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La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti  Scrivi per suggerimenti o informazioni

APPUNTI E SUGGESTIONI N. 7

 

INDICE DI APPUNTI E SUGGESTIONI

 

Questo numero è declinato tutto in senso cristiano, con scritti di tre papi (Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), un vescovo-teologo (Bruno Forte), un teologo (Hans Urs von Balthasar) e, infine, un poeta (T.S. Eliot). Gli interventi sono tutti uniti da un filo che si è dipanato secondo il tema della ricerca di Dio e della fede, nutrita dalla speranza. Dio è veramente il palpito della nostra anima, al di là di ogni contingenza, di ogni difficoltà presente e futura della nostra vita. Questo sito non dimentica i problemi presenti nel mondo d'oggi. La mistica non esula dai problemi della vita e l'estasi è un momento (non sempre presente) da cui si ritorna per vivere le piccole e grandi difficoltà quotidiane. La mistica cerca di scorgere la verità oltre l'apparenza di questo mondo, oltre il velo che nasconde il senso profondo della vita. Si nutre di quella verità cui aspira e il solo tendere verso la Verità le dà significato. Sa che non potrà possedere la Verità ed accetta che sia la Verità a possederla. Questo numero sta tutto nella tensione verso la Verità e la consapevolezza del momento presente. 

 

 

INDICE

 


 

 

IL CRISTIANO E L'ANGOSCIA

 

Rogier Van der Weyden, Deposizione, particolare, 1435, Madrid, Museo del Prado

Rogier Van der Weyden, Deposizione, particolare, 1435, 
Madrid, Museo del Prado

 

«La cattiva coscienza di tanti cristiani e l'angoscia che ne deriva non è causata dal fatto che essi sono peccatori e continuano a peccare, ma dal fatto che hanno cessato di credere alla verità e all'efficacia della loro fede; essi misurano la forza della fede in base alla propria impotenza, proiettano il mondo di Dio nella loro psicologia anziché lasciarsi misurare da Dio. Essi fanno ciò che a loro come cristiani è proibito: osservano la fede dal di fuori, dubitano della forza della speranza, si chiudono alla potenza dell'amore e si adagiano in quell'intercapedine che in termini cristiani è un luogo che non esiste. Non c'è allora da meravigliarsi se a causa di questa assenza di un luogo l'angoscia li afferra». 

 

[Hans Urs von Balthasar, Il cristiano e l'angoscia, Jaca Book]

 

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L'UOMO È L'ESSERE CHE CERCA DIO

 

Il testo dell'Udienza Generale di papa Giovanni Paolo II del 27 dicembre 1978, parla della ricerca di Dio, prendendo a prestito il tempo di Natale e l'episodio evangelico dei pastori che a Betlemme si recano alla capanna dove è nato Gesù. È interessante notare come il tema sia svolto sulla ricerca e su quel "trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia" (Lc 2,16). Il papa afferma che quel "trovarono" esprime proprio la ricerca che è l'attività principale dell'uomo come essere. Una ricerca che non è mai finita e che non si basa su risultati acquisiti e ritenuti definitivi ("non mi cercheresti se non mi avessi già trovato", Pascal). La frase finale illumina il senso anche di questo sito sulla ricerca di Verità: «Gesù è venuto al mondo per rivelare tutta la dignità e nobiltà della ricerca di Dio, che è il più profondo bisogno dell’anima umana, e per venire incontro a questa ricerca».

Giovanni Paolo II, UDIENZA GENERALE

Mercoledì 27 dicembre 1978

 

1. Ci incontriamo nel tempo liturgico del Natale. Desidero quindi che le parole, che oggi vi rivolgerò, corrispondano alla gioia di questa festa e di questa ottava. Desidero inoltre che corrispondano a quella semplicità e insieme profondità che il Natale irradia su tutti. Affiora spontaneo alla mia mente il ricordo dei miei sentimenti e delle mie vicende, cominciando dagli anni della mia infanzia nella casa paterna, attraverso gli anni difficili della giovinezza, il periodo della seconda guerra, la guerra mondiale. Possa essa non ripetersi mai più nella storia dell’Europa e del mondo! Eppure, perfino negli anni peggiori, il Natale ha sempre portato con sé qualche raggio. E questo raggio penetrava anche nelle più dure esperienze di disprezzo dell’uomo, di annientamento della sua dignità, di crudeltà. Basta, per rendersene conto, prendere in mano le memorie degli uomini che sono passati per le carceri o per i campi di concentramento, per i fronti di guerra e per gli interrogatori e i processi. 

Questo raggio della Notte natalizia, raggio della nascita di Dio, non è soltanto un ricordo delle luci dell’albero, accanto al presepio nella casa, nella famiglia o nella chiesa parrocchiale, ma è qualcosa di più. Esso è il più profondo barlume dell’umanità che è stata visitata da Dio, l’umanità nuovamente accolta e assunta da Dio stesso; assunta nel Figlio di Maria nell’unità della Persona divina: il Figlio-Verbo. Natura umana assunta misticamente dal Figlio di Dio in ciascuno di noi, che siamo stati adottati nella nuova unione col Padre. L’irradiazione di questo mistero si estende lontano, molto lontano; raggiunge anche quelle parti e quelle sfere dell’esistenza degli uomini, nelle quali qualsiasi pensiero su Dio è stato quasi offuscato, sembra essere assente, come se fosse bruciato e spento del tutto. Ed ecco, con la notte di Natale, spunta un barlume: forse nonostante tutto? Felice questo “forse nonostante tutto”: esso è già un barlume di fede e di speranza. 

2. Nella festività del Natale leggiamo dei pastori di Betlemme, che per primi furono chiamati al presepe, a vedere il Neonato: “Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia” (Lc 2,16). 

Fermiamoci a quel “trovarono”. Questa parola indica la ricerca. Infatti, i pastori di Betlemme, mettendosi a riposare col loro gregge, non sapevano che era giunto il tempo, in cui sarebbe avvenuto ciò che da secoli avevano preannunziato i profeti di quel Popolo, a cui essi stessi appartenevano; e che si sarebbe compiuto proprio in quella notte; e che sarebbe avvenuto nelle vicinanze del luogo dove sostavano. Anche dopo il risveglio dal sonno in cui erano immersi, essi non sapevano né che cosa fosse successo né dove fosse successo. Il loro arrivo alla grotta della Natività era il risultato di una ricerca. Ma, nello stesso tempo, essi erano stati condotti, erano – come leggiamo – guidati dalla voce e dalla luce. E se risaliamo ancor più nel passato, li vediamo guidati dalla tradizione del loro Popolo, dalla sua attesa. Sappiamo che Israele aveva ottenuto la promessa del Messia. 

Ed ecco l’Evangelista parla dei semplici, dei modesti, dei poveri d’Israele: dei pastori che per primi l’hanno trovato. Parla, del resto, con tutta semplicità, come se si trattasse di un avvenimento “esteriore”: hanno cercato dove potesse essere, e infine hanno trovato. Allo stesso tempo questo “trovarono” di Luca indica una dimensione interiore: ciò che si è avverato negli uomini la notte di Natale, in quei semplici pastori di Betlemme. “Trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia”, e poi: “...se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro” (Lc 2,16-20). 

3. “Trovarono” indica “la ricerca”. 

L’uomo è un essere che cerca. Tutta la sua storia lo conferma. Anche la vita di ciascuno di noi lo testimonia. Molti sono i campi in cui l’uomo cerca e ricerca e poi trova e, talvolta, dopo aver trovato, ricomincia nuovamente a cercare. Fra tutti questi campi in cui l’uomo si rivela come un essere che cerca, ve n’è uno, il più profondo. È quello che penetra più intimamente nella stessa umanità dell’essere umano. Ed è il più unito al senso di tutta la vita umana. 

L’uomo è l’essere che cerca Dio. 

Diverse sono le vie di questa ricerca. Molteplici sono le storie delle anime umane proprio su queste strade. Talvolta le vie sembrano molto semplici e vicine. Altre volte sono difficili, complicate, lontane. A volte l’uomo arriva facilmente al suo “heureka”: “ho trovato!”. A volte lotta con le difficoltà, come se non potesse penetrare se stesso e il mondo, e soprattutto come se non potesse comprendere il male che c’è nel mondo. Si sa che perfino nel contesto della Natività questo male ha mostrato il suo volto minaccioso. 

Non pochi sono gli uomini che hanno descritto la loro ricerca di Dio sulle strade della propria vita. Ancor più numerosi sono coloro che tacciono, considerando come il proprio mistero più profondo e più intimo tutto ciò che su queste strade hanno vissuto: quello che hanno sperimentato, come hanno cercato, come hanno perduto l’orientamento e come l’hanno nuovamente ritrovato. 

L’uomo è l’essere che cerca Dio. 

E perfino dopo averlo trovato, continua a cercarlo. E se lo cerca con sincerità, lo ha già trovato; come, in un celebre frammento di Pascal, Gesù dice all’uomo: “Consolati, tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato” (Pascal, Pensées, 553: “Il mistero di Gesù”). 

Questa è la verità sull’uomo. 

Non la si può falsificare. Non la si può nemmeno distruggere. La si deve lasciare all’uomo perché essa lo definisce. 

Che cosa dire dell’ateismo di fronte a questa verità? Bisogna dire moltissime cose, più di ciò che è possibile racchiudere nella cornice di questo mio breve discorso. Ma almeno una cosa è necessario dire: è indispensabile applicare un criterio, cioè il criterio della libertà dello spirito umano. Non va d’accordo con questo criterio – fondamentale criterio – l’ateismo, sia quando nega a priori che l’uomo è l’essere che cerca Dio, sia quando mutila in vari modi tale ricerca nella vita sociale, pubblica e culturale. Tale atteggiamento è contrario ai diritti fondamentali dell’uomo. 

4. Ma non voglio fermarmi su questo. Se vi accenno, lo faccio per dimostrare tutta la bellezza e la dignità della ricerca di Dio. 

Questo pensiero mi è stato suggerito dalla festa del Natale. 

Come è nato il Cristo? Come è venuto al mondo? Perché è venuto al mondo? È venuto al mondo perché Lo possano trovare gli uomini; coloro che lo cercano. Così come l’hanno trovato i pastori nella grotta di Betlemme. 

Dirò ancor di più. Gesù è venuto al mondo per rivelare tutta la dignità e nobiltà della ricerca di Dio, che è il più profondo bisogno dell’anima umana, e per venire incontro a questa ricerca.   

 

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Caspar David Friedrich, Donna alla finestra, 1822, Berlino, Nationalgalerie

Caspar David Friedrich, Donna alla finestra, 1822, 
Berlino, Nationalgalerie

 

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ALLA SERA DELLA VITA

 

Devo ammettere la mia passione per gli scritti di Bruno Forte, teologo prima ancora che Vescovo, prete con vocazione pastorale da sempre, capace di attenzione particolare all'uomo, al senso della vita, al suo destino. Egli parla di Dio con un linguaggio raffinato di grande impatto emotivo, per quanto radicato in un'intelligenza di fede grandissima. Egli sa parlare al cuore degli uomini e spesso propone preghiere dense concettualmente ed insieme di grande bellezza. Ne propongo una che è in realtà una confessione di fede con lo sguardo rivolto ad un Dio di amore. La San Paolo Edizioni ha pubblicato la maggior parte dei suoi testi. Da poco è uscito La bellezza di Dio. Scritti e discorsi 2004-2005.

* * * * *

Confessio Fidei - narratio Amoris

Confessare la fede narrando l’Amore

 

di Bruno Forte, Arcivescovo Metropolita di Chieti - Vasto

 

Alla sera della vita saremo giudicati sull'amore

 (S. Giovanni della Croce)

 

 

                Una confessione di fede cristiana non è altro che la «sanctae Trinitatis relata narratio» (Concilio XI di Toledo: DS 528): il racconto dell'amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, cui abbiamo creduto sulla parola dei testimoni delle nostre origini, trasmessa nella vivente tradizione ecclesiale («relata narratio»). Chi confessa la fede, parla di Dio raccontando l'Amore, così come si è rivelato nell'evento trinitario di Pasqua:

 

 

 

 

Gv 3,16

 

Rom 8,32

 

1 Gv 4,8.16

 

 

 

 

 

Gc 1,17

 

 

Rom 5,5

 

 

 

Mc 1,11

Rom 5,10

2 Cor 5,19

Gv 17,23

 

 

 

 

Gv 1,11ss.

 

Gv 20,21

Eb 5,7ss.

 

 

 

 

 

 

 

1 Gv 4,16

1 Cor 11,26

 

 

 

Gen 2,1

 

Lc 1,35

Mc 1,10 e par.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

At 1,8

At 2,1ss.

 

 

2 Cor 3,17

 

 

1 Cor 12

Rom 8

 

 

 

 

 

 

Gv 7,37-39

Gv 6,63

Gv 20,22s.

 

2 Cor 1,22

 

 

 

 

 

 

Col 3,3

Gv 14,23

Credo in Te, Padre,

Dio di Gesù Cristo,

Dio dei nostri Padri e nostro Dio:

Tu, che tanto hai amato il mondo

da non risparmiare

il Tuo Figlio Unigenito 

e da consegnarlo per i peccatori,

sei il Dio, che è Amore.

Tu sei il Principio senza principio dell'Amore,

Tu che ami nella pura gratuità,

per la gioia irradiante di amare.

Tu sei l'Amore che eternamente inizia,

la sorgente eterna da cui scaturisce

ogni dono perfetto.

Ti ci hai fatti per Te,

imprimendo in noi la nostalgia del Tuo Amore,

e contagiandoci la Tua carità

per dare pace al nostro cuore inquieto.

 

Credo in Te, Signore Gesù Cristo,

Figlio eternamente amato,

mandato nel mondo per riconciliare

i peccatori col Padre.

Tu sei la pura accoglienza dell'Amore,

Tu che ami nella gratitudine infinita,

e ci insegni che anche il ricevere è divino,

e il lasciarsi amare non meno divino

che l'amare.

Tu sei la Parola eterna uscita dal Silenzio

nel dialogo senza fine dell'Amore,

l'Amato che tutto riceve e tutto dona.

I giorni della Tua carne,

totalmente vissuti in obbedienza al Padre,

il silenzio di Nazaret, la primavera di Galilea,

il viaggio a Gerusalemme,

la storia della passione,

la vita nuova della Pasqua di Resurrezione,

ci contagiano il grazie dell'amore,

e fanno di noi, nella sequela di Te,

coloro che hanno creduto all'Amore,

e vivono nell'attesa della Tua venuta.

 

Credo in Te, Spirito Santo,

Signore e datore di vita,

che Ti libravi sulle acque

della prima creazione,

e scendesti sulla Vergine accogliente

e sulle acque della nuova creazione.

Tu sei il vincolo della carità eterna,

l'unità e la pace

dell'Amato e dell'Amante,

nel dialogo eterno dell'Amore.

Tu sei l'estasi e il dono di Dio,

Colui in cui l'amore infinito

si apre nella libertà

per suscitare e contagiare

amore.

La Tua presenza ci fa Chiesa,

popolo della carità,

unità che è segno e profezia

per l'unità del mondo.

Tu ci fai Chiesa della libertà,

aperti al nuovo

e attenti alla meravigliosa varietà

da Te suscitata nell'amore.

Tu sei in noi ardente speranza,

Tu che unisci il tempo e l'eterno,

la Chiesa pellegrina e la Chiesa celeste,

Tu che apri il cuore di Dio

all'accoglienza dei senza Dio,

e il cuore di noi, poveri e peccatori,

al dono dell'Amore, che non conosce tramonto.

In Te ci è data l'acqua della vita,

in Te il pane del cielo,

in Te il perdono dei peccati

in Te ci è anticipata e promessa

la gioia del secolo a venire.

 

Credo in Te, unico Dio d'Amore,

eterno Amante, eterno Amato,

eterna unità e libertà dell'Amore.

In Te vivo e riposo,

donandoti il mio cuore,

e chiedendoti di nascondermi in Te

e di abitare in me.

Amen!

 

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Antonello Lotti, foto personale, 2006

Antonello Lotti, foto personale, 2006

 

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LA SEMPLICITÀ DELLA FEDE

 

Il 12 settembre 2006, il papa Benedetto XVI si reca, in occasione del suo viaggio apostolico in Germania, alla spianata dell’Islinger Feld di Regensburg dove presiede una Celebrazione Eucaristica. Nell'omelia pronunciata parla della fede in relazione al tema del suo viaggio "Chi crede non è mai solo". La fede è sostanzialmente un atto di estrema semplicità. Se si tiene conto delle varie Summe teologiche del passato, ci si potrebbe scoraggiare dinanzi all'immensità della materia. Pur comprendendo cielo e terra, passato, presente e futuro, la fede può essere espressa in modo più essenziale. D'altronde essa non è un'ipotesi o una teoria, ma un atto concreto che riguarda un essere vivente. Credere nel Dio di Gesù Cristo significa aver visto (anche con gli occhi della carne) Dio che si è mostrato come uomo, che si è lasciato perfino uccidere dagli uomini. Il Dio cristiano non è Altro da noi, non ci separa nulla da Lui se non la presunzione della sua estraneità alle vicende umane, alle sofferenze dell'uomo. Dio è la nostra origine e il nostro destino, perché la fede è speranza d'amore (non paura di un giudizio futuro), è lasciarsi afferrare da quel Dio che non ci lascerà cadere nel vuoto. 

Ci siamo riuniti per una festa della fede. Ora, però, emerge la domanda: Ma che cosa crediamo in realtà? Che cosa significa: credere? Può una tale cosa di fatto ancora esistere nel mondo moderno? Vedendo le grandi "Somme" di teologia redatte nel Medioevo o pensando alla quantità di libri scritti ogni giorno in favore o contro la fede, si è tentati di scoraggiarsi e di pensare che questo è tutto troppo complicato. Alla fine, vedendo i singoli alberi, non si vede più il bosco. Ed è vero: la visione della fede comprende cielo e terra; il passato, il presente, il futuro, l'eternità – e perciò non è mai esauribile. E tuttavia, nel suo nucleo è molto semplice. Il Signore stesso, infatti, ne ha parlato col Padre dicendo: "Hai voluto rivelarlo ai semplici – a coloro che sono capaci di vedere col cuore" (cfr Mt 11,25). La Chiesa , da parte sua, ci offre una piccolissima "Somma", nella quale tutto l'essenziale è espresso: è il cosiddetto "Credo degli Apostoli". Esso viene di solito suddiviso in dodici articoli – secondo il numero dei dodici Apostoli – e parla di Dio, Creatore e Principio di tutte le cose, di Cristo e la sua opera della salvezza, fino alla risurrezione dei morti e alla vita eterna. Ma nella sua concezione di fondo, il Credo è composto solo di tre parti principali, e secondo la sua storia non è nient'altro che un'amplificazione della formula battesimale, che lo stesso Signore risorto consegnò ai discepoli per tutti i tempi quando disse loro: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19).

In questa visione si dimostrano due cose: la fede è semplice. Crediamo in Dio – in Dio, principio e fine della vita umana. In quel Dio che entra in relazione con noi esseri umani, che è la nostra origine e il nostro futuro. Così la fede, contemporaneamente, è sempre anche speranza, è la certezza che noi abbiamo un futuro e non cadremo nel vuoto. E la fede è amore, perché l'amore di Dio vuole "contagiarci". Questa è la prima cosa: noi semplicemente crediamo in Dio, e questo porta con sé anche la speranza e l'amore.

Come seconda cosa possiamo costatare: il Credo non è un insieme di sentenze, non è una teoria. È, appunto, ancorato all'evento del Battesimo – ad un evento d'incontro tra Dio e l'uomo. Dio, nel mistero del Battesimo, si china sull'uomo; ci viene incontro e in questo modo ci avvicina gli uni agli altri. Perché il Battesimo significa che Gesù Cristo, per così dire, ci adotta come suoi fratelli e sorelle, accogliendoci con ciò come figli nella famiglia di Dio. In questo modo fa quindi di tutti noi una grande famiglia nella comunità universale della Chiesa. Sì, chi crede non è mai solo. Dio ci viene incontro. Incamminiamoci anche noi verso Dio, allora ci avviciniamo gli uni agli altri! Non lasciamo solo, per quanto sta nelle nostre forze, nessuno dei figli di Dio!

Noi crediamo in Dio. Questa è la nostra decisione di fondo. Ma ora di nuovo la domanda: questo è possibile ancora oggi? È una cosa ragionevole? Fin dall'illuminismo, almeno una parte della scienza s'impegna con solerzia a cercare una spiegazione del mondo, in cui Dio diventi superfluo. E così Egli dovrebbe diventare inutile anche per la nostra vita. Ma ogniqualvolta poteva sembrare che ci si fosse quasi riusciti – sempre di nuovo appariva evidente: i conti non tornano! I conti sull'uomo, senza Dio, non tornano, e i conti sul mondo, su tutto l’universo, senza di Lui non tornano. In fin dei conti, resta l'alternativa: che cosa esiste all'origine? La Ragione creatrice, lo Spirito Creatore che opera tutto e suscita lo sviluppo, o l'Irrazionalità che, priva di ogni ragione, stranamente produce un cosmo ordinato in modo matematico e anche l'uomo, la sua ragione. Questa, però, sarebbe allora soltanto un risultato casuale dell'evoluzione e quindi, in fondo, anche una cosa irragionevole. Noi cristiani diciamo: "Credo in Dio Padre, Creatore del cielo e della terra" – credo nello Spirito Creatore. Noi crediamo che all'origine c'è il Verbo eterno, la Ragione e non l'Irrazionalità. Con questa fede non abbiamo bisogno di nasconderci, non dobbiamo temere di trovarci con essa in un vicolo cieco. Siamo lieti di poter conoscere Dio! E cerchiamo di rendere accessibile anche agli altri la ragionevolezza della fede, come, nella sua Prima Lettera, san Pietro esplicitamente ha esortato a fare i cristiani del suo tempo e con loro anche noi (cfr 3,15)!

Noi crediamo in Dio. Lo affermano le parti principali del Credo e lo sottolinea soprattutto la sua prima parte. Ma ora segue subito la seconda domanda: in quale Dio? Ebbene, crediamo appunto in quel Dio che è Spirito Creatore, Ragione creativa, da cui proviene tutto e da cui proveniamo anche noi. La seconda parte del Credo ci dice di più. Questa Ragione creativa è Bontà. È Amore. Essa possiede un volto. Dio non ci lascia brancolare nel buio. Si è mostrato come uomo. Egli è tanto grande da potersi permettere di diventare piccolissimo. "Chi ha visto me ha visto il Padre", dice Gesù (Gv 14,9). Dio ha assunto un volto umano. Ci ama fino al punto da lasciarsi per noi inchiodare sulla Croce, per portare le sofferenze dell’umanità fino al cuore di Dio. Oggi, che conosciamo le patologie e le malattie mortali della religione e della ragione, le distruzioni dell’immagine di Dio a causa dell’odio e del fanatismo, è importante dire con chiarezza in quale Dio noi crediamo e professare convinti questo volto umano di Dio. Solo questo ci libera dalla paura di Dio – un sentimento dal quale, in definitiva, nacque l’ateismo moderno. Solo questo Dio ci salva dalla paura del mondo e dall’ansia di fronte al vuoto della propria esistenza. Solo guardando a Gesù Cristo, la nostra gioia in Dio raggiunge la sua pienezza, diventa gioia redenta. Volgiamo durante questa celebrazione solenne dell’Eucaristia il nostro sguardo sul Signore che qui davanti a noi è innalzato sulla croce e chiediamo a Lui la grande gioia che, nell’ora del suo congedo, Egli ha promesso ai discepoli (cfr Gv 16,24)!

La seconda parte del Credo si conclude con la prospettiva del Giudizio finale e la terza con quella della risurrezione dei morti. Giudizio – non è che con ciò ci viene inculcata nuovamente la paura? Ma, non desideriamo forse tutti che un giorno sia fatta giustizia per tutti i condannati ingiustamente, per quanti hanno sofferto lungo la vita e poi da una vita piena di dolore sono stati inghiottiti nella morte? Non vogliamo forse tutti che l’eccesso di ingiustizia e di sofferenza, che vediamo nella storia, alla fine si dissolva; che tutti in definitiva possano diventare lieti, che tutto ottenga un senso? Questa affermazione del diritto, questo congiungimento di tanti frammenti di storia che sembrano privi di senso, così da integrarli in un tutto in cui dominino la verità e l’amore: è questo che s’intende col concetto di Giudizio del mondo. La fede non vuol farci paura; vuole però chiamarci alla responsabilità! Non dobbiamo sprecare la nostra vita, né abusare di essa; neppure dobbiamo tenerla semplicemente per noi stessi; di fronte all’ingiustizia non dobbiamo restare indifferenti, diventandone conniventi o addirittura complici. Dobbiamo percepire la nostra missione nella storia e cercare di corrispondervi. Non paura ma responsabilità – responsabilità e preoccupazione per la nostra salvezza, e per la salvezza di tutto il mondo sono necessarie. A ciò, ciascuno deve dare il proprio contributo. Quando, però, responsabilità e preoccupazione tendono a diventare paura, allora ricordiamoci della parola di san Giovanni: "Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto" (1 Gv 2,1). "Qualunque cosa il nostro cuore ci rimproveri – Dio è più grande del nostro cuore ed Egli conosce ogni cosa" (1 Gv 3,20).

 

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DIO, PALPITO DELLA NOSTRA ANIMA

 

 

«MESSA DEGLI ARTISTI» NELLA CAPPELLA SISTINA

OMELIA DI PAOLO VI

Solennità dell’Ascensione di Nostro Signore
Giovedì, 7 maggio 1964

 

E da ultimo aggiungeremo che non basta né la catechesi, né il laboratorio. Occorre l’indispensabile caratteristica del momento religioso, e cioè la sincerità. Non si tratta più solo d’arte, ma di spiritualità. Bisogna entrare nella cella interiore di se stessi e dare al momento religioso, artisticamente vissuto, ciò che qui si esprime: una personalità, una voce cavata proprio dal profondo dell’animo, una forma che si distingue da ogni travestimento di palcoscenico, di rappresentazione puramente esteriore; è l’Io che si trova nella sua sintesi più piena e più faticosa, se volete, ma anche la più gioiosa. Bisogna che qui la religione sia veramente spirituale; e allora avverrà per voi quello che la festa di oggi, la Ascensione, ci fa pensare. Quando si entra in se stessi per trovare tutte queste energie e dar la scalata al cielo, in quel cielo dove Cristo si è rifugiato, noi ci sentiamo in un primo momento, immensamente, direi, infinitamente lontani.

La trascendenza che fa tanto paura all’uomo moderno è veramente cosa che lo sorpassa infinitamente, e chi non sente questa distanza non sente la religione vera. Chi non avverte questa superiorità di Dio, questa sua ineffabilità, questo suo mistero, non sente l’autenticità del fatto religioso. Ma chi lo sente sperimenta, quasi immediatamente, che quel Dio lontano è già lì: «Non lo cercheresti, se già non lo avessi trovato». Parole di Pascal, vero; ed è quello che si verifica continuamente nell’autentica vita spirituale del cristiano. Se ricerchiamo Cristo veramente dove è, in cielo, lo vediamo riflesso, lo troviamo palpitante nella nostra anima: il Dio trascendente è diventato, in certo modo, immanente, è diventato l’amico interiore, il maestro spirituale. E la comunione con Lui, che sembrava impossibile, come se dovesse varcare abissi infiniti, è già consumata; il Signore viene in comunione con noi nelle maniere, che voi ben sapete, che sono quelle della parola, che sono quelle della grazia, che sono quelle del sacramento, che sono quelle dei tesori che la Chiesa dispensa alle anime fedeli. E basti per ora così.

 

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LE TENEBRE PROCLAMANO LA GLORIA DELLA LUCE

 

Suor Leonella Sgorbati, uccisa il 17 settembre 2006 a Mogadiscio, operava in Africa per conto delle Missionarie della Consolata dal 1970. Si era stabilita in Kenya per svolgere attività di formazione agli infermieri e, dal 2002, aveva raggiunto anche Mogadiscio. Nata a Piacenza, nel dicembre del 1940, in Somalia aveva avviato e dirigeva la scuola di infermeria in collaborazione con il centro Sos di Mogadiscio. 

 

Noi ti lodiamo, Dio, per la tua gloria che si dispiega in tutte le creature della terra,

Nella neve, nella pioggia, nel vento, nella tempesta; in tutte le tue creature, nei cacciatori come nelle prede.

Perché tutte le cose esistono solo in quanto tu le vedi, solo in quanto tu le conosci, tutte le cose esistono solo nella tua luce e la tua gloria è proclamata anche da colui che ti nega; le tenebre proclamano la gloria della luce.

Coloro che negano te non ti potrebbero negare, se tu non esistessi; e la loro negazione non potrà mai essere completa, perché se fosse tale essi non esisterebbero.

Essi ti affermano in quanto vivono; tutte le cose ti affermano vivendo: gli uccelli nell'aria, il falco come il fringuello; gli animali nella terra, il lupo come l'agnello; il verme che è nel suolo e il verme che abbiamo bel ventre.

Per questi motivi l'uomo, che tu hai fatto perché abbia coscienza di te, deve lodarti in piena coscienza, con il pensiero, con la parola e con l'opera.

 

[T.S. Eliot, Assassinio nella cattedrale]

 

Suor Leonella Sgorbati (1940-2006)

Suor Leonella Sgorbati
(1940 - 2006)

 

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