sei) per il numero sei (che fa parte della prima serie),
si ha sei volte sessanta, cioè trecentosessanta giorni, che fanno dodici
mesi interi. Però gli uomini mentre contano il mese secondo la
rivoluzione della luna, calcolano l’anno in base all’osservazione
della rivoluzione solare, per cui mancano cinque giorni e un quarto perché
il sole completi il suo corso e chiuda l’anno. Infatti quattro quarti
fanno un giorno, che si è obbligati a intercalare ogni quattro anni (e si
ha allora l’anno bisestile) per non sconvolgere il calendario. Anche se
consideriamo questi cinque giorni e un quarto, vediamo che il numero sei
è di grandissima importanza. Questo per due ragioni: primo perché, come
spesso succede, la parte si prende per il tutto e allora non abbiamo più
cinque giorni ma sei, essendo questo quarto di giorno contato per un
giorno intero; secondo perché i cinque giorni sono la sesta parte del
mese e la quarta parte del giorno consta di sei ore. Infatti il giorno
intero, ivi compresa la notte, si compone di ventiquattro ore, la cui
quarta parte, cioè la quarta parte del giorno, è appunto di sei ore. Così
nello svolgimento dell’anno il numero sei è quello che ha maggiore
importanza.
Il
numero sei nella formazione del corpo di Cristo
5.
9. Non senza ragione nella formazione del corpo del Signore, simboleggiato
dal tempio distrutto dai Giudei e che Cristo si riprometteva di restaurare
in tre giorni, il numero sei rappresenta un anno. Gli risposero
infatti i Giudei: Sono stati necessari quarantasei anni per edificare
il tempio.
Ora quarantasei volte sei fa duecentosettantasei, che è il numero di
giorni contenuto in nove mesi e sei giorni, tempo che si computa come se
fossero dieci mesi per le donne incinte. Non che tutte le donne arrivino
nella loro gravidanza a nove mesi e sei giorni, ma perché il corpo del
Signore ha impiegato tale numero di giorni per giungere a termine
perfettamente costituito, come risulta da una antica tradizione alla quale
si attiene l’autorità della Chiesa. Si crede che sia stato concepito il
venticinque marzo, che è anche il giorno della sua passione. Così il
sepolcro nuovo in cui fu sepolto, nel quale nessun morto fu posto
né prima né dopo, rassomiglia al seno della Vergine in cui fu concepito
e nel quale nessun mortale fu generato.
D’altra parte secondo la tradizione nacque il 25 dicembre. Ora dal
giorno della concezione a quello della nascita si hanno
duecentosettantasei giorni, numero uguale a quarantasei volte sei. In
quarantasei anni fu costruito il tempio,
perché nel numero di giorni corrispondente a quarantasei per sei si formò
completamente il corpo del Signore, distrutto dalla morte inflittagli e da
lui risuscitato dopo tre giorni. Infatti diceva questo del suo corpo,
come lo prova la testimonianza così chiara e forte del Vangelo: Come
Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio
dell’uomo starà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
Il
triduo della risurrezione in cui pure appare il rapporto di semplice a
doppio
6.
10. Ora questo periodo di tre giorni non fu pieno ed intero, come
testimonia la Scrittura. Il primo giorno consta della sola fine di una
giornata ed il terzo dell’inizio di una giornata ed ambedue si computano
come due giorni interi. Il giorno intermedio, cioè il secondo, è il solo
perfettamente completo, di ventiquattro ore, dodici di giorno e dodici di
notte. Infatti il Signore è stato prima condannato alla croce dai clamori
dei Giudei all’ora terza e si era nel giorno sesto della
settimana.
Poi fu appeso alla croce all’ora sesta e spirò all’ora nona.
Fu invece sepolto quando era già sera,
secondo il tenore delle parole del Vangelo, ossia: alla fine del giorno.
Comunque si consideri la questione, anche supponendo che si possa spiegare
diversamente come non sia contrario al Vangelo di Giovanni porre la
crocifissione all’ora terza,
il primo giorno non lo prendi intero. Dunque per il primo giorno si
considera come un giorno intero la sua ultima parte, come per il terzo
giorno la sua prima parte. Infatti appartiene al terzo giorno la notte
fino all’alba, quando fu resa manifesta la risurrezione del Signore, perché
Dio, che ha detto che la luce brilla nelle tenebre,
affinché la grazia del Nuovo Testamento e la partecipazione alla
risurrezione di Cristo ci facciano intendere queste parole: Eravate un
tempo tenebre ma ora siete luce nel Signore,
ci suggerisce in qualche modo che il giorno incomincia dalla notte. Come
infatti i primi giorni della creazione a causa della futura caduta
dell’uomo si computavano dalla luce alla notte,
così questi della risurrezione per la redenzione dell’uomo si computano
dalla notte alla luce. Perciò dall’ora della morte fino al mattino
della risurrezione vi sono quaranta ore, comprendendovi anche la stessa
ora nona. Questo numero coincide anche con i quaranta giorni della sua
vita sopra la terra dopo la risurrezione. Ed è assai frequente nella
Scrittura l’uso di questo numero per significare il mistero della
perfezione del mondo diviso in quattro parti. Perché il numero dieci ha
una sua perfezione e moltiplicato per quattro dà quaranta. Ora dalla sera
della sepoltura fino all’alba della risurrezione sono trentasei ore,
numero che equivale al quadrato di sei. Questo rientra nel rapporto tra
l’uno e il due, in cui si riscontra la proporzione più armoniosa.
Infatti il dodici sta al ventiquattro come l’uno al due e, sommati
insieme, fanno trentasei; una notte intera, un giorno intero, un’altra
notte intera; e da tutto questo non è assente il simbolismo che ho sopra
ricordato. Non è infatti assurdo paragonare lo spirito al giorno, il
corpo alla notte. Il corpo del Signore nella sua morte e risurrezione era
figura del nostro spirito e modello del nostro corpo. Anche così appare
dunque il rapporto dell’uno al due in queste trentasei ore, se si pone
il dodici in rapporto con il ventiquattro. Per quanto riguarda le ragioni
per cui questi numeri sono ricordati nella Sacra Scrittura, forse qualcuno
ne scoprirà di preferibili alle mie, o altrettanto probabili o anche più
probabili di queste. In ogni caso nessuno sarà così sciocco e di cattivo
gusto da sostenere che la loro presenza nella Sacra Scrittura è priva di
importanza e che la loro frequenza non è caratterizzata da intenzioni
mistiche. Le ragioni che da parte mia ho offerto le ho ricavate
dall’autorità della Chiesa, che ci hanno tramandato gli antichi, dalla
testimonianza della Scrittura, dalle leggi dei numeri e delle proporzioni.
Ora contro la ragione non andrà mai il buon senso, contro le Scritture il
senso cristiano, contro la Chiesa il senso della pace.
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IL
DESERTO NELLE NOSTRE CITTÀ

Antonello
Lotti, foto personale, 2006
Questo
brano tratto dal libro di Carlo Carretto, Il deserto nella
città, Edizioni Paoline, Roma 1984 (pp. 93 ss.) parla
dell'importanza del reale. Spesso non siamo in grado di cogliere, negli
avvenimenti e nei fatti della vita, un senso, soprattutto se in quegli
eventi c'è la presenza del male, della sofferenza, del dolore ad ampio
raggio. E soprattutto non riusciamo a cogliervi la presenza di Dio. Da
lì deduciamo che Dio non esiste se avvengono fatti di così grave
importanza. Ma l'Autore afferma: «Il reale Lui lo vide come volontà
del Padre in atto, le cose che passano come un discorso che deve essere
letto, gli avvenimenti come segni dei tempi che annunciavano il Regno e ne
preparavano la venuta».
Un
canto ricavato dal capitolo XVIII dell'Esodo dice così: «Faceva caldo
quel giorno quando Abramo stava seduto davanti alla sua tenda. Alzando gli
occhi guardò e vide tre uomini i piedi. Gli stavano davanti. Appena li
vide si inginocchiò fino a terra e disse: "O Signore mio non passare
ti prego senza fermarti. Vi porterò un po' d'acqua vi laverete i piedi e
poi andrete oltre. Vi porterò un boccone vi rifocillerete e poi andrete
oltre. Non per caso, non per niente siete passati oggi davanti a
me"».
Questa
frase che Abramo rivolge ai tre personaggi che passano vicino alla quercia
di Mambre in un pomeriggio di sole mi ha sempre impressionato. "Non
per caso, non per niente siete passati oggi davanti a me". Questa
verità potremmo scriverla su ogni avvenimento della vita nostra,
inciderla sulla prima pagina di ogni fatto storico, ricavarla da ogni
nostra sofferenza o gioia: "Non per caso, non per niente sei passato
oggi davanti a me" o dolore, o giorno, o notte, o morte.
Non
so se è capitato anche a voi, a me sì. Ho sovente avuto difficoltà a
cogliere gli aspetti degli avvenimenti, delle cose, del reale come facenti
parte di un tutt'uno dell'azione di Dio su di me o sulla storia degli
uomini. Mi è stato più facile sentire la presenza di Dio in una funzione
liturgica che nella lettura del giornale o nell'arrivo di un amico.
L'avvenimento di qualunque natura sia, è più muto di un tramonto di sole
o di una notte stellata. Specie se è caotico. O doloroso.
È
su questo tema che misuriamo la pochezza della nostra fede, la povertà
della nostra contemplazione sulle strade e, ciò che è più grave,
l'ampiezza della nostra alienazione nel fatto religioso. Il deserto nella
città non è facile viverlo proprio perché consideriamo la città fuori
dell'orbita di Dio, una specie di agglomerato caotico che sfugge alla sua
potenza e dove la sua volontà è inesorabilmente giocata dalla malvagità
degli uomini o dall'irrazionalità degli elementi della natura.
Non
parliamo poi degli avvenimenti dove si insinua il dolore, il male, la
morte. È finita. Lì Dio non esiste. Si direbbe che per noi Dio esista
solo nella trasparenza delle aurore o nella dolcezza di una festa; non
certo in un terremoto o in una malattia che ci porta all'ospedale.
Quando
veniamo urtati da un avvenimento anonimo abbiamo la sensazione di essere
sorpresi, giocati, dimenticati, feriti. Il reale diventa negativo, non ha
volto, non ha significato, non ci parla. Contro di esso disponiamo tutte
le forze come contro un nemico o un importuno da cui dobbiamo sbarazzarci
il più presto possibile. Se poi questo reale ha una misura un po' più
vasta e va al di là della nostra sopportazione, allora viene colto come
prova dell'assenza di Dio.
Com'è
possibile che esista Dio se i bimbi muoiono? Com'è possibile la sua
presenza se gli uomini sono così cattivi e mi fanno cos' male? E sono
capaci di dichiarare la guerra! Come sempre è il vangelo che ci aiuta a
capire; la lezione diventa ancora più precisa negli atteggiamenti di
Gesù dinanzi al Mistero di Dio, dinanzi al Padre. Gesù come noi non
poteva essere contento che le cose andassero male, che la verità venisse
concussa, che gli innocenti soffrissero, che il male potesse trionfare,
che gli affamati restassero affamati, e che gli schiavi restassero
schiavi.
Eppure
passerà sul quadrante della storia Lui figlio di Dio esattamente come
fosse il figlio dell'uomo. Le cose non cambieranno. I morti continueranno
a morire, gli innocenti ad essere schiacciati, gli affamati ad avere fame.
Chi si attendeva da Lui una missione politica divenuta folgorante e
vincitrice con l'introduzione del miracolo negli ingranaggi delle cose
normali e al di fuori delle leggi naturali e la fatica quotidiana, si
disilluse e lo abbandonò. Lui poteva chiedere al Padre di togliere la
morte dalla vita dell'uomo, eliminare la fame dalla terra, distruggere i
prepotenti, far trionfare la giustizia. Non lo chiese.
Che
io sappia chiese una cosa sola: "Padre, sia fatta la tua
volontà" (Matteo 6, 10). Il reale Lui lo vide come volontà
del Padre in atto, le cose che passano come un discorso che deve essere
letto, gli avvenimenti come segni dei tempi che annunciavano il Regno e ne
preparavano la venuta. Davanti alle cose vere invitò l'uomo a fermarsi e
a chiederne il perché. Davanti al dolore a cercare di capire il motivo
della sua presenza. Luca ha una parabola cortissima ma abissale nella
verità che propone: Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un
pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce gli darà al posto
del pane una serpe? O se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione? (Lc
11, 11-12). Sembra volerci dire: Figlio mio, io sono padre e non ti do una
pietra al posto del pane, un serpente quando mi chiedi un pesce, uno
scorpione se hai bisogno di un uovo. Può darsi che una cosa ti sembri una
pietra, ma sta' attento: non è una pietra, è un pane. Può darsi che una
malattia ti sia apparsa come un serpente, ma era un pesce che ti ha
nutrito e corretto. Una disgrazia è piombata su di te come uno scorpione
ma è stato un uovo che ti ha fatto del bene e ti ha nutrito. Tutto
contribuisce in bene a chi crede in Dio, per chi ha speranza, per chi
ama e Dio non può permettere che il male si avvicini alla tua tenda
se non per trasformarlo in grazia e farlo entrare nel piano della
salvezza.
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LE
DIMENSIONI DEL SILENZIO
Propongo un breve estratto dal libro
di Raimon Panikkar, La dimora della saggezza, Mondadori,
Milano 2005, pp. 97-98 che questo Autore ha voluto scrivere sul
silenzio. Panikkar, sacerdote cattolico di padre indiano e madre
spagnola, è sicuramente una persona ricca di varie esperienze che
spesso cerca di riunire per offrire una visione unitaria. Affascinato
dalla mistica, come dalla filosofia occidentale ed orientale (in
particolare induismo, ma non solo), nei suoi libri offre queste sue
riflessioni e ricerche molto stimolanti. Fra le varie pubblicazioni,
ricordo qui la conversazione Tra Dio e il cosmo, Laterza,
Bari-Roma 2006 e L'esperienza della vita. La mistica, Jaca Book,
Milano 2005.
Il
silenzio è un simbolo che ha più dimensioni o strati e che indica
pertanto più direzioni. Esso trae la sua forza dalla situazione di vita
con cui è di volta in volta in relazione. La vita può essere vissuta a
varie profondità. Ciò che chiamiamo «silenzio» proviene da queste
differenti profondità della vita e, se noi siamo disposti, può guidarci
fin dentro a esse.
Sulla
scorta dei quattro stati del brahman (dell'Essere) - la veglia, il
sogno, il sonno profondo privo di sogni e lo stato al di là di ogni stato
- possiamo distinguere nel silenzio quattro momenti ben distinti:
-
Primo:
il soffocamento delle parole. Si tace nonostante si abbia molto
da dire. Si tace per prudenza, per accortezza o per paura. Tale
silenzio è un ammutolire. Esercita una violenza, mozza il respiro.
Calcola mentre distingue e separa. Nel separare isola il vivente e gli
toglie il respiro vitale. Impedisce il flusso della vita.
-
Secondo:
lo sbigottimento delle parole. Si tace per la mancanza di
parole adeguate. Si tace per smarrimento, per inadeguatezza o per
insipienza. È un silenzio che produce distanza, che rifugge il
contatto. Lascia atrofizzare e consumare il rapporto vivo.
Nell'isolamento sta in agguato la morte.
-
Terzo:
l'inadeguatezza delle parole. Si tace perché si avverte di
essere alle prese con qualcosa di inesprimibile. Si tace per
impossibilità di esprimere ciò di cui si è avuta esperienza. Si ha
sentore dell'indicibile e se ne è consapevoli. È il silenzio di chi
rimane senza parola. Lo stupore dinanzi al mistero. Il suo pericolo è
l'irrigidirsi e il rimanere bloccati. Qui l'uomo, per lo più
inconsapevolmente, è posto dinanzi a una decisione: affermare la vita
o scegliere la razionalità. La razionalità: il tentativo di tradurre
l'indicibile in parole e in concetti. La vita: il rischio di lasciarsi
prendere dall'indicibile rimanendo nel silenzio. Ciò porta alla
quarta distinzione.
-
Quarto:
l'assenza di parole. Il silenzio, qui, non è uno «stare in
silenzio», un azzittirsi in mezzo al frastuono. E non è neppure un
tacere perché non si ha niente da dire; piuttosto, si tace perché
non c'è nulla da dire o, perché "ciò che la parola non
dice" è (brahman). Qui la parola non esaurisce la
realtà. Il silenzio è il silenzio della parola. La
parola non è più presente. Resta solo il silenzio. Non è
l'annientamento della parola, ma la sua assenza - dal momento che non
si presenta più nulla di "essente". Ciò di cui non si può
parlare è proprio ciò che deve essere esperito in quanto
silenzio.

Antonello
Lotti, foto personale, 2006
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LO
SGUARDO DEGLI ANGELI
Gli
angeli mutano spesso destinazione e la loro sapienza ha una via
sconosciuta perché il vertice supremo della bontà è Dio; però nascono
anche dal respiro della natura e sono le foglie del continuo divenire del
mondo. Ogni madre è affiancata da un angelo perché la stessa natura può
vegliare suo figlio ma non può cambiarne il destino.
E
il tremito di una madre è uguale al tremito di ogni angelo quando vede
che l'uomo si allontana dalla strada maestra. L'ambascia degli angeli, il
loro pianto, le loro premure, è ciò che proviamo noi quando perdiamo un
amore. Agli angeli noi dobbiamo il nostro eloquio e il nostro sguardo.
Essi
sono chicchi di ghiaccio che si tramutano in embrioni di luce e sono così
teneri che si convertono in gigli e fiori a seconda del piacere dell'uomo.
Quando
l'uomo è un fanciullo, quando si mantiene puro, gli angeli giocano con il
suo cuore e nessuno ode le risa che si scambiano i bambini e gli angeli
nel cuore delle notti.
[tratto
da: Alda Merini, Magnificat. Un incontro con Maria,
Frassinelli, 2002]
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VIVERE
NELLA VERITÀ: I SIMBOLI DI ROSACROCE
Nel
volume di Franz Hartmann, Nel vestibolo del tempio della
saggezza, Sear Edizioni 1999, tradotto e curato dal competente Vincenzo
Noja, alle pagine 105 ss. si possono leggere i simboli dei
Rosacroce. Per simboli non si intende nulla di esoterico,
come si potrebbe pensare all'apparenza; in realtà si tratta di segni
distintivi che un Rosacroce (ossia una persona spirituale che cerca la
Verità attraverso l'affidamento a Cristo, mediante lo studio, lo
sviluppo della conoscenza, la pratica della vita mistica) dovrebbe
avere. Vengono elencati sedici simboli o segni che, posseduti tutti,
permettono di essere riconosciuto come un Rosacroce. Al di là
dell'appartenenza o meno a un ordine (pubblico o segreto che sia), il
sedicesimo simbolo è alquanto chiaro: chi cerca la Verità, chi serve
la Verità può anche essere chiamato con qualunque nome su questa terra
(cristiano, mistico, rosacruciano), ma ciò non cambia la sua
appartenenza alla Verità stessa che è superiore ad ogni umana
aggregazione o istituzione. Ne estraggo solo una parte, mentre consiglio
la lettura del testo intero.
Ci
sono sedici simboli con cui può essere riconosciuto un membro dell'Ordine
dei Rosacroce. Chi ne ha solo pochi non è un membro di altissimo grado,
poiché un vero Rosacroce li possiede tutti.
-
IL
ROSACROCE È PAZIENTE: La sua prima e importante vittoria è la
conquista del suo proprio Sé. Egli trionfa sul "Leone" che
ha ferito amaramente uno dei migliori discepoli dei Rosacroce. Questo
non può essere vinto mediante un'aggressione selvaggia e
sconsiderata, bensì con la Pazienza e la Forza. Il vero Rosacroce
tenta di vincere i suoi nemici per mezzo della bontà, e quelli che lo
odiano mediante i doni. Egli non accumula nessuna maledizione, bensì
l'acceso carbone dell'amore.
-
IL
ROSACROCE È BENEVOLO.
-
IL
ROSACROCE NON CONOSCE INVIDIA.
-
IL
ROSACROCE NON SI GLORIA MAI. Lui sa che l'essere umano non è
altro che uno strumento nelle mani di Dio, e che egli non può
compiere nulla di utile attraverso la propria volontà. Egli non ha
nessuna fretta sfrenata di compiere una cosa, bensì aspetta finché
il maestro che abita sopra e dentro di lui gli dia il suo comando.
Egli riflette bene sulle cose su cui parla e non usa nessuna parola
che non sia sacra.
-
IL
ROSACROCE NON È ORGOGLIOSO.
-
IL
ROSACROCE NON È INTEMPERANTE.
-
IL
ROSACROCE NON È AMBIZIOSO. Nulla è più di impedimento allo
sviluppo spirituale ed all'espansione dell'anima che il possesso di
uno stretto orizzonte e un carattere egoistico. Il vero Rosacroce si
occupa sempre, e ancora di più della prosperità degli altri che
della sua propria. Egli non ha nessun interesse segreto, oppure
personale da proteggere e nessuna opera di bene da rappresentare.
Costui cerca sempre di fare del bene e non perde mai un'opportunità
che può presentarsi in questo senso.
-
IL
ROSACROCE NON È SUSCETTIBILE.
-
IL
ROSACROCE NON PENSA MALE DEGLI ALTRI.
-
IL
ROSACROCE AMA LA GIUSTIZIA.
-
IL
ROSACROCE AMA LA VERITÀ. Nessun demonio è più cattivo della
falsità e della diffamazione. L'ignoranza è qualcosa che manca, ma
la falsità è la sostanza della cattiveria.Il Rosacroce non cerca
nessun'altra luce che la Luce della Verità. Questa Luce non lo
rallegra da solo, bensì nella compagnia di tutti coloro che sono
buoni; gode soprattutto con i perseguitati, gli oppressi e gli
ignoranti, che vengono liberati per mezzo della Verità.
-
IL
ROSACROCE SA TACERE. Chi è falso non ama la Verità. Chi è
stolto non ama la Saggezza. Il Rosacroce preferisce la società di
coloro che apprezzano la Verità, e riconoscono che i menzogneri non
apprezzano la Verità. Egli ferma la sua conoscenza chiudendola nel
suo cuore, poiché nel silenzio riposa la potenza. Egli non fa sfoggio
davanti al pubblico delle rivelazioni che vennero fatte a lui dal suo
"re interiore".
-
IL
ROSACROCE CREDE A QUELLO CHE EGLI SA.
-
IL
ROSACROCE È FORTE NELLA SPERANZA. La speranza spirituale è la
persuasione sicura che proviene dalla conoscenza della Legge e che è
cresciuta nella fede delle Verità riconosciute e compiute. Questa è
la speranza del cuore, essa è tutt'altra cosa di ciò che possono
essere le speculazioni intellettuali della mente raziocinante. Lui sa
che in ogni cosa, anche se all'apparenza sembra cattiva, c'è un buon
seme, ed egli spera che nel corso della crescita dello sviluppo il
germe venga convertito definitivamente in buono.
-
IL
ROSACROCE NON PUÒ ESSERE VINTO DALLA SOFFERENZA.
-
IL
ROSACROCE RESTA SEMPRE UN COMPONENTE DELLA SUA SOCIETÀ. I nomi
non rivestono un grande ruolo. Il principio che governa l'Ordine della
Rosacroce è la Verità. Colui che conosce la Verità e la segue nella
vita pratica è un membro della società nella quale predomina la
Verità. Se tutti i nomi venissero scambiati e tutte le lingue
cambiassero, la Verità rimarrebbe sempre la stessa; e colui che vive
in questa vivrà veramente quando anche tutti i popoli
decadranno.

Antonello
Lotti, foto personale, 2006
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