Mistica.info - Home

La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti  Scrivi per suggerimenti o informazioni

APPUNTI E SUGGESTIONI N. 9

 

INDICE DI APPUNTI E SUGGESTIONI

 

Questo numero 9 di APPUNTI E SUGGESTIONI è sul mistero del male, della sofferenza, della morte. Ovviamente non ci sono risposte, ma solo suggerimenti (come vuole lo spirito di queste pagine) perché ognuno sappia trovare quella più giusta per sé e per la propria vita. 

 

 

INDICE

 


 

 

IL MISTERO DEL MALE

 

Scriveva Charles Journet, nel suo saggio Il male (Edizioni Borla, Roma): 

«Quando ci accingiamo a toccare il mistero del male, ci sentiamo invasi da una certa perplessità. Eppure lo portiamo in noi segretamente, sotto la forma di una domanda, talvolta di una tortura. Ma quando bisogna parlarne, chi si sente abbastanza preparato? Si desidererebbe una dilazione, poiché sappiamo che la minima purificazione del nostro sguardo e del nostro cuore - una purificazione che speriamo sempre si verifichi il giorno successivo - farà apparire misero ed insufficiente ciò che avremo detto». 

Occorre prendere consapevolezza, sempre secondo Journet, che esistono due domande fondamentali:

se Dio non esiste, da dove viene il bene? Se Dio esiste, da dove viene il male? Dio che è all'origine del bene, può essere all'origine del male? Il male esiste, Dio esiste. La loro coesistenza è un mistero. Ma chi vuole evitare questo mistero va verso l'assurdo: dovrà scegliere fra la negazione del male e la negazione di Dio.

Del dolore si può parlare da più punti di vista: da quello filosofico a quello teologico, da quello psicologico a quello sociale, da quello medico a quello antropologico e così via. Che il dolore sia il tema per eccellenza è dimostrato anche dal fatto che molto è stato scritto e detto, anche se il suo mistero permane, nonostante i tanti vissuti e l'inchiostro usato per descriverli. Affermare il suo mistero dovrebbe stimolare la ricerca di una chiarezza necessaria alla nostra ragione, piuttosto che precludere la strada ad ulteriori indagini. In questa pagina si propongono testi diversi che non hanno, ovviamente, pretesa di esaustività, appunto perché del dolore si può parlare in tanti modi ed è necessaria una scelta. So anche che una pagina come questa non può certo bastare a soddisfare l'inquieta domanda dell'uomo.

 

torna all'indice

 

 

Antonello Lotti, foto personale, 2006

Antonello Lotti, foto personale, 2006

 

DIO E IL DOLORE INNOCENTE 

 

Il 17 dicembre 2005, la redazione di Zenit (www.zenit.org) pubblicava, a proposito del disastro in Estremo Oriente causato dallo tsunami  l'anno prima, un articolo sul senso della sofferenza in relazione a Dio, cogliendo l'occasione dell'uscita del libro in inglese del teologo ortodosso David Bentley Hart, dal titolo The Doors of the Sea: Where Was God in the Tsunami? [Le porte del mare: dov'era Dio nello tsunami?]. 

L'articolo riferiva:

«Hart osserva che l’immediatezza di alcune reazioni nell’affermare il senso o la mancanza di senso dello tsunami è un atteggiamento “doloroso e presuntuoso allo stesso tempo”. Capire la motivazione di coloro che si affrettano a dare giudizi sulle catastrofi non è facile. Hart sostiene che è difficile dire se queste persone sono mosse da un’esigenza morale di fare luce sugli eventi, o da un opportunismo retorico. Il teologo trova difficile non sollevare sospetti di cinismo nei confronti di quegli atei che pensano di trovare nei disastri naturali la conferma alle proprie convinzioni».

Egli scorgeva una certa superficialità in molti commenti dei mass media, i quali proclamavano l'assurdità della fede religiosa, liquidando, dinanzi all'evento, i contenuti delle credenze. 

«È come se essi immaginassero che negli ultimi 2000 anni i cristiani non avessero mai potuto dare risposta alle questioni poste dal male e dalla sofferenza, aggiunge Hart. Molti di questi commenti derivano da un’impostazione materialistica. Di fronte ad un’ingiusta sofferenza, il materialista conclude che, poiché non è possibile scorgere alcun ordine morale visibile, non esiste nulla di trascendente. Può sembrare un modo assai superficiale di valutare le cose, ma dietro questa facilità nel liquidare Dio vi può anche essere un “autentico terrore morale”, derivante dalla miseria e “da una sorta di foga di giustizia”».

Poiché sono varie le risposte date dai cristiani riguardo al senso della sofferenza, Hart ritiene opportuno rintracciare un elemento comune, che consiste nella fede in un qualche progetto divino dietro l'apparente casualità della violenza della natura. Tale progetto, per quanto sconosciuto, darebbe comunque un significato alla sofferenza e al dolore. Nello stesso tempo, Hart afferma che una spiegazione simile risulta alquanto difficile.

«I cristiani affermano che esiste una provvidenza trascendente che porterà a compimento la volontà benevola di Dio sulla storia. Tuttavia occorre evitare l’errore di asserire che ogni atto finito è unicamente l’effetto di una singola volontà, ignorando così il ruolo della libertà dell’uomo. In definiva una simile concezione riduce Dio ad una mera espressione di volontà che viene impressa sul creato e sulle creature attraverso sia il bene che il male. Un altro tipo di reazione è quella che vede nella sofferenza e nella morte una sorta di punizione per il peccato dell’uomo, che rappresenta un modo per riequilibrare i conti. Ma Cristo in effetti ha già escluso l’idea di una stretta correlazione tra la sventura e la colpa.

Ma la visione cristiana di Dio e della natura è diversa. Il credente è portato a vedere la gloria di Dio nel mondo creato; la gloria di una natura che è stata redenta. Inoltre il Cristianesimo, sia nella teologia ortodossa che in quella cattolica, porta l’uomo a trovare l’amore e la bontà di Dio nell’ordine del creato. Questa visione non approda però ad una sorta di facile ottimismo sulla natura e sull’economia della vita e della morte. Il cristiano dovrebbe contemplare il mondo con occhi informati dall’amore, in una visione che va oltre la complessa macchina dei deisti o la moderna visione meccanicistica. Il cristiano vede il mondo nella sua bellezza e nel suo orrore, e nella sua prima ed ultima verità: non mera natura, ma creazione che origina nell’amore.

Per quanto riguarda il male e la sofferenza, il pensiero cristiano è in grado di dare a queste realtà una dimensione diversa. Dio è infatti capace di trasformarle in occasioni nelle quali ottenere le sue finalità di bene, nonostante esse non siano in sé un bene. Inoltre, il Vangelo insegna che Dio non può essere sconfitto e che la vittoria sul male e sulla morte è già stata ottenuta, afferma il teologo. Ma si tratta di una vittoria i cui effetti non sono ancora pienamente dispiegati; per questo bisogna attendere la venuta definitiva di Dio.

Per i cristiani che hanno veramente fede in questa promessa, la realtà della morte e della sofferenza non rappresenta un ostacolo insormontabile. Essa rappresenta invece una pietra d’inciampo piuttosto per chi è un ottimista superficiale o un pagano fatalista. Il cristiano invece vive nella speranza della vittoria definitiva che Dio ha già ottenuto».

 

* * * * *

 

Di seguito è la nota scritta da Carla Volpe Baggio in risposta all'articolo apparso sull'agenzia Zenit, che mi ha gentilmente inviato e che ho voluto pubblicare. La ritengo interessante per più di un motivo: si tratta di una persona che si interroga, come la maggior parte delle persone che pensano, sul senso della sofferenza umana, del dolore, in particolare di quello "innocente". In realtà, interrogarsi sul dolore innocente presuppone un legame con una colpa che lo precede e lo causa. E sappiamo che Cristo ha detto chiaramente che tale connessione non esiste. Ad es., in Gv 9,1-3: «Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco? Risposte Gesù: Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio». E la riflessione lo afferma e lo supera interrogandosi e chiedendo in modo scomodo: ha senso parlare del dolore solo come mistero insondabile e quindi precludendo ogni possibile risposta? Ha senso parlare del male solo come occasione di bene? Si può pensare ad un Dio che vuole il male dell'uomo? 

 

Riprendo in mano l’articolo che subito lessi veloce, e sul quale chiesi la possibilità di intervenire. Innanzitutto desidero esprimere riconoscenza per Hart e per quanti onestamente si sono caricati della domanda che ha toccato il mondo un anno fa: perché? perché la natura così brutalmente contro l’uomo? perché il dolore innocente di tante, troppe persone?

Desidero poi esprimere, pur in succinto, la mia esperienza relativamente a tale domanda, che trova la sua radicalità nel dolore innocente di bimbi venuti alla luce deformati dall’handicap: mia figlia è affetta da Sindrome di Down, e la mia fede ha vissuto una sorta di tsunami; il naturale dolore di madre di una creatura “imperfetta” ha conosciuto il dolore aggiunto derivante dalla fede in un Dio che non potevo rigettare senza togliermi il ramo sul quale respiravo, e che però era incompatibile con la realtà cinica di un concepimento dall’esito brutale: come la mettiamo col Dio che plasma l’uomo nel segreto delle viscere materne? Proprio a motivo di risposte superficiali, o sentite ingiuste (quali considero anche l’interpretazione del male da parte del prof. Hart, quale occasione di bene, per non parlare di quanti ancor oggi legano il dolore al peccato), ed ancora a motivo di troppi silenzi, imbarazzi e fughe da parte dei tanti religiosi interpellati in lunghi cinque anni di ricerca di un barlume di risposta “vera” che desse luce al mio dramma, ritengo che una Chiesa che voglia dirsi cristiana dovrebbe farsi maggior carico di questa domanda cruciale, paradigma di ogni altro dolore umano, e sforzarsi di più nella ricerca teologica su questo fronte, e non solo “accontentarsi” di predicare e praticare la solidarietà, glissando la domanda di fondo e confinandola nel “Mistero”.

A dieci anni dalla nascita di mia figlia ho letto il testo del teologo Vito Mancuso, edito a fine 2002 dalla Mondadori: “Il dolore innocente. L’handicap, la Natura e Dio”: finalmente qualcuno affrontava il mio dramma descrivendolo con assoluta empatia, e tentava una pista di riflessione innovativa che accoglieva in pieno la lacerazione del “perché?”. Non finirò mai di ringraziare tale Autore, perché mi ha spianato l’orizzonte dandomi gli strumenti per pensare Dio in modo più liberante e più vero, e finalmente ho potuto conciliarmi con Lui ed accettare che la vita con mia figlia fosse segnata dall’handicap.

Alla luce di quanto letto, pertanto, ritengo che invece di pensare al male – qual è lo tsunami, la Sindrome di Down o quant’altro – come occasione di bene, meglio sarebbe pensare a quel male come frutto di una Natura che di “ordine” non ha proprio nulla, distribuendo Essa ciecamente tanto le meraviglie mozzafiato come i disastri naturali; più corretto teologicamente sarebbe invece ancorare quel male ai limiti di una creazione sortita dalle mani di un Padre che si ritrae per poter originare la libertà, vero dono e banco di prova per gli uomini; creazione peraltro sortita pure dalle mani di un Figlio che per amore ne assunse il negativo, il limite, e perciò l’onere del Male e dell’immane sofferenza dell’umanità di tutto il Tempo. Figlio per l’appunto immolato “ab origine mundi”, e non solo in quel giorno storico del venerdì santo. E da dove altro potrebbe nascere la gratitudine umana per Dio, se non per il fatto che Egli è incarnato nella nostra tribolazione, per darci una speranza di Luce sì ma non fuori dalla nostra portata, poiché è tutta intrisa di autentica empatia ed amore profuso dentro le nostre tenebre?

Certamente, qualsiasi risposta possibile al ”perché?” cruciale resta solo sul piano della fede; ma è importante a mio avviso usare fino in fondo la forza indagatrice filosofica e teologica per scandagliare al massimo l’orizzonte, onde non attribuire ingiustificatamente tutto al Mistero.

Infine, richiamo qui l’evidente contraddizione che su questo tema persiste anche nel recente “Compendio” del Catechismo, come peraltro spiegato dallo stesso Vito Mancuso in un commento su “Panorama” del maggio scorso. “Dio non è in alcun modo, né direttamente né indirettamente, la causa del male” (Art. 57). “Dio non permetterebbe il male, se dallo stesso male non traesse il bene” (art. 58, dove “permettere” è esserne causa seppur indiretta). Poi all’art. 368 giustamente afferma: “Non è lecito compiere il male perché ne derivi il bene. Un fine buono non rende buono un comportamento che per il suo oggetto è cattivo, in quanto il fine non giustifica i mezzi”. Nasce spontanea l’obiezione: è lecito attribuire a Dio tale logica?

In conclusione, io credo sia giusto e doveroso, vero e bello, protendere a “liberare” il Dio-Amore dall’attribuzione di ogni causalità diretta o indiretta di quanto nella natura succede agli uomini, per viverLo per quello che Egli è: l’Emanuele, il Dio con noi, appunto, che ci ha pensati per la Vita vera, quella eterna in Lui. Per amore.

torna all'indice

 

 

UNO SGUARDO DIVERSO

 

Sul tema della sofferenza, propongo un breve estratto dal libro che Elisabetta Chiabolotti ha pubblicato nel 1994, Da un lungo sonno. Diario di una ragazza uscita dal coma, Rogate, Roma (pp. 104 ss). Dopo un intervento chirurgico di routine, entra in coma per circa sei mesi ed altrettanti in stato vegetativo, subendo, oltre al primo, ben altri otto interventi. Dalla disperazione dei medici alla speranza dei familiari, il racconto si snoda in capitoli brevi ma densi di fatti, che svelano il difficile percorso riabilitativo, in cui anche una piccola cosa, come firmare una cartolina, diventa un problema. 
Scrive nella prefazione Roberto Piperno, primario di Medicina riabilitativa e funzionale all'Ospedale Maggiore di Bologna e direttore della Casa dei Risvegli Luca de Nigris di Bologna (www.amicidiluca.it) che l'ha avuta in cura: «L'Autrice appartiene a quella minoranza di persone che dopo avere imboccato il tunnel lo hanno percorso tutto intero, uscendone con un completo ritorno alla normalità della vita attiva. Penso che la percezione della vita quotidiana debba essere qualitativamente diversa dopo l'esperienza che più di tutte si avvicina alla morte». 

 

Elisabetta Chiabolotti, Da un lungo sonno

 

Nel Novembre 1987 fui definitivamente dimessa dal Centro di riabilitazione di Trevi. Camminavo, parlavo, ma mancavano ancora i ritocchi finali. Venne chiamata perciò a casa mia una terapista del centro, idonea al mio caso. Dovette faticare parecchio per starmi dietro e allenarsi a rinnovare verso di me pazienza, attenzione e benevolenza. Ricordo benissimo questo periodo terribile: ero veramente insopportabile a me stessa e agli altri. Mi specchiavo e non mi riconoscevo: ero diventata una balena. Il poco movimento ed il mangiare senza interruzioni, aggravato da una disfunzione alla tiroide, mi portavano ad assimilare tutto ingrassando sempre di più. Non mi accettavo assolutamente e scaricavo tutta la mia rabbia ed il mio nervosismo sugli altri ed a volte, purtroppo non mi fermavo alle parole. Se oggi ripenso alle reazioni esagerate avute nei confronti delle persone a me vicine, mi prenderei a schiaffi. Trattavo male tutti e colpevolizzavo ognuno del mio stato. Ero veramente assurda e antipatica, incapace di apprezzare tutto quello che avevano fatto per me. Ero ancora troppo infelice e combattuta per dimostrare gratitudine verso gli altri, perché tutto il mio essere psichico era centrato su di me ed era cieco nel vedere lo sforzo altrui. 

Ero ancora abbastanza lontana dal capire - come poi è lentamente avvenuto - che fatti come questi che ti cambiano la vita, possono anche donarti uno sguardo differente sulla realtà, renderti maggiormente sensibile e attenta, più aperta agli altri, e anche più generosa.

Uno dei rischi per chi esce da una situazione come la mia è quello di venire relegati al ruolo di handicappato dagli altri, anche dai propri familiari, che in buona fede continuano a proteggerti ad oltranza senza permetterti di crescere. Ho voluto riprendere la mia vita in mano, perché per me, grazie all'esperienza passata, aveva acquistato più valore.

Quando penso alla mia vicenda, soprattutto ora che sono riuscita a metterla «nero su bianco», faccio fatica a credere che tutto questo sia capitato a me. Guardandomi non mi sembra vero di essere scampata, quasi completamente incolume, a situazioni tanto critiche. A tutto sono riuscita a trovare una motivazione; la mia malattia è stata necessaria per farmi scoprire il vero piacere di vivere, per aiutarmi ad aprire veramente gli occhi sul mondo, per apprezzare ogni più piccola cosa. Anche se il modo è stato esagerato, per me era necessario un metodo così energico. Mi è restato solo un unico rammarico: troppe persone hanno dovuto soffrire per questa vicenda.

Mi sono convinta che l'aver dormito per sei mesi non è stata una perdita di tempo. Anche in quel periodo ho vissuto, sebbene io non abbia avuto esperienze particolari durante il coma, come la visione di luci o il distacco dal corpo. Ho vissuto, non con tutte le mie facoltà, ma certamente con la mia persona ed è stata un'esperienza che mi ha segnato per la vita.

Ora sto cercando di continuare a crescere senza dimenticare quanto è straordinariamente bello vedere, parlare, camminare e come tutto ciò non sia scontato. Nella mia esperienza sono convinta di avere sempre recepito perfettamente tutto l'amore che attimo per attimo mi veniva profuso, anche quando ero in coma, e credo sia questa la ragione più importante che mi ha spinto a lottare per tornare alla vita. 

 

torna all'indice

 

 

Antonello Lotti, foto personale, 2006

Antonello Lotti, foto personale, 2006

 

 

ASCOLTARE IL DOLORE

 

Enzo Bianchi (Lessico della vita interiore, BUR 2004) scrive un articolo a proposito della malattia. Ne propongo un breve estratto che non costituisce una risposta la problema del senso della malattia o del dolore, come è facile accorgersi; piuttosto, un invito affinché ciascuno doti di senso la propria sofferenza, ricerchi, attraverso una fede che si confronta con la realtà, di rintracciare, nel passaggio inevitabile del dolore, il centro e l'essenza della vita. Suggerisce di ascoltare il dolore e il malato e non di parlarne od imporre prospettive già stabilite.

 

Come appare la malattia alla luce della Scrittura? Essa è essenzialmente una realtà in cui il malato è chiamato ad ascoltare nuovamente, a rileggere la sua condizione e la storia stessa. È un'ottica nuova da cui guardare la realtà. Il libro di Giobbe, il grande malato, lo mostra bene. La malattia «svela» la realtà, nel senso che la denuda, la spoglia di tutti gli abbellimenti e le mistificazioni e, mentre la mostra nella sua crudezza, la restituisce anche alla sua verità. La malattia ricorda all'uomo che la vita non è in suo potere, non gli è immediatamente disponibile, e che la sofferenza è il caso serio della vita. Certo, gli esiti della malattia sono plurali, mai scontati, sempre imprevedibili, e sono anche i più diversificati: abbrutimento, ribellione, rimozione, indurimento, ma anche semplificazione, ritrovamento del centro e dell'essenziale della vita, affinamento, purificazione... 

Nella malattia l'uomo è chiamato alla responsabilità di «dotare di senso» la propria sofferenza. La malattia non è portatrice di un senso già dato, anzi, per molti versi, essa distrugge i sensi e le finalità che l'uomo aveva attribuito alla sua vita. E questo vale anche per il cristiano: anch'egli, infatti, «non conosce alcuna strada che aggiri il dolore, ma piuttosto una strada - insieme con Dio - che lo attraversi. Le tenebre non sono l'assenza ma il nascondimento di Dio, in cui noi - seguendolo - lo cerchiamo e lo troviamo di nuovo» (Erika Schuchardt).

Il cristiano, di fronte alla malattia, si trova chiamato ad affrontare tutte le incognite che ogni uomo incontra nella malattia, ad attraversare le fasi che ne accompagnano l'insorgere e l'evolversi, a vedersi confrontato con reazioni che egli stesso non si sarebbe aspettato (disperazione o titanismo, rassegnazione o rivolta), e inoltre a comporre la sua nuova situazione con la fede. Egli potrà certamente trovare aiuto e conforto nella preghiera e nella fede, ma potrà anche porre radicalmente in crisi la fede e l'immagine di Dio fino ad allora conosciuta: il deperimento del corpo umano diviene anche lo sfaldarsi dell'immagine del Dio che di tale corpo è il creatore. 

Chi accompagna il malato non ha ricette da dargli, né tanto meno può fare del capezzale del malato il pulpito per una predica o una trattazione teologica. Nessun errore sarebbe più grave di quello di presentarsi al malato con un «sapere» (quel che il malato deve fare) che diverrebbe subito un «potere» che fa del malato non solo una vittima, ma anche un colpevole. L'unico aiuto che l'accompagnatore può dare è il porsi accanto, il mostrarsi presente condividendo la debolezza e l'impotenza del malato e attenendosi al quadro relazionale che il malato stabilisce. È con il malato che si identifica Gesù, non con chi va a trovarlo o con chi lo accompagna: «Ero malato e siete venuti a visitarmi» (Matteo 25,36). Anche nalla chiesa, dunque, il malato va visto non in un'ottica semplicemente assistenzialistica, ma assunto come il portatore di un magistero: c'è da porsi al suo ascolto, da imparare da lui, nella sua situazione di debolezza.

 

torna all'indice

 

 

LA volontà DI DIO

 

Luciano Manicardi ha pubblicato a settembre 2006 un libro veramente interessante da più punti di vista dal titolo L'umano soffrire (Edizioni Qiqajon). Capita molto spesso, nella vita, di imbattersi in situazioni di dolore, proprie o di familiari, come di amici e conoscenti. Spesso si è impreparati e il porsi dinanzi al dolore attraverso la parola sfocia in frasi al limite dell'indecoroso, spesso offensive o irrispettose del dolore altrui, anche se buone sono le intenzioni che muovono. A tutti è capitato anche di ascoltare espressioni che segnano (in senso negativo) e che non consolano affatto. La presunzione di poter offrire parole dense di significato è pari alla nostra ignoranza: occorre non solo tatto ma capacità più di ascolto che di parola, più di silenzio che di inutili frasi. Tra queste compare anche l'equivoco della "volontà di Dio" sulla sofferenza. Qual è il suo significato vero? Luciano Manicardi ci invita a riflettere (cfr. pp. 181ss).

 

È sempre molto difficile osare una parola sulla sofferenza, sulla malattia, sulla morte. È difficile avere una parola all'altezza di eventi così gravi come la sofferenza e, soprattutto, la morte. È difficile pronunciare una parola umana, ma anche una parola teologicamente adeguata. Impreparazione e improvvisazione possono portare il visitatore o l'accompagnatore di un malato a pronunciare parole non solo insensate teologicamente e non fondate biblicamente, ma anche offensive o imbarazzanti per la sensibilità del malato. Dire al malato il "privilegio" della sua sofferenza perché questa è segno della predilezione divina, oppure perché questa avvicina maggiormente e unisce misticamente a Cristo crocifisso, o dare l'impressione che la sofferenza in quanto tale sia un valore salvifico in sé, tutto questo significa sostituirsi con violenza al malato nel lavoro di interpretazione dell'evento della sua malattia e veicola l'immagine di un Dio perverso, che certamente non è il Dio narrato da Gesù Cristo nella sua vita, nelle sue parole, nei suoi atti, e infine nella sua morte.

Occorrerebbe poi prestare molta attenzione al ricorso alla categoria della "volontà di Dio". Troppo facilmente e velocemente si attribuisce alla volontà di Dio un male, una malattia, una sofferenza, una morte invitando così a un atteggiamento di rassegnazione fatalistica. E così si confonde il Dio cristiano con il fato pagano. "Bisogna accettare la volontà di Dio": questa frase detta al capezzale di un malato, che cosa rivela? L'imbarazzi di chi non sa cosa dire e pur tuttavia si sente in dovere di dire qualcosa, quasi temendo che il silenzio possa essere una sua personale sconfitta? Spesso il silenzio partecipe è denso di forza comunicativa molto più di qualsiasi parola! Oppure rivela una necessità ("Bisogna") a cui nessuno può sottrarsi e così chiude un discorso troppo rischioso se intrapreso e approfondito? Ma il linguaggio del "si deve", "bisogna", "occorre", "è necessario", elimina l'unica cosa veramente essenziale: la libertà dell'uomo chiamato a scegliere e a situarsi responsabilmente davanti a Dio nelle diverse contingenze e, in particolare, in emergenze così ardue come una malattia. E poi, soprattutto, il riferimento alla "volontà di Dio" che può essere solo accettata, sembra indicare qualcosa di già fissato, di prestabilito, che cade dall'alto, e che non lascia alcuno spazio alla risposta umana, al suo necessario e faticoso articolarsi soprattutto di fronte a eventi dolorosi e tragici come malattie e sofferenze. [...]

Dio vuole la libertà dell'uomo e la sua umanizzazione; Dio vuole la felicità dell'uomo, una felicità trovata nell'amare e nel donarsi, nello spendere la propria vita per gli altri, dunque una felicità che sa assumere anche le sofferenze e le tribolazioni. Una distorsione del messaggio evangelico diffonde l'idea che la volontà di Dio consista unicamente nella "croce", nel "rinnegamento di sé", nell'"umiliarsi", dimenticando che non queste dimensioni di per sé sono ciò che immette nella comunione con Dio, ma solo l'amore, la libertà con cui una persona sceglie di amare e donare la vita accettando anche le sofferenze (e dunque le umiliazioni, i rinnegamenti di sé, la croce) che questo comporta. Non la sofferenza, ma l'amore salva! Non la croce di per sé, che è strumento di morte, salva, ma la vita di colui che vi è steso sopra, la quale dà anche senso alla croce. 

 

torna all'indice

 

 

LA MORTE A SE STESSO

 

Vincenzo Noja ha curato molte pubblicazioni antologiche di diversi autori mistici. In particolare, per le edizioni Segno: Meister Eckhart. Antologia mistica, I misteri dell'antica Alleanza, Le rivelazioni celesti di santa Brigida di Svezia, Visioni e profezie di Caterina Emmerick, e l'ultimo, presso l'editore Borla: Testi mistici per la contemplazione di Dio. Nel 2005 pubblica, presso le Edizioni San Paolo, un piccolo volume di scritti di François de Sales Pollien (1853-1936), sacerdote e poi certosino, dal titolo Cristianesimo interiore. Amore e contemplazione di Dio. Da questo volume ho tratto il seguente brano antologico.

 

La morte a se stesso è lo spogliamento dell'uomo vecchio, la scomparsa degli istinti caduchi, insomma la liberazione da tutto ciò che è terrestre, animale, mortale. La morte non è che un passaggio, è più una nascita che una morte. Considerata in relazione a ciò che si lascia è uno spogliamento; vista in relazione a ciò che si trova è una investitura. 

Ci si sbarazza dell'umano per essere, finalmente, tutti interi nel divino; si cessa di vivere a sé, per vivere a Dio. Se la separazione è crocifiggente, la consumazione è beatificante, se la natura ha orrore della dissoluzione, la grazia trionfa nell'unità. Non aver paura di morire, perché è il mezzo per vivere; non rimpiangere ciò che cade, è la vita che lascia la sua crisalide. Non fissare lo sguardo in basso su ciò che si disgrega, ma sollevalo verso l'alto, che termina nello splendore. Non voltarti, come la moglie di Lot, a contemplare Sodoma che brucia, resta voltato verso la montagna e sali alla cima ove hai l'ordine di ritirarti.

Non porti forse in te Qualcuno di cui l'intima voce risuona più potente di ogni voce esteriore? Il Cristo, con la sua Croce, vive in te, parla in te, e tu lo odi: t'invita a seguirlo al Calvario. E tu incominci ad amare la sua passione, a bere al suo calice, a portare il legno del suo supplizio, a mescolare le tue lacrime alle sue, il tuo sangue al suo.

Niente ti può separare da lui; tu l'ami troppo, soprattutto ti appoggi troppo a lui per volerlo rinnegare in questo istante. Tu sai che Colui che ti chiama è la tua forza, che la sua grazia è la tua vita e ti aggrappi a lui, sicuro del trionfo con lui, per mezzo di lui.

Essendo la tua vita animata dal Cristo, ti abbandonerai a Dio per tutte le sue operazioni d annientamento e di morte, perché la sua vita trionfi in te. Gli abbandonerai tutto: sensi, cuore, spirito e non cesserai di pregarlo di attuare in te tutti i suoi disegni fino alla consumazione finale. Che egli possa compiere in te la sua via, compiere l'opera sua e terminarla nella gioia della tua gioia.

 

 

torna all'indice

 

 

DARE UN SENSO ALLA VITA

 

Joseph Mallord William Turner, La valorosa Temeraire, 1838, Londra, National Gallery

Joseph Mallord William Turner, La valorosa Temeraire trainata all’ultimo ancoraggio
per essere demolita, 1838, Londra, National Gallery

 

 

Ho osservato tante volte

il marmo che mi hanno scolpito –

una nave alla fonda con la vela ammainata.

In realtà non rappresenta il mio approdo

ma la mia vita.

Perché l’amore mi fu offerto ma fuggii le sue lusinghe;

il dolore bussò alla mia porta ma ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò, ma paventai i rischi.

Eppure bramavo sempre di dare un senso alla vita.

Ora so che bisogna alzare le vele

e farsi portare dai venti della sorte

dovunque spingano la nave.

Dare un senso alla vita può sfociare in follia

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vago desiderio –

è una nave che anela al mare ardentemente

ma ha paura.

 

 

[Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, "George Gray"]

 

torna all'indice

 

 

Mistica.Info è a cura di Antonello Lotti - Sito web: www.mistica.info - E-mail: info@mistica.info