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La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti

 

Il libro dell'Amico e dell'Amato di Raimondo Lullo

 

APPUNTI PERSONALI A MUOVERE DA ALCUNE FRASI DEL LIBRO

 

 

Paul Klee, Testa con barba alla tedesca, olio e penna su carta, 1920

Paul Klee, Testa con barba alla tedesca, olio e penna su carta, 1920,
Düsseldorf, Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen

 

 

«Il cuore dell'Amico volò verso le vette dell'Amato, per non avere impedimenti ad amare nell'abisso del mondo. E quando fu con l'Amato lo contemplò nella gioia; e l'Amato lo fece scendere nel mondo perché lo contemplasse nella pena e nella tribolazione.»
(Raimondo Lullo, Il libro dell'Amico e dell'Amato, n. 56)

 

 

Indice

   

0

Introduzione

1

Una sola la Verità

  1.1

Innegabilità del Vero

  1.2

Unicità del Vero

2

Amore della Verità

2.1

Vocazione e regola

2.2

Il fine e il mezzo

3

La strada verso la Verità

3.1

Preghiera

3.2

Desiderio infinito

3.3

Abbandono

4

Intenzionalità

4.1

Rivelazione

4.2

Pace interiore

4.3

Il rischio ineliminabile

5

Dove abita la Verità

5.1

Il Santo di ogni luogo

6

Realtà e Verità

6.1

Visibilità del Vero

6.2

Esperienza del Vero

6.3

La storia trasformata

7

Solitudine interiore

7.1

La Verità e l'Uno

7.2

Comunicare l'esperienza

7.3

Dinanzi all'Infinito

7.4

Distrazione

8

La fede che conforta

8.1

Quotidianità della fede

8.2

Fede ed opere

9

Fra cielo e terra

9.1

Inevitabilità dell'esistenza

9.2

Già ma non ancora

9.3

Ascoltare il silenzio

10

Gioia profonda

10.1

Disagio esistenziale

10.2

La vita è una lotta e una croce

11

La vita è un cammino

11.1

Destino di beatitudine

12

Abbandonare se stessi

12.1

Libertà e Verità

12.2

Lasciare gli affetti

13

Meditazione

13.1

Andare oltre l'ovvietà

14

La Verità non è nascosta

14.1

Salvi nella speranza

15

Religione e tensione alla Verità

15.1

Nessuna religione si sostituisce al Vero

15.2

Il Maestro interiore

15.3

Mistica e devozione

15.4

Unione senza intermediari

15.5

Guidati dallo Spirito d'amore

15.6

Appartenenza

16

Dimenticanza della Verità

16.1

Il senso distorto

16.2

Il mondo si sottrae al Vero

16.3

Aiuto premuroso

16.4

Attesa desiderosa

16.5

Memoria della Verità

17

Oceano infinito

App. 1

Gradi di maturità spirituale (Eckhart)

App. 2

Il senso del ricercare (Eckhart)

App. 3

Cosa deve avere l'uomo per abitare in Dio (Eckhart)

*

INDICE DEGLI AUTORI CITATI

 

 

 

0. Introduzione

"Più salivo in alto / più il mio sguardo s'offuscava, / e la più aspra conquista / fu un'opera di buio; / ma nella furia amorosa / ciecamente m'avventai / così in alto, così in alto / che raggiunsi la preda" (Giovanni della Croce).

 

Questi non sono che semplici appunti, idee, suggestioni e non hanno la pretesa di organicità e di completezza. Derivano da riflessioni personali e si nutrono di citazioni, proprio a dimostrazione di un debito che ho nei confronti di tanti autori diversi che hanno arricchito la mia vita e la mia esperienza spirituale. Non sono appunti conclusivi né definitivi visto che la vita ci sorprende continuamente con nuovi spunti, nuove occasioni di riflessione, nuovi traguardi, mai definitivi.

 

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1. Una Sola la Verità

"L'Amico diceva all'Amato che molte erano le vie per le quali veniva nel suo cuore e si mostrava ai suoi occhi, e molti i nomi con i quali lo chiamava la sua lingua; ma l'amore con cui lo faceva vivere e morire non era che uno, uno solo" (RL, 90 ).

"L'Amico spinse i suoi pensieri nell'immensità e durata del suo Amato, e non vi trovò inizio, né centro, né fine" (RL, 69).

"L'Amico chiese al suo Amato se in lui c'era ancora qualcosa da amare; e l'Amato rispose che c'era tutto ciò che poteva far più grande l'amore dell'Amico" (RL, 1)

 

Una sola, la Verità, innegabile.

Come una è la nostra vocazione: vivere eternamente il Vero ed unico Bene.

Una la regola della nostra vita finita, mortale: conoscere la Verità. Conoscere la Verità è amarla. Amare la Verità è conoscerla e conoscere noi stessi, la nostra Origine e il nostro Destino.

La conoscenza della Verità non è una situazione di fatto, statica, ma è in continua evoluzione. Non sarà mai una conoscenza totale, piena. Tale divenire garantisce l'inviolabilità del Vero, irraggiungibile se cercato con i nostri soli mezzi e le nostre misere possibilità. Per questo la ricerca della Verità è inesauribile, così come il nostro amore sarà sempre incapace, inadeguato, incompleto.

 

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1.1. Innegabilità del Vero

Nella storia del pensiero occidentale, «appare l'idea di un sapere che sia innegabile; non perché la società e gli individui abbiano fede in esso, o vivano senza dubitare di esso, ma perché esso stesso è capace di respingere ogni suo avversario. L'idea di un sapere che non può essere negato né da uomini, né da dei, né da mutamenti dei tempi e dei costumi, un sapere assoluto, definitivo, incontrovertibile, necessario, indubitabile» (Emanuele Severino, La filosofia antica).

Lo stesso afferma, in altri termini, il filosofo Aldo Stella: «La contraddittorietà della negazione del Vero emerge con la consapevolezza che la sua negazione intende essere comunque vera. Ne consegue che la Verità non è complanare alla sua pretesa negazione, ma riemerge incoercibilmente oltre di essa. In altre parole, la negazione dell'Assoluto o è assoluta come negazione - cosicché l'Assoluto si ripropone - o non è negazione dell'Assoluto» (Aldo Stella, Appunti da una conversazione personale, gennaio 1995). Egli afferma ancora: «Negare il vero, ossia l’assoluto, significa assolutizzare il soggetto di questa negazione, cioè l’io. Se non che, è proprio qui che si impone la domanda fondamentale: se l’io fosse vero, dunque assoluto, perché mai continuerebbe a cercare? Per quale ragione l’io varrebbe come un continuo divenire, se coincidesse con l’essere? Come giustificare il suo bisogno di «salvezza», se fosse da sempre salvo? L’io non è l’assoluto, ma tensione verso l’assoluto, intenzione di pervenire all’assoluto, con che la sua assolutizzazione è la negazione stessa del suo essere tensione in atto, dunque è la negazione stessa dell’io. E tuttavia l’io, pur non essendo assoluto, è la coscienza di non esserlo, dunque è il sapere di non sapere, come ci ha insegnato Socrate. Se l’io sapesse, non cercherebbe; ma se non sapesse affatto, se ignorasse anche di ignorare, altrettanto la ricerca non sorgerebbe. La ricerca, però, sorge e sorge proprio in virtù del sapere di non sapere, in virtù del sapere che ciò che si intende sapere, il vero, l’assoluto, non è ciò che si sa di volta in volta, non si riduce cioè alle infinite conoscenze a cui è dato di pervenire» (Medicare e meditare).

Scrive ancora Emanuele Severino (La verità e il nulla, p. 25ss.) che «il termine alétheia appare costruito con la parola léthes, che significa "oblio", preceduta da un'alfa privativa che di fatto nega la parola stessa di cui si costituisce come prefisso. Un semplice vocabolario di greco ci consentirà infatti di comprendere che, in questo specifico ambito linguistico, parlare di verità significa parlare di "non-nascondimento" e che dunque il contenuto della parola "verità" sia il "non-latente". [...] Quando il Greco pensa al disvelamento, e dunque all'alétheia, ha la chiara percezione che questo disvelamento non disvela un contenuto qualsiasi, ma un contenuto che invece non può essere smosso, scosso, negato. La lingua greca ha a disposizione una parola formidabile per indicare la stabilità propria del contenuto disvelato nell'alétheia. Questa parola è la parola epistéme, che significa "ciò che nel disvelamento si manifesta come stante e imponentesi su ciò che vorrebbe scuoterlo, smentirlo, metterlo in discussione". Se dunque vogliamo restituire alla parola greca alétheia il suo autentico significato dobbiamo dire che per il Greco la verità è pensata come la manifestazione dell'innegabile o, in altri termini, come il disvelarsi dello stante.»

 

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1.2. Unicità del Vero

Scrive Niccolò Cusano (Il Dio nascosto): «Non esiste che una sola verità. Non ci è infatti che un'unità e la verità coincide con l'unità, poiché è vero che una sola è l'unità. Come pertanto nel numero non si trova che una sola unità, così nei molti non si trova che l'unica verità. Per questa ragione, chi non coglie l'unità, ignorerà sempre il numero, e chi non coglie la verità nell'unità, non potrà conoscere mai nulla per davvero.»

Così anche Meister Eckhart, nel Sermone "Unus deus et pater omnium": «Quando Paolo [Ef 4,6] dice "un Dio" intende con ciò che Dio è Uno in se stesso, e separato da tutto. Dio non appartiene ad alcuno, e nessuno gli appartiene. Dio è Uno. Boezio dice: Dio è Uno, e non muta. Tutto quel che Dio ha creato, lo ha creato soggetto al mutamento. Tutte le cose, in quanto create, portano sulle spalle la mutabilità. Questo vuol dire che noi dobbiamo essere Uno in noi stessi, e separati da tutto, costantemente immobili, dobbiamo essere una sola cosa con Dio. Al di fuori di Dio, non v'è che il nulla. [...] "Un Dio": nel fatto che Dio è Uno, è compiuta la divinità di Dio. Dio solo ha l'unità. L'unità è il modo di essere proprio di Dio: da essa deriva di essere Dio, altrimenti non lo sarebbe. Tutto quel che è numero dipende dall'Uno e l'Uno non dipende da nulla» [cfr. anche la pagina su Eckhart per ulteriori testi].

 

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2. Amore della Verità

"Le strade per le quali l'Amico cerca il suo Amato sono lunghe, pericolose, cosparse di meditazioni, sospiri e pianti, e illuminate dall'amore (RL, 2).

 

Amare la Verità è vocazione d'ognuno di noi; ma non è affatto semplice, perché non si tratta di un amore comune, di per sé già complicato. È - e rimane per tutti - vocazione infinita, in quanto tale amore deve percorrere vie tortuose, difficili, impervie.

Se la Verità fosse di questo mondo, noi stessi saremmo nella Verità, saremmo noi stessi la Verità. Ma la nostra esistenza dimostra, attraverso la tensione continua, la nostra lontananza dal Vero.

Eckhart specifica che occorre amare unicamente «quel Bene da cui fluisce ogni bene, giacché nessuna cosa è piacevole e desiderabile se non in quanto Dio è in essa. Perciò non si deve amare un bene se non nella misura in cui si ama Dio in esso; dunque non si deve amare Dio per il suo regno dei cieli o per che altro, ma lo si deve amare per la bontà che egli è in se stesso. Infatti chi lo ama per qualcos'altro non abita in lui, ma abita in ciò per cui lo ama. Perciò, se volete dimorare in lui, non amatelo per niente altro che per lui stesso» (Sermone "Permanete in me"). Successivamente, affermerà anche qualcosa in più (cfr. 5.1).

Vivere in una condizione di vita particolare non è mai vivere la Verità intera, ma unicamente seguire una delle molte vie che sono date. Così come seguire una regola - ad esempio, monastica - non sarà mai vivere la Verità totale. Scrive Benedetto da Norcia: "Questa Regola non contiene la totalità di ciò che è giusto" (titolo del Capitolo 73 della Regola). Ogni strada può dunque condurre alla Verità, ma non vi si sostituisce.

 

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2.1. Vocazione e regola

La vocazione (= il fine della nostra vita) è la Verità; sia per tutti coloro che ne sono coscienti, sia per gli altri che lo ignorano. La regola (= come vivere in questa tensione al Vero) è riflesso della Verità. In pratica, avendo negli occhi e nel cuore la Verità, nella vita di ogni giorno, si devono compiere le azioni cercando, come afferma Eckhart, soltanto la volontà di Dio e non altre cose (fare qualcosa di buono o lasciare qualcosa di cattivo). Tutto ciò che si fa è cosa buona, se vi è in noi l'amore di Dio. E l'amore di Dio è in noi soltanto quando ricerchiamo (scevri da ogni presunta prospettiva di utilità) unicamente il Vero. Non si deve pertanto tenere un comportamento particolare: occorre vivere la vita di sempre, quella che abbiamo scelto o che ci è stata riservata, ricercando la Verità, affidandoci alla nostra intenzione di trovarla e sapendo che è la Verità stessa a suscitare la nostra tensione, a condurci alla sua ricerca. 

Tutto ciò viene chiaramente affermato da Emanuele Severino, nel libro "La verità e il nulla. Il rischio della libertà" in un dialogo con Piero Coda: «Pensare il rapporto dell'uomo con la verità come il raggiungimento di un desiderio, come la meta di un cammino, come l'esito di una ricerca o come il risultato di un metodo rischia infatti di condurci ad affermare l'impossibilità per l'uomo di raggiungere la verità. Se la verità fosse davvero il punto di arrivo di un percorso che ha per protagonisti gli uomini, noi ci troveremmo a muoverci verso la casa della verità con passi che, in quanto precdenti l'apertura della porta da parte della verità stessa, non apparterrebbero ad essa, ma si compirebbero fuori di essa. Se così fosse, ci porremmo in ascolto della verità con un udite che non è in grado di sentire la verità stessa, ma che invece appare destinato, proprio in quanto è la verità la padrona della casa cui noi stiamo bussando, a rinunciare ad essere uditore della verità, per limitarsi invece ad ascoltare qualcosa che precede la verità, ma che non ha nulla da spartire con essa. Se così fosse, dunque, l'intero cammino dell'uomo verso la verità sarebbe così estraneo alla verità stessa da costringerci a pensare ad esso come radicalmente appartenente alla non-verità. Se la verità è in rapporto all'uomo, essa non può che esserlo in termini originari: in caso contrario la speranza dell'uomo di raggiungere la verità e la sua stessa ricerca non potranno che avere un esito fallimentare. La verità va dunque pensata non come l'esito di un processo di ricerca, non come un possesso che si acquisisce, non come un punto di vista che si cerca di comunicare, non come una convinzione personale, ma invece come una presenza originaria che si evidenzia come conditio sine qua non della stessa ricerca della verità. Quest'ultima, infatti, proprio in quanto presenza originaria, è la condizione di possibilità stessa di ogni viaggio e non invece il punto di arrivo di viaggi che, in quanto preparati e realizzati nella non-verità, non potranno in alcun modo avere la verità come proprio approdo.» Questa argomentazione verrà ulteriormente precisata nei punti seguenti.

 

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2.2. Il fine e il mezzo

Confondere fra il fine e il mezzo (o i mezzi) è estremamente facile. Spesso si equivoca al punto che si dà più importanza al mezzo che al fine. Le opere precedono, in questo modo, la fede e la giudicano, severamente. Fare è sempre in seconda battuta rispetto al pensare. Le azioni sono sempre la storicità dei pensieri e non è possibile invertire, a meno di falsità, la sequenza. Questo è importante, perché quasi sempre il mondo giudica dalle apparenze e non va, per incapacità o altro, alla ricerca del senso, che sta dietro il visibile. Si finisce, anche in ambito spirituale, per giudicare le anime dal proprio abito esteriore, piuttosto che valutarle in profondità. Assume, dunque, paradossalmente, più importanza il fatto di appartenere ad un gruppo religioso, compiere determinate azioni, farsi notare, piuttosto che stabilire se le azioni e lo stare insieme siano il riflesso di una fede e di un'intenzione pura.

Scrive Teresa d'Avila che è «molto importante rendersi conto che Dio non conduce tutti per la stessa strada; infatti può accadere che colui che si crede più indietro sia invece più avanti agli occhi del Signore» (Cammino di perfezione, Valladolid, 17, 2-7). In questo ambito occorre estrema umiltà e mai giudicare situazioni o persone da ciò che appare, sapendo che solo Dio conosce fino in fondo la nostra anima e il suo merito. 

 

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3. La Strada Verso la Verità

"L'Amico disse all'Amato: Tu che rivesti il sole di splendore, colma il mio cuore d'amore. Rispose l'Amato: Se non t'avessi colmato d'amore non piangerebbero i tuoi occhi, né tu saresti venuto in questo luogo a vedere Colui che ti ama" (RL, 6).

 

Tutte le strade particolari non porterebbero mai all'unica Verità se la Verità stessa non le illuminasse con il suo Amore. E non cercheremmo la Verità (l'Amore) se la Verità (l'Amore) non fosse in qualche modo già in noi . "Manda la tua luce e la tua verità, siano esse a guidarmi, mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore" (Salmo 43,3).

È scritto (Salmo 84,5) che, inoltre, sarà beato chi abita la sua casa, le sue dimore: "Quando il salmista dice «beati» vuol far capire che essi godono tanta felicità quanta se ne può immaginare. Ed è chiaro che per questo sono beati, perché ti loderanno con devozione ed amore per tutti i secoli dei secoli, cioè in eterno; infatti, non loderebbero in eterno se non fossero felici in eterno. Nessuno certo potrebbe giungere a questo traguardo con le sole sue forze, anche se ha speranza, fede e carità; ma «beato chi trova in te la sua forza» (Salmo 84,6) per l'ascesa alla beatitudine desiderata dal suo cuore" (S. Bruno, Commento ai Salmi).

 

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3.1. Preghiera

La preghiera più vera che possiamo fare (quella che supera ogni altra preghiera e quindi in realtà l'unica preghiera) è quella di chiedere luce per rischiarare i sentieri dell'esistenza, luce che illumini la nostra precarietà, donandole un senso di eternità, di infinità e bellezza. Questa è dunque la preghiera essenziale; preghiera di supplica, ma in realtà non chiede nulla tranne l'essenziale per la nostra vita: "Manda la tua luce e la tua verità, siano esse a guidarmi; mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore". Domandiamo con ciò non qualcosa per noi, per la nostra vita o per qualche bisogno particolare. Come scrive Eckhart «un uomo non dovrebbe mai pregare per cose transitorie, ma domandare soltanto che sia fatta la volontà di Dio e niente altro ed allora ottiene tutto». Così noi, preghiamo soltanto per questo e tutto il resto ci verrà dato; qualunque cosa essa sia, sapremo che è il meglio per noi, che ci siamo affidati alla volontà di Dio.

 

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3.2. Desiderio infinito

Questo atteggiamento esistenziale è una preghiera continua. È come un desiderio continuo di Verità. Scrive Eckhart, citando Agostino, a proposito del Salmo 37,10 (Signore, dinanzi a te ogni mio desiderio): «Il tuo desiderio è la tua preghiera; se continuo è il desiderio, continua la preghiera. Forse che possiamo di continuo piegare i ginocchi, prosternarci a terra o alzare le mani, per rispettare il comando dell'apostolo "pregate senza tregua" (1 Ts 5,17). Non possiamo fare ciò "senza tregua". Ma qualunque altra cosa tu faccia, se desideri quel sabato eterno, non cessi di pregare. Se non vuoi smettere di pregare, non smettere di desiderare; il tuo continuo desiderio è la tua continua voce. Tacerai, se cesserai di amare. Il raffreddarsi dell'amore è il silenzio del cuore; il calore dell'amore è il grido del cuore. Se è sempre presente l'amore, tu invochi sempre, sempre desideri». E noi sappiamo che "il Signore esaudì il desiderio dei poveri" come afferma il Salmo (10, 17).

 

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3.3. Abbandono

La vera preghiera è abbandono fiducioso nelle mani del Padre che ci ha fatti mortali, destinandoci ad una vita immortale. Fede, speranza e carità diventano quasi nulla rispetto all'atteggiamento profondo - della mente e del cuore - di abbandono: non "pensare" Dio, ma lasciarsi pensare da Lui. Non "amare" Dio, ma da Lui lasciarsi amare. Non "essere" forti o potenti, ma rivestirci della sua potenza, della sua forza, spogliandoci della nostra. La vita che viviamo è la sua. In Lui risiedono onore, potenza, gloria e benedizione (cfr. Apocalisse 4,11). La beatitudine è quella che ci fa essere poveri, affinché Dio ci doni tutte le cose di cui necessitiamo. Il desiderio di Dio è l'unica cosa di cui essere veramente ricchi.

Scrive David Maria Turoldo, con l'essenzialità esauriente dei poeti: «È noto all'universo / che tu sei la fonte del mio cantare: / la tua Assenza mi fa disperato / la Presenza mi incenerisce: / E se voglio raggiungerti, devo / liberarmi dalla volontà di cercarti: / andare oltre la stessa mente, / solo lasciarmi pensare. / Pure il male dunque è un bene. / Bisogna che la mente scompaia: / allora avverrà l'incontro / e né tu né io saremo / E mentre io sempre più disperavo / di afferrarti, sentivo / che eri tu ad assorbirmi: / fino ad essere insieme perduti» (Solo lasciarmi pensare, in Canti ultimi).

 

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4. Intenzionalità

"L'Amico chiese all'intelletto e alla Volontà chi dei due fosse più vicino al suo Amato. Corsero entrambi e l'intelletto giunse al suo Amato prima della Volontà" (RL, 19).

 

Per ricercare (e trovare) la Verità non bastano i nostri sforzi, le nostre opere - per quanto buone - tutto ciò che abbiamo o che siamo. Occorre invece credere, affidarsi alla Verità, in una tensione che sa di non poterla raggiungere mai pienamente: così solamente si lascerà trovare.

Cercata in questo slancio intenzionale, l'uomo giungerà ad una pace interiore, che è preludio di quella vera, profonda, finale. "L'anima abbisogna di quella liberazione interiore in cui la concitazione del volere si placa, il grido della brama tace; e questo si verifica fondamentalmente nell'atto intenzionale in cui il pensiero riconosce la verità, lo spirito ammutolisce dinanzi alla maestà sovrana della verità" (Romano Guardini, Lo spirito della liturgia).

Il filosofo Aldo Stella ha chiarito il senso di questo slancio che egli chiama intentio veritatis, intenzione di verità: «L'anima è descritta [nel Fedro di Platone] come una "pariglia alata", ossia come una sintesi di opposti. In quanto i termini si oppongono, essi si escludono; ma in quanto i termini si pongono in forza del loro stesso opporsi, essi sono inclusi nella relazione e cercano una conciliazione che li spinge ad andare oltre se stessi, verso un'unità nella quale la differenza sparisca. Tale unità è la restituzione dell'anima alla sua essenza perfetta e immortale. È ciò che l'anima, vincolata al corpo, intende di ripristinare, nonostante che di fatto, ossia nell'esperienza ordinaria, ciò non possa realizzarsi. Fino a che l'anima è vincolata al corpo, l'assoluto è intenzionato, ma non fattualmente raggiunto. L'intentio veritatis, tuttavia, non rappresenta una pia illusione, ma il senso stesso della vita dell'anima, il suo perenne ricercare, il suo non appagarsi delle certezze. Ex-sistere ha il significato dell'uscire dalle tenebre della caverna per volgersi alla luce della verità. Il coraggio dell'anima consiste proprio in questa sua capacità di assumersi il compito di lottare con il limite, che equivale al suo lasciarsi perennemente sospingere verso una meta che è raggiungibile solo intenzionalmente: "Questo sopraceleste sito [cioè la pianura della Verità] nessuno dei poeti di quaggiù ha cantato, né mai canterà degnamente. Ma questo ne è il modo, perché bisogna pure avere il coraggio di dire la verità soprattutto quando il discorso riguarda la verità stessa" (Platone, Fedro, 247c). Il coraggio consiste per un verso nella rinuncia alla pretesa di inglobare la verità, per altro verso nella rinuncia alla pretesa di rinunciare a ricercare la verità stessa: desistere, infatti, equivale a negare la vita, che è intrinsecamente ricerca. Si configura così una duplice impossibilità, che mette capo al coglimento del senso autentico dell'intenzione: l'intenzione di verità è non solo intenzione di volgersi alla verità, ma è altresì intenzione di affidare alla verità il proprio volgersi ad essa. È dunque intenzione di verità come affidamento alla verità, la quale, suscitando la ricerca, la evoca orientandola e indirizzandola. Il cercante, pertanto, non può che pro-tendersi al vero, confidando che il vero stesso guidi la sua ricerca» (La relazione e il valore).

 

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4.1. Rivelazione

L'atto intenzionale è quello in cui «il pensiero riconosce la verità, lo spirito ammutolisce dinanzi alla maestà sovrana della verità», scrive Romano Guardini. Per sostenere tale atto, occorre riflettere, meditare continuamente sulla Verità. Non è occupazione vana quella che ci fa compiere quello slancio intenzionale. D'altronde solo intenzionale può essere lo slancio verso la Verità che non si trova al fondo della strada o della vita, ma in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio.

Scrive Bruno Forte: «Ciò che sta prima nella conoscenza della fede rivelata è la Parola: credere è assentire al Verbo uscito dall'eterno Silenzio. La fede nasce dall'ascolto (Rm 10,17). L'ascolto, però, in tanto è possibile, in quanto nella storia si è compiuto l'evento della parola che è il Cristo. L'obbedienza della fede non è che l'ascolto profondo, [...] l'ascolto di ciò che sta sotto e oltre [...] rispetto alla parola immediatamente udita. Si accoglie veramente la parola-evento [o parola-azione] soltanto quando la si ascolta "superandola", le si "obbedisce", ascoltando ciò che sta oltre e dietro e più in profondo rispetto ad essa. Chiamando questo "al di là" della Parola col nome di Silenzio, si potrebbe affermare che la vera accoglienza della Parola del Cristo è l'ascolto del Silenzio che la supera e da cui essa proviene. Il "primum et novissimum" della conoscenza della fede viene così a manifestarsi come "secundum": il Figlio rimanda al Padre, la Parola al Silenzio, il Rivelato nel nascondimento al Nascosto nella rivelazione. Il doppio significato di "re-velatio" emerge qui in tutta la sua densità: nel toglimento del velo c'è un infittirsi del velo; nell'ostendersi un ritrarsi; nel rivelarsi un velarsi. L'ascolto credente raggiunge il Rivelato per andare grazie a Lui e attraverso di Lui verso il Nascosto: l'obbedienza della fede tende a ciò che sta sotto, dietro la Parola; l'"oboedientia" è ascolto tutto proteso all'altrove, all'al di là del detto (ob = verso, indicativo del moto a luogo, oltre che dello scopo, del fine ultimo). La Parola è la mediazione, il Silenzio è l'altra sponda, la profondità nascosta del detto, la meta e la patria dell'obbedienza della fede nel Verbo. Senza la Parola non si darebbe accesso al Silenzio; ma senza il Silenzio la Parola sarebbe soltanto l'"aperto" di questo mondo, una "Offenbarung" ("manifestazione"), che non rinvierebbe a un altro mondo e a un'altra patria, perché nell'"aperto" nulla è più nascosto, tutto è risolto nello svelamento pienamente compiuto. Solo rinviando al Silenzio la Parola esige l'obbedienza della fede; solo comunicandosi nella Parola l'al di là del detto è accessibile e provoca la risposta dell'intenzionalità credente, come apertura del cuore dell'uomo verso le insondabili profondità di Dio» (Teologia della storia, p. 63).

Tale intenzionalità deve essere sostenuta: non è possibile non passare almeno un po' di tempo della giornata meditando (personalmente o confrontandoci con qualcuno), leggendo testi, magari scrivendo le impressioni o i pensieri, comunicando in qualche modo su quanto si è meditato.

Non esistono, poi, testi particolarmente sacri: a volte, una poesia, una frase di un romanzo, un ragionamento filosofico possono suggerirci pensieri infiniti, belli, puri, più di qualsiasi testo cosiddetto "sacro". Si dovrebbe pertanto attingere dovunque sia possibile ricavarne una qualche utilità spirituale, senza preclusioni di sorta. Lo afferma il certosino Lanspergio († 1539) a proposito della preghiera: «Ogni anima amante di Dio deve con ogni suo sforzo far in modo che ogni azione, anzi, tutta la sua vita sia una continua e perfetta orazione; e col tempo, l'esercizio e l'aiuto della grazia avverrà che, per pregare, quest'ultima non avrà più bisogno di libri o di orazioni formate, ma tutto ciò che vede ed ascolta le sarà libro e materia per elevarsi a Dio» (Pharetra divini amoris, Lib. I, Præfatio).

 

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4.2. Pace interiore

Non si deve confondere la pace interiore con una tranquillità di vita. La pace interiore è generata dall'atto di affidamento: non è mai tranquilla, perché ogni fede poggia sul rischio e mai appagante, perché la fede non è piena e vera visione. La pace è riposta semmai nella speranza - "speranza" nel senso di "certezza di cose future" - che la Verità non può deludere e che il rischio è dunque solo apparente.

Una tranquillità (= pacificazione) che rifiuta il rischio non è vera pace e può essere indizio di un grave autoinganno: «... si trovano persone che praticano una falsa passività e si astengono da qualsiasi attività. Si guardano interiormente dai buoni pensieri, affermano di essere arrivati alla quiete [...]. In costoro abita un piccolo demonio che inibisce tutto ciò che, in pensieri o in qualunque altro modo, potrebbe distoglierli da quella pace, all'interno e all'esterno; in tal modo egli lascia che restino in pace, ma per condurli poi con sé, nell'eterno tormento del suo inferno. Perciò egli consente loro questa falsa pace. I giusti non hanno questo modo di agire: essi si esercitano interiormente e all'esterno e percorrono con pazienza tutte le vie per le quali il Signore li conduce, nelle tentazioni, nelle tenebre, e non pretendono di essere arrivati alla pace. Non sono neppure nel turbamento, ma percorrono uno stretto sentiero tra la pace e l'inquietudine, tra la speranza e l'esagerato timore, la sicurezza e il dubbio. E quando balena in loro la vera pace, la libertà dello spirito o la sicurezza, le rituffano immediatamente nel fondo, senza attaccarcisi» (Taulero, Sermone "Vigilate, quia nescitis horam quando dominus vester venturus sit").

 

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4.3. Il rischio ineliminabile

«Ah, l'uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico», scriveva Eugenio Montale (Non chiederci la parola che squadri da ogni lato... dalla raccolta "Ossi di seppia"). Non possiamo dirci sicuri e tranquilli. Chi gode della vita, certo sembra non abbisogni della Verità, o almeno lo fa solo quando non è più in tempo per provvedervi. Ce lo racconta la parabola di Lazzaro e dell'uomo ricco (Luca 16, 19-31): «C'era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; e c'era un mendicante, chiamato Lazzaro, che stava alla porta di lui, pieno di ulceri, e bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccargli le ulceri. Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abraamo; morì anche il ricco, e fu sepolto. E nell'Ades, essendo nei tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abraamo, e Lazzaro nel suo seno; ed esclamò: "Padre Abraamo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell'acqua per rinfrescarmi la lingua, perché sono tormentato in questa fiamma". Ma Abraamo disse: "Figlio, ricordati che tu nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di là si passi da noi". Ed egli disse: "Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli, affinché attesti loro queste cose, e non vengano anche loro in questo luogo di tormento". Abraamo disse: "Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli". Ed egli: "No, padre Abraamo; ma se qualcuno dai morti va a loro, si ravvedranno". Abraamo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita"» (Traduzione della Nuova Riveduta).

La vita non è solo divertimento fine a se stesso per chi se lo può permettere (inteso come deviazione, lontananza o distrazione dalla ricerca della Verità), ma è cosa estremamente seria, di cui essere responsabili, impegno unico ed irripetibile. Potremmo essere tranquilli visti che ora siamo in una condizione di benessere? E la nostra tranquillità ci assicura anche per il futuro? 

Mi è capitato di incontrare una pacificazione interiore apparente (o sostanziale per alcuni) nel corso della mia vita. Queste persone danno l'impressione che la loro vita testimoni una sicurezza e una tranquillità indistruttibili. Sono persone che vivono anche esperienze religiose forti, consacrati e che non mettono mai in discussione se stessi, i traguardi raggiunti e soprattutto il loro benessere (che può essere anche semplicemente di tipo spirituale). Ma io credo che tale non possa essere l'atteggiamento normale di chi crede veramente e sa che non si può dire come Gesù sulla croce: «Tutto è compiuto» (Gv 19, 30; cfr. anche più avanti al numero 6.3). La stessa fede che ora può sostenerci, lo farà anche in momenti peggiori, in situazioni gravose? La nostra è una fede a rischio, essendo un atto umano e non divino. Se è fede, non è visione chiara e pertanto il rischio c'è, nonostante tutte le rassicurazioni, soprattutto dinanzi ad eventi che esigono risposte non usuali. La fede incrollabile è una vera e propria credenza ingenua, al pari di tante altre banali questioni dell'esistenza. Non è quella che Dio esige da noi, quanto piuttosto un atteggiamento onesto di chi, pur nell'abbandono fiducioso, sa di non essere sicuro sempre e comunque e che il rinnegamento è a un passo dalle prime difficoltà.

Enzo Bianchi scrive a proposito del rischio della fede ("La fede è un rischio", Micromega 2 (2000), 75-84): «Anzitutto va detto che parlare della fede non significa parlare di Dio. La fede è un atto umano, umanissimo, che suppone una determinata comprensione di Dio, delle immagini del Dio a cui ci si affida. Altro è Dio, altra è la fede in Dio. [...] La fede cristiana è un rischio. Che a volte la fede cristiana sia stata o venga colta come "rassicurante" oppure sia stata o venga vissuta come riserva di certezze e come "rassicurazione", fino al punto da esser declinata come arroganza, pretesa e perfino come violenza, questo non toglie che la sua configurazione autentica, che trova nella fede di Gesù stesso il suo paradigma e il suo fondamento, è una fede non identificabile con una bacchetta magica e totalmente estranea a una sicurezza che toglie il dubbio o esime dalla ricerca. Anche Gesù, sulla croce, non ha visto rimosso da sé una dimensione di enigma, di incomprensibile. Un drammatico "Perché?" ha traversato la sua relazione con Dio: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34; Mt 27,46). La fede, in questo senso non può essere fatta giocare contro la ragione di cui la postmodernità avrebbe mostrato i limiti e le manchevolezze. Anche la fede, in realtà, non rimuove l'enigma e non rende tutto trasparente. "Anche un cristiano non conosce alcuna strada che aggiri il dolore, ma piuttosto una strada - insieme con Dio - che lo attraversi. Le tenebre non sono l'assenza, ma il nascondimento di Dio, in cui noi - seguendolo - lo cerchiamo e lo troviamo nuovamente" (E. Schichardt). È indubbio che la fede suscita una sicurezza, una certezza, ma questa non è dello stesso ordine della sicurezza razionale o filosofica: mai si tratterà di una sicurezza acquisita a partire da se stessi o al termine dei propri ragionamenti, ma di una fiducia che si pone in un altro da sé, anzi nella sua promessa. L'espressione "io so in chi ho messo la mia fiducia" (2Tm 1,12), mostra che la "certezza" della fede è tutta interna al rischio della fede, al suo movimento "estatico", al suo essere un'uscita da sé per affidarsi a Dio. Il credente trova la sua stabilità in tale movimento, che è rischio mortale: "Se non crederete non avrete stabilità" (Is 7,9). Ma che è anche il "bel rischio" di cui parla Clemente di Alessandria (Protrettico X,39) riprendendo l'espressione platonica (Fedone, 114d). E anche qui la bellezza di questo rischio trova la sua attestazione degna di fiducia nel rischio che Gesù stesso ha vissuto, secondo i Vangeli, giocando la totalità della sua esistenza nella dedizione a Dio e agli uomini. È la bellezza del rischio mortale della fede che echeggia le parole evangeliche: "Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà" (Lc 17,33). Senza questa dimensione, la fede viene soffocata in una sorta di "sistema assicurativo" e perde la propria vitalità, il proprio carattere di avventura e di novità, proprio perché troppo ingessata nelle proprie certezze da difendere o da imporre ad ogni costo. Senza una reale dimensione di rischio, di provvisorietà, di precarietà (parola da cui significativamente deriva "preghiera"), fidarsi di Dio diventa solamente un gioco di parole. E vorrei insistere sul fatto che la fede cristiana è fede nella resurrezione, non nell'immortalità: essa cioè attraversa tutta la tragicità della morte».

 

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5. Dove abita la Verità

"Chiesero all'Amico dov'era il suo Amato. Rispose: Lo troverete nella dimora più nobile tra tutte le cose nobili create; lo troverete nel mio amore, nei miei desideri e nei miei pianti (RL, 24).

"Dissero all'Amico: Dove vai? Vado dal mio Amato. Da dove vieni? Vengo dal mio Amato. Quando tornerai? Starò con il mio Amato. Quando starai con il tuo Amato? Fino a quando staranno in lui i miei pensieri" (RL, 25).

 

Per trovare la Verità non serve uscire di casa o da noi stessi. La Verità è molto più vicina a noi di quanto pensiamo. Il luogo per eccellenza è ciò che viene chiamato cuore, o interiorità, o intimità. È un luogo veramente privilegiato, in cui a ciascuno è dato di conoscere e sperimentare la Verità e l'Amore. Inviolabile, impenetrabile, immutabile: è il luogo per antonomasia. Ed è santo.

«La tradizione spirituale della Chiesa insiste [...] sul cuore, nel senso biblico di "profondità dell'essere" (Ger 31,33), dove la persona si decide o no per Dio» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 368). La parola cuore esprime l'unità profonda, sostanziale dell'uomo la quale è originaria per rispetto ai due distinti principi di cui l'uomo si compone (anima e corpo, spirito e materia). «L'unità dell'anima e del corpo è così profonda che si deve considerare l'anima come la "forma" del corpo; ciò significa che grazie all'anima spirituale il corpo composto di materia è un corpo umano e vivente; lo spirito e la materia, nell'uomo, non sono due nature congiunte, ma la loro unione forma un'unica natura» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 365). La parola cuore non è una semplice metafora per esprimere questa realtà totale, ma ne è il simbolo reale, nel senso che è quella realtà nella quale lo "spirito" si esprime.

Un vangelo apocrifo riporta le seguenti parole: "Se coloro che vi dirigono vi dicono: Ecco il regno di Dio è in cielo! Allora gli uccelli del cielo vi precederanno. Se vi dicono: È nel mare! Allora i pesci del mare vi precederanno. Il segno è invece dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete, allora sarete conosciuti e saprete che voi siete i figli del Padre che vive. Ma se voi non vi conoscete, allora sarete nella povertà, e voi sarete la povertà" (Vangelo copto di Tomaso, 3).

È scritto nel Vangelo di Luca: "Il regno di Dio non viene in maniera che si possa osservare, né si dirà "Eccolo qui" o "Eccolo là": poiché, ecco il regno di Dio è dentro di voi" (Luca 17, 20-21).

 

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5.1. Il Santo di ogni luogo

Ma non basta fermarsi qui: bisogna passare dal luogo santo al Santo di ciascun luogo. Non serve ritornare in se stessi, riflettere, pensare, ma occorre che tutti i nostri pensieri riposino nella Verità, nell'unico Pensiero che rende possibile il nostro pensare. "Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso; nell'uomo interiore abita la verità e, se troverai che la tua natura è mutevole, trascendi anche te stesso. Ma ricorda, quando trascendi te stesso, che trascendi l'anima razionale: tendi, pertanto, là dove si accende il lume stesso della ragione. A che cosa perviene infatti chi sa ben usare la ragione, se non alla verità? Non è la verità che perviene a se stessa con il ragionamento, ma è essa che cercano quanti usano la ragione" (Agostino, De vera religione, 39.72).

Più avanti [cfr. punto 9] si dirà meglio di come l'interiorità dell'uomo (o intimità, preferibilmente) è anche la sua trappola. Se è vero dunque che la Verità non va cercata fuori di noi, ma dentro la nostra intimità, è anche vero, come afferma Giovanni Romano Bacchin che «se l'uomo è in quanto tende, non in se stesso egli si trova, ma nel non trovarsi». Appare solo in superficie la contraddizione del percorso: l'uomo deve cercare la Verità non verso l'esterno, ma dentro di sé. Ma la propria natura è contraddittoria, come dice Agostino, confusa e mutevole. Allora è necessario il passo successivo, che è quello di trascendere nuovamente se stessi, negando la propria natura e rivolgendosi a Colui che non muta. Questo percorso, come scrive Emanuele Severino, si deve svolgere tutto all'interno della Verità (cfr. punto 2.1): altrimenti, non sarebbe un percorso vero e non vi condurrebbe mai. Tale dinamica, inoltre, si deve notare come sia comune a tutte le vocazioni spirituali, non essendo esclusivo del cristianesimo. In tante mistiche si può trovare il senso del distacco dalle cose del mondo presente e perfino del mondo a venire. Se si fa riferimento al Sufismo, ad esempio, si trovano pagine splendide in cui il distacco non è limitato alle sole cose terrene, ma anche a quelle ultraterrene, al cosiddetto premio o paradiso. Chi ama Dio veramente e la Verità dunque non può che desiderare Dio solo, togliendo tutto il resto. E arrivare perfino a pensare come Eckhart, chiedendo a Dio di liberarci anche del desiderio a Lui rivolto.

 

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6. Realtà e Verità

"Due sono i fuochi che mantengono vivo l'amore dell'Amico: l'uno è fatto di desideri, gioie e meditazioni; l'altro di timore, struggimento, lacrime e pianti" (RL, 45).

 

Non possiamo "sottrarci" veramente all'esistenza. Qualunque atto o volontà prodotti in questa direzione, finirebbero per confermarla, inevitabilmente. Poiché non è possibile togliere di mezzo, annullare la realtà dei fatti per mezzo di un altro fatto. Non resta da pensare che, invece, è proprio l'esistenza (questo star fuori rispetto alla Verità) a rendere realizzabile l'accesso al Vero, ad aprire per tutti le sue porte maestose.

La Verità, così come l'Amore, si comunica attraverso l'esistenza e non a prescindere da essa; si rivela nei fatti che la compongono, in quegli accadimenti che scorgiamo e in tutti gli altri eventi di cui spesso non ci rendiamo neppure conto. La Verità, pertanto, non si manifesta soltanto nella bellezza, nel piacere, ma anche nello struggimento, nel dolore - pur senza confondervisi -. Tutto viene svelato, il buono e il cattivo dell'esistenza, dalla presenza dell'Amore nella vita, presenza che contiene e sostenta ogni realtà particolare, visibile ed invisibile.

L'Amore, così come la Verità, è veramente diffusivo.

 

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6.1. Visibilità del Vero

Scrive Agostino: "La vita stessa si è resa visibile alla carne e si è posta nella condizione di essere veduta, affinché quelle cose che possono essere vedute solamente dal cuore venissero vedute anche dagli occhi per poter guarire i cuori. Colui che ha fatto il sole è prima del sole, è prima della stella del mattino, prima di tutti gli astri, prima di tutti gli angeli: egli è il vero creatore, "in quanto tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto"; ebbene, affinché potesse essere visto con quegli occhi della carne che vedono il sole, egli pose la sua dimora nel sole, ossia mostrò la sua carne nella manifestazione di questa luce" (Commento alla Prima lettera di Giovanni, Discorso 1, nn.1-2).

 

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6.2. Esperienza del Vero

«È dalla terra, dalla solidità, che deriva necessariamente un parto pieno di gioia e il sentimento paziente di un'opera che cresce, di tappe che si susseguono, aspettate con calma, con sicurezza. Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne» (Emmanuel Mounier). Commentando questa frase, Luigi Giussani scrive: «La condizione di un passaggio dal discorso all'esperienza o ad un'esperienza più profonda e più vasta, ad una minor fragilità nell'impatto con la realtà è una fatica reale nel prendere sul serio il "discorso". Ciò consiste nella traduzione in nesso con la realtà - in esperienza - dell'ideale, intendendo con ideale il contenuto del messaggio che ci ha colpito in un incontro e che, nella storia ha un nome, Cristo. Se l'incontro iniziale non avesse questo contenuto, la nostra fedeltà ad esso sarebbe uno sforzo che esaurisce. La traduzione in esperienza dell'ideale è il diventar carne e ossa, tempo e spazio. Questo è il punto reale della fatica: che diventino "vita" la stima e l'affezione a Cristo, che diventi esistenza l'amore a Cristo. La verità è ciò che ci è stato annunciato, Gesù Cristo, in cui tutto consiste. Ma soltanto se la verità nasce dalla carne c'è un parto pieno di letizia, la vita diventa feconda, un'opera che cresce nella pazienza - questa forza suprema e sublime dell'uomo che ha un ideale. Che la verità nasca dalla carne vuol dire che Cristo sia testimoniato e reso visibile dal nostro modo di alzarci al mattino, perché la carne è l'alzarsi al mattino; dal nostro modo di intrattenere i rapporti con gli altri, perché la carne è il modo di vivere i rapporti; dal nostro modo di andare a scuola o al lavoro, perché la carne è la strada che quotidianamente bisogna percorrere. Che la verità nasca dalla nostra carne significa che Cristo determini un cambiamento in noi che Lo riveli presente: un cambiamento nel rapporto con la persona amata, nel modo di guardare a sé, di sentirsi fluire dentro l'attaccamento all'esistenza, oppure di percepirsi tutti tremanti, nel modo di stancarsi o annoiarsi, nel modo di guardare al proprio passato e all'azione compiuta, o a questo presente, che sarebbe, di per sé, pieno di uggia, di aridità, di deserto, di niente. La verità che nasce dalla carne è un cambiamento di tutto ciò, perché non si comprende e non si arriva a Cristo se non dal di dentro di tale cambiamento. La presenza di Cristo qui ed ora è sperimentabile in e attraverso questi cambiamenti. Cristo è presente dentro il cambiamento della nostra carne, cioè della nostra umanità concreta. La sua potenza, la potenza della Sua presenza, è dentro l'esperienza presenti di un cambiamento, che è come un parto, cioè un'esperienza di generazione nuova, un'opera che cresce, fino a diventare una storia che rimane» (Appunti da una conversazione con un gruppo di universitari, febbraio 1989).

 

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6.3. La storia trasformata

Non è che nell'esperienza umana che la Verità diventa visibile: nell'atto di affidamento alla Verità, la vita cambia, la storia si modifica, anche se non in modo eclatante, ma solo impercettibilmente e di questo ci si rende conto forse soltanto a distanza, mediante uno sguardo retrospettivo. Tale modifica non prende la forma classica di una felicità terrena, ma acquisisce un aspetto diverso: nelle trame della vita è in qualche modo riscontrabile che la Verità ha compiuto la sua Opera. Il cambiamento è lento, la modifica non è subitanea: è un parto, che ha i suoi tempi e le sue attese. Il sentimento paziente che l'accompagna è essenziale alla sua realizzazione, al suo compimento. È una fatica reale, perché la Verità - che non è di questo mondo - si incarni nell'esistenza degli uomini, di ciascuno. Non occorre dunque abbandonare la realtà, ma rinnovarla con la fede nel Vero: credendo, la storia si trasforma. Ciò che sembra incerto diventa pieno di speranza e lucido; ciò che appare rovinoso agli occhi del mondo è conquista . La fede è attesa fiduciosa che la Verità si compia in tutti. È vedere, oltre il limite del visibile, che la storia umana diviene qualcosa di diverso dal presente o da ciò che è stato e che si apre verso un futuro denso di significato. È speranza che diviene realtà, finalmente.

Il risultato di tale presenza non è facilmente e comunque visibile. Pertanto, la difficoltà nel trovare la Verità nella vita è quella di non poter essere di-mostrata. Forse non è completamente vero quello che scrive Luigi Giussani a proposito della verifica del risultato. Si parla di un parto, pieno di dolore, che porta alla luce un'opera, una creatura. A volte capita che una madre muoia prima di vedere con i suoi occhi il bambino che ha generato. Così, spiritualmente, può capitare che una persona non riesca a vedere la tangibilità della sua fede, l'opera che la Verità ha compiuto nella persona che a lei si è affidata nell'atto intenzionale. Il compiersi dell'opera della Verità è questione che non ci appartiene. Non possiamo noi tutti dire ciò che ha detto Gesù Cristo, nell'ultima sua ora: "Tutto è compiuto". Non abbiamo questa coscienza che supera ogni capacità umana. Spesso l'equivoco più grande è quello di aspettare un risultato, quando non è avvenimento necessario ed indispensabile alla fede (cfr. sopra al numero 4.3).

Qui si comprende il senso del distacco, come capacità di accettare il buono e il cattivo dell'esistenza (il risultato visibile, ma anche il non risultato o comunque non immediatamente visibile) senza enfasi particolare, ma nello spirito del servizio alla Verità. Se la Verità ha deciso che non dobbiamo attenderci risultati, questo è da accettare comunque. Non ci deve far perdere la fede e la speranza che la Verità operi comunque e forse più intensamente in quelle creature che, affidandovisi in maniera totale, non devono, grazie al distacco raggiunto, attendere verifiche concrete all'opera della loro fede. Si aspettano soltanto che la Verità si compia, nei modi e nei tempi a lei propri, non con le nostre modalità e non necessariamente nel tempo che ci è dato vivere.

 

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7. Solitudine interiore

"Solitudine voleva l'Amico, e se ne andò a vivere solo per stare in compagnia del suo Amato. E con lui sta solo tra la gente. (RL, 46).

 

La paura della solitudine è paura di incontrarsi con la Verità. Vivere la solitudine, intesa non necessariamente dal punto di vista fisico, significa approfondire il mistero di noi stessi e quindi la Verità della vita. Spesso il nostro bisogno di stare insieme alle persone significa solo mascherare la paura di scoprirsi inadeguati nei confronti della Verità. Lo stare assieme assolve allora la funzione unica di distrarre la nostra attenzione dal Vero.

Scrive Miguel de Unamuno: "Si cerca la compagnia, la società niente altro che per sfuggire a se stessi, e così, fuggendo ciascuno da sé, non si incontrano mai gli uomini e parlano fra loro non come uomini, ma come ombre, come miserabili spettri. Gli uomini non parlano insieme, non conversano se non nei momenti di debolezza e di abbandono, come vuotandosi allora di sé, ed ecco perché non sono mai più soli di quando sono insieme, né più in compagnia di quando sono separati, divisi gli uni dagli altri" (Essayos, vol.VI).

 

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7.1. La Verità e l'Uno

La solitudine non deve essere "sopportata", ma vissuta pienamente come un dono che ci fa essere più vicini al Vero. Dio, infatti, è Uno. Ed essendo Uno è perfettamente solo. Ad imitazione del Dio Uno, è importante vivere l'esperienza della solitudine come dono profondo di comunione con l'Uno. D'altronde, in fondo a tutte le esperienze più vere della vita permane una solitudine che ci mette a confronto con noi stessi e pertanto con la Verità. Nessuno, inoltre, può entrare fino in fondo in decisioni e in ambiti che sono e devono rimanere riservati al singolo. Quindi, lungi dal ritenerla una maledizione, ogni solitudine (anche quella cercata) può essere un'occasione per coltivare la parte più nobile della persona. Non ci si può sottrarre a tale invito.

 

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7.2. Comunicare l'esperienza

D'altro canto, ogni esperienza profonda deve anche essere comunicata. Non si può tacere la Verità. La Verità non ama essere celata. Il termine stesso greco di Verità (alétheia) indica il suo "non essere nascosto" (cfr. paragrafo 1.1).

La Verità coltivata in solitudine ha bisogno dunque di trovare un ambito in cui sia possibile comunicarla, confrontando le varie esperienze (sempre relative) per giungere ad un arricchimento, essenziale a rendere vera la vita. 

Il problema più difficile da risolvere è proprio trovare un ambito privilegiato in cui sia possibile fare ciò. È vero che esistono molte comunità di vario livello (religiose, laiche) e molteplici iniziative che partono quasi sempre dal carisma di un fondatore o ispiratore che ne determina il percorso. Basta sfogliare repertori delle associazioni o comunità religiose per rendersi conto della vastità dell'offerta. Ma questo, a parer mio, soltanto in superficie. In realtà ogni associazione ripete il clichè usuale: più che essere ricercatori di verità in quegli ambiti, si finisce quasi sempre per difendere le verità acquisite o conquistate o di riferimento. In quegli ambiti si tende a difendere il già dato piuttosto che ricercare il non ancora

In questo modo, le molteplici esperienze che si possono realizzare in realtà sono soltanto un'esperienza unica ripetuta in vari ambiti. Si ripetono le stesse dinamiche di gruppo, le stesse affermazioni (a meno di sfumature che non differenziano più di tanto la sostanza dell'esperienza comune a tutti) e si finisce prima o poi, chi è nella seria intenzione della ricerca della verità, per rimanere delusi profondamente. Credo sia giunto il momento di ripensare radicalmente le esperienze dei movimenti o delle associazioni, in particolar modo laicali, che non hanno alcun merito se non quello di riportare all'ovile alcune pecore smarrite, prediligendo il numero alla qualità, l'assemblea alla solitudine, gli impegni alla riflessione, le risposte alle domande. Le stesse domande che invece si pone Enzo Bianchi (Editoriale, in Parola Spirito e Vita 1997, n.1, dal titolo "Cercare Dio"): «Il tema del quaerere Deum [cercare Dio] mi conduce a formulare una domanda alle comunità cristiane: sanno essere luoghi di ricerca di Dio? Sanno trasmettere l'arte della ricerca di Dio attraverso l'approfondimento delle Scritture? Sanno insegnare l'arte del discernimento grazie a cui si può riconoscere la presenza del Signore nel quotidiano? Sanno iniziare alla ricerca di Dio nella preghiera? Sanno essere spazi di ricerca di Dio nella carità, nell'incontro con il fratello? E nella Chiesa si lascia lo spazio e la libertà necessari allo studio e alla ricerca teologica? Dire che il Dio cristiano dev'essere cercato significa che ad esso e su di esso possono e devono essere poste domande. E questo non deve far paura! Dovrebbe spaventare maggiormente l'atteggiamento di chi ha sempre risposte pronte per ogni domanda... L'evangelizzazione, che oggi si scontra con una maggioranza di indifferenti, deve saper far fronte a quanti - e non son pochi - si interrogano con serietà sulla fede, magari ricominciando, dopo molti anni di lontananza, ad accostarvisi. Sanno, le comunità cristiane, far fronte alle richieste, spesso esigenti, di questi cercatori di Dio? E soprattutto, sappiamo noi tutti rispondere all'attesa di Dio che va in cerca di adoratori in spirito e verità (cf. Gv 4, 23)?» 

 

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7.3. Dinanzi all'Infinito

La paura della Verità è atterrimento di fronte all'infinità (silenzio eterno, spazi incommensurabili). Dinanzi all'illimitato, l'uomo è colto da un senso di vertigine, preso da una realtà immensa che lo avvolge. "Quando considero la piccola durata della mia vita inghiottita nell'eternità che la precede e la segue, il piccolo spazio che occupo e anche quello che vedo perduto nell'infinita immensità degli spazi che ignoro e che mi ignorano, mi atterrisce e mi stupisco di vedermi qua piuttosto che là, perché io sia oggi piuttosto che allora. Chi mi ci ha messo? Per ordine e per opera di chi questo luogo e questo tempo sono destinati a me?" (Blaise Pascal, Frammenti, 68).

 

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7.4. Distrazione

Scrive Rocco Parolini (Ascesi pascaliana, anelito di felicità, in Rivista di Ascetica e Mistica, 1998 (67), n. 1): "La più diffusa reazione a questo capogiro è il divertissement: la maggioranza degli uomini volge altrove i suoi pensieri, per fuggire la riflessione esistenziale. Ma questa non è, secondo Pascal, la via giusta verso la felicità: il divertissement (qualunque forma esso assuma) impedisce la crescita spirituale del soggetto, perché è solo una tecnica di occupazione del tempo, con l'unico, vero fine di rimuovere le domande esistenziali. A questo scopo, tutto ciò che distoglie dalla riflessione sul senso della vita può tornare utile: la ricerca scientifica, la carriera politica, il gioco, la musica... tutto questo, se precede e zittisce quelle domande, è divertissement. Si tratta di un circolo vizioso che, per sfuggire all'angoscia, rinuncia alla felicità e approda all'inquietudine cronica. La vita diviene un'altalena di piaceri e afflizioni passeggeri che si alternano senza senso". "Ma non è forse essere felici il poter essere rallegrati dal divertissement?" (Blaise Pascal, Frammenti, 132). "No; poiché viene da un altro luogo e dal di fuori; e quindi è dipendente e, in ogni caso, soggetto ad essere turbato da mille accidenti che rendono le afflizioni inevitabili [...]. La sola cosa che ci consola dalle nostre miserie è il divertissement. E tuttavia è la più grande di tutte le nostre miserie. È lui infatti che ci impedisce principalmente di pensare a noi stessi e fa sì che ci perdiamo insensibilmente. Senza di lui saremmo nella noia, e questa noia ci spingerebbe a cercare un mezzo più solido per uscirne, ma il divertissement ci distrae e ci fa arrivare insensibilmente alla morte" (Blaise Pascal, Frammenti, 414).

 

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8. La fede che conforta

"L'Amico temette che il suo Amato l'abbandonasse nel bisogno. E l'Amato disamorò l'Amico. Dolore e pentimento ne ebbe l'Amico in cuor suo; e l'Amato risvegliò speranza e carità nel cuore dell'Amico e nei suoi occhi lacrime e pianti, perché tornasse in lui l'amore" (RL, 49).

 

La fede nel Bene, nel Vero non è mai riposta inutilmente. Il maggior beneficio viene a chi crede e non alla Verità, inattaccabile dalle nostre convinzioni. Chi non crede è traditore, anche se in cuor suo si sente tradito. Il pianto vero è ritrovare il senso delle cose: non è la Verità ad abbandonarci, ma siamo noi a far finta che non esista, privando così noi stessi della sua consolazione, del suo Bene infinito. La fede non è mai senza conforto. Il conforto non è altro che la consapevolezza che l'amore di Dio non verrà mai meno, che è sempre compagno della nostra vita, che la fede si apre alla speranza che un giorno tutto sarà svelato e sarà dunque possibile vivere pienamente quell'amore ora soltanto promesso, accennato, intuito. 

«La fede riposa nella luce dell'intelletto, la speranza nella potenza ascendente, che sempre tende verso ciò che è più alto e più puro: la verità. Questa potenza è così libera e tanto rivolta all'alto, che non può sopportare costrizione alcuna. Il fuoco dell'amore invece riposa nella volontà» (Meister Eckhart, Sermone "Gioite nel Signore, gioite sempre").

 

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8.1. Quotidianità della fede

La fede non ha necessità di gesti clamorosi, di atti fenomenali per sostenersi: si nutre soltanto di perseveranza nella storia di ogni giorno. Spesso la tentazione di metterla alla prova in manifestazioni eclatanti e non invece nell'umile e paziente fatica quotidiana - nascosta magari agli occhi della moltitudine -, è tentazione potentemente diabolica.

Non c'è legame di continuità fra fede ed opere e fra opere e santità. Fede è sempre assentire alla Verità. Non fede che qualcosa di particolare accada, ma fede nel Bene che accade da sempre. Gli Ebrei usavano il termine "dabar" per indicare la Parola di Dio, che andava creduta. Dabar è parola, ma significa anche azione, evento, storia; infatti, la parola di Dio agisce - e si fa evento che incide nella storia - nel momento stesso in cui viene pronunciata: si dice che è parola efficace. Per mezzo della parola (dabar) fu fatto il cielo, la terra e quanto contiene. Ogni promessa (= parola) di Dio viene mantenuta.

Pensando, per analogia, tale discorso per l'uomo, chi crede opera già per il solo fatto di credere. Spesso la fede più grande - ammesso che si possa fare una valutazione quantitativa - è quella che non opera che se stessa, fede nuda esposta ad ogni rischio, umano e divino, ferma nell'intenzione di immergersi nelle profondità abissali della Verità.

 

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8.2. Fede ed opere

Il difficile rapporto fra fede ed opere risulta essere essenziale alla comprensione del senso globale della vita. Infatti, se le opere giudicano la fede (Giacomo 2,18), non è sempre e comunque vero nella storia di molti uomini spirituali. La fede non può essere sostenuta dalle buone opere. O meglio, non può la fede (invisibile) essere sostenuta da risultati (visibili). Non si può essere sicuri che, almeno per il breve tempo della nostra vita, si verifichino risultati concreti a supporto di quanto si crede . In tal modo, pur se la fede ne risulta rafforzata, mancando il risultato visibile, non per questo la fede deve crollare. La fede sostiene il formarsi delle opere e non viceversa. Senza fede, ogni opera è attività umana senza futuro e senza Verità. Con la fede, indipendentemente dalle opere realizzate, ogni creazione (non necessariamente percepibile con i limiti spazio-temporali) diventa partecipazione all'opera più grande del Creatore. La fede è dunque come un'energia positiva che, penetrando la realtà apparente, la trasforma, prima o poi, in realtà Vera.

Scrive Giovanni della Croce: "Quelli che sono molto attivi e che pensano di abbracciare il mondo con le loro prediche e con le loro opere esteriori ricordino che sarebbero di maggior profitto per la Chiesa e molto più accetti a Dio, senza parlare del buon esempio che darebbero, se spendessero almeno la metà del tempo nello starsene con Lui in adorazione. Certamente allora con minor fatica otterrebbero più con un'opera che con mille per il merito della loro orazione e per le forze acquistate in essa, altrimenti tutto si ridurrà a dare vanamente colpi di martello e a fare poco più che niente, talvolta anzi niente e anche danno. Dio non voglia che il sale diventi insipido, poiché allora quantunque sembri che produca all'esterno qualche effetto buono, di fatto non fa niente, essendo certo che le buone opere non si possono fare se non in virtù di Dio" (Cantico Spirituale B, Strofa 29,3).

 

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9. Fra Cielo e Terra

"Il cuore dell'Amico volò verso le vette dell'Amato, per non avere impedimenti ad amare nell'abisso del mondo. E quando fu con l'Amato lo contemplò nella gioia; e l'Amato lo fece scendere nel mondo perché lo contemplasse nella pena e nella tribolazione" (RL, 56).

 

Due sono i momenti, solo apparentemente contraddittori, in cui la presa di coscienza decide il destino dell'uomo:

L'uomo è in quanto tende ad altro: "La profondità che l'uomo crede di trovare nel ripiegarsi e nel contemplarsi è il rischio dell'equivoco nel pensare umano: se l'uomo è in quanto tende, non in se stesso egli si trova, ma nel non trovarsi" (Giovanni Romano Bacchin, Su l'autentico nel filosofare). Questa è la dimensione - o momento - dell'estasi, ossia dell'uscita da se stessi nella tensione verso la Verità, sorgente del Bene e della Luce;

L'uomo non può rinunciare definitivamente a se stesso: "L'uomo, nella sua singolarità, si trova nell'impossibilità di rinunciare autenticamente a se stesso, perché l'eventuale sua rinuncia lo accompagnerebbe in ogni altro stato: la rinuncia che il singolo fa di sé, perdendosi nell'anonimia, lo accompagna come sua rinuncia, come singolarità, paradossalmente e negativamente, in ogni momento di tale anonimia" (Giovanni Romano Bacchin, Idib.).

 

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9.1. Inevitabilità dell'esistenza

La tensione verso l'innegabile (= la Verità) non ci toglie dall'inevitabile (= la vita). I due piani sono da tenere presenti entrambi, essendo irriducibili. Questo definisce meglio quanto accennato in precedenza per quanto riguarda il rapporto tra Verità e Realtà. Infatti, se la Verità si comunica nel reale (umana esperienza) è altrettanto vero che non si risolve in esso; ossia, non può confondersi la Verità (innegabile) con la realtà (inevitabile). La Verità è anche senza realtà: proprio in ragione di ciò è Verità assoluta.

In altri termini (psicoanalitici), poiché non è possibile rinunciare totalmente a se stessi nella ricerca di Verità, tale desiderio (per quanto nobile e affatto ordinario e dunque inscrivibile nella categoria dei bisogni) è fortemente narcisistico: cercare la Verità (l'Amore) è desiderare che l'Amore ci ami, ci voglia bene, ci desideri a sua volta (non ci rivolgeremmo a chi pensiamo ci possa rifiutare o non si interessi a noi). Potrebbe, a prima vista, sembrare un paradosso: se nella ricerca del Vero occorre umiltà, il narcisismo, ossia il desiderio di essere lodato e benvoluto, si inserisce come estraneo alla sincerità della ricerca. Ciò è solo in parte vero: infatti, il narcisismo inteso come desiderio di essere lodati è estraneo all'umiltà soltanto nella concezione cristiano-cattolica. L'amore di sé nella Bibbia non è mai associata al peccato. Scrive Klaus Berger: "Il Nuovo testamento non solo presuppone l'amore di sé, ma fa continuamente appello al proprio interesse. Questo è e rimane un punto centrale, su cui fa leva il messaggio di Gesù. Levitico 19,18 non abolisce l'amore di sé, bensì ne fa la misura della giustizia. L'autore presuppone che l'amore di sé sia una forza potente. Non lo rimuove, ma costruisce su di esso. Il programma non è quello di rinnegare, ma di conciliare. Questo significa: si aspira a una società in cui l'attore interpellato "emerga" anche personalmente" (Psicologia storica del Nuovo Testamento).

 

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9.2. Già ma non ancora

In senso proprio, la Verità non è né fuori né dentro di noi: il mistero della sua presenza nella nostra vita sta in una formula: già, ma non ancora. Ossia è già in noi (come "mancanza"), anche se non vi è ancora totalmente (come "pienezza"). L'uomo, nella sua vita, ha il compito unico di accorgersi che manca di Verità e, proprio perché è mancante, viene sospinto alla sua ricerca. La Verità, che abita il mondo, pur non essendone parte, attende chi la cerca con tutto il cuore, direbbe Raimondo Lullo. La Verità, direbbero i filosofi, si impone indipendentemente dal mondo.

 

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9.3. Ascoltare il silenzio

Scrive Bruno Forte: "Ascoltare il silenzio, accogliendo la Parola, è tutt'altro che catturare la Trascendenza nelle maglie dell'immanenza, di quanto cioè è disponibile e certo: significa, anzi, aprirsi radicalmente all'insondabile novità di Dio [...] senza peraltro esaurirne la comprensione e l'intelligenza possibile. Chi ascolta il Silenzio [...] vive nella tensione fra il rivelato e il nascosto, fra il già donato e il non ancora promesso. Lungi dall'essere arrivato (comprehensor), l'ascoltatore del Silenzio di Dio lungo i sentieri dischiusi dalla Sua Parola è per eccellenza un pellegrino (viator): la Trascendenza resta per lui alta e sovrana, alterità incatturabile del Dio nascosto nella rivelazione e rivelato nel nascondimento" (Teologia della storia).

 

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10. Gioia Profonda

"Chiesero all'Amico che cos'era la gioia. Rispose: la sofferenza sopportata per amore" (RL, 65).

 

Gioia non è la stessa cosa di felicità o piacere: spesso si equivoca. La vera gioia è riposta in una certezza: l'essere da sempre amati. Questa è la nostra Origine, infinita come lo sarà il nostro Destino. E tale deve essere la nostra speranza di giungervi.

La gioia è amore della Verità, amore che non può mai venire deluso e quindi che non è mai riposto invano. In questa certezza della Verità, che è Bene Infinito e Amore senza sosta, ogni dolore sopportato si compie come un passaggio nel Bene. "Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non posiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili" (2 Corinzi 4,17).

 

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10.1. Disagio esistenziale

Il passaggio inevitabile attraverso la sofferenza - non riducibile ad un momento, ma intesa come disagio esistenziale, poiché tutta la vita è una lotta senza riposo - può assumere il significato che non siamo fatti totalmente per questo mondo e il nostro termine ideale, il nostro destino è ben più grande di quanto possiamo immaginare. "L'anima è fatta per un bene così grande ed alto, che essa non può in alcun modo trovare riposo, ed è sempre infelice, finché non giunge, sopra ogni modo, a quel bene eterno che è Dio, per il quale essa è fatta" (Meister Eckhart, Sermone "Gott hat die Armen").

Che la felicità non sia uno stato duraturo è ciò che viene avvertito dal cuore. Scrive Emanuele Severino: «Più si è felici, più si teme di perdere la felicità. Il timore diventa incubo quando si è in possesso di tutto, fuorché della sicurezza di non perdere il tutto posseduto. Al culmine della felicità prodotta dalla prassi scientifica, si ripresenta inevitabilmente l'esigenza della "verità definitiva", come esigenza suprema di stabilire in modo definitivo e assoluto l'impossibilità di perdere la felicità raggiunta» (Essenza del nichilismo, p. 324).

Ma è anche scritto: "Quando le tue parole mi vennero incontro le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perché io portavo il tuo nome, Signore" (Geremia 15,16). Questo può significare soltanto che occorre cercare la felicità che non muore e che tale felicità (gioia e letizia del cuore) è essere raggiunti dalla Parola di Verità, che illumina la nostra esistenza di lotte e sacrifici.

 

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10.2. La vita è una lotta e una croce

Che la lotta sia parte integrante della vita, lo scrive Charles de Foucauld, in una lettera datata 24 novembre 1910: «La vita è una lotta e una croce. Sarà così fino alla fine del mondo. Il grano buono sarà incessantemente mescolato alla zizzania, i pesci buoni ai cattivi. Preghiamo, soffriamo, lavoriamo affinché sia santificato il Nome di Dio, venga il suo Regno, sia fatta la sua Volontà, e ogni spirito lodi il Signore: serviamo e diamo la nostra vita per la redenzione delle anime, come il Modello unico... Non vedremo i nostri sforzi coronati da gran successo; il servo non è da più del Padrone; però avremo compiuto la volontà del nostro Maestro, del nostro Beneamato, del nostro Amore; noi L'avremo imitato e amato, ci saremo uniti con tutte le nostre forze a Lui durante questa vita, la qual cosa è il nostro fine e il preludio dell'unione eterna.»

La vita è una lotta e una croce, ma rimane la certezza dell'Amore che si rivela anche in questo.

 

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11. La vita è un cammino

"L'Amico diceva al suo Amato: Tu sei tutto, per tutto, in tutto e con tutto. Tutto io ti voglio, perché io ti abbia e sia tutto me. Rispose l'Amato: Non puoi avermi tutto, se tu non sei mio. E l'Amico disse: Possiedimi tutto, e che io ti abbia tutto. Rispose l'Amato: E che avrà tuo figlio, tuo fratello e tuo padre? Disse l'Amico: Talmente tutto tu sei, che puoi essere tutto per chiunque si offre tutto a te" (RL, 68).

 

La nostra vita è un cammino. Camminare significa procedere, lasciare un punto preciso - nel tempo e nello spazio - e pervenire ad un altro, diverso. Lasciare, per cercare, con lo scopo di trovare. "Procedere è lasciare. Lasciare cosa? Tutto ciò che è già là, stabilito, che regola i nostri pensieri e la nostra vita. Lasciare le certezze, le ripartizioni, i luoghi e i rapporti costituiti. Lasciare le categorie, le teorizzazioni, con le stratificazioni e le scissioni che comportano. Lasciare i conflitti, le controversie codificate, le concrezioni di dottrine o metodi che riaprono antiche contese. Lasciare i linguaggi. Lasciare le leggi più oscure, con le censure cui danno origine. Lasciare il sé che è fedele a tutto ciò" (Maurice Bellet, L'estasi della vita).

Ogni vita tende alla Verità, è cammino che, attraverso il dolore e la fatica di ogni giorno, spera di giungere al significato vero di sé. Tendere è il movimento che permette di lasciare cose vecchie per scorgerne di nuove.

 

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11.1. Destino di beatitudine

Qual è dunque il nostro Destino? È quello colmo di una gioia profonda, mai concepita, così come è stato promesso: "Dio asciugherà ogni lacrima dagli occhi, e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido né fatica, perché le cose di prima sono passate. Ecco, io faccio tutte le cose nuove (Apocalisse 21,4.5). Lasciare il sé, fedele al possesso di prima, al già avuto, al conservato, a tutte le certezze raggiunte, alla tranquillità e all'equilibrio in cui si trova apparentemente beato, vuol dire compiere un atto di grande fede. Tutto ciò è oltremodo difficile, poiché esige un salto nel vuoto, nel non conosciuto, come in un abisso infinitamente profondo, in cui non saremo più gli stessi, essendoci affidati ad un Altro. La fiducia è che l'Altro ci sorregga, ci sostenga in quel volo senza rete, senza riferimento alcuno, ci sollevi durante il nostro cadere. L'atto della fede fa assumere la certezza che questo slancio non si dirige verso il vuoto assoluto, perché la persona, credendo nella Verità, sa che il Vero è Tutto in tutti e in ogni cosa e perciò è "consistente". La fede vera è certa che tutto è pieno del Vero, tutto è ricolmo di Bene e là dov'è il Vero, non ha posto nient'altro. Per questo è necessario staccarsi, lasciare, abbandonare ed abbandonarsi.

 

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12. Abbandonare se stessi

"La luce della camera dell'Amato illuminò la camera dell'Amico, per scacciarne le tenebre e colmarla di gioie, aneliti e pensieri. E l'Amico scacciò dalla sua camera ogni cosa, perché ci fosse posto solo per l'Amato" (RL, 100).

 

La difficoltà più grande nell'abbandonare ogni cosa per trovare il Tutto - ossia, attendere il Tutto, togliendo ogni altra cosa - potrebbe essere costituita da un ricatto affettivo, ma in realtà è il ricatto del mondo, la sua possessività, lo sforzo che esso fa per costringerci a rimanere ancorati a sé. Si tratta di una tentazione diabolica, ed è la più primitiva, quella che viene descritta nel Vangelo di Luca (4,3) come la tentazione della fame e che è, in realtà, tentazione del possesso in genere. Rinunciare alle sicurezze - la posizione raggiunta, i beni acquisiti, gli affetti posseduti - col rischio di perdere tutto, viene prospettato come catastrofico per l'uomo. La risposta di Gesù (Luca 4,4): "Non di solo pane vivrà l'uomo" ha il significato di ribadire che il mondo e la realtà che viviamo non sono il porto di destino della nostra esistenza; dice che, pur essendo necessario vivere di pane, tutto ciò non basta a nutrirci totalmente. Il nostro spirito reclama di essere posseduto sebbene il nostro corpo reclami, al contrario, di possedere, di assimilare, di avere - anche se solo il pane da mangiare -. Essere posseduti dalla Verità, dal Bene è, in definitiva, il destino di ogni umana esperienza, in cui si risolvono le contraddizioni, i dubbi, l'inquietudine e si raggiunge una libertà dalle costrizioni dell'inevitabile. Si rovesciano qui i criteri umani: ciò che sembra libertà di disporre dei beni del mondo diventa in realtà oppressione; mentre la possessione completa della nostra vita da parte della Verità, diventa condizione di una vera libertà.

 

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12.1. Libertà e Verità

Chiunque crede nella Verità diventa veramente libero: "conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Giovanni 8,32). Liberi sia di amare che di lasciare il mondo, in ugual modo, senza sofferenze inutili. Così la vita avrà la sua estasi, che non è il frutto di un momento di esaltazione, ma rappresenta - o, meglio, dovrebbe costituire - la condizione normale e costante di ogni esistenza, di ogni vita che è itinerario della mente e del cuore nella Verità. "La verità è liberatrice, essa affranca da ogni legame. La verità realizza l'unione che le creature impediscono. Queste catene devono cadere. Il Verbo eterno parla per liberare coloro che lo comprenderanno. Se lo si ascolta, se lo si custodisce, se si ha la felicità di accogliere ciò che dice, la voce dei beni della terra si spegne, non ci colpisce più, non ci trascina più nella menzogna di ciò che non è. Si diventa uno con l'Essere, e si gusta la sua indipendenza nei confronti di tutto ciò che ha fatto, si è liberi della libertà dei figli di Dio (Galati 6,31). La morte in croce di Gesù sarà la dimostrazione suprema che per operare il ritorno al Padre egli abbandona tutto, lascia tutto per entrare in lui e vivere con lui e prendere parte alla dolcezza di questa unità, nella verità e nell'amore (Augustin Guillerand, Éscrits spirituels, t.1).

 

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12.2. Lasciare gli affetti

Scrive Meister Eckhart: "Colui che lascia padre e madre, fratello e sorella, o altra cosa per Dio e per la Bontà, riceve il centuplo in due modi: l'uno è che a lui il padre e la madre, il fratello e la sorella diventano cento volte più cari che non siano ora. L'altro modo è che non soltanto cento, ma tutte le persone, in quanto sono persone ed esseri umani, diventano per lui incomparabilmente più cari che a lui non siano per natura, in questo momento, suo padre, sua madre, o suo fratello. Se l'uomo non è certo, è solo e unicamente perché egli non ha lasciato ancora completamente per Dio e per la sola Bontà il padre e la madre, la sorella e il fratello e ogni cosa. Come potrebbe aver lasciato padre e madre, sorelle e fratelli per Dio, colui che li trova ancora sulla terra, dentro il suo cuore, e che ancora si turba quando guarda e pensa ciò che non è Dio? Come potrebbe aver lasciato per Dio ogni cosa colui che ancora guarda e prende a cuore questo o quel bene? Dice S. Agostino: Se elimini questo o quel bene, ti rimane la Bontà purissima in se stessa, librantesi nella sua semplice infinitezza: essa è Dio. Perciò questa o quella cosa buona non aggiunge nulla alla Bontà, ma ricopre e nasconde la Bontà in noi. Riconosce ciò e ne diventa certo colui che lo vede e lo intuisce nella Verità, poiché il vero è tale nella Verità, e perciò si deve diventare certi in essa e non altrove" (Libro della consolazione divina).

 

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13. Meditazione

"Dimmi, folle Amico, che cosa esistette prima: il tuo cuore o l'amore? Rispose che furono a un tempo il suo cuore e l'amore. Altrimenti il cuore non sarebbe stato creato per amare, né l'amore per meditare" (RL, 74).

 

Avere un cuore significa amare. Amare significa meditare. Per comprendere il significato profondo di questa parola, illuminante è il seguente brano: "Meditare è ritrovare il medesimo, è quel particolare coglimento del "medesimo", il quale non può venire pensato se non mediante l'esclusione della "alterità", come impossibilità di essere anche "altro". Il coglimento del "medesimo" si svolge all'interno del "medesimo"; si mantiene interno ad esso, nella stessa necessità di "dire" il medesimo servendosi di altro - con il linguaggio, nonostante il linguaggio -" (Giovanni Romano Bacchin, Su l'autentico nel filosofare).

Questi appunti sono meditazioni e, così come ogni meditazione, intendono cose che non è facile esprimere compiutamente trovando parole adatte. Le stesse parole, poste come tramite verso la pienezza di senso cui rimandano, devono venire tolte di mezzo, perché ci si possa ritrovare Uno con il Senso.

 

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13.1. Andare oltre l'ovvietà

Ogni vera meditazione è dunque rivolta a chi sa andare oltre le parole, sapendo che non esiste nessun termine e quindi nessuna "mediazione" che possa dire compiutamente il Tutto. "Chiunque pensi sa che continuamente gli si presentano alla mente cose che sembrano semplicissime, anzi banali, la cui apparente banalità tuttavia è solo il rovescio della loro profondità e ricchezza di significati. Questa semplicità può addirittura far velo alla loro rilevanza. Alla nostra attesa piace ricercare l'interessante e il grandioso, ma finché noi conserviamo questo desiderio, quant'è veramente significativo si circonda del carattere della quotidianità e scompare così dalla nostra vista. Chi pensa davvero deve imparare ad andar oltre l'apparenza dell'ovvio e a immergersi nelle profondità abissali" (Romano Guardini, Accettare se stessi).

 

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14. La Verità non è nascosta

"L'Amato s'allontanò dall'Amico, e l'Amico cercò l'Amato con la memoria e l'intelletto per poterlo amare. L'Amico trovò il suo Amato; gli chiese dov'era stato. Rispose: Nell'Assenza del tuo ricordo e nell'ignoranza della tua intelligenza" (RL, 92).

 

Se la Verità sembra nascondersi è solo perché siamo noi incapaci di coglierla in tutti i risvolti della vita, in tutte le pieghe o "piaghe" della storia; si cela ai nostri occhi capaci di vedere soltanto indirettamente, grazie alla luce, gli oggetti, le forme, i colori, i limiti di questo mondo. Si nasconde alla nostra intelligenza, che si crede potente da penetrare la realtà, mentre non ha null'altro che la presunzione di crederlo possibile. Si occulta alla nostra memoria, facoltà impareggiabile, ma limitata anch'essa da meccanismi fisiologici, osmosi di sostanze, cariche elettriche infinitesimali. Solo la fede sostituisce queste incapacità: fede non è credere ciecamente, ma vedere oltre il limite, giungere fino al fondo della realtà, la vera realtà, che non è l'oggetto della percezione dei nostri sensi, dell'intuizione delle nostre intelligenze, ma qualcosa di diverso. Allora non sarà ciò che vediamo normalmente ad essere considerato "reale", ma anche quello che crediamo, che speriamo, ciò che la fede intuisce, scorge, suggerisce.

 

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14.1. Salvi nella speranza

La nostra salvezza, dall'umana finitudine, risiede in questo: noi siamo salvati dai limiti di questa realtà apparente in quella speranza che un giorno diventerà vera realtà. "E noi abbiamo visto e siamo testimoni che il Padre ha mandato il suo Figlio quale salvatore del mondo (1 Giovanni 4,14). Siate sicuri, voi che siete ammalati. È venuto un medico come questo e voi ancora disperate? I mali erano grandi, le ferite erano insanabili, la malattia era disperata. Tu poni la tua attenzione sulla grandezza del tuo male, e non poni attenzione alla potenza del medico? Tu sei disperato, ma Egli è onnipotente. Di questo ci offrono testimonianza coloro che per primi sono stati guariti e ci hanno fatto conoscere il medico. E tuttavia essi sono stati salvati più nella speranza che in realtà. Così dice infatti l'Apostolo: "Nella speranza siamo salvati" (Romani 8,24). Dunque, noi abbiamo cominciato ad essere risanati nella fede; perciò la nostra salvezza giungerà al suo compimento quando questo nostro corpo corruttibile diventerà incorruttibile, e questo nostro corpo mortale diventerà immortale (1 Corinzi 15,53-54). Questa è speranza, e non è ancora realtà. Ma chi ha gioia nella speranza, otterrà anche la realtà; invece, chi non ha speranza, non potrà giungere alla realtà" (Agostino, Commento alla prima lettera di Giovanni, Discorso VIII, n.13). 

Per quanto riguardo il rapporto fra fede e realtà, è stato scritto: «La fede, che vale come compimento estremo della ragione - e cioè come coscienza dimostrata della duplice impossibilità di negare il vero e di oggettivarlo -, rappresenta una autentica conversione dello sguardo che fa essere il mondo. Tale conversione consente di aprirsi alla speranza anche quando la conoscenza ordinaria - ed in particolare la scienza - sembra, malignamente, volerla negare, per la presunta evidenza di «leggi» che vengono dichiarate «tesi» ma che permangono mere «ipotesi operative», sempre correggibili perché mai in grado di cogliere l'effettiva realtà» (Aldo Stella, Per una concezione filosofica dello "psichico").

 

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15. Religione e tensione alla Verità

"L'amore, l'amare, l'Amico e l'Amato sono così fortemente uniti nell'Amato da essere in essenza un solo atto; e l'Amico e l'Amato sono diversità che si corrispondono, senza alcuna contraddizione né discordanza d'essenza. E dunque l'Amato dev'essere amato più d'ogni altro amore" (RL, 211).

"Dimmi, folle Amico: perché hai un amore così grande? Rispose: Perché lungo e pericoloso è il cammino per cui vado in cerca del mio Amato. A fatica devo cercarlo e in fretta mi conviene camminare; e non potrei fare tutto questo senza un grande amore" (RL, 212).

 

La parola religione esprime sia il senso di raccolta - di leggi, cerimonie, ma anche di persone - sia il carattere di patto, di legame fra l'essere umano e la divinità. In ambito cristiano, la religione si costituisce attraverso una storia di alleanza, che è la rivelazione graduale, progressiva di Dio ad un piccolo popolo con la promessa sacra di una terra, di costituirli in nazione, di premiarli con una numerosa progenie. L'uomo, d'altro canto, si impegna a venerare Dio, rispettando il patto attraverso l'esercizio di culti precisi, sacrifici, rituali. È necessario sottolineare che:

* il senso della parola "alleanza" può essere equivoco: non si tratta di un semplice contratto, che pone due attori - Dio e l'uomo - sullo stesso piano, quasi un accordo alla pari, da una parte la promessa di un bene futuro, dall'altro il culto da rendere in cambio;

* la promessa di Dio è rivolta all'uomo perché si ricordi della sua condizione esistenziale: sofferente, disperso, schiavo, solo Dio può sollevarlo dal suo triste stato, donandogli pace, gioia, unità e libertà;

* il rito, la legge, il sacrificio sono elementi intermedi, come di passaggio; l'uomo non può e non deve fermarsi al culto - personale o esercitato da intermediari, detti sacerdoti -, ma deve trasformarsi egli stesso in tempio di Dio, sacrificio vivente a lui gradito, immergere quanto ha di profano nel sacro; non evocare il sacro o costruirlo, ma rendersene conto, viverlo.

 

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15.1. Nessuna religione si sostituisce al Vero

La concezione legalista della religione è retaggio dell'Antico Patto: tale concezione riduce la religione ad un'amministrazione di culti, cerimonie, sacramenti, oltre all'esercizio esclusivo di poteri di liberazione e di condanna. Tale concetto esula totalmente da ciò che viene confermato nel Vangelo di Cristo e che ogni uomo veramente spirituale sa dentro di sé. Cristo, infatti, non è venuto a portare un'altra religione, ma a modificare il concetto stesso di rapporto con la divinità. Mentre la religione parte sempre dall'uomo, il cristianesimo parte da Dio, da una sua libera iniziativa di farsi conoscere ed amare. In questo ambito, chi, da sempre, supera l'idea vetero-testamentaria dell'esperienza religiosa è il "mistico". Egli desidera ardentemente realizzare l'unione con Dio, ma un'"unione senza intermediari" (Benedetto da Canfield, Regula perfectionis). Il mistico sa però bene che fra l'uomo e Dio non si pone mai in essere un'unione perfetta: "Se infatti il Dio al quale aspirano nel loro intimo è veramente Dio, allora egli resta a un'enorme distanza - una distanza infinita - nel momento stesso in cui l'anima si sente perduta in lui. La più elevata unione mistica non equivale mai alla perfetta unione. Sempre essa resta incompiuta e come rinviata. Una delle caratteristiche dei testi mistici è l'uso di espressioni paradossali. "Io prego Dio di liberarmi da Dio": la frase, di Meister Eckhart, costituisce uno degli esempi più impressionanti di paradosso mistico. Essa indica anzitutto ciò a cui il mistico aspira: un'unione con il Divino di intensità tale che egli si senta interamente assorbito da lui, fuso in lui. Essere liberato da Dio non significa venirne privato, né tantomeno rinunciare alle dolorose ma necessarie purificazioni (la ricorrente tentazione cui i mistici debbono far fronte), ma significa invece che è venuta meno la dualità esistente tra Dio e l'anima. L'aspirazione espressa da questa preghiera è quella di una soppressione della distinzione tra i due. Un desiderio, però, che è destinato a restare sempre tale, perché già nel formularlo il mistico è conscio dell'impossibilità del suo appagamento. L'incapacità di amare Dio nel modo opportuno rende più intenso il desiderio dei mistici: essi non potranno amare in maniera infinita che lasciando agire Dio come lui desidera. Occorre anche che il lasciarlo agire non sia una sottomissione attiva, ma una sorta di passivo e oscuro abbandono alla grazia che rende preda di Dio" (Joseph Beaude, La mistica).

 

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15.2. Il Maestro interiore

Scrive Agostino, commentando la frase "Voi non avete bisogno che qualcuno vi ammaestri, perché la sua unzione vi istruisce su tutto" (1 Giovanni 2,27). "Qui c'è un grande mistero: il suono delle nostre parole istruisce le vostre orecchie, ma il maestro è dentro di voi. Non crediate di poter imparare qualcosa da un uomo. Noi possiamo esortarvi con il suono della nostra voce; ma se dentro di voi non c'è chi vi ammaestra, il suono delle nostre parole diventa inutile. [...] Per quanto mi riguarda, io ho parlato a tutti: ma quelli ai quali l'unzione non parla dentro, quelli che lo Spirito non ammaestra al di dentro, se ne ritornano senza essere stati ammaestrati. Gli insegnamenti esteriori forniscono degli aiuti e degli ammonimenti. Colui che ammaestra i cuori ha la sua cattedra in cielo (Cathedram in caelo habet qui corda docet). Perciò egli dice nel Vangelo: "Non fatevi chiamare maestri sulla terra; uno solo è il vostro maestro, Cristo" (Matteo 23,8-10). Sia dunque Cristo a parlare dentro di voi, in quanto dentro di voi non può esserci nessun uomo, perché se qualcuno può mettersi al tuo fianco, nessuno può entrare nel tuo cuore. E che nessun uomo stia nel tuo cuore; nel tuo cuore stia solo Cristo! Nel tuo cuore stia la sua unzione, affinché il tuo cuore assetato non rimanga nella solitudine, senza avere le fonti da cui possa ricevere acque. Dunque, è il maestro interiore che ammaestra: è Cristo che ammaestra, è la sua ispirazione che ammaestra. Dove non c'è la sua ispirazione e la sua unzione, le parole che escono fuori sono un inutile schiamazzo" (Commento alla Prima lettera di Giovanni, Discorso III, n.13).

Quindi, il Vero Maestro non è in terra, ma è Cristo, che insegna, attraverso le persone e gli incontri che si fanno. L'Imitazione di Cristo riporta dei brani molto belli: «"Parla o Signore il tuo servo ti ascolta" (1 Samuele 3,10). "Io sono il tuo servo; dammi luce per apprendere quello che tu proclami" (Salmo 118, 125). Disponi il mio cuore alle parole della tua bocca; il tuo dire discenda come rugiada. Dissero una volta a Mosè i figli di Israele: "Parlaci tu, e potremo ascoltarti; non ci parli il Signore, affinché non avvenga che ne moriamo" (Esodo 20,19). Non così la mia preghiera o Signore. Piuttosto con il profeta Samuele , in umiltà e pienezza di desiderio, io ti chiedo ardentemente: "Parla o Signore, il tuo servo ti ascolta". Non mi parli Mosè o qualche altro profeta; parlami invece tu, Signore Dio, che ispiri e dai luce a tutti i profeti: tu solo, senza di loro, mi puoi ammaestrare pienamente; quelli, invece, senza di te, non gioverebbero a nulla. Possono, è vero, far risuonare parole, ma non danno lo spirito; parlano bene ma, se tu non intervieni, non accendono il cuore; lasciano degli scritti, ma sei tu che ne mostri il significato; presentano i misteri, ma sei tu che sveli il senso di ciò che sta dietro al simbolo; emettono ordini, ma sei tu che aiuti ad eseguirli; indicano la strada, ma sei tu che aiuti a percorrerla. Essi operano solamente all'esterno, ma tu prepari e illumini i cuori; essi irrigano superficialmente, ma tu rendi fecondi; essi fanno risuonare delle parole, ma sei tu che aggiungi all'ascolto il potere di comprendere. Non mi parli dunque Mosè; parlami tu, o Signore mio Dio, verità eterna, affinché, se ammonito solo esteriormente e privo di fuoco interiore, io non resti senza vita e non mi isterilisca; affinché non mi sia di condanna la parola udita ma non tradotta in pratica, conosciuta, ma non amata, creduta ma non osservata. "Parla, dunque, o Signore, il tuo servo ti ascolta": "tu hai parole di vita eterna" (Giovanni 6,69). Parlami, affinché scenda un po' di consolazione all'anima mia, e tutta la mia vita sia purificata» (Libro III, Capitolo 2).

 

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15.3. Mistica e devozione

La più decisa opposizione alla religione viene dalla mistica e l'opposizione alla mistica viene proprio dalla religione, anzi dall'elemento "più religioso della religione", la devozione, che, secondo Francesco di Sales "rappresenta "il fiore più puro" della religione. La devozione muove insomma critiche serrate alla mistica, affermandosi come perfetta realizzazione della religione di contro a quanto sembra invece astrarsi da essa. La devozione spinge ad obbedire quanto più possibile agli obblighi religiosi, ma anche ad assumerli liberamente, e in più, ad avere iniziativa personale e inventiva. "Non solo - scrive Francesco di Sales - essa ci rende pronti, attivi e diligenti nell'osservare tutti i comandamenti di Dio; ma fa anche sì che noi compiamo con prontezza e dedizione il maggior numero di buone opere, quand'anche non ci siano comandate, ma soltanto consigliate o suggerite. Essa corre, salta, è pronta, attiva e obbediente". In breve, la devozione è la virtù che facilita l'esercizio della religione, estendendolo ed elevandolo al di sopra della religione dei precetti. La religione, per il devoto, diviene una seconda natura" (Joseph Beaude, op.cit.).

 

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15.4. Unione senza intermediari

Tutto sembra opporre il devoto al mistico. Ad esempio, "la devozione spinge a compiere quante più buone opere possiamo, mentre il mistico, anche quando è agli inizi, è invitato a lasciare agire Dio. Caratteristica del devoto è l'attività, o meglio una sorta di iperattività, in quanto egli deve dedicarsi a un maggior numero di pratiche e di opere. Il mistico si trova invece subito sulla via di una passività che non farà che aumentare. Sin dal principio i testi mistici sottolineano la relatività e l'inaffidabilità degli atti di religione. Proprio questo è il rimprovero che i devoti muovono ai mistici, di trascurare preghiere, meditazioni, pratiche ascetiche. Si nota persino che minimizzano l'importanza al ricorso ai sacramenti e sono indifferenti alle esigenze morali e alle verità dottrinali. Insomma, non hanno "religione". Se la devozione si propone come eccellenza della religione, la mistica pare basarsi sulla sua assenza. L'ateismo di cui vengono accusati i mistici indica proprio questa mancanza di religione. Mistica e devozione si oppongono alla radice. La religione, e a maggior ragione la devozione che pretende esserne la realizzazione, forniscono proprio i mezzi per "legare" a Dio, laddove la mistica si presenta come la via dell'unione senza intermediari. È in questo senso una negazione della componente religiosa. Il fatto che alcuni periodi storici vedano svilupparsi parallelamente due forme così distanti fra loro, devozione e mistica, sta a significare che ad una stessa crisi vengono opposte due risposte diverse. La devozione traduce l'unione col divino attraverso l'annullamento di sé in termini di relazione, cioè di religione. La mistica, cruciale esperienza del vuoto di mezzi della religione, ne fa totalmente a meno nella spoliazione più radicale" (Joseph Beaude, op.cit.).

 

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15.5. Guidati dallo Spirito d'amore

La via devozionale e la via mistica sarebbero dunque risposte diverse alla questione di fondo. La scelta personale, la propria adesione all'una o all'altra si basa unicamente sul criterio della propria affettività o rispondenza. Detto diversamente, ci si accorge del dono ricevuto, ossia di ciò che si è e si decide di seguire una via piuttosto che un'altra: è quello che viene chiamato altrimenti "vocazione". Sembra che la via mistica non sia molto transitata, anche se è dubbio che ciò dipenda dalla carenza del dono, cioè di chiamate in questo senso. Forse è da ricercare piuttosto nell'incapacità umana - sempre più evidente - di spogliarsi di tutto, compresa la mania di protagonismo, anche a livelli bassi e di inchinarsi "alla maestà sovrana della Verità" (cfr. sopra Romano Guardini al punto 4.1), riconoscendo le giuste proporzioni. Scrive a tal proposito Giovanni della Croce: "Ciò avviene non perché Dio voglia che pochi siano gli spiriti eletti, che anzi vorrebbe che tutti fossero perfetti; ma perché trova pochi vasi capaci di un'opera simile" (Fiamma viva d'amore, strofa 2, n.27). Come è possibile superare ciò? Bisogna intanto avere il coraggio di affermare che la vera religione è religione d'amore: amore della Verità. Affermare ciò diventa estremamente pericoloso, perché più che di religione, allora, si dovrebbe parlare di un atteggiamento dello spirito; e non si può organizzare, rendere "istituzione" una realtà tanto grande come lo Spirito, non relegabile in schemi di pensiero o in ambiti puramente sociali o culturali. Amare la Verità è religione in atto: atto dello Spirito che ricerca la sua Origine, proiettato però verso il suo Destino, che attende di compiersi in tutto e in tutti.

 

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15.6. Appartenenza

L'appartenenza, dunque, non dovrebbe mai riguardare una religione o pratiche precise di culto, una comunità definita, un popolo od una nazione. Tutto ciò deve essere inteso nel giusto senso: pur facendo parte di un famiglia, di una comunità, di un gruppo, dal punto di vista sociale e religioso, la vera tensione sarà quella di svincolarsi da queste inevitabili realtà, sganciarsi da queste dipendenze per sottomettere la propria vita alla Verità. Il nostro destino non è essere uno fra i tanti, ma uno nell'Uno, che tutti accoglie, assorbe, governa ed ama. Olivier Clément ha scritto che i veri uomini religiosi sono riconosciuti nel mondo non perché fanno parte di un ordine, di una comunità, o perché si vestono in un certo modo, ma perché si "sente" che tali persone "hanno scoperto qualcos'altro, che si radicano in un "altrove" così reale da esser pronti a dare la propria vita per esso. Un "altrove" che non fa vivere altrove, come una droga, ma che consente di amare in maniera disinteressata". La cosa più importante, appare dunque oggi, "la convergenza di spiritualità diverse per servire la vita. Impariamo a poco a poco a distinguere nelle religioni ciò che chiamerei il "religioso" dallo "spirituale". Il religioso resta nella dimensione psicologica e sociologica. Si accontenta di un credo facile trasformato in ideologia, nel quale si definisce contro gli altri. Lo spirituale impegna in una fede personale, cosciente, che si orienta verso l'esperienza mistica. Fa esplodere il narcisismo individuale e collettivo. Grazie ad esso, l'altro appare come una figura della trascendenza. Fa insorgere nell'uomo un nucleo di fuoco - ciò che chiamiamo la persona - che giustamente esprime un "altrove" irriducibile agli odi di questo mondo. Come si ottenga l'unità di tutti gli spirituali, noi non lo sappiamo, Dio solo lo sa, ma noi sappiamo che ogni preghiera lo centra, che ogni meditazione scopre nell'uomo il luogo della sua presenza. La convergenza planetaria dello spirituale può solo fondare la pace. Lo spirituale è il fuoco che fa vivere, il religioso la cenere che acceca. Per questo le religioni devono senza tregua risalire dal religioso allo spirituale, devono senza tregua convogliarlo nel cuore di tutte le forme di esistenza. Come un fermento, come un appello, come il loro atlante, indifferenti alla loro vita, pregando con tutti poiché Dio è unico. E, tutto sommato, il più interessante è lui" (articolo tratto dal quotidiano "Avvenire", maggio 1995).

 

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16. Dimenticanza della Verità

"Chiesero all'Amico in che consisteva l'onore. Rispose: nell'intendere e amare l'Amato. Gli chiesero in che consisteva l'offesa. Rispose che era nel dimenticare e non amare il suo Amato" (RL, 108).

 

Offendere la Verità è dimenticarla. Dimenticare la Verità è allontanarvisi - nella mente e nel cuore -. Dimenticando, ossia non amando più, la Verità diventa incomprensibile anche la nostra vita. Nasce da ciò il peccato, che è dimenticanza della Verità, con tutto quello che ne consegue. Spesso nel nostro immaginario il peccato è associato al senso di colpa per qualche gravissimo oltraggio commesso - l'etimologia di "offesa" è proprio quella di un urto, di un colpo assestato contro qualcuno -. Nell'Antico Testamento, per definire il peccato, non viene mai usata un'espressione carica di giudizio morale; semplicemente, peccato è perdere di vista l'obiettivo, fallire il bersaglio, non aderire più al fine. Poiché tutto dipende dalla Verità, che è il fine di ogni esistenza e poiché peccare è perdere di vista questo fine, il peccato significa rottura di una relazione vitale. In un testo biblico è scritto: "Beati quelli che osservano le mie vie! Beato l'uomo che mi ascolta, vegliando ogni giorno alle mie porte. Poiché chi mi trova, trova la vita e ottiene favore dall'Eterno. Ma chi pecca contro di me, fa male a se stesso; tutti quelli che mi odiano amano la morte" (Proverbi 8,32-36). Così, l'offesa - che nascerebbe dal peccato commesso -, non risulta nei confronti della Verità, ma contro di noi: il "colpo ben assestato" è quello che ci sposta prepotentemente dalla direzione che la Verità ci sollecita a prendere, dal cammino su cui il Vero ci guida. È dunque un colpo che fa male unicamente a noi. Chi pecca, "fa male a se stesso" e la direzione su cui ha posto la sua vita è quella che conduce alla morte - che è la perdita della Verità, ossia la perdita di ogni cosa, compreso se stessi -.

 

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16.1. Il senso distorto

Perdere la relazione con la Verità significa smarrire il giusto rapporto anche con la nostra persona e con la realtà che viviamo, significa percorrere una strada sbagliata. Il peccato è perciò un fallimento, un "difetto nel piede" che cammina sì, ma in modo errato, su percorsi che non portano alla Verità. Da alcuni - anche autori spirituali - il peccato è visto non in senso strutturale, ontologico, ma unicamente dal lato morale. Il peccato, per loro, risulta da un atto compiuto o intenzionato, deliberato e cosciente da parte della persona, la quale rimane perfettamente consapevole dell'errore che ha compiuto - o che sta per commettere - e ciononostante possiede la volontà ferma di attuarlo. Tale volontà, tutta tesa al negativo, appare sinceramente poco credibile, perché dovrebbe essere eccezionalmente pura. È del tutto improbabile anche se pensata positivamente, come ferma volontà di percorrere la strada che conduce alla Verità, sempre e comunque. Non sappiamo quale sia con certezza la direzione al Vero, e spesso il nostro camminare è divergere, sbagliare, proseguire a prove ed errori. Altri autori spirituali non parlano esplicitamente del peccato, pur trattandolo. Essi sanno che il peccato è insito nella natura dell'uomo e si definisce come mancanza di Verità. È la caratteristica forse più umana che esista. Quando ne accennano non insistono mai con una critica morale, ma lo pongono come un invito - pressante - a rendersi conto, a ricordarsi, a non dimenticarsi che la Verità va ricercata e amata, e che la nostra ricerca non avrà mai fine - fino a che vivremo -.

 

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16.2. Il mondo si sottrae al Vero

Questo stato naturale di peccato - ricordato continuamente nella Sacra Scrittura - è chiamato mondo. Il mondo, che siamo tutti noi, si oppone alla Verità in maniera forte, radicale. "La verità è il destino che resta in attesa del tramonto del "mondo". Il "mondo" è la volontà di sottrarsi al destino dell'essere" (Emanuele Severino, Essenza del nichilismo). Questa volontà di sottrarsi è il peccato del mondo, quello che qualcuno ha definito come "disperazione", che è l'unica vera malattia mortale - cfr. Sören Kierkegaard -: ossia, da parte dell'uomo, disperatamente non voler essere se stesso - non accettare, cioè, che senza Verità si è nulla - e disperatamente voler essere se stesso - sostituirsi in qualche modo alla Verità, ossia costituirsi Verità -. Questa "pretesa", condannata nel Genesi come il primo peccato, è diabolica: l'uomo - e il mondo, come mentalità - arriva a pensare di voler essere come Dio, di volersi sostituire a Dio, come fonte della propria vita, come Verità di sé. Dunque, da un punto di vista strutturale e quindi dal lato più significativo, il peccato è non fidarsi più della Verità, fidando unicamente su se stessi; sostituendoci alla Verità, in qualità di origine e destino di ogni nostro atto - un "mezzo" che giustifica se stesso, ponendosi cioè come "fine" -, commettiamo il peccato più grande, proprio perché il più irragionevole. La nostra è solo una pretesa, che smette cioè di essere tensione alla Verità e dà per scontato di averla già raggiunta. Tutti coloro che si pongono come depositari della Verità, dunque, commettono il peccato primigenio; la Verità, infatti, non si possiede, ma si può cercare con umiltà, nel rischio dello sviare dalla giusta direzione, confidando comunque sempre nel suo Amore: che sostenga i nostri passi e ci conduca al giusto porto.

 

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16.3. Aiuto premuroso

Indipendentemente dal motivo che ha condotto al peccato, a questa "dimenticanza" del Vero, occorre premura e sollecitudine da parte di altri che credono. Questo aiuto è quasi sempre fondamentale. Scrive Giovanni della Croce: "L'anima virtuosa, ma sola e senza maestro, è come il carbone acceso, ma isolato, il quale invece di accendersi si raffredderà. Chi cade da solo, solo resta nella sua caduta e tiene in poco conto la propria anima, poiché l'affida a sé solo. Se dunque con temi di cadere da solo, come presumi di rialzarti da solo? Ricordati che due persone congiunte hanno più forza di una sola. Chi cade con un peso addosso, difficilmente si rialzerà con il suo peso. Chi cade perché è cieco, come cieco non si rialzerà da solo, e se vi riuscirà, si incamminerà per una via non giusta" (Avvisi e Sentenze).

Mentre, Bonaventura da Bagnoregio: "Colui che è caduto necessariamente rimane a terra, se qualcuno al suo fianco non lo "aiuta a rialzarsi" (Itinerarium mentis in Deum, IV, 2), citando il profeta Isaia (24,20): "Barcollerà la terra come un ubriaco, vacillerà come una tenda; peserà su di essa la sua iniquità, cadrà e non si rialzerà" ed il Salmo 41(40), 9: "Un morbo maligno su di lui si è abbattuto, da dove si è steso non potrà rialzarsi".

 

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16.4. Attesa desiderosa

L'uomo del peccato, della dimenticanza, si trova solo, in terra riarsa. E "come uno, solo, nel deserto, l'unica cosa che possa fare è aspettare che qualcuno venga" (Luigi Giussani, Tracce d'esperienza cristiana). La malattia moderna è l'indifferenza nei confronti degli altri, questa lacerante mancanza d'amore. L'amore si esprime comunicando la Verità della vita. Nell'indifferenza, ossia nel "non amore", si consuma, presto o tardi, il destino dell'uomo che rimane lontano dalla Verità. Tale situazione di peccato, in realtà, è comune a tutti gli uomini. Poiché "tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio" (Rm 3,23). Tutti noi, dunque, attendiamo, come in un deserto, che qualcuno venga a salvarci.

"Attendere non significa agire, ma restare disposto a qualche avvenimento. E, se ben si considera, l'attesa dell'anima è veramente volontaria; tuttavia, non è azione, ma semplice disposizione a ricevere quel che verrà. Allorché gli avvenimenti sono giunti e ricevuti, l'attesa si muta in consenso o acquiescenza; ma prima della loro venuta l'anima è in una semplice attesa, indifferente a tutto ciò che alla divina volontà piacerà disporre" (Francesco di Sales, Teotimo, IX, 5).

 

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16.5. Memoria della Verità

"Nella notte, Signore, ricordo il tuo Nome" (Salmo 119[118], 55).

"O voi che credete; ricordatevi di Dio incessantemente" (Corano 33,41)."Ci sono due tipi di ricordo di Dio: quello della lingua e quello del cuore. Mediante il ricordo della lingua (dikr al-lisân) uno giunge al continuo ricordo del cuore (dikr al-qalb); però l'efficacia sta nel ricordo del cuore. Il ricordo di Dio è un solido pilastro sulla via di Dio, anzi esso è il sostegno fondamentale di questo cammino: nessuno arriva a Dio se non con il continuo ricordo di Dio. Quando uno si ricorda veramente di Dio, dimentica al ricordo di Lui ogni cosa; Dio però conserva per lui ogni cosa e per lui Egli prende il posto di ogni cosa. Ti ho ricordato, non perché io ti abbia dimenticato un solo momento; il ricordo più facile è il ricordo della lingua. Senza estasi stavo per morire di passione, e il mio cuore impazzì con i suoi battiti. E quando l'estasi mi fece vedere Te presente, Ti ho visto presente in ogni luogo. Ed ho parlato a uno presente, senza usare parole, ed ho fissato lo sguardo su di uno a me noto, senza guardare con gli occhi." (Abû l-Qâsim al-Qušayrî, Al-risâla fî 'ilm al-tasawwuf).

Il ricordo di Dio è il non venire meno della nostra tensione: ciò che si desidera col cuore si sostiene attraverso il ricordo verbale. La preghiera, allora, assume il significato di sostegno all'intenzionalità credente, di supporto alla tensione alla Verità.

Il ricordo del nome di Dio è tipico della spiritualità islamica (e in particolar modo nell'ambito dell'esperienza mistica Sufi), ma anche di quella ortodossa.

 

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17. Oceano Infinito

Spesso la Verità è stata rappresentata come un mare infinito, un oceano profondo in cui annegare i nostri pensieri, le nostre ansie, la nostra vita, il nostro essere.

Un verso del poeta Gialâl ad-Dîn Rûmî, facendo parlare Dio, l'Amato, dice: "Tu sei del mio oceano la goccia: a che più parli ancora? Annegati in me, e l'anima conchiglia abbi piena di perle!".

Scrive Augustin Guillerand (op.cit.): "Oceano infinito, il cui fondo si allontana a misura che si avanza, la cui ampiezza si estende senza fine. La nostra gloria e la nostra gioia saranno proprio di avere un Padre che ci sorpassa all'infinito. Noi gioiremo così di ciò che non comprenderemo; noi esulteremo di non comprendere. Per una creatura, vedere Dio è vedere che egli è più grande di tutto, che ciò che essa vede è lui, è veramente lui, è veramente l'Essere che è e si dona. Essa vede che egli è, essa vede che egli si dona; ma nessuno vede tutto ciò che egli è e dona. Egli è di una semplicità inconcepibile, unica, che oltrepassa tutte le nostre parole e tutte le nostre idee; davanti a lui bisogna veramente adorare e tacere...".

E Raimondo Lullo:

 

"L'amore è un mare agitato da onde e venti, che non ha porto né riva. Muore in mare l'Amico, e nella sua morte muoiono i suoi tormenti e nasce la sua pienezza" (RL, 235).

 

Amen.

 

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APPENDICE 1 

Gradi di maturità spirituale secondo Meister Eckhart (dal Trattato "Dell'uomo nobile")

 

Primo grado:

Si ha quando l'uomo vive secondo il modello di persone buone e sante, ma si appoggia ancora alle sedie, cammina lungo le pareti e si nutre di latte.

Secondo grado:

Si ha quando l'uomo non guarda più ormai a modelli esterni e a persone virtuose, ma corre e si affretta verso l'insegnamento e il consiglio di Dio e della saggezza divina, volge le spalle all'umanità e il volto a Dio, abbandona il seno di sua madre e sorride al Padre celeste.

Terzo grado:

L'uomo sfugge sempre più a sua madre, si allontana sempre più dal suo grembo, fugge le preoccupazioni, elimina la paura a tal punto che, pur potendo senza scandalo di nessuno agire male e ingiustamente, non ne ha affatto il desiderio: poiché egli è legato a Dio con l'amore e la buona volontà, fino a che Dio lo conduce e lo immette nella gioia, nella dolcezza e nella felicità, dove gli diventa insopportabile tutto ciò che è dissimile ed estraneo a Dio.

Quarto grado:

Si ha quando l'uomo cresce ed affonda sempre più le sue radici nell'amore e in Dio, in maniera da essere pronto ad accettare qualsiasi contrasto, tentazione e avversità e a sopportare il dolore volentieri e di buon animo, con desiderio e gioia.

Quinto grado:

Si ha quando l'uomo vive con tutto se stesso nella pace e nella serenità, riposando nella ricchezza e nella sovrabbondanza dell'altissima, inesprimibile saggezza.

Sesto grado:

Si ha quando l'uomo, liberato da ogni immagine e trasfigurato dall'eternità di Dio, è giunto all'oblio pieno e totale della vita transitoria e temporanea, portato e trasformato in un'immagine divina e diventato fanciullo di Dio.

Non esiste alcun grado oltre questo: qui sono il riposo e la felicità eterna, poiché la meta dell'uomo interiore e dell'uomo nuovo è la vita eterna.

 

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APPENDICE 2

Il senso del ricercare secondo Meister Eckhart (dal Sermone "Gott hat die Armen")

 

Chi cerca qualcosa in Dio - scienza, conoscenza, devozione o che altro -, se lo trova, non trova Dio, anche se trova scienza, conoscenza, interiorità - cose che lodo affatto -; ma ciò non permane in lui. Se invece non cerca niente, trova Dio e tutte le cose in lui, ed esse permangono nell'uomo.

Non si deve cercare niente, né conoscenza, né scienza, né interiorità né devozione né pace, ma soltanto la volontà di Dio. Nella volontà di Dio tutte le cose sono, e sono qualcosa, sono accette a Dio e perfette. Un uomo non dovrebbe mai pregare per cose transitorie; ma se vuole pregare per qualcosa, deve domandare soltanto che sia fatta la volontà di Dio, e niente altro; ed allora ottiene tutto.

Se si cerca soltanto la volontà di Dio, si deve accettare quello che ci capita, o che ci viene manifestato, come un dono di Dio, e non stare a vedere e considerare se venga dalla natura o dalla grazia, o da dove e in qual modo: tutto ciò deve essere per noi indifferente. Allora uno è come deve essere: e si deve condurre una semplice vita cristiana, senza mirare ad una condotta particolare. Quel che si fa è sempre sufficiente, se v'è in noi l'amore di Dio.

L'anima è fatta per un bene così grande ed alto, che essa non può in alcun modo trovare riposo, ed è sempre infelice, finché non giunge, sopra ogni modo, a quel bene eterno che è Dio, per il quale essa è fatta. Non vi giunge però con impeto, con la rigida ostinazione a fare questo e a lasciare quello, ma con la mitezza, in fedele umiltà e rinuncia a se stesso, nei confronti di tutto quello che capita. Tutto ciò che si può consigliare e insegnare è che l'uomo si lasci condurre, e non abbia che Dio in vista, per quanto questo si possa presentare con molte e diverse parole.

L'uomo deve rivolgere il proprio volere a Dio in ogni opera, ed avere negli occhi Dio solo. E così proceda, e non abbia timore, senza stare a considerare se così va bene per non compiere passi falsi. Infatti, se un pittore, dovendo dare il primo tratto di penna, considerasse tutti gli altri, non concluderebbe nulla. Se qualcuno dovesse recarsi in una città, e stesse a considerare come fare il primo passo, non concluderebbe nulla. Perciò l'uomo deve seguire la prima ispirazione e procedere avanti; allora giunge dove deve, e va bene così.

 

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APPENDICE 3

Cosa deve avere l'uomo per abitare in Dio (Dal Sermone "Permanete in me")

 

L'uomo deve possedere tre cose:

1. Aver rinunciato a se stesso e a tutte le cose, non essere attaccato a niente che tocchi dall'interno i sensi, non soffermarsi in alcuna creatura che sia nel tempo o nell'eternità.

2. Che non ami né questo né quel bene, ma che ami invece quel Bene da cui fluisce ogni bene, giacché nessuna cosa è piacevole e desiderabile se non in quanto Dio è in essa. Perciò non si deve amare un bene se non nella misura in cui si ama Dio in esso; dunque non si deve amare Dio per il suo regno dei cieli per che altro, ma lo si deve amare per la bontà che egli è in se stesso. Infatti chi lo ama per qualcos'altro non abita in lui, ma abita in ciò per cui lo ama. Perciò, se volete dimorare in lui, non amatelo per niente altro che per lui stesso.

3. L'uomo non deve prendere Dio in quanto è buono o giusto, ma lo deve cogliere nella sua sostanza pura, nuda, in cui egli stesso si coglie puramente. Infatti la bontà e la giustizia sono una veste di Dio, che lo avvolge. Perciò dovete togliere a Dio tutto quel che lo avvolge, e prenderlo puramente nel suo guardaroba, dove egli è scoperto e nudo in se stesso.

Così dimorate in lui. Chi dimora così in lui, possiede cinque cose:

1. La prima è che tra lui e Dio non c'è più distinzione, ma sono Uno. Gli angeli sono molti, senza numero, giacché non formano un numero, ma, per la loro grande semplicità, sono senza numero. Le tre Persone in Dio sono tre, senza numero, ma formano una pluralità. Invece tra l'uomo che si è descritto e Dio non solo non c'è alcuna distinzione, ma non c'è neppure pluralità, perché non vi è che Uno.

2. La seconda cosa è che un uomo siffatto prende la sua beatitudine in quella stessa purezza in cui la prende e tiene la sua dimora Dio.

3. La terza cosa è che un uomo ha un solo sapere con il sapere di Dio e un solo agire con l'agire di Dio e un solo conoscere con il conoscere di Dio.

4. La quarta cosa è che Dio viene sempre generato in un tale uomo. Ma come nasce Dio sempre in tale uomo? Fate caso a questo: quando l'uomo mette a nudo e scopre l'immagine divina che Dio ha naturalmente creato in lui, allora si manifesta in lui l'immagine di Dio. Nella nascita si riconosce la manifestazione di Dio, giacché dire che il Figlio è generato dal Padre deriva dal fatto che il Padre gli manifesta paternamente il suo segreto. E perciò, quanto più e più chiaramente l'uomo mette a nudo l'immagine divina in sé tanto più chiaramente Dio viene in lui generato. Bisogna intendere così la nascita perenne di Dio, nel senso che il Padre mette a nudo e scopre l'immagine e risplende in essa.

5. La quinta cosa è che quell'uomo viene sempre generato in Dio. Come nasce sempre l'uomo in Dio? Fate caso a questo: mettendo a nudo l'immagine nell'uomo, l'uomo si rende simile a Dio, in quanto, nell'immagine, l'uomo è simile all'immagine di Dio, a ciò che Dio è secondo la purezza della sua essenza. E più l'uomo si mette a nudo, più è simile a Dio, e più gli diventa simile, e più viene unito a lui. Così, dunque, bisogna intendere la nascita perenne dell'uomo in Dio: in quanto l'uomo risplende con la sua immagine nell'immagine che è Dio, che Dio è secondo la purezza della sua essenza, e con la quale l'uomo è uno. Dunque l'unità tra uomo e Dio va intesa secondo l'uguaglianza dell'immagine, infatti l'uomo è simile a Dio secondo l'immagine. E perciò, se si dice che l'uomo è uno con Dio e che è Dio per questa unità, si intende l'uomo secondo la parte dell'immagine per cui è simile a Dio, e non per il fatto che è creato.

 

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INDICE DEGLI AUTORI CITATI

 

Agostino, Aurelio [ 3.2, 5.1, 6.1, 14.1, 15.2 ]

al-Qušayrî, Abû l-Qâsim [ 16.5 ]

Bacchin, Giovanni Romano [ 5.1, 9, 13

Beaude, Joseph [ 15.1, 15.3, 15.4 ]

Bellet, Maurice [ 11 ]

Benedetto da Canfield [ 15.1 ]

Benedetto da Norcia [ 2 ]

Berger, Klaus [ 9.1 ]

Bianchi, Enzo [ 4.3, 7.2 ]

Bonaventura da Bagnoregio [ 16.3 ]

Bruno [ 3 ]

Clément, Olivier [ 15.6 ]

Coda, Piero [ 2.1 ]

Cusano, Niccolò [ 1.2 ]

Eckhart, Meister [ 1.2, 2, 2.1, 3.1, 3.2, 8, 10.1, 12.2, Appendice 1, Appendice 2, Appendice 3 ]

Forte, Bruno [ 4.1, 9.3

Foucauld, Charles de [ 10.2 ]

Francesco di Sales [ 15.3, 16.4 ]

Giovanni della Croce [ 0, 8.2, 15.5, 16.3 ]

Giussani, Luigi [ 6.2, 6.3, 16.4 ]

Guardini, Romano [ 4, 4.1, 13.1, 15.5 ]

Guillerand, Augustin [ 12.1, 17 ]

Kierkegaard, Sören [ 16.2 ]

Lanspergio [4.1]

Montale, Eugenio [ 4.3 ]

Mounier, Emmanuel [ 6.2

Parolini, Rocco [ 7.4 ]

Pascal, Blaise [ 7.3, 7.4

Rûmî, Gialâl ad-Dîn [ 17 ]

Severino, Emanuele [ 1.1, 2.1, 5.1, 10.1, 16.2 ]

Stella, Aldo [1.14, 14.1 ]

Taulero [ 4.2 ]

Teresa d'Avila [ 2.2 ]

Turoldo, David Maria [ 3.3 ]

Unamuno, Miguel de [ 7 ]

 

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