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La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti  Scrivi per suggerimenti o informazioni

APPUNTI E SUGGESTIONI N. 1

 

INDICE DI APPUNTI E SUGGESTIONI

 

INDICE

 


 

 

LA FINE È IL MIO INIZIO

 

Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio

 

 

È uscito il libro La fine è il mio inizio (Longanesi, Milano 2006, € 18,60), ultimo di Tiziano Terzani pubblicato postumo il 16 marzo 2006 e in vetta alle classifiche delle vendite. Si tratta di un dialogo tra lui e il figlio Fosco. Le domande sono essenziali e costituiscono un intercalare, quasi un pretesto, ad un unico grande discorso che è quello di Tiziano Terzani che parla della sua vita, dei suoi incontri, dei paesi visitati, abitati ed amati ed anche della sua morte (che sentiva imminente).

Quello che appare subito evidente nel libro, ma ancor più in uno degli incontri di presentazione di Fosco Terzani (Perugia, 1° aprile 2006) del volume-dialogo col padre, è quello di dover demitizzare quella specie di immagine che si è andata creando negli ultimi tempi. Tiziano Terzani è stato fondamentalmente un giornalista, che ha avuto passioni politiche ed ideologiche, che si è ricreduto su alcune questioni fondamentali e che negli ultimi anni (dopo la pensione, come diceva in un’intervista a RaiNews 24) ha cominciato a fare dei viaggi, soprattutto in India e nell’Oriente in genere. Il suo abbigliamento da santone, i capelli e la barba allungati hanno poi contribuito a ritenere mutata in profondità anche la persona, attribuendogli un percorso spirituale che forse non si è mai verificato, almeno stando ai libri e alle testimonianze.

E il figlio Fosco è lì per ribadirlo. Il babbo non è un mistico. Non amava parlare di spiritualità. Non era neanche una persona spirituale. Amava la vita in profondità. Amava la realtà, nelle sue varie e diverse sfaccettature, più di ogni altra cosa. Amava parlarne e anche, negli ultimi mesi di vita, rimanere in silenzio a contemplarla. Maurizio Crippa su "Il Foglio" (www.ilfoglio.it) del 25.03.2006 ha parlato criticamente del fenomeno collettivo che lo sta santificando (o "santonificando", come ha scritto).

Lo stesso Terzani cerca di allontanarsene, affermando di sé: "Perché fare il santino? Io non sono stato un santo. E ora ti voglio parlare della mia altra grande passione, il gioco" (p. 350). "Vorrei che il mio messaggio fosse un inno alla diversità, alla possibilità di essere quello che vuoi. Allora, capito? È fattibile, fattibile per tutti. Cosa è fattibile?  Fare una vita, una vita. Una vera vita, una vita in cui sei tu. Una vita in cui ti riconosci" (p. 442). “Ho fatto tutto quel che volevo fare, ho vissuto intensissimamente, per cui non ho alcun rimpianto. Non ho da dire: «Ah, mi ci vorrebbe ancora tempo per fare questo!»” (p. 11).

Non esprimo giudizi riguardo alla sua vita. Leggo la sua opera e le testimonianze come segno di un abile narratore che ha avuto la sorte di girare il mondo, avvicinarsi a persone lontane da noi e dalla nostra mentalità, conoscere e fare esperienza di approcci diversi alla vita, alla malattia, alla morte. Egli è grato per la sua vita, di quanto e di come ha vissuto e questo libro è a testimoniare l’ultimo viaggio di rievocazione delle cose vissute in pienezza, non tanto nel piacere di goderne ancora (anche se un po’ traspare) quanto cercando di distaccarsene al fine di rendere la morte meno atroce.

Non credo sia giusto cercare un messaggio particolarmente significativo o di rilevanza mistica o fortemente spirituale da questo libro come dai suoi precedenti. Tiziano Terzani si lascia leggere gradevolmente e, a volte, traspare un’idea, un messaggio piccolo che può far riflettere, ma niente di più. Non chiediamogli più cose di quelle che può dare.  

 

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L'ABBANDONO ALLA PROVVIDENZA DIVINA

 

Chi non avesse mai letto il libro di Jean-Pierre de Caussade “L’abbandono alla Provvidenza divina”, ha sicuramente perso qualcosa. L’Autore nacque nel 1675 ed entrò nella Compagnia di Gesù nel 1693. Morì nel 1751. Fra il 1730 e il 1740 operò come direttore spirituale di alcune religiose (Visitandine) di Nancy. Furono proprio loro a compilare, sulla base delle lettere scritte dal de Caussade come direttore spirituale, il trattato, la cui prima edizione apparve nel 1861. Da allora è un classico della spiritualità cristiana. Lo si può trovare in diverse edizioni, ad es., nella traduzione di Melisanda Calasso presso le Edizioni Adelphi di Milano (www.adelphi.it). Propongo il primo capitolo.  

 

L'abbandono alla provvidenza divina

 

 

I

In qual modo Dio ci parla e come dobbiamo ascoltarlo

 

Dio parla ancora oggi come parlava un tempo ai nostri padri, quando non esistevano né direttori spirituali, né metodi. Tutta la spiritualità consisteva nell'ordine di Dio, e non era ridotta a una tecnica che la spiegasse in maniera così sublime e particolareggiata e che contenesse tanti precetti, istruzioni e massime: i nostri bisogni attuali indubbiamente lo esigono, ma non era così nei tempi antichi, quando c'erano più rettitudine e più semplicità. Allora si sapeva solo che ogni momento porta con sé un dovere da adempiere con fedeltà; agli spirituali questo bastava: tutta la loro attenzione vi si concentrava, un momento dopo l'altro; simile alla lancetta che segna le ore e percorre ad ogni minuto lo spazio che a quel minuto corrisponde, il loro spirito, mosso ininterrottamente dall'impulso divino, si trovava rivolto quasi senza accorgersene verso il nuovo oggetto che si offriva loro, per volontà di Dio, in ogni ora del giorno.

Tali erano sempre i moventi segreti della condotta di Maria, fra tutte le creature la più semplice e la più abbandonata in Dio. La sua risposta all'angelo, quando si limitò a dirgli: Fiat mihi secundum verbum tuum, riassumeva tutta la teologia mistica dei suoi avi. Tutto si riduceva, allora come oggi, al più puro e al più semplice abbandono dell'anima alla volontà di Dio, sotto qualsiasi forma essa si presentasse. Questa disposizione di spirito bella ed elevata, che costituiva il fondo stesso dell'anima di Maria, rifulge mirabilmente nella semplicità di queste parole: Fiat mihi. Osservate che esse si accordano perfettamente con quelle che nostro Signore vuole che abbiamo sempre sulle labbra e nel cuore: Fiat voluntas tua. Certo, quello che si esigeva da Maria in quel memorabile istante era assai glorioso per lei; ma tutto il fulgore di quella gloria non avrebbe avuto alcun potere su di lei, se la volontà di Dio, la sola capace di toccarla, non avesse, su quella gloria, attirato il suo sguardo. Giacché questa volontà divina costituiva in ogni cosa la sua regola: che le sue occupazioni fossero semplici o elevate, esse non erano ai suoi occhi altro che parvenze più o meno luminose, in ognuna delle quali ella trovava ugualmente il modo di glorificare Dio e di riconoscere le operazioni dell'Onnipotente. L'animo suo, rapito e gioioso, considerava tutto ciò che le veniva imposto di fare o di patire ad ogni istante come un dono della mano di colui che riempie di benefici un cuore che di lui solo si nutre, e non delle specie, né delle apparenze create.

La virtù dell' Altissimo la coprì con la sua ombra, e quest'ombra era formata dai doveri, dalle attrazioni e dalle croci che ogni istante presentava. Questi infatti sono soltanto ombre, proprio come quelle che chiamiamo così nell’ordine naturale, e che si stendono sugli oggetti sensibili come un velo che ce li nasconda; nell’ordine morale e soprannaturale, queste ombre, sotto le loro oscure apparenze, celano la verità del volere divino, e solo questo volere merita, in esse, la nostra attenzione. In tali disposizioni d'animo si trovava sempre Maria. E quelle ombre, che si stendevano sulle sue facoltà, ben lungi dal trarla in inganno, colmavano la sua fede di colui che mai non muta. Ritìrati, arcangelo, non sei che un'ombra; il tuo momento dilegua e tu sparisci. Maria ti oltrepassa e avanza sempre, tu sei ormai molto dietro di lei; ma lo Spirito Santo, che l'ha ora penetrata sotto la forma sensibile di questa missione, non l'abbandonerà mai più.

Sono pochi i fatti straordinari come questo nell’esistenza della santa Vergine, o almeno non è ciò che la Scrittura mette in rilievo. La sua vita ci viene rappresentata come assai semplice e comune, esteriormente: ella fa e patisce quello che fanno e patiscono le persone della sua condizione: va a visitare sua cugina Elisabetta, così come ci vanno gli altri parenti; va a farsi iscrivere a Bethleem, e anche gli altri ci vanno; si rifugia in una stalla, a causa della sua povertà; torna a Nazareth, da cui l'aveva allontanata la persecuzione di Erode; e qui Gesù e Giuseppe vivevano del proprio lavoro, insieme a lei: era questo il pane quotidiano della Sacra Famiglia. Ma di che pane si nutre la fede di Maria e di Giuseppe, che cosa santifica i loro santi momenti? E loro che cosa vi scoprono, sotto l'apparenza comune degli avvenimenti che li riempiono? Quel che c'è di visibile è simile a quello che accade al resto degli uomini, ma l'invisibile che la fede scopre e discerne in essi non è altro che Dio operante grandi cose. O Pane degli angeli, manna celeste, perla evangelica, che santifichi il momento presente! Tu doni Dio sotto apparenze vili come la stalla, la mangiatoia, il fieno, la paglia. Ma a chi ti doni? Esurientes reples bonis. Dio si rivela ai piccoli nelle cose più piccole e i grandi, che si fermano alla scorza, non lo scoprono neppure nelle cose grandi.

Ma qual è il segreto per trovare questo tesoro, questo grano di senape, questa dracma? Non esiste nessun segreto: questo tesoro è ovunque, e si offre a noi in ogni tempo, in ogni luogo. Al pari di Dio, tutte le creature, amiche e nemiche, lo versano a piene mani e lo fanno fluire, attraverso tutte le facoltà del nostro corpo e della nostra anima, fino al centro del nostro cuore: apriamo la bocca ed essa ci verrà riempita. L'azione divina inonda l'universo, penetra tutte le creature, le sommerge: dovunque siano, essa è; le precede, le accompagna, le segue. Basta lasciarsi andare alle sue onde. Piacesse a Dio che i re e i loro ministri, i principi della Chiesa e del mondo, i preti, i soldati, i borghesi, in una parola gli uomini tutti, sapessero quanto facile sarebbe per loro raggiungere un grado eminente di santità. Tutto sta nell'adempiere fedelmente ai semplici doveri del cristianesimo e del proprio stato, nell'abbracciare con sottomissione le croci che questo comporta, e nel sottomettersi all'ordine della Provvidenza per tutto ciò che ad ogni istante si presenta da fare e da patire, senza che essi lo cerchino. E questa la spiritualità che ha santificato i Patriarchi e i Profeti prima che fossero stati inventati tanti metodi e che vi fossero tanti maestri. È la spiritualità di tutti i tempi e di tutti gli stati, che non potrebbero certamente essere santificati in maniera più alta, più straordinaria e al tempo stesso più facile, se non con il semplice uso di ciò che Dio, unico direttore delle anime, dà loro, ad ogni istante, da fare e da patire, per obbedire alle leggi della Chiesa o a quelle del principe. Se così fosse, i preti sarebbero necessari solo per i sacramenti; per tutto il resto se ne farebbe a meno, poiché ciascuno lo avrebbe a portata di mano ad ogni istante; le anime semplici, che senza tregua si interrogano sui mezzi per giungere a Dio, sarebbero liberate dai pesanti e pericolosi fardelli ad esse imposti senza necessità da quei preti che godono a dominarle.

 

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CITAZIONI

 

Angelus Silesius, Il pellegrino cherubico, V, 231  

Il vero amore è costante

Non staccarti da Dio, per misero che tu sia:

Chi l’ama di cuore, l’ama anche nel dolore.

 

Benedetto XVI, Deus caritas est, Lettera enciclica, n.37  

 

È venuto il momento di riaffermare l'importanza della preghiera di fronte all'attivismo e all'incombente secolarismo di molti cristiani impegnati nel lavoro caritativo. Ovviamente, il cristiano che prega non pretende di cambiare i piani di Dio o di correggere quanto Dio ha previsto. Egli cerca piuttosto l'incontro con il Padre di Gesù Cristo, chiedendo che Egli sia presente con il conforto del suo Spirito in lui e nella sua opera. La familiarità col Dio personale e l'abbandono alla sua volontà impediscono il degrado dell'uomo, lo salvano dalla prigionia di dottrine fanatiche e terroristiche. Un atteggiamento autenticamente religioso evita che l'uomo si eriga a giudice di Dio, accusandolo di permettere la miseria senza provar compassione per le sue creature. Ma chi pretende di lottare contro Dio facendo leva sull'interesse dell'uomo, su chi potrà contare quando l'azione umana si dimostrerà impotente?

 

 

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