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INDICE
DI APPUNTI E SUGGESTIONI
INDICE
PUÒ
LA MISTICA INTERESSARE IL MONDO?
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La mistica –
intesa non come aggettivo di una “teologia”, ma come atteggiamento
ideale, intenzionalità – può veramente essere oggetto di interesse,
nel mondo d’oggi? Prima di partire dall’idea del piccolo sito
“Mistica.info”, ero già convinto che il tema fosse
assolutamente impopolare. Non era pertanto una sorpresa trovare
così poche pagine che ne parlassero. Esistono molti siti di
esperienze (al limite del normale) che vengono tout court
definite “mistiche”. Si tratta di fenomeni straordinari (profezie,
rivelazioni, fenomeni variamente paranormali, etc.) che, per la loro
stessa natura, non rivestono un carattere di grande importanza se
non per il soggetto che le vive, né ritengo possano essere di grande
insegnamento per gli altri – al contrario proprio di ciò che
intendono –. Ognuno d’altronde può avere avuto esperienze
straordinarie, non sempre comprensibili razionalmente, ma sono
convinto che il vero mistico non sia soltanto colui che “sperimenta”
Dio in modo straordinario, quanto piuttosto colui che riesce a
viverlo nel suo ordinario, nella vita normale e semplice di ogni
giorno.
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Il tema della
“mistica”, più che interessare la gerarchia cattolica sembra
essere importante – almeno dai messaggi ricevuti in questi anni –
soprattutto per persone, in genere laici, senza alcuna appartenenza
particolare, che vivono la propria spiritualità in maniera intensa e
profonda, magari non facile. Non si limitano, mi è sembrato di
capire, a quanto viene proposto loro da una spiritualità rarefatta
(liturgica, devozionale, strettamente biblica), ma sanno vivere in
profondità la propria vita, con le rare gioie e le sofferenze che
questo, inevitabilmente, comporta. La mistica non interessa neanche
il mondo cristiano evangelico, legato troppo spesso al
dato storico-biblico, da cui non sempre riesce a cogliere un senso
di ulteriorità, di trascendenza. La Bibbia si offre come unica norma
di comportamento e di giudizio delle azioni umane, anche nell’ambito
spirituale. Non si tratta di cristianesimo, ma di etica, di morale
cristiana e tutto viene condotto su un piano orizzontale.
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Tra la mistica e
il mondo (direi tutto il mondo, compreso quello
religioso) esiste un rapporto alquanto conflittuale, simile a quello
che c’è fra mondo e verità. Scrive
Emanuele Severino: «La
verità è il destino che resta in attesa del tramonto del mondo.
Il mondo è la volontà di sottrarsi al destino dell’essere.
Il verbo latino destinare – come la parola greca ™pist»mh
– è
formato dal tema sta. La verità è lo stare originario che non
si lascia smuovere e si impone» (Essenza del nichilismo). La
mistica è anzitutto esperienza dello spirito nello
spirito, che è la verità dell’essere. La vera mistica è esperienza
dell’Uno, mentre il mondo è separatezza e in questo senso
diabolico. La mistica non è la verità, ma la ricerca con tutto se
stessa, sapendo che solo la verità può giudicarla.
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La mistica ama
il silenzio carico di significato, quanto il mondo ama la
chiacchiera vana e prolissa. La mistica ama l’essenziale, il
semplice, l’Uno, quanto il mondo ama il complesso e ricerca
il sensazionale. La mistica ama l’ordinario quanto il mondo
lo straordinario e l’esperienza irripetibile. La mistica ama
l’attesa mentre il mondo è impaziente di giungere, di
arrivare ad un risultato concreto. La mistica ama l’umiltà
quanto il mondo il potere. La mistica serve, mentre il
mondo comanda. La mistica desidera, mentre il mondo
pretende. La mistica prega, mentre il mondo esige. La
mistica si nutre di speranza, mentre il mondo la
supera, illudendosi. Può dunque esserci motivo di interesse del
mondo per la mistica?
Il
rumore del Mondo e la Perdita dell’Interiorità
Alla
depsicologizzazione dell'anima concorre il rumore del mondo, ossia quella sottomissione acustico-visiva per cui sempre meno
esiste un posto silenzioso e non inondato da immagini, che consenta
all'anima un minimo di introversione. Penetrando senza essere
richiesto, in modo indiscreto e invadente, senza neppure bisogno del
nostro esplicito consenso, il mondo delle parole e delle immagini
ci costringe alla "partecipazione" là dove le parole rinviano e
dove le immagini rimandano, in quella sorta di capovolgimento del
rapporto figura-sfondo, per cui la parola non emerge dal silenzio,
e l’immagine dallo sfondo, ma parole e immagini sono divenute lo
sfondo da cui ciascuno deve ritagliare un brandello di silenzio e
di vuoto per incontrare se stesso.
Privati come siamo
della possibilità di non ascoltare e di non vedere, riconosciamo i
nostri organi di senso come organi della nostra illibertà, perché
più non ci è concesso di prender posizione in un mondo di cui siamo
semplicemente e massicciamente riforniti, senza alcuna possibilità
di fame la minima esperienza. Impossibilitati a distinguere tra
realtà e apparenza perché, per effetto della mediazione tecnica, il
mondo è diventato "rappresentazione" in termini tali che neppure Schopenhauer avrebbe potuto sospettare, l'anima di ciascuno forma il
proprio mondo a partire dalle immagini del mondo di cui tutti sono
ugualmente e inesorabilmente riforniti, per cui anche con il più
piccolo accenno di introversione, ciascuno trova in fondo all'anima
nulla di più di quanto vede scorrere sugli schermi di casa propria.
Se la parola era
il tratto distintivo dell'uomo, che ne è dell'essenza
dell'uomo se la parola che egli pronuncia non è altro che una
variante che accompagna la parola che ascolta, o, come dice G.
Anders: "un mero recitare insieme ciò che insieme si ascolta senza
posa"? Ridotti come siamo a ripetitori del monologo collettivo,
l'anima di ciascuno risulta conforme all'anima dell'altro, e il suo
tratto specifico, non avendo un vocabolario a disposizione che non
sia il monologo collettivo in cui non riesce a dirsi, o tace in
quel silenzio che ciascuno sempre più avverte quando incontra se
stesso, o prende gli itinerari spezzati, disarticolati e dissennati
della follia.
[Umberto Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica,
Feltrinelli, Milano 1999, pp. 663-4]

Antonello Lotti,
foto personale, 2006
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IL
SILENZIO E LA FEDE
“Colui che
non tace non può sentirvi quando gli parlate” (Guigo II).
Forse è perché
pensiamo alla fede come a una ricerca di Dio che perdiamo così
spesso di vista la verità essenziale del nostro cammino spirituale.
Dio non sta al termine di una strada tortuosa. È all’inizio e ad
ogni singolo tratto di strada. Non abbiamo bisogno di andare in
cerca di Dio, per quanto ci possa sembrare distante. Dio è sempre
presente. Si tratta di sgombrare la strada, di eliminare gli strati
di egocentrismo e presunzione che insistiamo con l’interporre fra
lui e noi in nome della spiritualità.
E questo si
riferisce anche, in nome della preghiera, al parlare troppo.
Finché non
impareremo a starcene tranquilli in silenzio alla presenza di Dio,
non riusciremo a sentire una parola di quello che ci dirà.
Finché non ci
convinceremo che restare muti è la preghiera più efficace, resteremo
per sempre intrappolati dietro una barriera del suono che neppure
Dio può sfondare.
Il silenzio è la
paradossale lingua madre della fede.
PREGHIAMO
Fa’ che questa
notte inizi e finisca
nel silenzio.
Per una volta
non permettere che io cerchi
di attirare la
tua attenzione
con le parole.
Altrimenti non
riuscirò a sentire
quello che mi
vuoi dire,
quello che
sussurrerai dolcemente
al mio cuore.
Aiutami ad
essere contento
di parlare il
linguaggio silenzioso della fede.
[John Kirvan, Il piccolo libro della vita spirituale,
Gribaudi, Milano 2004, pp. 146-7]
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La Mistica come Via di Ricerca della Verità
Il sottotitolo del
sito Mistica.info è appunto questo: La mistica come
via di ricerca della Verità. Ma ha un senso questa frase? Ha senso
intendere la ricerca della Verità come se essa possa essere infine
trovata? E che valore di verità può avere una ricerca della Verità
che, come tale, non possiede verità visto che la sta cercando? A
queste domande, in parte è già stato risposto. Basta consultare la
pagina relativa agli appunti personali a muovere da alcune frasi di RAIMONDO
LULLO tratte da “Il libro dell’Amico e dell’Amato”:
www.mistica.info/unlullo.htm, ed ancora la pagina dei contributi:
“Appunti da una conversazione con Aldo Stella”:
www.mistica.info/unattual.htm.
Qui vorrei
approfondire, citando EMANUELE SEVERINO:
«Lo sviluppo del
tema del rapporto tra l’uomo e la verità messo a punto
dall’Occidente ci pone dunque di fronte ad un elemento di
paradossalità difficilmente evitabile. Pensare il rapporto dell’uomo
con la verità come il raggiungimento di un desiderio, come la meta
di un cammino, come l’esito di una ricerca o come il risultato di un
metodo rischia infatti di condurci ad affermare l’impossibilità per
l’uomo di raggiungere la verità. Se la verità fosse davvero il punto
di arrivo di un percorso che ha per protagonisti gli uomini, noi ci
troveremmo a muoverci verso la casa della verità con passi che, in
quanto precedenti l’apertura della porta da parte della verità
stessa, non apparterrebbero ad essa, ma si compirebbero fuori di
essa. Se così fosse, ci porremmo in ascolto della verità con un
udito che non è in grado di sentire la verità stessa, ma che invece
appare destinato, proprio in quanto è la verità la padrona della
casa cui noi stiamo bussando, a rinunciare ad essere uditore della
verità, per limitarsi invece ad ascoltare qualcosa che precede la
verità, ma che non ha nulla da spartire con essa. Se così fosse,
dunque, l’intero cammino dell’uomo verso la verità sarebbe così
estraneo alla verità stessa da costringerci a pensare ad esso come
radicalmente appartenente alla non-verità. Se la verità è in
rapporto all’uomo, essa non può che esserlo in termini originari: in
caso contrario la speranza dell’uomo di raggiungere la verità e la
sua stessa ricerca non potranno che avere un esito fallimentare.
La verità va dunque pensata non come l’esito di un processo di
ricerca, non come un possesso che si acquisisce, non come un
punto di vista che si cerca di comunicare, non come una convinzione
personale, ma invece come una presenza originaria che si
evidenzia come conditio sine qua non della stessa ricerca
della verità. Quest’ultima infatti, proprio in quanto presenza
originaria, è la condizione di possibilità stessa di ogni viaggio e
non invece il punto d’arrivo di viaggi che, in quanto preparati e
realizzati nella non-verità, non potranno in alcun modo avere la
verità come proprio approdo» (Piero
Coda, Emanuele
Severino, La verità e il nulla. Il rischio della libertà,
Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2000, pp. 24-25).
La ricerca della
verità ha senso solo in quanto suscitata dalla verità stessa, la quale
indirizza anche l’intenzionalità dell’uomo-ricercatore. E colui
che ricerca la verità non pretende di trovarla o possederla. Scrive a
questo proposito
Aldo Stella:
La consapevolezza
che il vero è innegabile, ancorché inoggettivabile, impone che
l'intenzione di verità tenga perennemente in vita la ricerca – ogni
"trovato" non è mai ciò che viene effettivamente "cercato" – e
impone altresì che l'intenzione non possa non affidarsi al vero,
confidando che il vero possa orientare e guidare l'intenzione e
dunque la ricerca. Il soggetto che
cerca non può fidare nella propria capacità di trovare: se pensa che
il vero possa venire trovato, si è già fatto "criterio" alla verità.
La fede nella
verità non è dunque un ordinario credere nell'oggetto, ma è fede
eroica volta al trascendimento dell'oggettuale e dunque
dell'empirico. È affidamento al valore, nonostante l'impossibilità
di determinare il valore stesso, giacché determinarlo significa
subordinarlo al soggetto che lo determina.
L’ambito della
mistica ha proprio questo valore: il mistico sa che non può vivere
senza verità e che solo la verità è assoluta. Per questo vive la
propria esistenza come un mendicante di assoluto, come colui che
chiede di essere salvato proprio dalla verità, da Dio. Essere salvato
significa in ultima analisi perdere la propria individualità, il
proprio “io”, togliere assolutezza alla propria persona. Allora, la
ricerca della verità si pone come una condizione di perenne domanda
di verità, sapendo che il significato di questa preghiera è quello
indicato sempre da
Aldo
Stella
nella Conversazione citata:
Perché domandare?
Inevitabilmente, per ottenere; ma se domando di essere salvato,
allora è innegabile che domandare non può significare ottenere.
Infatti, se ottengo, possedendo conserverei almeno l'IO; ma
quell'IO, lungi dall'essere salvato, sarebbe solo mantenuto da ciò
che ottiene e niente affatto salvato.
Quindi l’espressione
“ricerca della verità” ha senso unicamente con queste precisazioni.

Antonello Lotti, foto personale, 2006
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