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La
mistica come via di ricerca della Verità
- Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti |
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IL QUIETISMO (XVII - XVIII sec.) |
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Caravaggio, Maddalena penitente, 1594-5, Roma, Galleria Doria Pamphilj
Si possono leggere i seguenti:
Ci riferiamo in questa pagina al quietismo come al movimento spiritualista che si sviluppa fra la seconda metà del Seicento e la prima del secolo successivo. Il movimento si pone quasi sempre in relazione alla mistica, sebbene alcuni autori preferiscano evitarlo. Parlandone in termini generali, il quietismo è una tendenza spirituale che si manifesta, con espressioni abbastanza simili, lungo tutta la storia della spiritualità cristiana. Ma soltanto in un preciso momento assume tale denominazione. Ed è pertanto doveroso restringere a quel momento la sua trattazione. Oltre al movimento, si accennerà anche ad alcuni personaggi molto importanti che sono stati riconosciuti appartenenti o comunque ispirati dallo stesso: Miguel de Molinos (sicuramente il rappresentante più famoso del quietismo), Jeanne Guyon e il vescovo François Fénelon. Scopriremo un po' della loro vita, della loro esperienza spirituale e leggeremo alcuni loro testi.
ORIGINE E NATURA DEL QUIETISMO Esistono alcuni dubbi sull'origine del quietismo: anzitutto, perché buona parte della trattatistica di tipo spirituale (manuali e dizionari) lo considerava come un fenomeno che si snodava lungo tutta la storia dall'origine del cristianesimo fino al XVIII sec. Secondariamente, per la vicinanza storica e di contenuto col movimento spagnolo degli Alumbrados. Gli Alumbrados (= Illuminati) erano coloro i quali, a partire dal 1500 si radunavano per esercizi di pietà; in tali assemblee o riunioni dichiaravano la luce che fu data a san Paolo e sostenevano che tutti potevano essere illuminati, ed è per questo che furono chiamati in quel modo. Successivamente, il popolo dette a questo nome e a coloro che lo incarnavano una valenza negativa al punto che sarà assunto dall'Inquisizione come eresia mistica. Il nucleo centrale dell'alumbradismo si costituisce in quattro tesi:
Quindi, gli Alumbrados (soprattutto quelli che gravitavano a Toledo) preconizzavano una unione tra Dio e l'uomo, che era identità totale, essenziale; l'eliminazione di ogni mediazione (Cristo, Chiesa, sacramenti, strutture) era la logica conseguenza. La caduta, infine, di tutte le barriere etiche (l'impeccabilità) poteva inoltre alimentare una condotta sfrenata. Oggi si è inteso circoscrivere piuttosto il fenomeno del quietismo nella seconda parte del sec. XVII e la prima parte del sec. XVIII. Quali sono i tratti caratteristici del quietismo? Ci è di aiuto quanto scritto da Eulogio Pacho, nella voce "Quietismo" del Dizionario di mistica citato in Bibliografia (pp. 1053-5). Anzitutto, il fatto che gli autori e i personaggi si muovono in un clima e in un ambiente tipicamente mistico e concentrano la loro attenzione nella spiritualità personale di raccoglimento (interiorità). La più caratteristica modalità di vivere questa spiritualità è la c.d. contemplazione di quiete (da cui il termine quietismo). Ha il suo equivalente nella contemplazione di fede, di silenzio interiore, degli affetti, dell'attenzione amorosa. In consonanza con questo punto di partenza il quietismo si presenta come un metodo o cammino sicuro e veloce per raggiungere la perfezione. Consiste fondamentalmente in un processo di interiorizzazione nel quale lo sforzo personale della meditazione e dell'attività personale deve andare diminuendo fino praticamente a scomparire, essendo sostituito dalla contemplazione ogni volta più pacifica e spontanea della quiete. L'attenzione dell'anima della persona che si incammina in questa direzione, così come quella del direttore spirituale che la segue, devono porsi in modo da non disturbare l'azione divina, lasciando che Dio svolga la sua opera, ovviamente in maniera più efficace di qualunque sforzo umano. L'atteggiamento di quiete, ricettività e passività è dunque fondamentale. Lo sforzo umano deve concentrarsi sulla pratica delle virtù e sulla purificazione delle passioni per non ostacolare l'opera divina nell'anima. Si può anche ridurre l'attività delle opere esteriori, delle pratiche devozionali e degli esercizi ascetici. Quando si vuole raggiungere la perfetta quiete e l'attenzione dello spirito è concentrata in Dio, è segno che si è arrivati al totale abbandono in Dio con assoluta indifferenza rispetto ai propri interessi e ai successi della vita. Importante, dunque, è non perdere questa passività dinanzi all'azione di Dio. L'unione contemplativa con Dio può prolungarsi in maniera indefinita: non suppone un'alienazione della persona né un'eliminazione delle sue necessità ed espressioni vitali. Può coesistere con impulsi e sensazioni naturali o corporali non controllabili dallo spirito. La responsabilità degli atti in tali circostanze è praticamente nulla, per quanto non dipendente dalla volontà. La dottrina quietista esplose, oltre che per alcuni che interpretavano questi concetti in maniera cattiva, e per la corruzione morale di altri, con la pubblicazione avvenuta nel 1675 della Guía espiritual di Miguel de Molinos. La condanna di questo autore e del suo amico il card. Petrucci nel 1687 indica il momento più drammatico di una lotta già iniziata fra i quietisti (contemplativisti) e gli orazionisti (o meditazionisti), specialmente gesuiti. per almeno venti anni vennero rintracciati e distrutti scritti di impronta quietista. Alla fine del XVII sec. ulteriori polemiche vennero suscitate dalla spiritualità di Madame Guyon e di François Fénelon (appartenenti a quello che venne chiamato "semiquietismo francese") che si contrappose a Bossuet. I contatti più diretti del quietismo con la mistica si devono individuare nella tendenza a favorire la fenomenologia straordinaria (visioni, estasi); amore di Dio sempre più libero dal proprio sentimento; contatto con Dio ogni volta più profondo; minore coscienza della propria vita virtuosa e maggiore indifferenza davanti alla ricompensa da parte di Dio.
MIGUEL DE MOLINOS (1628-1696)
Molinos insiste con forza nel fatto di non essere un autore originale: la maggior parte delle sue pagine è costituita da citazioni di maestri antichi o contemporanei (tra cui Giovanni Falconi di Bustamante) che hanno ricevuto il beneplacito della gerarchia. Dai documenti processuali risulta pertanto che i suoi scritti in realtà non contengono affermazioni pericolose o gravi errori. Piuttosto, le testimonianze hanno riguardato la sua condotta morale, per cui il giudizio globale è stato gravemente compromesso. Nei suoi scritti egli prende dagli autori classici del secolo precedente e specialmente dalla scuola teresiana, e concentra il suo insegnamento sulla contemplazione come chiave del progresso spirituale. Nessun altro cammino è tanto sicuro, rapido ed efficace per questo progresso come quello del raccoglimento interiore, del silenzio interiore, della pace sicura e della contemplazione. Si entra nel cammino interiore del raccoglimento o del silenzio interno e mistico con la meditazione, che è bene superare prima possibile per avanzare sulla via contemplativa. La via contemplativa comprende due tappe: una attiva o acquisita, possibile a tutti, però imperfetta; l'altra, infusa o passiva, è dono gratuito di Dio ed è concessa a coloro che vi si dispongono in maniera conveniente. Il requisito essenziale per arrivare alla tranquilla e pacifica contemplazione è la negazione del gusto sensibile e dell'amor proprio e in questa opera entra anche Dio, che purifica coloro che intende unire a sé, attraverso martiri spirituali. Il direttore spirituale, afferma Molinos, gioca un ruolo significativo: egli non necessita solo di scienza, ma anche di esperienza e di chiamata divina a questo ruolo. A proposito della mistica, egli afferma:
Il cammino della mistica è diretto per arrivare all'unione con Dio e sono molte le anime, secondo Molinos, chiamate a lui, però non lo raggiungono se si accontentano della meditazione o se si fermano ad essa.
BREVE ANTOLOGIA DI MIGUEL DE MOLINOS tratta da: Guida Spirituale
MEDITAZIONE E CONTEMPLAZIONE Due
modi vi sono per andare verso Dio: l’uno per riflessione e ragionamento,
l’altro per purezza di fede, conoscenza indistinta, generale e confusa.
Il primo si chiama meditazione, il secondo raccoglimento interiore o
contemplazione acquisita. Il primo è dei principianti, il secondo dei
colti; il primo è sensibile e materiale, il secondo più nudo, puro e
interiore. Quando l’anima è già abituata a ragionare di misteri, accompagnandosi con la fantasia e servendosi di immagini corporali, essendo tratta da creatura a creatura e da conoscenza a conoscenza (avendone assai scarsa di quella che desidera) e da queste al Creatore, allora suole Dio prenderla per mano – se non avviene che la richiami ai principi e l’avvii senza discussione per il cammino della pura fede – e facendo che l’intelletto si lasci dietro tutte le considerazioni e i ragionamenti, la tira innanzi e toglie da quello stato sensibile e materiale, e fa che, sotto una semplice e oscura notizia di fede, aspiri solo con le ali dell’amore al suo Sposo, senza che abbia bisogno per amarlo di persuasioni e informazioni dell’intelletto, perché in tal modo sarebbe molto costoso il suo amore, molto dipendente dalle creature, molto a gocce, e codeste cadute a intervalli, lente. Quanto meno dipenderà dalle creature e più si appoggerà solo a Dio e al suo segreto insegnamento, mediante la fede pura, più saldo, duraturo e forte sarà l’amore. Dopo che l’anima ha acquistato la conoscenza che le possono dare tutte le meditazioni e le immagini corporali delle creature, se ora il Signore la trae da quello stato, privandola del ragionamento, lasciandola nella divina tenebra, perché avanzi per il cammino diritto e per la fede pura, si lasci guidare e non domandi amore con la scarsezza e povertà che esse le insegnano, ma supponga che è niente quanto tutto il mondo e i più fini concetti degli intelletti più savi le possano dire, e che la bontà e la bellezza del suo amato trascende infinitamente tutto il suo sapere, persuadendosi che tutte le creature sono troppo ignoranti per informarla e trarla alla verace conoscenza del suo Dio.
AMARE SENZA CONOSCERE Deve, quindi, avanzare col suo amore lasciandosi dietro tutte le sue conoscenze. Ami Dio come è in sé e non come glielo presenta e forma la sua immaginazione; e se non lo può conoscere come è in sé, lo ami senza conoscerlo, sotto i velami oscuri della fede, alla guisa di un figlio che mai vide suo padre, per quel che di lui gli hanno riferito, e a cui profondamente crede, lo ama come se già lo avesse veduto. L’anima cui si è tolto il ragionamento, non deve violentarsi, né cercare per forza notizia più chiara e particolare, ma senza gioghi né aiuti di conforto o notizie sensibili, con povertà di spirito e vuotezza di tutto quanto il suo naturale appetito le chiede, restar quieta, ferma e costante, lasciando operare il Signore, anche se si veda sola, arida e piena di tenebra, perché sebbene le sembrerà oziosità, essa è solo della sua semplicità e materiale attività, non di quella di Dio, il quale sta suscitando in essa la scienza vera. Diranno che la volontà non amerà, ma se ne starà oziosa se l’intelletto non capisce con precisione e chiaramente; perché è accertato principio che non si può amare se non ciò che si conosce. A ciò si risponde che anche se l’intelletto non conosca distintamente, mercè ragionamento, immagini e considerazioni, intende e conosce in virtù della oscura fede, generale e confusa, la cui conoscenza, sebbene così oscura, indistinta e generale, poiché è soprannaturale, è più chiara e perfetta conoscenza di Dio di qualunque nozione sensibile e particolare che in questa vita si possa formare, perché ogni immagine corporale e sensibile dista da Dio infinitamente.
LA VERA CONOSCENZA DI DIO «Più perfettamente – dice san Dionisio – conosciamo Dio per negazioni che per affermazioni». «Più altamente sentiamo Dio sapendo che è incomprensibile, e al di sopra di ogni nostra intelligenza, che conoscendolo sotto qualche immagine e bellezza creata, e intendendolo a nostro grossolano modo» (Mistica Theolog., cap. I, § 2). È perciò che maggiore stima e amore si genera da questo modo confuso, oscuro e negativo, che da qualunque altro sensibile e distinto; perché quello è più proprio di Dio e nudo di creature, e questo, al contrario, quanto più dipende dalle creature, tanto meno tiene di Dio. Quando già l’anima conosce la verità, sia per l’abitudine che ha acquistata nei ragionamenti o perché il Signore le ha data particolare luce, e quando ha fissi gli occhi dell’intelletto in codesta verità, guardandola semplicemente, con quietudine, calma e silenzio, senza bisogno di considerazioni, né di discorsi, né d’altre prove per convincersi; e la volontà sta amando, meravigliandosi e godendo di essa; questa si chiama propriamente orazione di fede, di quiete, raccoglimento interiore o contemplazione. La quale, dicono san Tommaso e tutti i maestri mistici, «è una visione ingenua, soave e quieta della eterna verità, senza ragionamento, né riflessione». Ma se si rallegra o guarda gli effetti di Dio nelle creature, e tra quelle, nell’umanità di Cristo, come più perfetta di tutte, questa non è perfetta contemplazione, secondo prova San Tommaso, poiché tutte quelle sono mezzi per conoscere Dio come è in sé; e sebbene l’umanità di Cristo sia il mezzo più santo e più perfetto per giungere fino a Dio, e il supremo strumento della nostra salvezza, e il canale attraverso il quale riceviamo tutto il bene che speriamo, con tutto ciò, l’umanità non è il sommo bene, il quale consiste nel vedere Dio. Ora, poiché Gesù Cristo è tale più per la sua divinità che per la sua umanità, così chi pensa e guarda sempre a Dio, – come la divinità è congiunta alla umanità – sempre guarda e pensa a Gesù Cristo; e maggiormente il contemplativo nel quale la fede è più ingenua, pura ed esercitata.
IL RAGGIUNGIMENTO DELLA QUIETE Sempre che si raggiunge il fine cessano i mezzi e, giungendo in porto, la navigazione. Così l’anima, se, dopo essersi affaticata nella meditazione, giunge alla quiete, alla calma e al riposo della contemplazione, deve allora ridurre i ragionamenti e riposare quieta con sollecitudine amorosa e ingenua visione di Dio, guardandolo e amandolo, respingendo con soavità tutte le immaginazioni che gli si offrono, acquietando l’intelletto in quella divina presenza, raccogliendo la memoria, fissandola tutta in Dio, appagandosi della conoscenza generale e confusa che di Lui possiede in virtù della fede, applicando tutta la sua volontà nell’amarlo, dove ha fondamento tutto il frutto. Dice San Dionisio (Mistica Theol.): «In quanto a voi, carissimo Timoteo, applicandovi seriamente alle mistiche speculazioni, lasciate i sentimenti e le operazioni dell’intelletto, tutti gli oggetti sensibili e intelligibili e universalmente tutte le cose che esistono e quelle che non esistono, e in un modo conosciuto e ineffabile, per quanto all’uomo è possibile, sollevatevi verso la unione con Colui che è al di sopra di tutta la natura e la conoscenza». Fin qui il Santo. Dunque occorre abbandonare ogni essere creato, tutto ciò che è sensibile, tutto ciò che è intelligibile, affettivo, e finalmente tutto quel che è e quel che non è, per sommergersi nell’amoroso seno di Dio, perché egli ci restituirà tutto ciò che avremo lasciato, insieme a nuova forza ed efficacia per amarlo più ardentemente; il cui amore ci manterrà in questo santo e felice silenzio, che vale più di tutti gli atti insieme. Dice San Tommaso: «È molto poco quel che l'intelletto può attingere di Dio in questa vita; ma è molto quel che la volontà può amarne». Quando l'anima giunge a tale stato, deve raccogliersi dentro se stessa, nel suo puro e profondo foro, dove si trova l'immagine di Dio. Là sono l'attenzione amorosa, il silenzio, l'oblio di tutte le cose, l'applicazione della volontà con perfetta rassegnazione, ascoltando e conversando con Lui così da soli, come se in tutto il mondo non esistessero altri che loro due. Giustamente dicono i Santi che la meditazione opera con travaglio e con frutto; la contemplazione senza fatica, con serenità, pace, diletto e molto maggior frutto. La meditazione semina e la contemplazione raccoglie; la meditazione cerca e la contemplazione trova; la meditazione rumina il cibo, la contemplazione lo gusta e se ne nutrisce.
IL SILENZIO INTERIORE E MISTICO Tre sono le modalità per il silenzio interiore: la prima è di parole, la seconda di desideri e la terza di pensieri. Nella prima, di parole, si raggiunge la virtù; nella seconda si consegue la quiete e nella terza l'interiore raccoglimento. Non parlando, non desiderando, non pensando si giunge al vero e perfetto silenzio mistico, nel quale Dio parla all'anima, si comunica e le indica nel suo più intimo fondo la più perfetta e alta sapienza. A questa interiore solitudine e silenzio mistico chiama e conduce l'anima quando le dice che le vuole parlare da sola, nel più segreto e intimo del cuore. In questo silenzio mistico devi entrare se vuoi udire la soave, interiore e divina voce. Non ti basta fuggire dal mondo per raggiungere questo tesoro, né rinunciare ai suoi desideri, né distaccarti da tutto il creato, se non ti distacchi da ogni desiderio e pensiero. Riposa in questo mistico silenzio e aprirai la porta perché Dio ti si comunichi, ti unisca a sé e ti trasformi. La perfezione dell'anima non consiste nel parlare, né nel pensare molto a Dio, ma nell'amarlo molto. Si raggiunge questo amore per mezzo della rassegnazione perfetta e del silenzio interiore. Tutto è opera; l'amore di Dio ha poche parole.
L'UOMO ESTERIORE E L'UOMO INTERIORE Vi sono due tipi di persone spirituali: le une interiori, esteriori le altre. Queste cercano Dio da fuori, per mezzo del discorso, immaginazione e considerazione; procurano con grande sforzo, per raggiungere le virtù, molte astinenze, macerazione del corpo e mortificazione dei sensi; si abbandonano alla rigorosa penitenza, si vestono di cilici, castigano la carne con discipline, procurano il silenzio e portano la presenza di Dio, formandoselo presente nella loro idea o immaginazione, ora come pastore, ora come medico, ora come amoroso padre e signore; si deliziano a parlare continuamente di Dio, facendo molto spesso ferventi atti di amore, e tutto ciò è arte e meditazione. Per questa via desiderano d'essere grandi a forza di volontarie ed esteriori mortificazioni; vanno in cerca dei sensibili affetti e fervorosi sentimenti, sembrando loro che solo quando li posseggono risiede Dio in essi. Questo è cammino esteriore e da principianti, e quantunque sia buono, non si arriverà mai per esso alla perfezione, né vi si darà un passo, come dimostra l'esperienza in molti, che dopo cinquant'anni di questo esteriore esercizio si trovano vuoti di Dio e pieni di se stessi e di spirituali hanno soltanto il nome. Vi
sono altri veri spirituali che sono passati per i principi dell'interiore
cammino che quello che conduce alla perfezione ed unione con Dio, al
quale li chiamò il Signore per la sua infinita misericordia da quel
cammino esteriore nel quale si esercitarono dapprima. Costoro, raccolti
nell'interno delle proprie anime con vero abbandono nelle mani divine, con
oblio e totale nudità anche di se stessi, vanno sempre con spirito
sollevato alla presenza del Signore, per fede pura e senza immagine,
forma, né figura, ma con grande sicurezza fondata sulla tranquillità
interiore e sulla quiete, nel cui infuso raccoglimento attira lo spirito
con tanta forza da far rifugiare là dentro l'anima, il cuore, il corpo e
tutte le corporali forze.
JEANNE MARIE GUYON BOUVIER DE LA MOTTE (1648-1717)
BREVE ANTOLOGIA DI MADAME GUYON
Metodo semplice per l'orazione Brani scelti «Tutti sono adatti all'orazione ed è una disgrazia terribile che quasi tutti si mettano in mente di non esservi chiamati. Siamo tutti chiamati all'orazione, come tutti siamo chiamati alla salvezza. L'orazione non è altro che affetto del cuore e amore. Amare Dio, occuparsi di lui è cosa assolutamente necessaria. Convengo, però, che non tutti possono meditare e pochissimi vi sono adatti. Così non è questa l'orazione che Dio chiede, né quella che si vuole da voi. Bisogna dunque imparare a fare un'orazione che possa farsi in ogni tempo, che non distolga dalle occupazioni esteriori, che tutti possano fare. Non è l'orazione della mente, ma l'orazione del cuore. Non può essere un'orazione di pensiero, perché lo spirito dell'uomo è così limitato che se pensa a una cosa, non può pensare a un'altra. Ma è l'orazione del cuore, quella che non può essere interrotta dalle occupazioni dello spirito. Nulla può interrompere l'orazione del cuore se non gli affetti sregolati. E quando una volta si è gustato Dio e la dolcezza del suo amore, è impossibile gustare altra cosa che lui. Nulla è così facile come l'avere Dio e gustarlo. Egli è più presente in noi di noi stessi. Ha più lui il desiderio di donarsi a noi che noi di possederlo. Solo la sua ricerca è facile e naturale quanto l'atto del respirare. Vi sono due modi per introdurre le anime nell'orazione: uno è la meditazione, l'altro la lettura meditata. La lettura meditata non consiste in altro che nel prendere alcune verità forti per la speculazione e la pratica, leggerne due o tre righe, digerirle e gustarle, cercando di coglierne il succo e di rimanere fermi su ciò che si sta leggendo fino a quando vi si trova gusto e non passare oltre fino a che quel punto non sia diventato insipido. Non è la quantità della lettura che porta giovamento, ma il modo di leggere. L'altro mezzo è la meditazione: dopo essersi messi alla presenza di Dio con un atto di fede viva, bisogna leggere qualche cosa di sostanzioso e soffermarcisi dolcemente, non con il ragionamento ma solo per fissare lo spirito, ricordando che l'esercizio principale deve essere la presenza di Dio, e che il soggetto deve essere piuttosto il fissare lo spirito che l'esercitarlo con il ragionamento. Il secondo grado di orazione è chiamato da alcuni contemplazione, da altri orazione di semplicità. Quando l'anima si è esercitata per qualche tempo, ella sente che a poco a poco le viene data la facilità di affezionarsi a Dio. Ella comincia a raccogliersi più facilmente. L'orazione le diviene più facile, dolce e gradevole. Capisce che è la strada per trovare Dio e sente il profumo dei suoi unguenti. Non appena si mette alla presenza di Dio con fede e si raccoglie, rimanga per un certo tempo in questo stato in rispettoso silenzio. È di grande importanza che l'anima vada all'orazione con coraggio, e che vi porti un amore puro e privo di interesse. Che non vi vada mai per ottenere qualcosa da Dio, ma solo per piacergli e fare la sua volontà. Un servitore infatti che non serve il padrone che in vista della ricompensa, è indegno di essere ricompensato. Andate dunque all'orazione non per voler godere di Dio, ma per esservi com'egli vuole. Questo farà sì che sarete uguali nelle aridità come nello stato di ricchezza e che non vi stupirete mai né dei rifiuti di Dio né delle aridità.»
I Torrenti Brani scelti
«Quando un'anima è stata toccata da Dio e la sua conversione è vera e sincera, dopo la prima purificazione operata dalla confessione e dalla contrizione, Dio le dà un certo istinto per tornare a lui in modo più perfetto e per unirsi a lui. Questo istinto è dato ad alcune anime in modo molto forte e ad altre meno, secondo i piani di Dio; ma tutte hanno un'impazienza amorosa di purificarsi e di adottare le vie e i mezzi necessari per tornare alla propria sorgente o origine, simili ai fiumi, che dopo essere usciti dalle loro sorgenti, con una corsa continua vanno a precipitarsi in mare. Lei sa anche che di tutti questi fiumi, alcuni hanno un'andatura grave e lenta, altri più veloce; ma che vi sono fiumi e Torrenti che corrono con un impeto spaventoso e che nulla può arrestare. Lo stesso vale per le anime. Le une vanno dolcemente verso la perfezione e non arrivano mai al mare o solo molto tardi, accontentandosi di perdersi in qualche fiume più forte e più rapido che le trascina con sé in mare; le altre, le seconde, vi vanno in modo più forte e più pronto delle prime. Portano con sé anche molti ruscelli; ma sono lente e pigre in confronto alle ultime, che si precipitano con tanto impeto, che non sono neppure idonee per molte cose. Non si ha il coraggio di navigare su di loro, né di affidare loro alcuna merce, se non in alcuni punti e in alcuni momenti. Sono acque folli e temerarie che sbattono contro le rocce, che con il loro rumore spaventano e che non si fermano davanti a nulla; le secondo al contrario sono più gradevoli e utili: la loro gravità piace, sono cariche di merci e vi si va senza timore e senza rischio. Le prime anime sono quelle che, dopo la loro conversione, si dedicano alla meditazione, alle opere di carità; fanno qualche sacrificio esteriore; infine cercano poco a poco di purificarsi, di correggere certi peccati gravi, ed anche dei veniali involontari. Esse tendono, secondo le loro povere forze, a progredire gradualmente, ma debolmente e poco. Le secondo anime sono come quei grandi fiumi che procedono a passi lenti e gravi. Esse scorrono con pompa e maestà. Il loro corso si distingue, ha un ordine. Sono cariche di merci e possono arrivare direttamente al mare senza unirsi ad altri fiumi; ma non vi arrivano che tardi, essendo la loro andatura grave e lenta. Inoltre, ve ne sono alcune che non vi arrivano mai e la maggior parte si perde in altri fiumi più grandi, oppure sfociano in qualche braccio di mare. Queste sono le anime che si trovano nella via passiva della luce. La loro sorgente è molto abbondante. Sono cariche di doni, di grazie e di favori celesti. Per le anime del terzo grado, che cosa possiamo dire, se non che sono come dei torrenti che escono da Dio stesso e che non hanno un attimo di riposo senza che siano perdute in lui? Nulla le ferma. Così non portano alcun carico. Sono completamente spoglie e procedono a una velocità che fa paura ai più arditi. Questi torrenti scorrono senza alcun ordine, come folli, qui e là, ovunque trovino luoghi adatti a creare loro un passaggio. Non hanno né il loro letto regolare, come gli altri, né un'andatura secondo l'ordine. Li vedete correre ovunque loro capiti, senza fermarsi a nulla. Si spezzano contro le rocce. Fanno delle fragorose cadute. S'insudiciano, a volte, passando per terre non solide, e trascinandole a causa della loro rapidità. A volte si perdono in burroni ed abissi, per cui per un po' non si trovano più; poi riappaiono, ma solo per precipitarsi di nuovo in un'altra voragine più profonda e più lunga. Ma finalmente, dopo molti precipizi e molti abissi, dopo essersi perduti e ritrovati, dopo essere stati ben sbattuti dalle rocce, si rincontrano in mare, dove si perdono felicemente, per non ritrovarsi più. Ed è là che questo torrente, quanto più è stato povero, misero, inutile e spoglio di merci, tanto più viene meravigliosamente arricchito. Esso non è infatti ricco della sua ricchezza, come gli altri fiumi, che non contengono che una certa quantità di merce o certe rarità; ma è ricco delle ricchezze del mare stesso. Esso porta su di sé le navi più grosse. È il mare che le porta, e questo torrente con il mare, poiché essendo perduto in lui, è diventato una stessa cosa con lui.»
FRANÇOIS DE SALIGNAC FÉNELON (1651-1715)
Nell'opera più importante ai fini della trattazione del quietismo, Fénelon non fa che riportare la tradizione cristiana in merito alla vita spirituale, citando molti autori e non proponendo una propria dottrina. I temi principali dell'opera Spiegazione delle massime dei santi sulla vita interiore sono i seguenti:
Le tesi qualificanti l'amore puro di cui si è fatto cenno e che è la tematica principale dell'opera in questione, sono:
Il testo non è altro che un'interpretazione dei 34 articoli di Issy, firmati il 10 marzo 1695. Tutto nasce dalla decisione di Madame Guyon di farsi esaminare, attraverso i suoi scritti, al fine di mettere fine a varie voci calunniose nei confronti di quello che pensava e dei suoi costumi. Il testo dei 34 articoli di Issy tendeva a precisare alcuni concetti ed era un compromesso fra tesi divergenti: da un lato Bossuet e dall'altro Guyon, appoggiata da Fénelon. In quest'opera, Fénelon si propone sia di difendere la Guyon, sia di confutare gli errori quietisti, cui era profondamente avverso. In particolare, gli errori erano la confusione delle tentazioni comuni con quelle delle prove estreme, la confusione fra passività e inerzia, la credenza di una separazione intera e durevole delle parti superiore e inferiore, l'idea che l'orazione di quiete basti sempre contro la carne e che il peccato sia necessario per procurare l'umiliazione. Dopo un importante Avvertimento, Fénelon espone i diversi amori con cui si può amare Dio, riconducendoli a cinque:
A ciò seguono quarantacinque articoli che trattano alcune materie tra cui: l'abbandono, le prove, la mortificazione, l'orazione, la lettura, la meditazione, la contemplazione, lo stato passivo, l'unione a Dio, le vie interiori.
BREVE ANTOLOGIA DI FRANÇOIS FÉNELON tratta da: Spiegazione delle massime dei santi sulla vita interiore
Avvertimento (Brano scelto) «Tutte le vie interiori tendono all'amore puro e disinteressato. Questo amore puro è il più alto grado della perfezione cristiana. È il termine di tutte le vie conosciute dai santi. Il disinteresse non può mai escludere la volontà di amare Dio senza limiti né per quanto riguarda il grado né per quanto riguarda la durata dell'amore; non può mai escludere la conformità alla volontà di Dio, che vuole la nostra salvezza e che vuole che noi la desideriamo con lui per la sua gloria. Questo amore disinteressato, sempre inviolabilmente legato alla Legge scritta, compie tutti gli atti ed esercita tutte le virtù distinte dell'amore interessato, con l'unica differenza che le esercita in una maniera semplice, pacata e lontana da ogni motivo di interesse personale. La santa indifferenza tanto lodata da san Francesco di Sales non è che il disinteresse di questo amore, che è sempre indifferente e senza volontà interessata per se stesso, ma sempre determinato e desideroso in maniera positiva di tutto ciò che Dio ci fa volere tramite la sua Legge scritta e tramite l'attrazione della sua grazia. Per arrivare a questo stato bisogna purificare l'amore, e tutte le prove interiori non sono che la sua purificazione. Perfino la contemplazione più passiva non è che l'esercizio pacato e uniforme di questo puro amore. Si passa insensibilmente dalla meditazione, in cui si fanno degli atti metodici e discorsivi, alla contemplazione, i cui atti sono semplici e diretti, nella misura in cui si passa dall'amore interessato a quello disinteressato.»
Articolo VIII, Vero "L'abbandono" (Brano scelto) «La santa indifferenza, che non è altro che il disinteresse dell'amore, diventa nelle prove più difficili ciò che i santi mistici hanno chiamato abbandono; cioè l'anima disinteressata si abbandona totalmente e interamente a Dio per tutto ciò che riguarda il suo interesse proprio, ma non rinuncia mai né all'amore, né a nessuna delle cose che riguardano la gloria e la volontà del beneamato. Quest'abbandono non è altro che l'abnegazione o rinuncia a noi stessi che Gesù Cristo ci chiede nel Vangelo (Mt 16,24-25) dopo che abbiamo abbandonato tutto all'esterno. Questa abnegazione di noi stessi non è relativa che all'interesse proprio e non deve mai impedire l'amore disinteressato che dobbiamo a noi stessi come al prossimo per amore di Dio. Le prove estreme in cui questo abbandono deve essere esercitato sono le tentazioni con le quali Dio geloso vuole purificare l'amore, facendogli vedere che non c'è nessuna possibilità né speranza per il suo interesse proprio, neanche eterno. Di solito è la resistenza segreta delle anime alla grazia con bei pretesti, e il loro sforzo interessato e desideroso di conservare i sostegno sensibili di cui Dio vuole privarle, a rendere le loro prove così lunghe e dolorose: infatti Dio non fa soffrire la sua creatura per farla soffrire inutilmente. Lo fa soltanto per purificarla e per vincere le sue resistenze. Le tentazioni che purificano l'amore da ogni interesse proprio non hanno niente a che fare con le altre tentazioni comuni.»
Articolo XXX, Vero "Stato passivo" (Brano scelto) «Lo stato passivo di cui tutti i santi mistici hanno tanto parlato, è passivo come lo è la contemplazione passiva, cioè esclude non gli atti pacati e disinteressati, ma soltanto l'attività o gli atti inquieti e solleciti del nostro interesse proprio. Lo stato passivo è quello in cui un'anima, non amando più Dio di un amore misto, fa tutti i suoi atti deliberati con una volontà piena ed efficace, ma tranquilla e disinteressata. A volte fa gli atti semplici e indistinti che chiamiamo quiete o contemplazione, altre volte fa gli atti distinti delle virtù convenienti al suo stato. Ma compie gli uni e3 gli altri in maniera ugualmente passiva, cioè pacata e disinteressata. Questo stato è abituale, ma non completamente invariabile. Giacché, oltre al fatto che può decaderne in maniera assoluta, l'anima commette in questo stato delle colpe veniali. Questo stato passivo non presuppone alcuna ispirazione straordinaria. Non racchiude che una pace una docilità infinita dell'anima nel lasciarsi muovere da tutti gli impulsi della grazia. Una piuma ben asciutta e molto leggera, come dice Cassiano, è mossa senza resistenza dal minimo soffio di vento e questo soffio la spinge in ogni senso con rapidità, mentre, se fosse bagnata e appesantita, il suo peso la renderebbe meno mobile e meno facile da sollevare. L'anima, nell'amore interessato che è il meno perfetto, ha ancora una rimanenza di timore interessato che la rende meno leggera, meno docile e meno mobile, quando il soffio dello spirito interiore la spinge. L'acqua che è agitata non può essere chiara né riflettere l'immagine degli oggetti vicini, ma un'acqua tranquilla diventa come il vetro puro di uno specchio. Essa riflette senza alterazione tutte le immagini dei differenti oggetti e non ne conserva alcuna.»
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Mistica.Info è a cura di Antonello Lotti - Sito web: www.mistica.info - E-mail: info@mistica.info |