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Il Blog di Mistica.Info

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La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti

 

Linguaggio mistico e poesia

 

Paul Klee, Strade principali e secondarie, olio su tela, 1929

Paul Klee, Strade principali e secondarie, olio su tela, 1929,
Colonia, Museum Ludwig

 

 

«E ancora meraviglia di essere / e di pensare / e parlare / e udire la eco / come in infinito / deserto / ma è appena la voce tua / e non c'è altro: / un punto, dove / e di cosa non sai / una perla di luce / a riflettere l'universo / e poi solo / "sovrumani silenzi".»
(David Maria Turoldo, Perla di luce, in "Ultime poesie")

 

 

Indice

 

 

 

Bibliografia

  • Massimo Baldini, Il linguaggio dei mistici, Queriniana, Brescia 1990

  • Juan Martín Velasco, Il fenomeno mistico. Antropologia, culture e religioni, Jaca Book, Milano 2001

  • Federico Ruiz, Le vie dello spirito. Sintesi di teologia spirituale, EDB, Bologna 1999

  • I vari Dizionari e i libri antologici citati nella pagina bibliografica.

 

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Introduzione

 

Secondo una definizione ormai consolidata, appartenente al mondo della filosofia e della psicologia, il linguaggio è:

«un insieme di codici che permettono di trasmettere, conservare ed elaborare informazioni tramite segni intersoggettivi in grado di significare altro da sé. Il linguaggio umano è in massima parte appreso e si evolve nel corso della vita dell'individuo e della specie e può riferirsi a oggetti astratti mediante l'impiego di simboli che sono portatori di un significato tramite il riferimento a qualcosa di altro da sé, e di concetti, che si riferiscono non a un singolo oggetto, ma a una classe» (Umberto Galimberti, Enciclopedia di Psicologia, Garzanti, Torino 1999).

L'esperienza mistica riguarda il rapporto della persona con Dio. Il concetto di esperienza in realtà è di alquanto difficile definizione, come è stato sottolineato in altre pagine (ad es., nella pagina dei Concetti fondamentali relativi alla mistica). Se è vero che l'esperienza del divino produce nella persona un'esperienza passiva dell'azione di Dio sull'anima, è altrettanto doveroso ricordare come non sia essenziale per parlare di stato mistico (cfr. purificazione passiva, notte dell'anima). Pertanto, la passività, per quanto fondamentale, non è assoluta e non è per sempre: l'anima, si è detto, reagisce in modo vitale sotto la mozione dello Spirito Santo, consente la volontà cooperando alla sua divina azione in una maniera libera e volontaria.

Questa premessa serve per evidenziare come il linguaggio, che appartiene a regole fissate e apprese, oltretutto modificabili nel corso del tempo e della storia, sia un modo credibile per raccontare l'esperienza mistica, che non è assoluta o assolutamente ineffabile, e che non è per sempre nell'anima. Come scrive Teresa d'Avila: 

«Noi non siamo angeli, ma abbiamo un corpo. Voler fare gli angeli, stando sulla terra, è una pazzia; ordinariamente, invece, il pensiero ha bisogno d'appoggio, benché talvolta l'anima esca così fuori di sé, e molte altre volte sia così piena di Dio, da non aver bisogno, per raccogliersi, di alcuna cosa creata. Ma questo non avviene molto di frequente». 

Con i piedi per terra, dunque, si ritorna dopo l'estasi e si può tentare di raccontare l'esperienza vissuta. 

 

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Ineffabilità

 

Il linguaggio narra dunque di questa esperienza particolare, atipica che è l'esperienza mistica. Ma quello che i mistici hanno affermato, riguardo alla loro esperienza, è che il rapporto con Dio, il totalmente Altro, rimane ineffabile, che l'esperienza dell'estasi è spesso indicibile, che le visioni rimangono inesprimibili. L'ineffabilità è il tipico segno dell'esperienza mistica dell'anima. Il contenuto dell'esperienza è talmente particolare che non trova espressione attraverso la normalità del linguaggio comune, ossia del linguaggio frutto della convenzione degli uomini, relativo a quel tempo e a quella storia precisa in cui ci si colloca.

Il linguaggio appare dunque subito inappropriato e inadeguato per parlare di ciò il mistico esperisce. 

Tale concetto di ineffabilità in realtà può essere considerato secondo due aspetti:

  • ineffabilità assoluta: ovviamente, l'esperienza mistica propriamente detta significa un'esperienza con il divino che non può che essere un incontro con l'assoluto e come tale indescrivibile. La stessa esperienza non solo non può essere detta, riferita con un linguaggio condivisibile, ma difficilmente ha modo di essere compresa anche dal soggetto stesso se non nei riverberi, negli echi che lascia. Dinanzi a questo concetto di assoluto, non si può che tacere: il silenzio appare la via eminente per poter rispettare quanto esperito;

  • ineffabilità relativa: non è un concetto che testimonia un'inespressività assoluta, ossia un "non linguistico" o di indescrivibilità: è possibile infatti che, all'interno dell'esperienza mistica ci siano margini di consapevolezza e quindi di riflessione e che sia possibile, dunque, raccontare, verbalizzare o comunque comunicare in modo comprensibile anche ad altri quello che si è vissuto. 

Mi sembra che sia giusto pensare all'esperienza mistica come un insieme di queste due componenti: se da un lato è impossibile esprimere ciò che ha catturato l'anima, e per cui l'anima è rimasta totalmente passiva, d'altro canto la nostra natura, che rimane terrena, come ricordava Teresa d'Avila, ritornando "con i piedi per terra" non può non tentare di descrivere con parole quello che ha provato. 

 

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Il linguaggio mistico

 

Scrive Massimo Baldini che:

«per il mistico le parole non sono domestiche, né addomesticabili, esse rimangono per lui sempre allo stato selvaggio. Ecco, quindi, che il suo parlare non è mai un parlare ozioso e routiniero, un inoffensivo esercizio domenicale, bensì è un gesto di grande impertinenza verbale, di grande trasgressività linguistica. I mistici, scrive Massignon, ci fanno "dimenticare la prigione delle regole metriche e retoriche"m i loro scritti "liberano il pensiero dalle regole sintattiche abituali". Al mistico il linguaggio spesso si impunta, talora egli non fa altro che ripetere a singhiozzi un alfabeto, la parola è sempre una barriera che egli riesce difficile superare».

Inoltre, il mistico sembra che aspiri a fabbricare una lingua nuova (glossopoiesi) o a parlarne una (glossolalia). Così il linguaggio, per il mistico, rimane una sorta di battaglia, spesso scandalosa per i più. Scrive ancora Baldini:

«Gli scandali linguistici dei mistici, le loro trasgressioni categoriali, le loro innovazioni semantiche, ma soprattutto quel loro mettere a dura prova il vocabolario con cui il teologo lavora, furono a lungo fortemente combattuti dalle istituzioni ecclesiastiche sul finire del sedicesimo e per tutti il diciassettesimo secolo».

Ma in realtà, più che creare una lingua nuova, il mistico si accingeva a lavorare su quella esistente. Lo stile del mistico è stilisticamente strano, lessicalmente scorretto. Il linguaggio del mistico

«è un linguaggio che vela più cose di quelle che sveli, che ci dice con i suoi eccessi lessicali, con una fastosa abbondanza di parole che il mistero non può essere reso udibile nel linguaggio. Ogni errore grammaticale, dunque, è un segno di questa impossibilità e, nel contempo, afferma Michel de Certeau, "indica un punto miracolato del corpo del linguaggio; è una stimmate. La frase mistica è un artefatto del silenzio che produce silenzio nel rumore delle parole. Attraverso il linguaggio del mistico, linguaggio che è destinato non a dire qualcosa, ma a condurre verso il nulla del pensabile"». 

Juan Martín Velasco, nell'opera citata in Bibliografia afferma (cfr. p.51ss.):

«I tratti generali che caratterizzano questo linguaggio [mistico] sono gli stessi che caratterizzano in generale il linguaggio religioso, di cui quello mistico è una parte eminente. La prima caratteristica del linguaggio mistico sta nella sua condizione di linguaggio di un'esperienza. [...] Il mistico non parla semplicemente di Dio come il teologo; parla di Dio che gli si è manifestato in un'esperienza. Da qui la sua concretezza, in contrasto con l'astrazione propria di altri registri del linguaggio, come nel caso della teologia Da questo deriva l'abbondante contenuto teologico e affetto della maggior arte dei testi mistici, perfino negli autori più speculativi, come Meister Eckhart.»

«La proprietà nella quale più vistosamente si manifesta la peculiarità dell'esperienza di chi lo usa o lo crea è quella che, in modo generico e vivido, si è chiamata "trasgressione" del linguaggio mistico. Essa consiste nel togliere il significato primo dei vocaboli fino al limite della loro capacità significativa e nell'utilizzazione simbolica degli stessi. La realizzazione di queste trasgressioni presenta modi svariati e numerosi. Appare soprattutto col ricorso continuo alle metafore più ardite e vivaci, nelle quali si attua nella maniera più perfetta quello che Ricoeur ha detto a proposito della "metafora viva": "È molto più di una figura stilistica; comporta un'innovazione semantica [...] una testimonianza in favore della virtù creativa del discorso". La funzione centrale del simbolo nel linguaggio mistico gli conferisce un'indubbia affinità col linguaggio poetico. Affinità che portò H. Bremond a considerare l'attività poetica un abbozzo naturale e profano dell'attività mistica e, esagerando, a chiamare il poeta "un mistico evanescente" o "un mistico mancato".»

 

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Mistica e poesia

 

Il linguaggio più adatto ad esprimere ciò che è di per sé inesprimibile, ineffabile (appunto come l'esperienza mistica), è sicuramente il linguaggio poetico, fatto di detto e non detto, di parole e silenzi, entrambi significativi. 

Scrive Massimo Baldini (op.cit., pagg.44-45) che: 

«il linguaggio della poesia, come quello della mistica, è un linguaggio intessuto di paradossi. La paradossia risveglia l'attenzione della mente dalla letargia delle comode abitudini linguistiche, crea stupore, sorpresa, pone in nuova luce ciò che il linguaggio ordinario (o quello teologico) avevano opacizzato. Tanto il mistico quanto il poeta tendono ad essere dei sovversivi sul piano della lingua, creano il loro linguaggio via via che procedono. Anche il mistico compie a livello linguistico ciò che Eliot diceva essere tipico del poeta, e cioè "deviare il linguaggio rendendolo significativo", e per entrambi vale ciò che Paul Valéry affermava essere proprio del "vero scrittore", e cioè l'essere "un uomo che non trova le parole". Il mistico ha bisogno di una lingua giovane, per questo è vittima di una crisi linguistica che lo può spingere sino a cercare di uccidere il linguaggio. Il mistico ama le antitesi, i paradossi, gli ossimori, i termini superlativi. Egli non ascolta il consiglio di Cicerone per il quale la metafora doveva essere riservata (pudens) e non ardita, infatti mostra di prediligere le metafore assolute, audaci, vive. La sua è una metaforicità tanto ardita da essere talora ebbra.»

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Come leggere le fonti spirituali

 

Federico Ruiz, nell'opera citata in Bibliografia, afferma che «lo studio, la valutazione e lo sfruttamento delle fonti spirituali richiedono una prospettiva adeguata e una speciale sensibilità.» Occorre pertanto accennare ad alcune modalità:

  1. Lettura in chiave spirituale: i documenti e i fatti che la spiritualità considera sue fonti hanno significato e valore in molte altre prospettive differenti, ossia linguistica, psicologica, letteraria, filosofia, storica. Così, di mistica, preghiera e ascesi si occupa la psicologia; alcuni scritti sono opere letterarie di alta qualità. Per questo non basta entrare in contatto con i documenti, ma bisogna saperli leggere spiritualmente, vale a dire con la loro prospettiva e con una specifica sensibilità. Non si tratta comunque di un esercizio ascetico, ma occorre soltanto avere il riguardo di relazionarsi col testo sapendo che si tratta di un'opera di tipo spirituale.

  2. Continuità fra passato e presente: occorre saper integrare nella visione autori antichi e moderni, recependo la ricchezza di tutti gli autori e non soffermandosi su uno soltanto come fonte di verità assoluta. Lo Spirito, d'altronde, distribuisce i suoi carismi lungo la storia e molti di essi non si ripetono. Ogni epoca ha le sue luci speciali e le sue congenite cecità, dovute al limite proprio della "coscienza spirituale". Questa si mostra sensibile a certi valori e insensibile o disattenta ad altri di uguale importanza. Quindi, non ci si deve limitare, nella lettura, all'ultimo testo di spiritualità pubblicato, ma tener in giusto conto tutte le opere precedenti (i cosiddetti "classici della spiritualità").

  3. Ecumenismo storico: occorre contestualizzare, comprendere, rispettare ogni epoca. L'atteggiamento ecumenico, che consiste nel rispetto, nel dialogo, nella comprensione e nella tolleranza con altre chiese e culture religiose, deve estendersi anche alle epoche religiose anteriori alla nostra, che hanno idee e condotte molto diverse da quelle attuali. Occorre quindi saper comprendere il pensiero e l'esperienza all'interno del loro contesto salvifico e culturale.

Fra le fonti spirituali troviamo:

  1. Storia della spiritualità: fatti di vita, iniziative di persone e gruppi, con i loro insegnamenti.

  2. Esperienze personali: narrazione in forma autobiografica e relazioni, come anche biografi e agiografie. Le autobiografie non sono le fonti supreme della spiritualità o della mistica.

  3. Esperienza elaborata: la maggior parte delle fonti si presentano in forma dottrinale. In questa funzione pedagogica o mistagogica trasmettono esperienza e dottrina, propria e altrui [la mistagogia è un'iniziazione graduale del credente ai misteri della fede, trasmessa e assimilata per via di esperienza interiore e di prassi impegnata, con l'aiuto di un maestro esperto].

  4. Esposizioni dottrinali: si tratta della produzione più abbondante e riguarda corsi, trattati, temi sviluppati monograficamente.

  5. Classici della spiritualità: formano una categoria speciale, che è formata per la propria solidità e continuità, per il riconoscimento e l'uso generalizzato. Conservano (se non aumentano) il loro valore spirituale nel tempo. Sono resi attuali dal loro vigore e dalla loro profondità. 

 

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ANGELUS SILESIUS (1624-1677)

 

INTRODUZIONE E RIMANDO

Rimando alla pagina a lui dedicata in questo sito [ www.mistica.info/unsiles.htm ] in cui si dà una nota biografica e si propongono alcuni aforismi distinti per argomento.

 

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GIALÂL ad-DÎN RÛMÎ (1207-1273)

 

INTRODUZIONE E RIMANDO

Nasce a Balkh, ai confini dell'odierno Afghanistan, il 30 settembre 1207. A causa dell'invasione dei Mongoli di Genghîz Khân nel 1220 lascia la patria insieme a tutta la famiglia peregrinando per raggiungere la Mecca e infine, nel 1226, Konya, in Turchia. Nel frattempo, a 19 anni si era sposato con una fanciulla di Samarcanda. L'incontro col suo maestro spirituale, Shams-i Tabrîz, avvenne nel 1244 in questo luogo (alcuni pensano a Damasco). Shams-i Tabrîz era un derviscio vagante. L'incontro avvenne in modo misterioso: si racconta che un giorno Gialâl era seduto in casa circondato da discepoli e da libri. Shams entra improvvisamente, lo saluta e, indicando i libri, domanda: "Che cos'è questa roba?" Appena pronunciata la frase i libri presero fuoco e bruciarono. Gialâl, impressionato, domandò: "Ma cos'è questo?" e allora Shams rispose: "Non ne sai nulla!" e uscì improvvisamente così come era entrato. Così Gialâl lasciò la casa e andò a cercare Shams per poter essere guidato da lui e mettersi al suo apprendistato come discepolo. Probabilmente Shams morì nel 1247 di morte violenta in un tumulto popolare a Konya. 

Le sue opere principali sono due: Dîvân-i Shams-i Tabrîz (Il Canzoniere di Shams-i Tabrîz), raccolta di poesie mistiche e Masnavî-yi Ma'navî, un poema lungo a rime baciate di oltre 26000 versi doppi.

Per un approfondimento di questo personaggio si veda la pagina

della Mistica islamica (sufismo), in collaborazione con Federico Chiappetta.

 

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GIOVANNI DELLA CROCE (1542-1591)

INTRODUZIONE E RIMANDO

La pagina a lui dedicata in questo sito [ www.mistica.info/ungiova.htm ] dà una breve nota biografica, affronta le tematiche dottrinali ed elenca le sue principali opere non poetiche, dandone una breve antologia. Lì si possono trovare indicazioni particolari su bibliografia e links.

Qui affrontiamo la sua opera poetica, sempre con una breve antologia che possa dare un'idea dell'Autore. Alla base di ogni opera c'è sempre la poesia come mezzo espressivo forte di un'esperienza contemplativa. 

 

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ANTOLOGIA DI GIOVANNI DELLA CROCE

Nella Salita del Monte Carmelo, fa premettere queste parole:

«Tutta la dottrina che io esporrò in questa Salita del Monte Carmelo è contenuta nelle strofe che seguono in cui viene spiegato il modo di raggiungere il monte, cioè l'alto stato di perfezione, che in questo libro io chiamo unione dell'anima con Dio».

Sono otto le strofe che via via vengono commentate. Iniziamo da queste e poi proponiamo le strofe di Fiamma viva d'amore, insieme a poesie sparse. 

Nota: Per alcuni versi ho realizzato una modifica parziale alla traduzione proposta dalle diverse antologie. Per la versione sia di "Notte oscura" che di "Fiamma d'amor viva" ho proposto l'originale e la poetica pur fedele traduzione di Dario Chioli pubblicata, oltre che nel suo sito, anche nel libro "L'ascesa al monte dei melograni", Psiche, Torino 2005.

 

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NOCHE OSCURA (Notte oscura)

CANCIONES de el alma, que se goza de aver llegado al alto estado de la perfección, que es la unión con Dios por el camino de la negación espiritual.

CANZONI dell'anima che gode d'esser giunta all'alto stato della perfezione che è l'unione con Dio attraverso il cammino della negazione spirituale.

1. En una noche oscura,

con ansias, en amores inflamada,

- oh dichosa ventura! -

salí sin ser notada,

estando ya mi casa sosegada.

1. In una notte oscura,

Soffrendo affanni, in amori infiammata,

- Oh, felice ventura! -

Uscii inosservata,

Che la mia casa s'era già quietata;

2. A escuras, y segura,

por la secreta escala, disfraçada,

- o dichosa ventura! -

a escuras, y en çelada,

estando ya mi casa sosegada.

2. Entro il buio, e sicura,

Per la segreta scala camuffata,

- Oh, felice ventura! -

Entro il buio, e occultata,

Che la mia casa s'era già quietata.

3. En la noche dichosa,

en segreto, que nadie me veía,

ni yo mirava cosa,

sin otra luz y guía

sino la que en el coraçón ardía.

3. Nella notte gioiosa,

In segreto - nessuno mi vedeva,

Né io guardavo cosa -

Senz'altra luce e guida

A parte quella che nel cuore ardeva.

4. Aquésta me guiava

más cierto que la luz del medio día,

adonde me esperava

quien yo bien me sabía,

en parte donde nadie parecía.

4. Questa più certamente

Che meridiana luce mi guidava,

Là dove m'aspettava

Colui che ben sapevo,

In luogo in cui nessuno era presente.

5. Oh noche que guiaste,

oh noche amable más quel el alvorada,

oh noche que juntaste

amado con amada,

amada en el amado transformada!

5. O notte che guidasti,

O notte grata più dell'alba chiara;

O notte che legasti

Amato con amata,

Amata nell'amato trasformata!

6. En mi pecho florido,

que entero para él solo se guardava,

allí quedó dormido

y yo le regalava

y el ventalle de cedros ayre dava.

6. Sul mio petto fiorito,

Che intatto per lui solo si serbava,

Se ne restò assopito,

Ed io lo accarezzavo,  

E il ventaglio di cedri ventilava.

7. El ayre de la almena,

quando yo sus cabellos esparzía,

con su mano serena

en mi cuello hería,

y todos mis sentidos suspendía.

7. La brezza della torre,

Sciolti che avessi i suoi capelli appena,

Con la mano serena

Nel collo mi pungeva,

Ed i miei sensi tutti sospendeva.

8. Quedéme y olvidéme,

el rostro recliné sobre el amado,

cesó todo, y dexéme,

dexando mi cuidado

entre las açucenas olvidado.

 

8. Quietata, mi obliai,

Il volto reclinato sull'amato;

Tutto finì, e mi persi,

E i pensieri lasciai

In mezzo ai gigli nell'oblio sommersi.

 

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LLAMA DE AMOR VIVA (Fiamma d'amor viva)

CANCIONES del alma en la íntima comunicación de unión de amor de Dios.

Canzoni dell'anima nell'intima comunicazione dell'unione d'amore di Dio.

1. ¡O llama de amor viva,

que tiernamente hieres

de mi alma en el más profundo centro,

pues ya no eres esquiva,

acaba ya, si quieres,

rompe la tela deste dulce encuentro.

1. O fiamma d'amor viva

Che tenera ferisci

L'anima mia nel più profondo centro!

Poiché non sei più schiva,

Ormai, se vuoi, finisci,

Strappa la tela a questo dolce incontro!

2. ¡O cauterio suave!

¡O regalada llaga!

¡O mano blanda! ¡O toque delicado,

que a vida eterna sabe,

y toda deuda paga!

Matando muerte en vida, la has trocado.

2. O cauterio soave!

O dilettosa piaga,

O man dolce, o tocco delicato,

Che sa di vita eterna,

E ogni debito paga!

Morte uccidendo, in vita l'hai mutata.

3. ¡O lámparas de fuego,

en cuyos resplandores

las profundas cavernas de el sentido,

que estava oscuro y ciego,

con extraños primores

calor y luz dan junto a su querido!

3. O lampade di fuoco,

Nei cui vasti fulgori

Le profonde caverne del sentire,

Già cieco ed oscurato,

Con strane perfezioni

Dan luce e ardore insieme al loro amato!

4. ¡Quán manso y amoroso

recuerdas en mi seno,

donde secretamente solo moras;

Y en tu aspirar sabroso,

de bien y gloria lleno,

quán delicadamente me enamoras!

 

4. Come mite e amoroso

Ti desti nel mio seno,

Dove da solo in segreto dimori;

Nel tuo aspirar gustoso,

Di bene e gloria pieno,

Con che delicatezza m'innamori!

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Tras de un amoroso lance (Dopo un amoroso slancio)

Tras de un amoroso lance
y no de esperanza falto
volé tan alto, tan alto
que le di a la caza alcance.

Dopo un amoroso slancio 
e non privo di speranza
volai così alto, così alto,
che raggiunsi la mia preda.

1. Para que yo alcance diese
a aqueste lance divino,
tanto volar me convino
que de vista me perdiese;

y, con todo, en este trance
en el vuelo quedé falto;
mas el amor fué tan alto,
que le di a la caza alcance.

1. Per poter raggiungere
questo slancio divino,
tanto volar mi fu utile
a perdermi di vista;

malgrado ciò, in questo punto,
del volo mi trovai privo;
ma l'amore fu così grande,
che raggiunsi la mia preda.

2. Cuando más alto subía
deslumbróseme la vista,
y la más fuerte conquista
en oscuro se hacía;

mas, por ser de amor el lance,
di un ciego y oscuro salto,
y fui tan alto, tan alto,
que le di a la caza alcance.

2. Più alto salivo, più
la vista si abbagliava,
e la più aspra conquista
avvenne nelle tenebre;

ma d'amore era lo slancio, e
con un cieco e oscuro salto
mi trovai in alto, così in alto
che raggiunsi la mia preda.

3. Cuanto más alto llegaba
de este lance tan subido,
tanto más bajo y rendido
y abatido me hallaba;

dije: No habrá quien alcance;
y abatíme tanto, tanto,
que fui tan alto, tan alto,
que le di a la caza alcance.

3. Quanto più alto giungevo
in questo slancio sublime,
tanto più basso, arreso
e umiliato mi trovavo.

Dissi: non vi sarà chi l'arrivi,
e mi umiliai tanto tanto
che mi trovai così alto
che raggiunsi la mia preda.

4. Por una extraña manera
mil vuelos pasé de un vuelo,
porque esperanza de cielo
tanto alcanza cuanto espera;

esperé sólo este lance,
y en esperar no fui falto,
pues fui tan alto, tan alto,
que le di a la caza alcance.

4. In una strana maniera
mille voli divennero uno,
perché la speranza del cielo
tanto ottiene quanto spera;

attesi solo questo lancio,
e nello sperare non sbagliai,
che mi trovai così alto
che raggiunsi la mia preda.

 

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DAVID MARIA TUROLDO (1916-1992)

 

NOTA BIOGRAFICA

Le presenti note biografiche sono una rielaborazione di quanto ha scritto Nicolino Borgo nel sito http://www.friulicrea.it. Egli è anche presidente dell'Associazione p. David Maria Turoldo. Si può anche leggere il libro autobiografico, scritto poco prima di morire, dal titolo La mia vita per gli amici. Vocazione e Resistenza, Mondadori, Milano 2001. 

  • Nasce a Coderno di Sedegliano il 22 novembre 1916 da Giovanbattista e Anna Di Lenarda e viene battezzato col nome di Giuseppe.

  • Dopo aver trascorso gli anni dell'adolescenza nell'Ordine dei Servi, il 2 agosto 1935 emette la sua prima professione religiosa, assumendo il nome di fra' David Maria. Diventa sacerdote nell'agosto del 1940.

  • Raggiunge il convento di Santa Maria dei Servi in San Carlo a Milano ed inizia la sua testimonianza. Collabora ad un periodico clandestino dal titolo "L'Uomo". Si laurea nel 1946 alla Cattolica di Milano sotto la guida di Gustavo Bontadini, con una tesi dal titolo "Per una ontologia dell'uomo".

  • Tra il 1948 e il 1952 acquista notorietà pubblicando alcuni volumi di liriche. Insieme alla poesia inizia una intensa attività culturale di confronto e di dialogo che ha il suo centro 
    propulsore in un’istituzione chiamata la “Corsia dei Servi”.

  • Egli desidera superare una visione fredda dell'uomo (desunte da schemi culturali o visioni ideologiche) al fine di incontrare l’uomo concreto, il suo quotidiano, la sua storia. Si tratta di ricostituire una “relazione” che superi le dicotomie, che lo stesso pensiero cristiano sembrava avallare, tra individuo ed assoluto, mondo dell’uomo e mondo di Dio.

  • Questa prospettiva ha esercitato una notevole influenza nella preparazione e nel recepimento delle conclusioni del Concilio Vaticano II, reso possibile dall'intuizione di Giovanni XXIII. Esso si rivolse all’uomo prima ancora che al cristiano, al mondo nella sua universalità, prima ancora che alle particolari confessionalità. 

  • Fedele lettore dei testi sacri (e traduttore poetico di essi), le attenzioni di Turoldo si rivolgono agli eventi con lo sguardo rivolto al progetto di Dio sull'uomo e sulla storia, denunciando ogni sopruso ed oppressione che snatura l'immagine dell'uomo. Negli anni '50 vive l'esperienza di Nomadelfia, piccola città fraterna. A metà degli anni '60 a Fontanella di Sotto il Monte (Bergamo) inizia la sua esperienza di accoglienza ecumenica, di persone atee, di religione islamica. La scelta del luogo in cui vivere è segno della grande stima e profonda valorizzazione di Giovanni XXIII, papa Roncalli, originario proprio di Sotto il Monte.

  • L’esperienza della povertà è per lui fonte di ricchezza interiore, nutrita di libertà da se stessi, di attenzione all’essenziale, capace di cogliere una priorità di valori e di servirli con impensata energia: è in nome della povertà come libertà che gli uomini rinunciano a “possedere”, intuiscono il mistero dell’esistenza, diventano capaci di convivenza fraterna.

  • Vive l'esperienza di un male che lo accompagna negli ultimi anni della sua vita. Con la tempra dell'uomo e la forza dello spirito racconta con disincanto, ma con alti cenni di spiritualità mistica questa sua ultima parte di vita. La lotta non è contro l'ingiustizia più universale, ma contro un mostro che lo divora a poco a poco. Nascono le raccolte "Canti ultimi" (1991) e "Mie notti con Qohelet" (1992) a testimonianza di questo periodo.

 

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ANTOLOGIA

La presente breve antologia, redatta secondo un gusto personale, non può rendere giustizia della profondità e della complessità di questa figura. Vorrei qui soltanto mostrare il lato "mistico" di questo Autore, che ha testimoniato soprattutto nelle sue ultime raccolte di poesia. Egli chiedeva ragione di un male personale (ma in un certo senso tutta la sua vita è un grido per conoscere il mistero del male del mondo) e le sue poesie cercano di rendere ragione di questa domanda fondamentale che ogni uomo, con una seria esperienza di umanità acquisita vivendo coscientemente, non può non porsi. Alla fine, l'esito più naturale appare soltanto quello descritto nella seguente poesia:

«O Innominabile / pur dopo / le furiose e dolci e ostinate / fatiche dei poeti / a inseguire / ora il frinire / d'un'ala / invisibile, ora / gli scrosci d'uragano / del salmo / finiti pur essi / nell'infinito / silenzio: / appena, alla fine il Tu / inevitabile, - ho scritto! / Dire di più / è colpa.»

Le poesie sono state tratte dalle raccolte: O sensi miei... Poesie 1948-1988, Rizzoli, Milano 1990 e Ultime poesie (1991-1992), Garzanti 1999.

 

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SOLO LASCIARMI PENSARE

 

È noto all'universo

che tu sei la fonte del mio cantare:


la tua Assenza mi fa disperato
la Presenza mi incenerisce:


e se voglio raggiungerti, devo
liberarmi dalla volontà di cercarti:


andare oltre la stessa mente,
solo lasciarmi pensare.

 

                   * * *

Pure il male dunque è un bene.

 

                   * * *

Bisogna che la mente scompaia:
allora avverrà l'incontro
e né tu né io saremo


E mentre io sempre più disperavo
di afferrarti, sentivo
che eri tu ad assorbirmi:


fino ad essere insieme perduti.

 

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MIO OSPITE

 

Anche se in fondo ai mari

e nei più alti cieli

si mormora di te,

so che non hai altra casa:

 

sei il mio inevitabile Ospite

sconosciuto e muto.

 

E ci accomuna

la disperazione di amare.

 

Pure se santità significhi

dimore inaccessibili

qui è la tua casa

 

pure se brama di te ci consuma

al solo pensare che tu possa

apparire, moriamo.

 

Non passato né futuro tu hai

ma in te ogni esistenza riassumi

e gli spazi stellari e gli evi...

 

Quanto inganna il pensarti lontano:

spazio illusorio alla mia

e tua autonomia:

 

tu non puoi che celarti qui

nel presente, non puoi

che essere in urto

 

né puoi sfuggire alla sorte

della tua amata immagine.

 

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SIAMO IL TUO DIVERTIMENTO

 

Tu non puoi non pensare a noi,

e non amarci.

 

E amandoci

rivelarti

ed espanderti

e deliziarti:

 

siamo il tuo divertimento.

 

                      * * *

 

E inabissarmi

nel mare che non ha sponde

 

e più non esistere...

 

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ESAGONO I

 

Se appena uno sguardo rivolgo verso di te

già il dove mi rimane impervio

e ugualmente ignoto il punto

donde parmi avvertire il richiamo.

 

E se la mente non più che l'intento

riveli di chiedere chi sei

ecco montare sul mondo la tenebra

e farsi Notte altissima:

 

e anche il giorno si fa notte

e non un rottame che galleggi

 

                          sull'oceano.

 

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QUESTA RAGIONE 

 

E pregare: noi siamo come sassi, Iddio,

polvere di strade: passeranno

gli altri su noi e sugli altri

gli altri, fino all'ultimo giro.

 

Un'anima hanno le pietre,

un cuore, un destino pietoso.

Saranno domani prigioni e case

o mense d'altari ove sanguina

in attrito di morte la Vita.

 

Polvere saranno, alla fine,

con la cenere degli uomini.

 

Cristo il solo confine immobile,

l'abisso ove s'annulla l'eterno

e non ha più onda il tempo.

 

La mia ragione invece

è una scogliera sull'infinito.

 

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AMORE E MORTE

 

Ma quando da morte passerò alla vita,

sento già che dovrò darti ragione, Signore.

E come un punto sarà nella memoria

questo mare di giorni.

Allora avrò capito come belli

erano i salmi della sera;

e quanta rugiada spargevi

con delicate mani, la notte, nei prati,

non visto. Mi ricorderò del lichene

che un giorno avevi fatto nascere

sul muro diroccato del Convento,

e sarà come un albero immenso

a coprire le macerie. Allora

riudirò la dolcezza degli squilli mattutini

per cui tanta malinconia sentii

ad ogni incontro con la luce.

Allora saprò la pazienza

con cui m'attendevi; e quanto

mi preparavi, con amore, alle nozze.

Ed io non riuscivo a morire.

Piangevo, mentre ti pascevi,

della mia solitudine. Mai

canto di gioia intonò il mio cuore,

stordito dalla fragranza delle creature.

Ogni voce d'amore era singulto. Invece

eri Tu che odoravi nella carne,

Tu celato in ogni desiderio,

o Infinito, che pesavi sugli abbracci.

Uno stesso tremolio - o bufera - sulla superficie

del mare come dentro le onde del calice. Eri

dovunque. E gli altri intanto

si baciavano solo sulla bocca,

ma io Ti mangiavo tutte le mattine.

E, allora, perché, perché

dunque ero così triste?

 

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Mistica.Info è a cura di Antonello Lotti - Sito web: www.mistica.info - E-mail: misticainfo@libero.it