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La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti  Scrivi per suggerimenti o informazioni

APPUNTI E SUGGESTIONI N. 4

 

INDICE DI APPUNTI E SUGGESTIONI

 

 

INDICE

 


 

 

PUÒ LA MISTICA INTERESSARE IL MONDO?

 

  • La mistica – intesa non come aggettivo di una “teologia”, ma come atteggiamento ideale, intenzionalità – può veramente essere oggetto di interesse, nel mondo d’oggi? Prima di partire dall’idea del piccolo sito “Mistica.info”, ero già convinto che il tema fosse assolutamente impopolare. Non era pertanto una sorpresa trovare così poche pagine che ne parlassero. Esistono molti siti di esperienze (al limite del normale) che vengono tout court definite “mistiche”. Si tratta di fenomeni straordinari (profezie, rivelazioni, fenomeni variamente paranormali, etc.) che, per la loro stessa natura, non rivestono un carattere di grande importanza se non per il soggetto che le vive, né ritengo possano essere di grande insegnamento per gli altri – al contrario proprio di ciò che intendono –. Ognuno d’altronde può avere avuto esperienze straordinarie, non sempre comprensibili razionalmente, ma sono convinto che il vero mistico non sia soltanto colui che “sperimenta” Dio in modo straordinario, quanto piuttosto colui che riesce a viverlo nel suo ordinario, nella vita normale e semplice di ogni giorno.

  • Il tema della “mistica”, più che interessare la gerarchia cattolica sembra essere importante – almeno dai messaggi ricevuti in questi anni – soprattutto per persone, in genere laici, senza alcuna appartenenza particolare, che vivono la propria spiritualità in maniera intensa e profonda, magari non facile. Non si limitano, mi è sembrato di capire, a quanto viene proposto loro da una spiritualità rarefatta (liturgica, devozionale, strettamente biblica), ma sanno vivere in profondità la propria vita, con le rare gioie e le sofferenze che questo, inevitabilmente, comporta. La mistica non interessa neanche il mondo cristiano evangelico, legato troppo spesso al dato storico-biblico, da cui non sempre riesce a cogliere un senso di ulteriorità, di trascendenza. La Bibbia si offre come unica norma di comportamento e di giudizio delle azioni umane, anche nell’ambito spirituale. Non si tratta di cristianesimo, ma di etica, di morale cristiana e tutto viene condotto su un piano orizzontale.

  • Tra la mistica e il mondo (direi tutto il mondo, compreso quello religioso) esiste un rapporto alquanto conflittuale, simile a quello che c’è fra mondo e verità. Scrive Emanuele Severino: «La verità è il destino che resta in attesa del tramonto del mondo. Il mondo è la volontà di sottrarsi al destino dell’essere. Il verbo latino destinare – come la parola greca ™pist»mh – è formato dal tema sta. La verità è lo stare originario che non si lascia smuovere e si impone» (Essenza del nichilismo). La mistica è anzitutto esperienza dello spirito nello spirito, che è la verità dell’essere. La vera mistica è esperienza dell’Uno, mentre il mondo è separatezza e in questo senso diabolico. La mistica non è la verità, ma la ricerca con tutto se stessa, sapendo che solo la verità può giudicarla.

  • La mistica ama il silenzio carico di significato, quanto il mondo ama la chiacchiera vana e prolissa. La mistica ama l’essenziale, il semplice, l’Uno, quanto il mondo ama il complesso e ricerca il sensazionale. La mistica ama l’ordinario quanto il mondo lo straordinario e l’esperienza irripetibile. La mistica ama l’attesa mentre il mondo è impaziente di giungere, di arrivare ad un risultato concreto. La mistica ama l’umiltà quanto il mondo il potere. La mistica serve, mentre il mondo comanda. La mistica desidera, mentre il mondo pretende. La mistica prega, mentre il mondo esige. La mistica si nutre di speranza, mentre il mondo la supera, illudendosi. Può dunque esserci motivo di interesse del mondo per la mistica?

 

Il rumore del Mondo e la Perdita dell’Interiorità

 

Alla de­psicologizzazione dell'anima concorre il rumore del mondo, ossia quella sottomissione acustico-visiva per cui sempre meno esiste un posto silenzioso e non inondato da immagini, che consenta all'anima un minimo di introversione. Penetrando senza essere richiesto, in modo indiscreto e invadente, senza neppure bisogno del nostro esplicito consenso, il mondo delle parole e delle immagini ci costringe alla "partecipazione" là dove le parole rinviano e dove le immagini rimandano, in quella sorta di capovolgimento del rapporto figura-sfondo, per cui la parola non emerge dal silenzio, e l’immagine dallo sfondo, ma parole e immagini sono divenute lo sfondo da cui ciascuno deve ritagliare un brandello di silenzio e di vuoto per incontrare se stesso.

Privati come siamo della possibilità di non ascoltare e di non vedere, riconosciamo i nostri organi di senso come organi della nostra illibertà, perché più non ci è concesso di prender posizione in un mondo di cui siamo semplicemente e massicciamente riforniti, senza alcuna possibilità di fame la minima esperienza. Impossibilitati a distinguere tra realtà e apparenza perché, per effetto della mediazione tecnica, il mondo è diventato "rappresentazione" in termini tali che neppure Schopenhauer avrebbe potuto sospettare, l'anima di ciascuno forma il proprio mondo a partire dalle immagini del mondo di cui tutti sono ugualmente e inesorabilmente riforniti, per cui anche con il più piccolo accenno di introversione, ciascuno trova in fondo all'anima nulla di più di quanto vede scorrere sugli schermi di casa propria.

Se la parola era il tratto distintivo dell'uomo, che ne è dell'essenza dell'uomo se la parola che egli pronuncia non è altro che una variante che accompagna la parola che ascolta, o, come dice G. Anders: "un mero recitare insieme ciò che insieme si ascolta senza posa"? Ridotti come siamo a ripetitori del monologo collettivo, l'anima di ciascuno risulta conforme all'anima dell'altro, e il suo tratto specifico, non avendo un vocabolario a disposizione che non sia il monologo collettivo in cui non riesce a dirsi, o tace in quel silenzio che ciascuno sempre più avverte quando incontra se stesso, o prende gli itinerari spezzati, disarticolati e dissennati della follia.

 

[Umberto Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano 1999, pp. 663-4]

 

 

Antonello Lotti, foto personale, 2006

Antonello Lotti, foto personale, 2006

 

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IL SILENZIO E LA FEDE

 

Colui che non tace non può sentirvi quando gli parlate” (Guigo II).

 

Forse è perché pensiamo alla fede come a una ricerca di Dio che perdiamo così spesso di vista la verità essenziale del nostro cammino spirituale. Dio non sta al termine di una strada tortuosa. È all’inizio e ad ogni singolo tratto di strada. Non abbiamo bisogno di andare in cerca di Dio, per quanto ci possa sembrare distante. Dio è sempre presente. Si tratta di sgombrare la strada, di eliminare gli strati di egocentrismo e presunzione che insistiamo con l’interporre fra lui e noi in nome della spiritualità.

E questo si riferisce anche, in nome della preghiera, al parlare troppo.

Finché non impareremo a starcene tranquilli in silenzio alla presenza di Dio, non riusciremo a sentire una parola di quello che ci dirà.

Finché non ci convinceremo che restare muti è la preghiera più efficace, resteremo per sempre intrappolati dietro una barriera del suono che neppure Dio può sfondare.

Il silenzio è la paradossale lingua madre della fede.

 

PREGHIAMO

Fa’ che questa notte inizi e finisca

nel silenzio.

Per una volta non permettere che io cerchi

di attirare la tua attenzione

con le parole.

Altrimenti non riuscirò a sentire

quello che mi vuoi dire,

quello che sussurrerai dolcemente

al mio cuore.

Aiutami ad essere contento

di parlare il linguaggio silenzioso della fede.

 

[John Kirvan, Il piccolo libro della vita spirituale, Gribaudi, Milano 2004, pp. 146-7]

 

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La Mistica come Via di Ricerca della Verità

 

Il sottotitolo del sito Mistica.info è appunto questo: La mistica come via di ricerca della Verità. Ma ha un senso questa frase? Ha senso intendere la ricerca della Verità come se essa possa essere infine trovata? E che valore di verità può avere una ricerca della Verità che, come tale, non possiede verità visto che la sta cercando? A queste domande, in parte è già stato risposto. Basta consultare la pagina relativa agli appunti personali a muovere da alcune frasi di RAIMONDO LULLO tratte da “Il libro dell’Amico e dell’Amato”: www.mistica.info/unlullo.htm, ed ancora la pagina dei contributi: “Appunti da una conversazione con Aldo Stella”: www.mistica.info/unattual.htm.

Qui vorrei approfondire, citando EMANUELE SEVERINO:

«Lo sviluppo del tema del rapporto tra l’uomo e la verità messo a punto dall’Occidente ci pone dunque di fronte ad un elemento di paradossalità difficilmente evitabile. Pensare il rapporto dell’uomo con la verità come il raggiungimento di un desiderio, come la meta di un cammino, come l’esito di una ricerca o come il risultato di un metodo rischia infatti di condurci ad affermare l’impossibilità per l’uomo di raggiungere la verità. Se la verità fosse davvero il punto di arrivo di un percorso che ha per protagonisti gli uomini, noi ci troveremmo a muoverci verso la casa della verità con passi che, in quanto precedenti l’apertura della porta da parte della verità stessa, non apparterrebbero ad essa, ma si compirebbero fuori di essa. Se così fosse, ci porremmo in ascolto della verità con un udito che non è in grado di sentire la verità stessa, ma che invece appare destinato, proprio in quanto è la verità la padrona della casa cui noi stiamo bussando, a rinunciare ad essere uditore della verità, per limitarsi invece ad ascoltare qualcosa che precede la verità, ma che non ha nulla da spartire con essa. Se così fosse, dunque, l’intero cammino dell’uomo verso la verità sarebbe così estraneo alla verità stessa da costringerci a pensare ad esso come radicalmente appartenente alla non-verità. Se la verità è in rapporto all’uomo, essa non può che esserlo in termini originari: in caso contrario la speranza dell’uomo di raggiungere la verità e la sua stessa ricerca non potranno che avere un esito fallimentare. La verità va dunque pensata non come l’esito di un processo di ricerca, non come un possesso che si acquisisce, non come un punto di vista che si cerca di comunicare, non come una convinzione personale, ma invece come una presenza originaria che si evidenzia come conditio sine qua non della stessa ricerca della verità. Quest’ultima infatti, proprio in quanto presenza originaria, è la condizione di possibilità stessa di ogni viaggio e non invece il punto d’arrivo di viaggi che, in quanto preparati e realizzati nella non-verità, non potranno in alcun modo avere la verità come proprio approdo» (Piero Coda, Emanuele Severino, La verità e il nulla. Il rischio della libertà, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2000, pp. 24-25).

 

La ricerca della verità ha senso solo in quanto suscitata dalla verità stessa, la quale indirizza anche l’intenzionalità dell’uomo-ricercatore. E colui che ricerca la verità non pretende di trovarla o possederla. Scrive a questo proposito Aldo Stella:

La consapevolezza che il vero è innegabile, ancorché inoggettivabile, impone che l'intenzione di verità tenga perennemente in vita la ricerca – ogni "trovato" non è mai ciò che viene effettivamente "cercato" – e impone altresì che l'intenzione non possa non affidarsi al vero, confidando che il vero possa orientare e guidare l'intenzione e dunque la ricerca. Il soggetto che cerca non può fidare nella propria capacità di trovare: se pensa che il vero possa venire trovato, si è già fatto "criterio" alla verità. La fede nella verità non è dunque un ordinario credere nell'oggetto, ma è fede eroica volta al trascendimento dell'oggettuale e dunque dell'empirico. È affidamento al valore, nonostante l'impossibilità di determinare il valore stesso, giacché determinarlo significa subordinarlo al soggetto che lo determina.

L’ambito della mistica ha proprio questo valore: il mistico sa che non può vivere senza verità e che solo la verità è assoluta. Per questo vive la propria esistenza come un mendicante di assoluto, come colui che chiede di essere salvato proprio dalla verità, da Dio. Essere salvato significa in ultima analisi perdere la propria individualità, il proprio “io”, togliere assolutezza alla propria persona. Allora, la ricerca della verità si pone come una condizione di perenne domanda di verità, sapendo che il significato di questa preghiera è quello indicato sempre da Aldo Stella nella Conversazione citata:

Perché domandare? Inevitabilmente, per ottenere; ma se domando di essere salvato, allora è innegabile che domandare non può significare ottenere. Infatti, se ottengo, possedendo conserverei almeno l'IO; ma quell'IO, lungi dall'essere salvato, sarebbe solo mantenuto da ciò che ottiene e niente affatto salvato.

Quindi l’espressione “ricerca della verità” ha senso unicamente con queste precisazioni.

 

 

Antonello Lotti, foto personale, 2006

Antonello Lotti, foto personale, 2006

 

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