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La
mistica come via di ricerca della Verità
- Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti |
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APPUNTI E SUGGESTIONI N. 8 |
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Caspar David
Friedrich, Scogliera rocciosa su spiaggia, 1824,
IL PERFETTO E IL FRAMMENTARIO
* * * * * 1. Cosa sia innanzitutto il perfetto e cosa il frammentario, e come il frammentario scompaia quando giunge il perfetto. San Paolo dice: «Quando giunge il perfetto, si getta via l'imperfetto e il frammentario» (l Cor 13,10). Fai attenzione: cosa è il perfetto e il frammentario? Il perfetto è un'essenza che tutto comprende e racchiude in sé e nel suo essere, e senza la quale o al di fuori della quale non v'è alcun vero essere, e nella quale tutte le cose hanno il loro essere, giacché essa è l'essenza di tutte le cose, che, immutabile e immobile in sé, tutte le muta e muove. Invece il frammentario o l'imperfetto è ciò che ha avuto, o ha, la sua origine da questo perfetto, proprio come uno splendore o un chiarore fluisce dal sole o da una luce, ed appare come un qualcosa, il questo o il quello, e si chiama creatura. E di tutti questi particolari nessuno è il perfetto. Neppure il perfetto è nessuno di questi particolari. I particolari sono afferrabili, conoscibili ed esprimibili. Il perfetto è inconoscibile, inconcepibile e inesprimibile per tutte le creature, in quanto creature. Perciò il perfetto è detto «nulla», giacché non è nessuna di esse. La creatura in quanto creatura non può conoscerlo né comprenderlo, esprimerlo o immaginarlo. Dunque: «Quando giunge il perfetto, si disprezza il frammentario». Ma quando avviene ciò? Io dico: quando ciò viene conosciuto, trovato e gustato nell'anima, per quanto è possibile. Si potrebbe allora dire: se il perfetto è inconoscibile e inafferrabile da parte di ogni creatura, come può esser conosciuto nell'anima, che è creatura? Risposta: perciò si dice «in quanto creatura», che significa «creatura nella sua condizione di cosa creata». Le è impossibile a causa del suo esser-qualcosa, della sua seità. Giacché, se il perfetto deve esser conosciuto in una creatura, bisogna che sia perduta e annientata la creaturalità, l'esser-qualcosa, la seità. Questo significa la frase di san Paolo: «Quando giunge il perfetto», ovvero quando è conosciuto, allora viene pienamente disprezzato e ritenuto un niente ciò che è diviso, ovvero la creaturalità, l'esser-qualcosa, la seità, il desiderio. Fintanto che se ne mantiene anche un poco e ci si aggrappa ad esso, fino ad allora il perfetto rimane sconosciuto. Ma si potrebbe anche dire: tu affermi che al di fuori di questo perfetto o senza di esso non c'è niente, eppure sostieni che qualcosa fluisca da lui. Ma quel che da lui è scaturito è al di fuori di lui? Risposta: perciò si dice che al di fuori o senza di lui non c'è alcun vero essere. Quel che è scaturito non è vero essere e non ha altro essere che nel perfetto; è solo un accidente, ovvero uno splendore o un chiarore, che non è e non ha essere se non in quel fuoco da cui lo splendore scaturisce, come nel sole o in una luce.
2.
Cosa sia il peccato, e come
non ci si
debba attribuire alcun bene, che appartiene solo al vero bene. La Scrittura , la fede e la verità dicono che il peccato non è altro che l'allontanarsi della creatura dal bene immutabile e il rivolgersi al mutevole, ovvero il distogliersi dal perfetto rivolgendosi al particolare e all'imperfetto, e soprattutto a se stessa. Fai attenzione: se la creatura si attribuisce qualcosa di buono, come essere, vita, scienza, conoscenza, potere - in breve, tutto quel che si deve chiamare bene - come se essa lo fosse o le fosse proprio, o le appartenesse, o provenisse da essa, allora si allontana. Cos'altro fece il diavolo, o cos'altro fu la sua caduta e il suo allontanamento, se non arrogarsi di essere anch'egli qualcosa, e che qualcosa gli fosse proprio ed appartenesse? La sua caduta e il suo allontanamento furono, e sono ancora, questa appropriazione, il suo «io» e il suo «me», il suo «a me» e il suo «mio» . 3.
Come la caduta e
l'allontanamento dell'uomo debba trovare rimedio, come fu
per la caduta di Adamo. Cosa fece Adamo, se non la stessa cosa? Si dice che Adamo sia caduto o andato in perdizione per aver mangiato la mela. lo dico invece che ciò avvenne per il suo attribuirsi, per il suo «io», «mio», «a me», «me», e simili. Se avesse mangiato sette mele ma non vi fosse stata appropriazione, non sarebbe caduto. Invece, quando avvenne l'appropriazione, allora cadde, anche se non avesse neppur morso una mela. «Or dunque, io sono caduto cento volte più profondamente e mi sono allontanato più di Adamo, e tutta l'umanità non poté rimediare o annullare la caduta di Adamo e il suo allontanamento. Come si potrà rimediare alla mia caduta?» Vi si deve rimediare come a quella di Adamo, da quello stesso che pose rimedio alla caduta di Adamo, e nello stesso modo. «Chi vi pose rimedio, e in qual modo?» L'uomo non poteva farlo senza Dio, e Dio non lo voleva senza l'uomo. Perciò Dio assunse in sé la natura umana o l'umanità, divenne uomo e l'uomo divenne divino. Così avvenne il rimedio. Nello stesso modo si deve porre rimedio alla mia caduta. Non posso farlo senza Dio, e Dio non lo può o vuole senza me. Se deve accadere, perciò, Dio deve diventare uomo anche in me, ovvero deve assumere tutto quel che è in me, all'interno e all'esterno, cosicché non vi sia in me assolutamente nulla che contrasti Dio o ostacoli la sua opera. Se Dio prendesse in sé tutti gli uomini che ci sono e diventasse uomo in loro divinizzandoli, senza che ciò avvenisse in me, allora la mia caduta e il mio allontanamento non avrebbero mai rimedio: ciò deve avvenire anche in me. In questa restituzione e rimedio non posso o devo fare assolutamente nulla, se non un puro patire, in modo che Dio solo agisca ed operi, ed io subisca lui, la sua opera e il suo volere. E proprio perché non voglio subirlo, tutto concentrato sul «mio», sull' «io», sul «me» ed «a me», Dio è ostacolato e non può operare, egli solo e senza limiti. Perciò la mia caduta e il mio allontanamento rimangono senza rimedio. Vedi, tutto ciò è prodotto dal mio attribuirmi. 4.
Come l’uomo, con
l’attribuirsi qualcosa di buono, compia una caduta ed attenti all'onore
di Dio. Dio dice: «Non voglio dare a nessuno il mio onore» (Is 42,8; 48,11), ovvero l'onore e la gloria non appartengono ad altri che a Dio. Se mi attribuisco qualcosa di buono, che sono o che posso, che so o che faccio, o che sia mio o che provenga da me, o che mi appartenga o mi spetti e simili, mi attribuisco qualche gloria ed onore, e faccio così due volte male. In primo luogo una caduta e un allontanamento, come si è detto. Giacché tutto quel che si deve chiamare bene non appartiene ad altri che all'eterno e vero bene; e chi se lo attribuisce compie qualcosa che è ingiusto e contro Dio. 5.
Come si debba intendere il
divenire senza modo, senza volontà, senza amore, senza desiderio, senza
conoscenza ecc. Alcuni
dicono che si deve diventare senza modo, senza volontà, senza amore,
senza desiderio, senza conoscenza, ecc. Ma questo non deve intendersi nel
senso che manchi all'uomo ogni conoscenza, o che in lui Dio non sia
conosciuto, amato, voluto o desiderato, lodato o onorato, giacché questo
sarebbe un grave difetto, e l'uomo sarebbe come un animale o un bue senza
ragione. Invece tale esser senza modo deve provenire dal fatto che la
conoscenza è così pura e perfetta da venir riconosciuta come
appartenente non all'uomo o alle creature, ma come conoscenza dell'Eterno,
che è È cosa migliore e più nobile che ciò appartenga a Dio, piuttosto che alla creatura. Che io mi attribuisca qualcosa di buono, deriva dall'immaginazione che esso sia mio o che io lo sia. Se la verità fosse in me conosciuta, sarebbe anche chiaro che io non lo sono e che non mi appartiene, né da me deriva, ecc., e così cadrebbe da sola l' appropriazione. È meglio che, nella misura del possibile, Dio o ciò che è suo vengano conosciuti, amati, lodati e onorati, anche quando l'uomo si illude di essere lui a lodare e amare Dio, anziché Dio non sia né lodato, né amato, né onorato, né conosciuto. Quando l'illusione e l'ignoranza divengono scienza e conoscenza della verità, viene meno l'appropriazione. Allora l'uomo dice: «Ah, povero sciocco, che credevo di essere io; mentre è ed era davvero Dio!».
IL SEGRETO DI DIO
Passiamo
la nostra vita scrutando questo mistero senza capirlo e divenendo sempre
più ciechi. Ma si spalanca davanti a noi la beatitudine di esperimentare
l'incomprensibilità di Dio. Come Giobbe, ci si chiude la bocca nella
polvere (42, 1-6). Sul fondo di questa tenebra brilla una piccola luce,
nascosta, che bisogna cercare: è la stella del segreto di Dio. Quando
vediamo brillare una stella nel cielo fondo della notte, siamo
maggiormente colpiti dall’oscurità impenetrabile dell'azzurro che dalla
luce della stella. Per
avvicinarci al mistero della Santissima Trinità, bisogna mettersi in
ginocchio davanti al cielo oscuro e guardare, senza stancarsi, la stella
del segreto di Dio. È il segreto presente in tutto l'evangelo, e la
ragione ultima della venuta di Gesù sulla terra è di farci partecipi del
segreto che era suo da sempre. Non basta «dire» questo segreto con
parole e idee, è una perla preziosa che bisogna scoprire e che ci riempie
di gioia (Mt 13,44-46). Se non siamo convinti che è «un segreto
nascosto ai sapienti e intelligenti, rivelato solo ai piccoli» (Mt
11,25), non avremo l'umiltà di metterci in ginocchio e di supplicare Gesù
di sollevare un lembo del velo che ce lo nasconde. A questo proposito Gesù
è deciso: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce
il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare»
(Mt 11,27). Gesù
solo può svelarci il Padre, come solo il Padre può attrarci verso Gesù:
«Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato» (Gv
6, 44). Si ha l'impressione in alcuni momenti che il Padre e il Figlio
giochino a palla con noi, e ci rimandino l'uno all'altro per farci
scoprire la porta stretta del «segreto», fino a quando si capirà che
essere uniti a una Persona è essere uniti a tutta Che
senso ha questo segreto sul piano dei paragoni umani? Ognuno di noi ha una
vita interiore, intima, che possiamo chiamare segreta: «Il mio cuore ha
il suo segreto, la mia anima il suo mistero», dice il poeta. Questo
segreto è caratterizzato dal fatto che nessuno può penetrarlo se noi non
vogliamo. Si può essere forzati a dire cose materiali, ma nessuno può
obbligarci a rivelare il profondo del nostro cuore se la nostra libertà
si rifiuta. Possiamo studiare il carattere di una persona il più da
vicino possibile, con tutti i criteri della psicologia, ma se essa non
vuol dire ciò che ha nel cuore, non lo sapremo mai. E ciò non dipende da
una nostra insufficienza intellettuale o da mancanza di comprensione, ma
dalla libertà dell'altro. Questa osservazione è molto importante per
capire la rivelazione, perché è lo stesso per Dio. Se
Dio non ci apre la porta, per quanto grande fosse la nostra penetrazione
intellettuale per meditare il suo mistero, rimaniamo sempre al di fuori.
Con l'ascesi e la contemplazione naturale non arriveremo mai a penetrare
il segreto di Dio, perché egli è una persona libera, e solamente lui può
aprirci o no al suo mistero. Nella creazione (Sap 13, 1-9) possiamo
avere una certa conoscenza naturale di Dio: «Le perfezioni invisibili di
Dio, ci dice Paolo, possono essere contemplate con l'intelletto nelle
opere da lui compiute» (Rm 1,20). Il
mondo deve pur avere un Creatore, e le perfezioni della creazione sono le
perfezioni del Creatore. Attraverso la teodicea, risaliamo la via
dell'analogia, che ci fa scoprire gli attributi divini partendo dagli
attributi della creazione: bellezza, bontà, giustizia, semplicità, ecc.
Questa conoscenza può essere molto vasta, ed esige una particolare
purificazione dell'intelligenza e dei sensi. Ma
questa conoscenza ci fa conoscere Dio nell'aspetto (se cosi si può dire)
in cui assomiglia a qualcosa. Se parliamo di Dio «creatore» o «salvatore»,
non designiamo Dio in se stesso, ma il suo volto rivolto al mondo, cioè
ciò che sta «intorno a Dio». Cosi quando si dice: Dio è buono, si
raggiunge Dio nel tratto in cui assomiglia a qualcosa, nella misura in cui
l'uomo è buono a immagine di Dio, ma vi è una parte di Dio che ci sfugge
del tutto. C'è un aspetto invisibile di Dio per il quale egli non
assomiglia a niente. Con un paragone molto approssimativo, Dio è simile a
una luna di cui una delle sue facce è visibile solo agli astronauti. Il
segreto di Dio va verso questa faccia misteriosa e invisibile. Ed è la
contemplazione di questo volto che affascina l'uomo, molto più che
l'aspetto visibile. Il desiderio dell'uomo, sia esso giudeo, greco,
musulmano o indù, è di vedere questo volto che non ha simili e di
condividere la comunione del suo sguardo. In una parola, desideriamo
mangiare faccia a faccia con il Creatore, essendo il banchetto il segno
della nostra comunione con lui. Parlando della sua Santità, Dire
che Dio è Santo è affermare che è separato dal mondo, che fra lui e
l'uomo vi è una barriera e un abisso, secondo quanto dicono quanti hanno
sfiorato la santità di Dio. La santità di Dio è alla radice del suo
segreto, e non è da confondere con quella delle altre religioni. A
fondamento della fede cristiana sta la venuta del Verbo il cui Volto era
rivolto verso il volto invisibile di Dio (Gv 1, 1-2), perché «nessuno
ha mai visto Dio; il Figlio unico che è nel seno del Padre, lui lo ha
rivelato» (Gv 1, 18). Ma i suoi non l'hanno accolto (Gv 1,
11). Quando, un certo giorno, il Figlio di Dio è venuto a invitarci a
cenare con il Creatore: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno
ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui
ed egli con me (io prenderò Per
concludere questo paragrafo, diciamo che l'uomo è invitato a condividere
il segreto di Dio: è la fonte della grazia. Dio gli offre tutto quanto può
immaginare, ma che non assomiglia a nulla. La grazia non è solo una
elevazione della creatura, ma il dono di Dio stesso nel suo segreto. Quando
Gesù parla di questo segreto dice nella preghiera: «Sì, Padre, perché
così è piaciuto a te» (Mt 11,26). L'uomo non ha alcun diritto da
rivendicare per esigere la rivelazione di questo segreto che dipende
unicamente dalla benevolenza del Padre, come non può impadronirsene
mettendovi su le mani. Gli rimangono solo l'invocazione e la preghiera: «Mostrami,
ti prego, il tuo volto». «La conoscenza dell'altro è invocazione»,
dice Gabriel Marcel. Nessuno può obbligare l'altro ad aprirgli il cuore,
tanto meno a dargli la sua amicizia; si può solo mettersi in ginocchio e
supplicare l'altro di aver pietà dell'oggetto della nostra tenerezza. Chi
non ha conosciuto la sofferenza dell'amore non riamato? Per questo occorre
entrare nell'affettività di Dio dal lato dell'affettività umana di cui
facciamo esperienza. Dobbiamo
invocare lo Spirito santo con il cuore perché ci sveli il volto del Padre
e del Figlio, lui che è il bacio d'amore fra queste due persone. È
l'entrare in un mondo che ci supera totalmente. Ma è attraverso il cuore
umano di Cristo che noi scopriamo l'amore trinitario. Tutti siamo invitati
a questo banchetto nella sala dell'albergo «Dio», e tutto vendiamo per
acquistare la perla preziosa. San Paolo dice: «Quando giunge il perfetto, si getta via l'imperfetto e il frammentario» (1 Cor 13,10). Fai attenzione: cosa è il perfetto e il frammentario? Il perfetto è un'essenza che tutto comprende e racchiude in sé e nel suo essere, e senza la quale o al di fuori della quale non v'è alcun vero essere, e nella quale tutte le cose hanno il loro essere, giacché essa è l'essenza di tutte le cose, che, immutabile e immobile in sé, tutte le muta e muove.
IL SILENZIO PUÒ TUTTO
Esiguità della voce poche parole perché il silenzio può tutto
respiri tersi silenzi accennati a mattina in un velo di pace che ancora ritorna.
[Anna Roda, Frammenti di poesia, 1992, Edizione fuori commercio]
Peter Bruegel il Vecchio, Paesaggio
invernale con trappola per uccelli, 1565,
OLTRE IL FUMO DI NEBBIA
Sul Corriere della Sera (in un numero che forse risale al 1994) mi capitò di leggere un articolo che parlava di un luogo, in America, chiamato Hart Island, un isolotto di fronte al Bronx dove vengono portati e sepolti i corpi delle persone sconosciute ritrovate morte sui marciapiedi di New York e non più identificati. Si contano all'incirca ottocentomila cadaveri segnalati soltanto da piccoli cippi bianchi e da un foglietto con su scritta la data del ritrovamento e la probabile età del ritrovato. Le casse sono formate da assi rozze di legno di pino, inchiodate malamente, dal costo unitario, per l'amministrazione comunale, di circa quindici euro (trentamila lire italiane di allora). Il terreno dove i corpi vengono sepolti è chiamato Potter's Field, il Campo del Vasaio di evangelica memoria. Il lavoro di becchino è svolto, per mezzo dollaro l'ora, dai detenuti del penitenziario di Rikers Island, considerato uno dei peggiori del mondo per le condizioni di vita dei prigionieri.
Riflettendo sulla notizia mi è venuto alla mente Spoon River e le storie dei morti nelle poesie di E. Lee Masters. Davanti a me, ottocentomila storie probabili, tutte diverse, che si potrebbero raccontare, affidate unicamente alla fantasia di chi voglia avventurarsi ad attribuire un'identità, a dipanare il mistero di una vita intera, celato in una data di morte e in un'età presunta. Ma alla mente torna anche quel nome di "Campo del Vasaio ", comprato dal sinedrio coi soldi del tradimento di Gesù da parte di Giuda, per seppellirvi gli stranieri. Ed è forse vero che quei resti, quei corpi senza nome (e senza storia) sono stranieri, traditi dalla vita e dalla morte. Apparentemente, un'esistenza dimenticata, di persone che avranno avuto passioni, rancori, desideri, che tutti abbiamo; con gli affetti, i pensieri, le ricchezze e le povertà di ogni esistenza. Di tutto ciò, in quel luogo non rimane nulla: né un nome, né una data di nascita, non un'immagine, e neanche un ricordo: anonimato pressoché totale, indifferenza del cuore e della mente per persone morte (come a migliaia muoiono ogni giorno, in ogni parte del mondo); dimenticanza da parte dei vivi, che continuano a vivere fino al raggiungimento (o del proseguimento) del proprio anonimato. Rispolverando ancora tra i ricordi, è riaffiorata una poesia di Salvatore Quasimodo, che esprime questo sentimento; si intitola "Thànatos Athànotos":
E
dovremo dunque negarti,
Dio dei
tumori, Dio del fiore vivo, e
cominciare con un no all'oscura pietra «io sono» e consentire alla morte e
su ogni tomba scrivere la sola nostra certezza: «thànatos athànatos»? Senza un nome che ricordi i sogni le
lacrime i furori di quest’uomo sconfitto
da domande ancora aperte? Il
nostro dialogo muta; diventa ora
possibile l’assurdo. Là oltre il fumo di nebbia, dentro gli alberi vigila
la potenza delle foglie, vero
è il fiume che preme sulle rive. La
vita non è sogno. Vero l'uomo e
il suo pianto geloso del silenzio. Dio
del silenzio, apri la solitudine. Come sempre, è un'invocazione che emerge dalle profondità della nostra esistenza terrena, dalle paludi della sofferenza: grido potente che è richiesta di un significato valido, che duri oltre il breve o lungo intervallo della vita. Un grido che investe e si radica nel silenzio inquietante di Dio: altre parole e nuovi intendimenti dovremo rintracciare per tacitare la sete infinita del nostro cuore, per rimuovere, almeno in parte, quel carico di domande ancora aperte. Ma una risposta, sommessa, piccola, cercata non per consolare ma per poter intravedere la verità della vita, vorrei tentare. Qual è il vero significato della nostra esistenza, cos'è che dà un senso duraturo a questo "mare di giorni" (cfr. D. Maria Turoldo, nella poesia "Amore e morte"), a questa infinita serie di esperienze, incontri, emozioni, che è il nostro vivere? Forse il successo nella vita e il ricordo dopo la morte? Essere dunque conosciuti dagli uomini, anche di tutto (o quasi) il mondo ed esserne ricordati? O,
più propriamente, il senso è da ricercare nel nostro tendere all'infinito
verso Oltre
il visibile, oltre il velo del mondo, oltre il fumo di nebbia, gettiamo lo
sguardo sull'invisibile, là dove dovrebbe sempre
tendere il nostro cuore, che un giorno riposerà, non annullato o
sconfitto, ma per rivivere
in pienezza, trasfigurato, nel cuore di Dio.
IL VERO DISCEPOLO
Un uomo andò a trovare un Sufi e gli disse: "Vorrei diventare tuo discepolo". Il Sufi gli chiese: "Vorresti diventare discepolo di un cane?". "No", rispose l'uomo. "Allora non puoi seguire la nostra via, dato che io stesso sono discepolo di un cane, e che dovrai considerare il mio maestro superiore a me". "Ma come puoi essere discepolo di un cane?", chiese l'aspirante discepolo."Perché un giorno ho visto un cane trattare con bontà un altro cane che gli aveva fatto un segno di sottomissione". Il visitatore protestò: "Ma tu hai la tua scuola, il tuo centro di studi, frequentato da allievi che ti trattano col più grande rispetto! Tu hai raggiunto uno stadio in cui non ci si occupa più di come si comportano i cani". "Tu descrivi ciò che desideri", disse il maestro. "Tu desideri un insegnamento con rituali regolari, segni esteriori di rispetto e un centro visibile di studi. Tu non cerchi di essere un Sufi: cerchi di far parte di una comunità di questo genere. Non è la stessa cosa". "Ma se io sono stato attratto dalla tua forma esteriore, è certamente per colpa tua, perché è proprio sotto questa forma che ti presenti al mondo". "Ciò che il mondo pensa è un conto: ciò che il discepolo comprende è un altro", disse il Sufi. "Se ciò che ti interessa è il rituale, la comunità, la musica, il lavoro, il servizio - o piuttosto ciò che intendi per queste cose - allora hai un gran bisogno di quelli che possono istruirti con altri metodi. Prestarsi alle tue esigenze superficiali non è Sufismo, anche se tutti pensano che lo sia".
CONOSCERE DIO NEL SILENZIO
Cari Fratelli e Sorelle, non ho preparato una vera omelia, solo qualche spunto per fare la meditazione. La missione di san Bruno, il santo di oggi, appare con chiarezza, è – possiamo dire - interpretata nell'orazione di questo giorno che, pur alquanto variata nel testo italiano, ci ricorda che la sua missione fu silenzio e contemplazione. Ma silenzio e contemplazione hanno uno scopo: servono per conservare, nella dispersione della vita quotidiana, una permanente unione con Dio. Questo è lo scopo: che nella nostra anima sia sempre presente l'unione con Dio e trasformi tutto il nostro essere. Silenzio e contemplazione - caratteristica di san Bruno - servono per poter trovare nella dispersione di ogni giorno questa profonda, continua, unione con Dio. Silenzio e contemplazione: la bella vocazione del teologo è parlare. Questa è la sua missione: nella loquacità del nostro tempo, e di altri tempi, nell’inflazione delle parole, rendere presenti le parole essenziali. Nelle parole rendere presente la Parola, la Parola che viene da Dio, la Parola che è Dio. Ma come potremmo, essendo parte di questo mondo con tutte le sue parole, rendere presente la Parola nelle parole, se non mediante un processo di purificazione del nostro pensare, che soprattutto deve essere anche un processo di purificazione delle nostre parole? Come potremmo aprire il mondo, e prima noi stessi, alla Parola senza entrare nel silenzio di Dio, dal quale procede la sua Parola? Per la purificazione delle nostre parole, e quindi per la purificazione delle parole del mondo, abbiamo bisogno di quel silenzio che diventa contemplazione, che ci fa entrare nel silenzio di Dio e così arrivare al punto dove nasce la Parola, la Parola redentrice. San Tommaso d'Aquino, con una lunga tradizione, dice che nella teologia Dio non è l'oggetto del quale parliamo. Questa è la nostra concezione normale. In realtà, Dio non è l'oggetto; Dio è il soggetto della teologia. Chi parla nella teologia, il soggetto parlante, dovrebbe essere Dio stesso. E il nostro parlare e pensare dovrebbe solo servire perché possa essere ascoltato, possa trovare spazio nel mondo, il parlare di Dio, la Parola di Dio. E così, di nuovo, ci troviamo invitati a questo cammino della rinuncia a parole nostre; a questo cammino della purificazione, perché le nostre parole siano solo strumento mediante il quale Dio possa parlare, e così Dio sia realmente non oggetto, ma soggetto della teologia. In questo contesto mi viene in mente una bellissima parola della Prima Lettera di San Pietro, nel primo capitolo, versetto 22. In latino suona così: «Castificantes animas nostras in oboedentia veritatis». L'obbedienza alla verità dovrebbe "castificare" la nostra anima, e così guidare alla retta parola e alla retta azione. In altri termini, parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinione comuni, è considerato come una specie di prostituzione della parola e dell'anima. La "castità" a cui allude l’apostolo Pietro è non sottomettersi a questi standard, non cercare gli applausi, ma cercare l'obbedienza alla verità. E penso che questa sia la virtù fondamentale del teologo, questa disciplina anche dura dell'obbedienza alla verità che ci fa collaboratori della verità, bocca della verità, perché non parliamo noi in questo fiume di parole di oggi, ma realmente purificati e resi casti dall'obbedienza alla verità, la verità parli in noi. E possiamo così essere veramente portatori della verità. Questo mi fa pensare a sant'Ignazio di Antiochia e ad una sua bella espressione: "Chi ha capito le parole del Signore capisce il suo silenzio, perché il Signore va conosciuto nel suo silenzio". L'analisi delle parole di Gesù arriva fino a un certo punto, ma rimane nel nostro pensare. Solo quando arriviamo a quel silenzio del Signore, nel suo essere col Padre dal quale vengono le parole, possiamo anche realmente cominciare a capire la profondità di queste parole. Le parole di Gesù sono nate nel suo silenzio sul Monte, come dice la Scrittura, nel suo essere col Padre. Da questo silenzio della comunione col Padre, dell'essere immerso nel Padre, nascono le parole e solo arrivando a questo punto, e partendo da questo punto, arriviamo alla vera profondità della Parola e possiamo essere noi autentici interpreti della Parola. Il Signore ci invita, parlando, di salire con Lui sul Monte, e nel suo silenzio, imparare così, di nuovo, il vero senso delle parole. Dicendo questo siamo arrivati alle due letture di oggi. Giobbe aveva gridato a Dio, aveva anche fatto la lotta con Dio davanti alle evidenti ingiustizie con le quali lo trattava. Adesso è confrontato con la grandezza di Dio. E capisce che davanti alla vera grandezza di Dio tutto il nostro parlare è solo povertà e non arriva nemmeno da lontano alla grandezza del suo essere e così dice: "Due volte ho parlato, non continuerò". Silenzio davanti alla grandezza di Dio, perché le parole nostre diventano troppo piccole. Questo mi fa pensare alle ultime settimane della vita di san Tommaso. In queste ultime settimane non ha più scritto, non ha più parlato. I suoi amici gli chiedono: Maestro, perché non parli più, perché non scrivi? E lui dice: Davanti a quanto ho visto adesso tutte le mie parole mi appaiono come paglia. Il grande conoscitore di san Tommaso, il Padre Jean-Pierre Torrel, ci dice di non intendere male queste parole. La paglia non è niente. La paglia porta il grano e questo è il grande valore della paglia. Porta il grano. E anche la paglia delle parole rimane valida come portatrice del grano. Ma questo è anche per noi, direi, una relativizzazione del nostro lavoro e insieme una valorizzazione del nostro lavoro. E’ anche un’indicazione, perché il modo di lavorare, la nostra paglia, porti realmente il grano della Parola di Dio. Il Vangelo finisce con le parole: «Chi ascolta voi, ascolta me». Che ammonizione, che esame di coscienza queste parole! È vero che chi ascolta me, ascolta realmente il Signore? Preghiamo e lavoriamo perché sia sempre più vero che chi ascolta noi ascolta Cristo. Amen!
Antonello Lotti, foto personale, 2006
È MEGLIO TACERE ED ESSERE
Lettera ai cristiani di EfesoSalutoIgnazio, detto anche portatore di Dio, augura ogni bene in Gesù Cristo e in una gioia perfetta alla Chiesa di Efeso, in Asia: Chiesa benedetta in grandezza, nella pienezza di Dio padre; Chiesa predestinata prima dei secoli ad esistere sempre per una gloria duratura, immutabilmente unita ed eletta nella verace passione, per la volontà del Padre e di Gesù Cristo, nostro Dio; Chiesa degna di essere chiamata beata. Ringraziamento e lodi dei destinatariI. Ho recepito in Dio il vostro amatissimo nome che vi siete guadagnato con naturale giustizia nella fede e nella carità in Cristo Signore nostro Salvatore. Imitatori di Dio e rianimati nel suo sangue avete compiuto un'opera congeniale. Avendo inteso che io venivo dalla Siria incatenato per il nome comune e la speranza, fiducioso nella vostra preghiera di sostenere in Roma la lotta con le fiere e diventare discepolo, vi siete affrettati da me. In nome di Dio ho ricevuto la vostra comunità nella persona di Onesimo, di indicibile carità, vostro vescovo nella carne. Vi prego di amarlo in Gesù Cristo e di rassomigliargli tutti. Sia benedetto chi vi ha fatto la grazia, e ne site degni, di meritare un tale vescovo. Ubbidienza al vescovo e ai presbiteriII. Per Burro mio conservo e secondo Dio vostro diacono, benedetto in ogni cosa, prego che resti ad onore vostro e del vescovo. Anche Croco, degno di Dio e di voi, che io ho ricevuto quale vostro modello di carità, mi è di conforto in ogni cosa. Così il Padre di Gesù Cristo lo conforti con Onesimo, Burro, Euplo e Frontone; in loro ho visto tutti voi secondo la carità. Possa io trovare gioia in voi per ogni cosa ed esserne degno! Bisogna glorificare in ogni modo Gesù Cristo che ha glorificato voi, perché riuniti in una stessa obbedienza e sottomessi al vescovo e ai presbiteri siate santificati in ogni cosa. L'amore nell'unitàIII. Non vi comanderò come se fossi qualcuno. Se pur sono incatenato nel Suo nome, non ancora ho raggiunto la perfezione in Gesù Cristo. Solo ora incomincio a istruirmi e parlo a voi come miei condiscepoli. Bisogna che da voi sia unto di fede, di esortazione, di pazienza e di magnanimità. Ma poiché la carità non mi lascia tacere con voi, voglio esortarvi a comunicare in armonia con la mente di Dio. E Gesù Cristo, nostra vita inseparabile, è il pensiero del Padre, come anche i vescovi posti sino ai confini della terra sono nel pensiero di Gesù Cristo. Unione del collegio presbiterale con il vescovoIV. Conviene procedere d'accordo con la mente del vescovo, come già fate. Il vostro presbiterato ben reputato degno di Dio è molto unito al vescovo come le corde alla cetra. Per questo dalla vostra unità e dal vostro amore concorde si canti a Gesù Cristo. E ciascuno diventi un coro, affinché nell'armonia del vostro accordo prendendo nell'unità il tono di Dio, cantiate ad una sola voce per Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e vi riconosca, per le buone opere, che siete le membra di Gesù Cristo. È necessario per voi trovarvi nella inseparabile unità per essere sempre partecipi di Dio. La persona del vescovoV. Se in poco tempo ho avuto tanta familiarità con il vostro vescovo, che non è umana, ma spirituale, di più vi stimo beati essendo uniti a lui come la Chiesa lo è a Gesù Cristo e Gesù Cristo al Padre perché tutte le cose siano concordi nell'unità. Nessuno s'inganni: chi non è presso l'altare, è privato del pane di Dio. Se la preghiera di uno o di due ha tanta forza, quanto più quella del vescovo e di tutta la Chiesa! Chi non partecipa alla riunione è un orgoglioso e si è giudicato. Sta scritto:«Dio resiste agli orgogliosi». Stiamo attenti a non opporci al vescovo per essere sottomessi a Dio. VI. Quanto più uno vede che il vescovo tace, tanto più lo rispetta. Chiunque il padrone di casa abbia mandato per l'amministrazione della casa bisogna che lo riceviamo come colui che l'ha mandato. Occorre dunque onorare il vescovo come il Signore stesso. Proprio Onesimo loda il vostro ordine in Dio, perché tutti vivete secondo la verità e non si annida eresia alcuna in voi. Non ascoltate nessuno che non vi parli di Gesù Cristo nella verità. Fuggite gli ereticiVII. Vi sono alcuni che portano il nome, ma compiono azioni indegne di Dio. Bisogna scansarli come bestie feroci. Sono cani idrofobi che mordono furtivamente. Occorre guardarsene perché sono incurabili. Non c'è che un solo medico, materiale e spirituale, generato e ingenerato, fatto Dio in carne, vita vera nella morte, nato da Maria e da Dio, prima passibile poi impassibile, Gesù Cristo nostro Signore. VIII. Nessuno, dunque, vi inganni, come d'altronde non vi fate ingannare, essendo tutti di Dio. Se non vi è nessuna discordia tra voi che vi possa tormentare, allora vivete secondo Dio. Sono la vostra vittima e mi offro in sacrificio per voi Efesini, Chiesa celebrata nei secoli. I carnali non possono fare cose spirituali, né gli spirituali cose carnali, come né la fede le cose dell'infedeltà, né l'infedeltà quelle della fede. Anche quello che fate nella carne è spirituale. Fate tutto in Gesù Cristo. IX. Ho inteso che sono venuti alcuni portando una dottrina malvagia. Voi non li avete lasciati seminare in mezzo a voi, turandovi le orecchie per non ricevere ciò che speravano. Voi siete pietre del tempio del Padre preparate per la costruzione di Dio Padre, elevate con l'argano di Gesù Cristo che è la croce, usando come corda lo Spirito Santo. La fede è la vostra leva e la carità la strada che vi conduce a Dio. Siete tutti compagni di viaggio, portatori di Dio, portatori del tempio, portatori di Cristo e dello Spirito Santo, in tutto ornati dei precetti di Gesù Cristo. Mi rallegro di essere stato stimato degno delle cose che vi scrivo, per trattenermi con voi e congratularmi perché per una vita diversa non amate che Dio solo. Essere di esempio nelle virtùX. Per gli altri uomini «pregate senza interruzione». In loro vi è speranza di conversione perché trovino Dio. Lasciate che imparino dalla vostre opere. Davanti alla loro ira siate miti; alla loro megalomania siate umili, alle loro bestemmie (opponete) le vostre preghiere; al loro errore «siate saldi nelle fede»; alla loro ferocia siate pacifici, non cercando di imitarli. Nella bontà troviamoci loro fratelli, cercando di essere imitatori del Signore. Chi ha sofferto di più l'ingiustizia? Chi ha avuto più privazioni? Chi più disprezzato? Non si trovi tra voi nessun'erba del diavolo, ma con ogni purezza e temperanza rimanete in Gesù Cristo con la carne e con lo spirito. Temere il SignoreXI. Sono gli ultimi tempi. Vergogniamoci e temiamo che la magnificenza di Dio ormai non sia per noi una condanna. O temiamo l'ira futura o amiamo la grazia presente; una delle due. Solo <è necessario> trovarsi in Gesù Cristo per la vera vita. Fuori di lui nulla abbia valore per voi, in lui porto le catene. Sono le perle spirituali con le quali vorrei mi fosse concesso risuscitare grazie alla vostra preghiera. A questa vorrei sempre partecipare per trovarmi nell'eredità dei cristiani di Efeso, che sono sempre uniti agli Apostoli nella potenza di Gesù Cristo. Il martirio è vicinoXII. So chi sono e a chi scrivo. Io sono un condannato, voi avete ottenuto misericordia. Io in pericolo, voi al sicuro. Voi siete la strada per quelli che s'innalzano a Dio. Gli iniziati di Paolo che si è santificato, ha reso testimonianza ed è degno di essere chiamato beato. Possa io stare sulle sue orme per raggiungere Dio; in un'intera sua lettera si ricorda di voi in Gesù Cristo. La liturgiaXIII. Impegnatevi a riunirvi più di frequente nell'azione di grazie e di gloria verso Dio. Quando vi riunite spesso, le forze di Satana vengono abbattute e il suo flagello si dissolve nella concordia della fede. Niente è più bello della pace nella quale si frustra ogni guerra di potenze celesti e terrestri. Fede e caritàXIV. Nulla di tutto questo vi sfuggirà, se avete perfettamente la fede e la carità in Gesù Cristo, che sono il principio e lo scopo della vita. Il principio è la fede, il fine la carità. L'una e l'altra insieme riunite sono Dio, e tutto il resto segue la grande bontà. Nessuno che professi la fede pecca, nessuno che abbia la carità odia. L'albero si conosce dal suo frutto. Così coloro che si professano di appartenere a Cristo saranno riconosciuti da quello che operano. Ora l'opera non è di professione di fede, ma che ognuno si trovi nella forza della fede sino all'ultimo. Testimoniare il CristoXV. È meglio tacere ed essere, che dire e non essere. È bello insegnare se chi parla opera. Uno solo è il maestro e ha detto e ha fatto e ciò che tacendo ha fatto è degno del Padre. Chi possiede veramente la parola di Gesù può avvertire anche il suo silenzio per essere perfetto, per compiere le cose di cui parla o di essere conosciuto per le cose che tace. Nulla sfugge al Signore, anche i nostri segreti gli sono vicino. Tutto facciamo considerando che abita in noi templi suoi ed egli il Dio (che è) in noi, come è e apparirà al nostro volto amandolo giustamente. XVI. Non ingannatevi, fratelli miei. Quelli che corrompono la famiglia «non erediteranno il regno di Dio». Se quelli che fanno ciò secondo la carne muoiono, tanto più che con una dottrina perversa corrompe la fede di Dio per la quale Cristo fu crocifisso! Egli, divenuto impuro, finirà nel fuoco eterno e insieme a lui anche chi lo ascolta. XVII. Per questo il Signore accettò il profumo versato sul suo capo per infondere l'immortalità alla Chiesa. Non lasciatevi ungere dal cattivo odore del principe di questo mondo che non vi imprigioni fuori della vita che vi attende. Perché non diveniamo tutti saggi ricevendo la scienza di Dio che è Gesù Cristo? A che rovinarsi pazzamente, misconoscendo il carisma che il Signore ci ha veramente mandato? La croceXVIII. Il mio spirito è vittima della croce che è scandalo per gli infedeli e per noi salvezza e vita eterna. Dov'è il saggio? il disputante? la vanità di quelli che si dicono scienziati? Il nostro Dio, Gesù Cristo è stato portato nel seno di Maria, secondo l'economia di Dio, del seme di David e dello Spirito Santo. Egli è nato ed è stato battezzato perché l'acqua fosse purificata con la passione. L'abolizione della morteXIX. Al principe di questo mondo rimase celata la verginità di Maria e il suo parto, similmente la morte del Signore, i tre misteri clamorosi che furono compiuti nel silenzio di Dio. Come furono manifestati ai secoli? Un astro brillò nel cielo sopra tutti gli astri, la sua luce era indicibile, e la sua novità stupì. La altre stelle con il sole e a luna fecero un coro all'astro ed esso più di tutti illuminò. Ci fu stupore. Donde quella novità strana per loro? Apparso Dio in forma umana per una novità di vita eterna si sciolse ogni magia, si ruppe ogni legame di malvagità. Scomparve l'ignoranza, l'antico impero cadde. Aveva inizio ciò che era stato deciso da Dio. Di qui fu sconvolta ogni cosa per preparare l'abolizione della morte. Vi scriverò ancoraXX. Se Gesù Cristo per la vostra preghiera mi renderà degno di grazia ed è la Sua volontà vi spiegherò in un secondo scritto che ho in mente di stilare, l'accennata economia per l'uomo nuovo Gesù Cristo, che consiste nella sua fede, nella sua carità, nella sua passione e resurrezione. Soprattutto se il Signore mi rivelerà che ognuno e tutti insieme nella grazia che viene dal suo nome vi riunite in una sola fede e in Gesù Cristo del seme di David figlio dell'uomo e di Dio per ubbidire al vescovo e ai presbiteri in una concordia stabile spezzando l'unico pane che è rimedio di immortalità, antidoto per non morire, ma per vivere sempre in Gesù Cristo. CongedoXXI. Io sono il riscatto di vita per voi e per quelli che ad onore di Dio avete mandato a Smirne, donde vi scrivo ringraziando il Signore e amando Policarpo come anche voi. Ricordatevi di me come anche Gesù Cristo di voi. Pregate per la Chiesa di Siria, donde sono stato condotto incatenato a Roma, ultimo di quei fedeli giudicato degno di acquistare la gloria di Dio. Statemi bene in Dio Padre e in Gesù Cristo, nostra comune speranza.
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Mistica.Info è a cura di Antonello Lotti - Sito web: www.mistica.info - E-mail: info@mistica.info |