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La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti  Scrivi per suggerimenti o informazioni

APPUNTI E SUGGESTIONI N. 6

 

INDICE DI APPUNTI E SUGGESTIONI

 

Questo numero propone brani diversi: dal Dhammapada (canone buddhista), ad una riflessione su Maria, come donna del silenzio, ad un inno liturgico che è una preghiera, ad un breve brano di Romano Guardini sul volto del Signore ed una considerazione sul messaggio di Francesco d'Assisi. Sono testi che tendono a riaffermare l'importanza della ricerca della verità, a scoprire il volto vero della nostra fede, dovunque essa sia rivolta.

 

 

INDICE

 


 

 

GIUNGERE ALLA FINE DEL VIAGGIO

 

Fra le scritture che appartengono al Canone Buddhista, appare anche il Dhammapada, una breve raccolta di aforismi e detti, attribuiti a Gautama il Buddha, compilata fino a quattro secoli dopo la sua morte (avvenuta verso il 483 a .C.). Nei suoi ventisei capitoli, ci parla della mente, del male, del mondo, della caduta, del cammino e del risvegliato. Termina con il capitolo dedicato al bramino, ossia ad un appartenente alla casta sacerdotale. È interessante leggere alcuni passaggi che hanno molto in comune con la mistica cristiana, sebbene sia chiara l’impostazione buddhista (liberarsi dal desiderio, dalle passioni e dalla serie di esistenze per giungere al risveglio della coscienza e alla pace del cuore).

 

  Vincent Van Gogh, Iris, 1889, Los Angeles, Getty Center

 Vincent Van Gogh, Iris, 1889, Los Angeles, Getty Center

 

 

O bramino, con tutta la tua energia argina la corrente del desiderio, allontana da te i piaceri dei sensi.

Riconoscendo la fine di ogni cosa che ha un'origine, realizza l'increato.

Raggiungi l'altra sponda attraverso la meditazione e la percezione profonda,

dissolvi ogni vincolo grazie alla conoscenza della verità.

Va al di là di questa e dell'altra sponda, va al di là della paura e di ogni vincolo.

Colui che medita, è libero dalle passioni, è centrato, assolve i suoi compiti,

è senza macchia e ha raggiunto il bene più alto, questi è un bramino.

Il sole splende di giorno, la luna splende di notte, 

il guerriero splende nella sua armatura, il bramino splende in meditazione.

Ma il Buddha splende radioso giorno e notte.

Bramino è chi ha lasciato cadere ogni male,

asceta è chi vive in serenità, eremita è chi ha eliminato ogni impurità.

Nessuno aggredisca un bramino, ma questi, se è aggredito, non si adiri.

Guai a colui che aggredisce un bramino, ma ancor più al bramino

che riversa la sua ira sull'aggressore.

Non lasciare che la tua mente si attacchi al piacere.

Liberando la tua mente da ogni desiderio di ferire,

avvicini per te la fine della sofferenza.

Non ferire con le tue azioni, con le tue parole

e con i tuoi pensieri. Sii padrone di te sotto questi tre aspetti.

Come un bramino onora il fuoco del sacrificio,  così onora colui dalle cui labbra

puoi apprendere il dharma del perfetto illuminato.

Né la capigliatura arruffata, né la casta, né la trasmissione ereditaria fanno il bramino. 

Bramino è colui che vive nella verità, nella purezza e nel dharma

Vani, o sciocco, sono i capelli arruffati e la pelle di daino. 

All'esterno ti atteggi alla purezza e all'interno sei nell'oscurità. 

Bramino è chi medita in solitudine nella foresta,

vestito di stracci, emaciato, con le vene in rilievo.

Non è la nascita o la ricchezza a fare il bramino.

È un bramino chi non possiede nulla e non si attacca a nulla.

Bramino è chi ha spezzato ogni catena, non trema,

è andato al di là di ogni attaccamento, è totalmente libero.

Bramino è l'illuminato che ha tagliato ogni fune e correggia,

ha sciolto i lacci, ha rovesciato il giogo, ha spezzato le sbarre.

Benché innocente, sopporta senza rancore  offese e persecuzioni.

La forza del suo spirito è il suo esercito. L’ira non lo tocca.

Non devia mai dal suo cammino. È puro, senza desideri e padrone di sé.

Vive nel suo ultimo corpo. Su di lui il piacere scivola via

come una goccia d'acqua su una foglia di loto o come un seme di senape sulla punta di un ago.

E arrivato alla fine del viaggio, ha deposto il fardello della sofferenza,

è libero da ogni attaccamento. La sua saggezza è profonda,

sa discernere il giusto cammino, ha raggiunto la meta suprema.

Sia fra i monaci sia fra coloro che vivono nel mondo

resta nella sua solitudine. I suoi bisogni sono pochi.

Non esercita la violenza su alcuna creatura, mobile o immobile,

non uccide e non causa la morte di alcun essere.

Si muove amorevolmente in mezzo all'ostilità, pacificamente

fra coloro che agitano il bastone, distaccato fra gli avidi.

In lui l'odio, le passioni, l'orgoglio, l'invidia sono caduti

come un seme di senape cade dalla punta di un ago.

Le sue parole sono veritiere, ma non dure, sono chiare, ma non offendono.

Non si appropria di ciò che non gli viene dato, buono o cattivo che sia,

grande o piccolo. Non desidera nulla per sé né in questo, né nell'altro mondo.

È libero da ogni desiderio e attaccamento.

Libero dal desiderio, libero dal dubbio, ha raggiunto la profondità dell'eterno.

Al di là dell'attaccamento al merito e al demerito, al di là delle passioni,

al di là della sofferenza, al di là di ogni impurità. In lui la sete dell'esistenza si è spenta.

È puro, sereno, imperturbabile, splendente come la luna.

Ha percorso il fangoso cammino delle rinascite e dell'illusione,

difficile da lasciare, ed è andato oltre, ha raggiunto l'altra sponda.

Libero da ogni dubbio e desiderio, ha trovato la pace.

In lui la sete dell'esistenza si è spenta. Ha lasciato i piaceri dei sensi,

ha lasciato la casa. In lui la sete dell'esistenza si è spenta.

Ha abbandonato ogni attaccamento, è divenuto un viandante.

Distaccato dalla cose umane, distaccato dalle cose divine,

nulla più lo lega. Ha lasciato il piacere e il dispiacere,

non c'è più in lui alcun seme di un ritorno all'esistenza, ha conquistato tutti i mondi.

Senza attaccamento contempla il nascere e il morire di ogni cosa.

Si è risvegliato. Il suo cammino è ignoto agli uomini, agli spiriti e agli dei.

È senza macchia, è illuminato.

Non possiede nulla e non ha bisogno di nulla.

Per lui non c'è più passato, presente o futuro.

È il saggio, il vittorioso, l'eroe senza macchia

che ha trasceso la paura e il desiderio, il risvegliato.

Ricorda le sue precedenti dimore, conosce il cielo e l'inferno.

La sua saggezza è perfetta. È giunto alla fine del viaggio.

Ha fatto tutto ciò che doveva fare. 

È divenuto uno con la totalità dell'esistenza.

 

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MARIA, DONNA DEL SILENZIO

 

Riprendendo il discorso sul conflitto fra il rumore del mondo – avaro di significato – e sul silenzio denso e profondo di alcuni momenti della nostra vita, propongo questo brano di Tonino Bello, già arcivescovo di Molfetta, morto il 20 aprile 1993, tratto dalla sua opera Maria, donna dei nostri giorni.

* * * * *

Santa Maria, donna del silenzio, riportaci alle sorgenti della pace. Liberaci dall’assedio delle parole. Da quelle nostre, prima di tutto. Ma anche da quelle degli altri. Figli del rumore, noi pensiamo di mascherare l’insicurezza che ci tormenta affidandoci al vaniloquio del nostro interminabile dire: facci comprendere che, solo quando avremo taciuto noi, Dio potrà parlare. Coinquilini del chiasso, ci siamo persuasi di poter esorcizzare la paura alzando il volume dei nostri transistor: facci capire che Dio si comunica all’uomo solo sulle sabbie del deserto, e che la sua voce non ha nulla da spartire con i decibel dei nostri baccani.

Spiegaci il senso profondo di quel brano della Sapienza, che un tempo si leggeva a Natale facendoci trasalire di meraviglia: “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose e la notte era a metà del suo corso, la tua Parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, scese sulla terra…”.

Riportaci, ti preghiamo, al trasognato stupore del primo presepe, e ridestaci nel cuore la nostalgia di quella “tacita notte”.

Santa Maria, donna del silenzio, raccontaci dei tuoi appuntamenti con Dio. In quali campagne ti recavi nei meriggi di primavera, lontano dal frastuono di Nazaret, per udire la sua voce? 

In quali fenditure della roccia ti nascondevi adolescente, perché l’incontro con lui non venisse profanato dalla violenza degli umani rumori?

Su quali terrazzi di Galilea, allagati dal plenilunio, nutrivi le tue veglie di notturne salmodie, mentre il gracidare delle rane, laggiù nella piana degli ulivi, era l’unica colonna sonora ai tuoi pensieri di castità?

Che discorsi facevi, presso la fontana del villaggio, con le tue compagne di gioventù? Che cosa trasmettevi a Giuseppe quando al crepuscolo, prendendoti per mano, usciva con te verso i declivi di Esdrelon, o ti conduceva al lago di Tiberiade nelle giornate di sole? Il mistero che nascondevi nel grembo glielo confidasti con parole o con lacrime di felicità? Oltre allo Shemàh Israel e alla monotonia della pioggia nelle grondaie, di quali altre voci risonava la bottega del falegname nelle sere d’inverno? Al di là dello scrigno del cuore, avevi anche un registro segreto a cui consegnavi le parole di Gesù? Che cosa vi siete detto, per trent’anni, attorno a quel desco di povera gente?

Santa Maria, donna del silenzio, ammettici alla tua scuola. Tienici lontani dalla fiera dei rumori entro cui rischiamo di stordirci, al limite della dissociazione. Preservaci dalla morbosa voluttà di notizie, che ci fa sordi alla “buona notizia”. Rendici operatori di quell’ecologia acustica, che ci restituisce il gusto della contemplazione pur nel vortice della metropoli. Persuadici che solo nel silenzio maturano le cose grandi della vita: la conversione, l’amore, il sacrificio, la morte.

Un’ultima cosa vogliamo chiederti, Madre dolcissima. Tu che hai sperimentato, come Cristo sulla croce, il silenzio di Dio, non ti allontanare dal nostro fianco nell’ora della prova. Quando il sole si eclissa pure per noi, e il cielo non risponde al nostro grido, e la terra rimbomba cava sotto i passi, e la paura dell’abbandono rischia di farci disperare, rimanici accanto. In quel momento, rompi pure il silenzio: per dirci parole d’amore! E sentiremo sulla pelle i brividi della Pasqua prima ancora che si consumi la nostra agonia.

 

Vincent Van Gogh, Buon Samaritano, 1890, Otterlo, Kröller-Müller Museum 

Vincent Van Gogh, Buon Samaritano, 1890, Otterlo, Kröller-Müller Museum 

 

 

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IESU DULCIS MEMORIA

 

Questo canto gregoriano, appartenente alla tradizione liturgica della Chiesa cattolica, ha delle parole intense e profonde. Il ricordo di Gesù (e tutta la vita cristiana dovrebbe essere una Sua “memoria”) non è semplicemente un ricordo di una persona o di fatti trascorsi ormai da secoli, ma fonte di una Presenza di verità, o come dice il testo “fonte viva, luce della mente, al di là di qualsiasi gioia e qualunque desiderio”. Alla Sua Presenza occorre soltanto tacere, perché “la bocca non sa dire, la parola non sa esprimere”. Infine è solo la contemplazione di Lui che ci permette di dire: “Vedo già ciò che ho cercato, possiedo ciò che ho desiderato”.

Iesu dulcis memoria
Dans vera cordis gaudia
Sed super mel et omnia
Eius dulcis praesentia.

Nil canitur suavius
Nil auditur iucundius
Nil cogitatur dulcius
Quam Jesus Dei Filius.

Iesu, spes paenitentibus
Quam pius es petentibus
Quam bonus Te quaerentibus
Sed quid invenientibus?

Iesu dulcedo cordium
Fons vivus lumen mentium
Excedens omne gaudium
Et omne desiderium.

Nec lingua valet dicere
Nec littera exprimere
Expertus potest credere
Quid sit Iesum diligere.

Iesu Rex admirabilis
Et triumphator nobilis
Dulcedo ineffabilis
Totus desiderabilis.

Mane nobiscum Domine
Et nos illustra lumine
Pulsa mentis caligine
Mundum reple dulcedine.

Quando cor nostrum visitas
Tunc lucet ei veritas
Mundi vilescit vanitas
Et intus fervet Caritas.

Iesum omnes agnoscite
Amorem eius poscite
Iesum ardenter quaerite
Quaerendo in ardescite.

Iesu flos matris Virginis
Amor nostrae dulcedinis
Tibi laus honor numinis
Regnum beatitudinis.

Iesu summa benignitas
Mira cordis iucunditas
In comprehensa bonitas
Tua me stringit Caritas.

Iam quod quaesivi video
Quod concupivi teneo
Amore Iesu langueo
Et corde totus ardeo.

O Iesu mi dulcissime
Spes suspirantis animae
Te quaerunt piae lacrymae
Et clamor mentis intimae.

Sis, Iesu, nostrum gaudium,
Qui es futurus praemium:
Sit nostra in te gloria
Per cuncta semper saecula. Amen.

 

O Gesù, ricordo di dolcezza
Sorgente di forza vera al cuore
Ma sopra ogni dolcezza
Dolcezza è la Sua Presenza.

Nulla si canta di più soave
Nulla si ode di più giocondo
Nulla di più dolce si pensa
Che Gesù, Figlio di Dio.

Gesù, speranza di chi ritorna al bene
Quanto sei pietoso verso chi Ti desidera
Quanto sei buono verso chi ti cerca
Ma che sarai per chi ti trova?

Gesù, dolcezza del cuore
Fonte viva, luce della mente
Al di là di qualsiasi gioia
E qualsiasi desiderio.

La bocca non sa dire
La parola non sa esprimere
Solo chi lo prova può credere
Ciò che sia amare Gesù.

Gesù Re ammirabile
E nobile trionfatore,
Dolcezza ineffabile,
Totalmente desiderabile!

Rimani con noi Signore
E illuminaci con la Tua luce,
Dissipa l’oscurità della mente;
Reso puro, riempimi di dolcezza!

Quando visiti il nostro cuore,
Allora brilla su di esso la verità,
Perde valore la vanità del mondo
E dentro arde la Carità.

Riconoscete tutti Gesù,
Chiedete il Suo amore,
Cercate ardentemente Gesù,
Infiammatevi nel cercarLo!

Gesù fiore di Madre Vergine,
Amore della nostra dolcezza:
A Te la lode e l’onore della potenza
E il Regno della beatitudine.

Gesù, suprema bontà,
Gioia straordinaria del cuore,
E insieme tenera benevolenza:
La Tua Carità mi strugge.

Vedo già ciò che ho cercato
Possiedo ciò che ho desiderato;
Languo d’amore, Gesù,
E ardo tutto in cuore.

O Gesù mio dolcissimo
Speranza dell’anima che sospira
Ti cercano le lacrime pietose
E il grido del profondo dell’animo.

Sii, o Gesù, la nostra gioia,
Tu che sarai l’eterno premio;
In te sia la nostra gloria
Per ogni tempo. Amen.

 

 

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IL VOLTO DI CRISTO

 

Queste parole scritte nel volume "Il Signore", pubblicato la prima volta nel 1937, affermano l'insostituibilità di un rapporto personale con la Scrittura e con l'immagine di Dio che, dalla sua lettura, deriva al credente, ossia a colui che ha il cuore disponibile ad accogliere la Parola. Il Padre concede a ciascuno di conoscere quel volto di Cristo che egli ha voluto farci conoscere. E quell'immagine dobbiamo conservare gelosamente, non quella che ci viene fornita da un'altra interpretazione, per quanto autorevole, ma priva di quell'elemento che rimane fondamentale: la grazia di un incontro personale con il Signore. Dio non è un'astrazione o un'idea, e la mistica ci viene ad insegnare proprio questo. 

 

Albrecht Dürer, Autoritratto, 1500, Monaco, Alte Pinakothek

Albrecht Dürer, Autoritratto, 1500, Monaco, Alte Pinakothek

 

«L'immagine di Gesù sorge in  modo sempre nuovo dall'incontro della narrazione con il cuore disponibile ad accoglierla. Prendi la Scrittura, leggi, e nella misura in cui il Padre te lo concede, incontrerai il Figlio. Nessun altro ti può disegnare questo volto del Signore, che egli volge proprio verso te; tu stesso devi contemplarlo. E non ti è lecito lasciare che alcun altro lo rimuova dal tuo sguardo; infatti, che tu stesso incontri il Signore, è la grazia più grande che ti sia riservata».

 

[Romano Guardini, Il Signore, Vita & Pensiero-Morcelliana, 2005, p. 268]

 

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IL VANGELO di francesco d'assisi

 

Nello Strumento di lavoro per il Capitolo generale straordinario dei frati minori (settembre 2006), si leggono delle affermazioni molto interessanti. Ne propongo alcune che riguardano il Vangelo di Cristo, così come considerato e vissuto da Francesco d'Assisi e proposto per la vita anche dei suoi frati. Vorrei sottolineare che è questo lo spirito che dovrebbe animare ogni frate (ma credo valga per ogni persona che ama Francesco) e che deriva proprio dall'assumere il Vangelo di Cristo come norma e regola di vita: il servizio agli altri, la tenerezza nei confronti degli uomini e delle donne, di qualunque fede o credo, l'esclusione di ogni forma di dominio

 

Cosa intendeva Francesco con questo vocabolo, “Vangelo”, a cui tiene tanto e attraverso cui riassume la vita descritta nelle sue Regole? Lo restringeva forse a qualche brano relativo alla povertà, all’itineranza, alla predicazione? Un esame attento di tutti i passi degli scritti in cui appare il vocabolo, mostra che secondo Francesco la vita secondo il Vangelo non può essere ridotta ad un elenco di comportamenti, quali “vendere i propri beni” (Rnb 1,2) o “non portare nulla per strada” (Rnb 14,1), o ancora “augurare la pace” (Rb 3,13; Test 23). “Osservare il Vangelo” significa accogliere il messaggio della rivelazione di Gesù nella sua completezza: le sue rivelazioni, le sue promesse, le sue diverse esigenze, senza escluderne o privilegiarne nessuna in particolare. Nel significato più pieno, il Vangelo è Gesù stesso che, con la vita e la parola, ci rivela l’essere profondo del Padre suo, il suo Nome, e ci rende possibile sperimentare la comunione con Lui: Teneamus... verba, vitam et doctrinam et sanctum eius evangelium qui dignatus est pro nobis rogare Patrem et nobis eius nomen manifestare (Rnb 22,41). La frase conclusiva della Rb (12,4) paupertatem et humilitalem et sanctum evangelium... Iesu Christi... observemus collega il Vangelo alla povertà e all’umiltà; sembrerebbe riguardare non solo l’atteggiamento richiesto ai Frati, vivere da poveri, minori, servi; indica piuttosto il modello supremo dell’“umiltà di Dio”, “la Parola del Padre che ha assunto la carne della nostra umanità e fragilità scegliendo la povertà” (2Lf 4,5).

Secondo questi testi, il Vangelo - buona novella che origina gioia - è anzitutto rivelazione del mistero del Dio Trinità che, spinto dal suo santo amore, ci rende possibile condividere la sua stessa vita (Rnb 17;23; LodAl; 2Lf 4-11. 48-53) e che deve rimanere al cuore di tutte le nostre ricerche e dei nostri sforzi (Rb 10, 8-10). Questo Dio santissimo e altissimo è, al tempo stesso, un Dio “appassionato” per l’uomo, discreto, umile (“Tu sei umiltà” LodAl), chino sui piedi dei discepoli per lavarli. In secondo luogo, il Vangelo è conoscenza di sé, “la più degna delle creature” (3 Lettera di Chiara, 21), immagine e somiglianza di Dio e del suo Cristo (Rnb 23,1; Am 5,1), creato in una sublime condizione, e insieme, paradossalmente, limitato, povero, peccatore, tale da suscitare pietà (Rnb 17,7; 23,8). Riconoscere e accettare questa duplice condizione costituisce la radice della vera povertà e di ogni relazione autentica nei confronti di Dio e del prossimo. Minores et subditi omnibus (Rnb 7,2)

L’amore del prossimo, chiunque egli sia, “amico o nemico, ladro o brigante”, cristiano o meno è di capitale importanza: deve essere concreto, operativo, fatto di servizio (lavare i piedi), segnato da una tenerezza “materna”, capace di escludere ogni forma di dominio. Permette così la creazione di una Fraternità, il nome che Francesco dà al gruppo dei suoi, costruita anzitutto dai Frati tra di loro, e tuttavia aperta, estesa a tutti gli esseri umani e anche a tutti gli esseri e gli elementi del creato. La missione che, secondo le differenti situazioni, assumerà le forme più diverse, si radica nella realizzazione comunitaria, visibile, sempre da ricominciare, di una triplice esigenza enunciata con forza da Rb 10,8-10. Secondo questo passo, lo Spirito del Signore, che è da desiderare sopra ogni altra cosa, spinge i Frati a fare esperienza di Dio (orare sempre... puro corde); ad approfondire la conoscenza e l’accettazione di sé (habere humilitatem et patientiam in persecutione et infirmitate); a stabilire relazioni d’amore con ogni uomo, anche se nemico (diligere eos qui nos persequuntur et reprehendunt et arguunt)

Solo a partire da questi fondamenti evangelici, vissuti e interpretati da Francesco, si possono assumere gli impegni concreti della povertà francescana, dell’obbedienza e della castità; solo su queste basi è possibile edificare una comunità autentica e, nel servizio alla Chiesa e nell’attenzione al mondo moderno, individuare percorsi apostolici e missionari possibili anche nell’oggi.

 

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