Mistica.info - Home

La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti  Scrivi per suggerimenti o informazioni

IL LIBRO DELL'AMICO E DELL'AMATO di RAIMONDO LULLO

 

APPUNTI A MUOVERE DA ALCUNE FRASI DEL LIBRO

di  Antonello Lotti

 

 

Paul Klee, Testa con barba alla tedesca, olio e penna su carta, 1920

Paul Klee, Testa con barba alla tedesca, olio e penna su carta, 1920,
Düsseldorf, Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen

 

 

«Il cuore dell'Amico volò verso le vette dell'Amato, per non avere impedimenti ad amare nell'abisso del mondo. E quando fu con l'Amato lo contemplò nella gioia; e l'Amato lo fece scendere nel mondo perché lo contemplasse nella pena e nella tribolazione.»
(Raimondo Lullo, Il libro dell'Amico e dell'Amato, n. 56)

 

 

INDICE

0

Introduzione

1

Una sola la Verità

  1.1

Innegabilità del Vero

  1.2

Unicità del Vero

2

Amore della Verità

2.1

Vocazione e regola

2.2

Il fine e il mezzo

3

La strada verso la Verità

3.1

Preghiera

3.2

Desiderio infinito

3.3

Abbandono

4

Intenzionalità

4.1

Rivelazione

4.2

Pace interiore

4.3

Il rischio ineliminabile

5

Dove abita la Verità

5.1

Il Santo di ogni luogo

6

Realtà e Verità

6.1

Visibilità del Vero

6.2

Esperienza del Vero

6.3

La storia trasformata

7

Solitudine interiore

7.1

La Verità e l'Uno

7.2

Comunicare l'esperienza

7.3

Dinanzi all'Infinito

7.4

Distrazione

8

La fede che conforta

8.1

Quotidianità della fede

8.2

Fede ed opere

9

Fra cielo e terra

9.1

Inevitabilità dell'esistenza

9.2

Già ma non ancora

9.3

Ascoltare il silenzio

10

Gioia profonda

10.1

Disagio esistenziale

10.2

La vita è una lotta e una croce

11

La vita è un cammino

11.1

Destino di beatitudine

12

Abbandonare se stessi

12.1

Libertà e Verità

12.2

Lasciare gli affetti

13

Meditazione

13.1

Andare oltre l'ovvietà

14

La Verità non è nascosta

14.1

Salvi nella speranza

15

Religione e tensione alla Verità

15.1

Nessuna religione si sostituisce al Vero

15.2

Il Maestro interiore

15.3

Mistica e devozione

15.4

Unione senza intermediari

15.5

Guidati dallo Spirito d'amore

15.6

Appartenenza

16

Dimenticanza della Verità

16.1

Il senso distorto

16.2

Il mondo si sottrae al Vero

16.3

Aiuto premuroso

16.4

Attesa desiderosa

16.5

Memoria della Verità

17

Oceano infinito

App. 1

Gradi di maturità spirituale (Eckhart)

App. 2

Il senso del ricercare (Eckhart)

App. 3

Cosa deve avere l'uomo per abitare in Dio (Eckhart)

*

INDICE DEGLI AUTORI CITATI

 

 

 

0. Introduzione

"Più salivo in alto / più il mio sguardo s'offuscava, / e la più aspra conquista / fu un'opera di buio; / ma nella furia amorosa / ciecamente m'avventai / così in alto, così in alto / che raggiunsi la preda" (Giovanni della Croce).

 

Questi non sono che semplici appunti, idee, suggestioni e non hanno la pretesa di organicità e di completezza. Derivano da riflessioni personali e si nutrono di citazioni, proprio a dimostrazione di un debito che ho nei confronti di tanti autori diversi che hanno arricchito la mia vita e la mia esperienza spirituale. Non sono appunti conclusivi né definitivi visto che la vita ci sorprende continuamente con nuovi spunti, nuove occasioni di riflessione, nuovi traguardi, mai definitivi.

 

torna all'indice

 

1. Una Sola la Verità

"L'Amico diceva all'Amato che molte erano le vie per le quali veniva nel suo cuore e si mostrava ai suoi occhi, e molti i nomi con i quali lo chiamava la sua lingua; ma l'amore con cui lo faceva vivere e morire non era che uno, uno solo" (RL, 90 ).

"L'Amico spinse i suoi pensieri nell'immensità e durata del suo Amato, e non vi trovò inizio, né centro, né fine" (RL, 69).

"L'Amico chiese al suo Amato se in lui c'era ancora qualcosa da amare; e l'Amato rispose che c'era tutto ciò che poteva far più grande l'amore dell'Amico" (RL, 1)

 

Una sola, la Verità, innegabile.

Come una è la nostra vocazione: vivere eternamente il Vero ed unico Bene.

Una la regola della nostra vita finita, mortale: conoscere la Verità. Conoscere la Verità è amarla. Amare la Verità è conoscerla e conoscere noi stessi, la nostra Origine e il nostro Destino.

La conoscenza della Verità non è una situazione di fatto, statica, ma è in continua evoluzione. Non sarà mai una conoscenza totale, piena. Tale divenire garantisce l'inviolabilità del Vero, irraggiungibile se cercato con i nostri soli mezzi e le nostre misere possibilità. Per questo la ricerca della Verità è inesauribile, così come il nostro amore sarà sempre incapace, inadeguato, incompleto.

 

torna all'indice

 

1.1. Innegabilità del Vero

Nella storia del pensiero occidentale, «appare l'idea di un sapere che sia innegabile; non perché la società e gli individui abbiano fede in esso, o vivano senza dubitare di esso, ma perché esso stesso è capace di respingere ogni suo avversario. L'idea di un sapere che non può essere negato né da uomini, né da dei, né da mutamenti dei tempi e dei costumi, un sapere assoluto, definitivo, incontrovertibile, necessario, indubitabile» (Emanuele Severino, La filosofia antica).

Lo stesso afferma, in altri termini, il filosofo Aldo Stella: «La contraddittorietà della negazione del Vero emerge con la consapevolezza che la sua negazione intende essere comunque vera. Ne consegue che la Verità non è complanare alla sua pretesa negazione, ma riemerge incoercibilmente oltre di essa. In altre parole, la negazione dell'Assoluto o è assoluta come negazione - cosicché l'Assoluto si ripropone - o non è negazione dell'Assoluto» (Aldo Stella, Appunti da una conversazione personale, gennaio 1995). Egli afferma ancora: «Negare il vero, ossia l’assoluto, significa assolutizzare il soggetto di questa negazione, cioè l’io. Se non che, è proprio qui che si impone la domanda fondamentale: se l’io fosse vero, dunque assoluto, perché mai continuerebbe a cercare? Per quale ragione l’io varrebbe come un continuo divenire, se coincidesse con l’essere? Come giustificare il suo bisogno di «salvezza», se fosse da sempre salvo? L’io non è l’assoluto, ma tensione verso l’assoluto, intenzione di pervenire all’assoluto, con che la sua assolutizzazione è la negazione stessa del suo essere tensione in atto, dunque è la negazione stessa dell’io. E tuttavia l’io, pur non essendo assoluto, è la coscienza di non esserlo, dunque è il sapere di non sapere, come ci ha insegnato Socrate. Se l’io sapesse, non cercherebbe; ma se non sapesse affatto, se ignorasse anche di ignorare, altrettanto la ricerca non sorgerebbe. La ricerca, però, sorge e sorge proprio in virtù del sapere di non sapere, in virtù del sapere che ciò che si intende sapere, il vero, l’assoluto, non è ciò che si sa di volta in volta, non si riduce cioè alle infinite conoscenze a cui è dato di pervenire» (Medicare e meditare).

Scrive ancora Emanuele Severino (La verità e il nulla, p. 25ss.) che «il termine alétheia appare costruito con la parola léthes, che significa "oblio", preceduta da un'alfa privativa che di fatto nega la parola stessa di cui si costituisce come prefisso. Un semplice vocabolario di greco ci consentirà infatti di comprendere che, in questo specifico ambito linguistico, parlare di verità significa parlare di "non-nascondimento" e che dunque il contenuto della parola "verità" sia il "non-latente". [...] Quando il Greco pensa al disvelamento, e dunque all'alétheia, ha la chiara percezione che questo disvelamento non disvela un contenuto qualsiasi, ma un contenuto che invece non può essere smosso, scosso, negato. La lingua greca ha a disposizione una parola formidabile per indicare la stabilità propria del contenuto disvelato nell'alétheia. Questa parola è la parola epistéme, che significa "ciò che nel disvelamento si manifesta come stante e imponentesi su ciò che vorrebbe scuoterlo, smentirlo, metterlo in discussione". Se dunque vogliamo restituire alla parola greca alétheia il suo autentico significato dobbiamo dire che per il Greco la verità è pensata come la manifestazione dell'innegabile o, in altri termini, come il disvelarsi dello stante.»

 

torna all'indice

 

1.2. Unicità del Vero

Scrive Niccolò Cusano (Il Dio nascosto): «Non esiste che una sola verità. Non ci è infatti che un'unità e la verità coincide con l'unità, poiché è vero che una sola è l'unità. Come pertanto nel numero non si trova che una sola unità, così nei molti non si trova che l'unica verità. Per questa ragione, chi non coglie l'unità, ignorerà sempre il numero, e chi non coglie la verità nell'unità, non potrà conoscere mai nulla per davvero.»

Così anche Meister Eckhart, nel Sermone "Unus deus et pater omnium": «Quando Paolo [Ef 4,6] dice "un Dio" intende con ciò che Dio è Uno in se stesso, e separato da tutto. Dio non appartiene ad alcuno, e nessuno gli appartiene. Dio è Uno. Boezio dice: Dio è Uno, e non muta. Tutto quel che Dio ha creato, lo ha creato soggetto al mutamento. Tutte le cose, in quanto create, portano sulle spalle la mutabilità. Questo vuol dire che noi dobbiamo essere Uno in noi stessi, e separati da tutto, costantemente immobili, dobbiamo essere una sola cosa con Dio. Al di fuori di Dio, non v'è che il nulla. [...] "Un Dio": nel fatto che Dio è Uno, è compiuta la divinità di Dio. Dio solo ha l'unità. L'unità è il modo di essere proprio di Dio: da essa deriva di essere Dio, altrimenti non lo sarebbe. Tutto quel che è numero dipende dall'Uno e l'Uno non dipende da nulla» [cfr. anche la pagina su Eckhart per ulteriori testi].

 

torna all'indice

 

2. Amore della Verità

"Le strade per le quali l'Amico cerca il suo Amato sono lunghe, pericolose, cosparse di meditazioni, sospiri e pianti, e illuminate dall'amore (RL, 2).

 

Amare la Verità è vocazione d'ognuno di noi; ma non è affatto semplice, perché non si tratta di un amore comune, di per sé già complicato. È - e rimane per tutti - vocazione infinita, in quanto tale amore deve percorrere vie tortuose, difficili, impervie.

Se la Verità fosse di questo mondo, noi stessi saremmo nella Verità, saremmo noi stessi la Verità. Ma la nostra esistenza dimostra, attraverso la tensione continua, la nostra lontananza dal Vero.

Eckhart specifica che occorre amare unicamente «quel Bene da cui fluisce ogni bene, giacché nessuna cosa è piacevole e desiderabile se non in quanto Dio è in essa. Perciò non si deve amare un bene se non nella misura in cui si ama Dio in esso; dunque non si deve amare Dio per il suo regno dei cieli o per che altro, ma lo si deve amare per la bontà che egli è in se stesso. Infatti chi lo ama per qualcos'altro non abita in lui, ma abita in ciò per cui lo ama. Perciò, se volete dimorare in lui, non amatelo per niente altro che per lui stesso» (Sermone "Permanete in me"). Successivamente, affermerà anche qualcosa in più (cfr. 5.1).

Vivere in una condizione di vita particolare non è mai vivere la Verità intera, ma unicamente seguire una delle molte vie che sono date. Così come seguire una regola - ad esempio, monastica - non sarà mai vivere la Verità totale. Scrive Benedetto da Norcia: "Questa Regola non contiene la totalità di ciò che è giusto" (titolo del Capitolo 73 della Regola). Ogni strada può dunque condurre alla Verità, ma non vi si sostituisce.

 

torna all'indice

 

2.1. Vocazione e regola

La vocazione (= il fine della nostra vita) è la Verità; sia per tutti coloro che ne sono coscienti, sia per gli altri che lo ignorano. La regola (= come vivere in questa tensione al Vero) è riflesso della Verità. In pratica, avendo negli occhi e nel cuore la Verità, nella vita di ogni giorno, si devono compiere le azioni cercando, come afferma Eckhart, soltanto la volontà di Dio e non altre cose (fare qualcosa di buono o lasciare qualcosa di cattivo). Tutto ciò che si fa è cosa buona, se vi è in noi l'amore di Dio. E l'amore di Dio è in noi soltanto quando ricerchiamo (scevri da ogni presunta prospettiva di utilità) unicamente il Vero. Non si deve pertanto tenere un comportamento particolare: occorre vivere la vita di sempre, quella che abbiamo scelto o che ci è stata riservata, ricercando la Verità, affidandoci alla nostra intenzione di trovarla e sapendo che è la Verità stessa a suscitare la nostra tensione, a condurci alla sua ricerca. 

Tutto ciò viene chiaramente affermato da Emanuele Severino, nel libro "La verità e il nulla. Il rischio della libertà" in un dialogo con Piero Coda: «Pensare il rapporto dell'uomo con la verità come il raggiungimento di un desiderio, come la meta di un cammino, come l'esito di una ricerca o come il risultato di un metodo rischia infatti di condurci ad affermare l'impossibilità per l'uomo di raggiungere la verità. Se la verità fosse davvero il punto di arrivo di un percorso che ha per protagonisti gli uomini, noi ci troveremmo a muoverci verso la casa della verità con passi che, in quanto precdenti l'apertura della porta da parte della verità stessa, non apparterrebbero ad essa, ma si compirebbero fuori di essa. Se così fosse, ci porremmo in ascolto della verità con un udite che non è in grado di sentire la verità stessa, ma che invece appare destinato, proprio in quanto è la verità la padrona della casa cui noi stiamo bussando, a rinunciare ad essere uditore della verità, per limitarsi invece ad ascoltare qualcosa che precede la verità, ma che non ha nulla da spartire con essa. Se così fosse, dunque, l'intero cammino dell'uomo verso la verità sarebbe così estraneo alla verità stessa da costringerci a pensare ad esso come radicalmente appartenente alla non-verità. Se la verità è in rapporto all'uomo, essa non può che esserlo in termini originari: in caso contrario la speranza dell'uomo di raggiungere la verità e la sua stessa ricerca non potranno che avere un esito fallimentare. La verità va dunque pensata non come l'esito di un processo di ricerca, non come un possesso che si acquisisce, non come un punto di vista che si cerca di comunicare, non come una convinzione personale, ma invece come una presenza originaria che si evidenzia come conditio sine qua non della stessa ricerca della verità. Quest'ultima, infatti, proprio in quanto presenza originaria, è la condizione di possibilità stessa di ogni viaggio e non invece il punto di arrivo di viaggi che, in quanto preparati e realizzati nella non-verità, non potranno in alcun modo avere la verità come proprio approdo.» Questa argomentazione verrà ulteriormente precisata nei punti seguenti.

 

torna all'indice

 

2.2. Il fine e il mezzo

Confondere fra il fine e il mezzo (o i mezzi) è estremamente facile. Spesso si equivoca al punto che si dà più importanza al mezzo che al fine. Le opere precedono, in questo modo, la fede e la giudicano, severamente. Fare è sempre in seconda battuta rispetto al pensare. Le azioni sono sempre la storicità dei pensieri e non è possibile invertire, a meno di falsità, la sequenza. Questo è importante, perché quasi sempre il mondo giudica dalle apparenze e non va, per incapacità o altro, alla ricerca del senso, che sta dietro il visibile. Si finisce, anche in ambito spirituale, per giudicare le anime dal proprio abito esteriore, piuttosto che valutarle in profondità. Assume, dunque, paradossalmente, più importanza il fatto di appartenere ad un gruppo religioso, compiere determinate azioni, farsi notare, piuttosto che stabilire se le azioni e lo stare insieme siano il riflesso di una fede e di un'intenzione pura.

Scrive Teresa d'Avila che è «molto importante rendersi conto che Dio non conduce tutti per la stessa strada; infatti può accadere che colui che si crede più indietro sia invece più avanti agli occhi del Signore» (Cammino di perfezione, Valladolid, 17, 2-7). In questo ambito occorre estrema umiltà e mai giudicare situazioni o persone da ciò che appare, sapendo che solo Dio conosce fino in fondo la nostra anima e il suo merito. 

 

torna all'indice

 

3. La Strada Verso la Verità

"L'Amico disse all'Amato: Tu che rivesti il sole di splendore, colma il mio cuore d'amore. Rispose l'Amato: Se non t'avessi colmato d'amore non piangerebbero i tuoi occhi, né tu saresti venuto in questo luogo a vedere Colui che ti ama" (RL, 6).

 

Tutte le strade particolari non porterebbero mai all'unica Verità se la Verità stessa non le illuminasse con il suo Amore. E non cercheremmo la Verità (l'Amore) se la Verità (l'Amore) non fosse in qualche modo già in noi . "Manda la tua luce e la tua verità, siano esse a guidarmi, mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore" (Salmo 43,3).

È scritto (Salmo 84,5) che, inoltre, sarà beato chi abita la sua casa, le sue dimore: "Quando il salmista dice «beati» vuol far capire che essi godono tanta felicità quanta se ne può immaginare. Ed è chiaro che per questo sono beati, perché ti loderanno con devozione ed amore per tutti i secoli dei secoli, cioè in eterno; infatti, non loderebbero in eterno se non fossero felici in eterno. Nessuno certo potrebbe giungere a questo traguardo con le sole sue forze, anche se ha speranza, fede e carità; ma «beato chi trova in te la sua forza» (Salmo 84,6) per l'ascesa alla beatitudine desiderata dal suo cuore" (S. Bruno, Commento ai Salmi).

 

torna all'indice

 

3.1. Preghiera

La preghiera più vera che possiamo fare (quella che supera ogni altra preghiera e quindi in realtà l'unica preghiera) è quella di chiedere luce per rischiarare i sentieri dell'esistenza, luce che illumini la nostra precarietà, donandole un senso di eternità, di infinità e bellezza. Questa è dunque la preghiera essenziale; preghiera di supplica, ma in realtà non chiede nulla tranne l'essenziale per la nostra vita: "Manda la tua luce e la tua verità, siano esse a guidarmi; mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore". Domandiamo con ciò non qualcosa per noi, per la nostra vita o per qualche bisogno particolare. Come scrive Eckhart «un uomo non dovrebbe mai pregare per cose transitorie, ma domandare soltanto che sia fatta la volontà di Dio e niente altro ed allora ottiene tutto». Così noi, preghiamo soltanto per questo e tutto il resto ci verrà dato; qualunque cosa essa sia, sapremo che è il meglio per noi, che ci siamo affidati alla volontà di Dio.

 

torna all'indice

 

3.2. Desiderio infinito

Questo atteggiamento esistenziale è una preghiera continua. È come un desiderio continuo di Verità. Scrive Eckhart, citando Agostino, a proposito del Salmo 37,10 (Signore, dinanzi a te ogni mio desiderio): «Il tuo desiderio è la tua preghiera; se continuo è il desiderio, continua la preghiera. Forse che possiamo di continuo piegare i ginocchi, prosternarci a terra o alzare le mani, per rispettare il comando dell'apostolo "pregate senza tregua" (1 Ts 5,17). Non possiamo fare ciò "senza tregua". Ma qualunque altra cosa tu faccia, se desideri quel sabato eterno, non cessi di pregare. Se non vuoi smettere di pregare, non smettere di desiderare; il tuo continuo desiderio è la tua continua voce. Tacerai, se cesserai di amare. Il raffreddarsi dell'amore è il silenzio del cuore; il calore dell'amore è il grido del cuore. Se è sempre presente l'amore, tu invochi sempre, sempre desideri». E noi sappiamo che "il Signore esaudì il desiderio dei poveri" come afferma il Salmo (10, 17).

 

torna all'indice

 

3.3. Abbandono

La vera preghiera è abbandono fiducioso nelle mani del Padre che ci ha fatti mortali, destinandoci ad una vita immortale. Fede, speranza e carità diventano quasi nulla rispetto all'atteggiamento profondo - della mente e del cuore - di abbandono: non "pensare" Dio, ma lasciarsi pensare da Lui. Non "amare" Dio, ma da Lui lasciarsi amare. Non "essere" forti o potenti, ma rivestirci della sua potenza, della sua forza, spogliandoci della nostra. La vita che viviamo è la sua. In Lui risiedono onore, potenza, gloria e benedizione (cfr. Apocalisse 4,11). La beatitudine è quella che ci fa essere poveri, affinché Dio ci doni tutte le cose di cui necessitiamo. Il desiderio di Dio è l'unica cosa di cui essere veramente ricchi.

Scrive David Maria Turoldo, con l'essenzialità esauriente dei poeti: «È noto all'universo / che tu sei la fonte del mio cantare: / la tua Assenza mi fa disperato / la Presenza mi incenerisce: / E se voglio raggiungerti, devo / liberarmi dalla volontà di cercarti: / andare oltre la stessa mente, / solo lasciarmi pensare. / Pure il male dunque è un bene. / Bisogna che la mente scompaia: / allora avverrà l'incontro / e né tu né io saremo / E mentre io sempre più disperavo / di afferrarti, sentivo / che eri tu ad assorbirmi: / fino ad essere insieme perduti» (Solo lasciarmi pensare, in Canti ultimi).

 

torna all'indice

 

4. Intenzionalità

"L'Amico chiese all'intelletto e alla Volontà chi dei due fosse più vicino al suo Amato. Corsero entrambi e l'intelletto giunse al suo Amato prima della Volontà" (RL, 19).

 

Per ricercare (e trovare) la Verità non bastano i nostri sforzi, le nostre opere - per quanto buone - tutto ciò che abbiamo o che siamo. Occorre invece credere, affidarsi alla Verità, in una tensione che sa di non poterla raggiungere mai pienamente: così solamente si lascerà trovare.

Cercata in questo slancio intenzionale, l'uomo giungerà ad una pace interiore, che è preludio di quella vera, profonda, finale. "L'anima abbisogna di quella liberazione interiore in cui la concitazione del volere si placa, il grido della brama tace; e questo si verifica fondamentalmente nell'atto intenzionale in cui il pensiero riconosce la verità, lo spirito ammutolisce dinanzi alla maestà sovrana della verità" (Romano Guardini, Lo spirito della liturgia).

Il filosofo Aldo Stella ha chiarito il senso di questo slancio che egli chiama intentio veritatis, intenzione di verità: «L'anima è descritta [nel Fedro di Platone] come una "pariglia alata", ossia come una sintesi di opposti. In quanto i termini si oppongono, essi si escludono; ma in quanto i termini si pongono in forza del loro stesso opporsi, essi sono inclusi nella relazione e cercano una conciliazione che li spinge ad andare oltre se stessi, verso un'unità nella quale la differenza sparisca. Tale unità è la restituzione dell'anima alla sua essenza perfetta e immortale. È ciò che l'anima, vincolata al corpo, intende di ripristinare, nonostante che di fatto, ossia nell'esperienza ordinaria, ciò non possa realizzarsi. Fino a che l'anima è vincolata al corpo, l'assoluto è intenzionato, ma non fattualmente raggiunto. L'intentio veritatis, tuttavia, non rappresenta una pia illusione, ma il senso stesso della vita dell'anima, il suo perenne ricercare, il suo non appagarsi delle certezze. Ex-sistere ha il significato dell'uscire dalle tenebre della caverna per volgersi alla luce della verità. Il coraggio dell'anima consiste proprio in questa sua capacità di assumersi il compito di lottare con il limite, che equivale al suo lasciarsi perennemente sospingere verso una meta che è raggiungibile solo intenzionalmente: "Questo sopraceleste sito [cioè la pianura della Verità] nessuno dei poeti di quaggiù ha cantato, né mai canterà degnamente. Ma questo ne è il modo, perché bisogna pure avere il coraggio di dire la verità soprattutto quando il discorso riguarda la verità stessa" (Platone, Fedro, 247c). Il coraggio consiste per un verso nella rinuncia alla pretesa di inglobare la verità, per altro verso nella rinuncia alla pretesa di rinunciare a ricercare la verità stessa: desistere, infatti, equivale a negare la vita, che è intrinsecamente ricerca. Si configura così una duplice impossibilità, che mette capo al coglimento del senso autentico dell'intenzione: l'intenzione di verità è non solo intenzione di volgersi alla verità, ma è altresì intenzione di affidare alla verità il proprio volgersi ad essa. È dunque intenzione di verità come affidamento alla verità, la quale, suscitando la ricerca, la evoca orientandola e indirizzandola. Il cercante, pertanto, non può che pro-tendersi al vero, confidando che il vero stesso guidi la sua ricerca» (La relazione e il valore).

 

torna all'indice

 

4.1. Rivelazione

L'atto intenzionale è quello in cui «il pensiero riconosce la verità, lo spirito ammutolisce dinanzi alla maestà sovrana della verità», scrive Romano Guardini. Per sostenere tale atto, occorre riflettere, meditare continuamente sulla Verità. Non è occupazione vana quella che ci fa compiere quello slancio intenzionale. D'altronde solo intenzionale può essere lo slancio verso la Verità che non si trova al fondo della strada o della vita, ma in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio.

Scrive Bruno Forte: «Ciò che sta prima nella conoscenza della fede rivelata è la Parola: credere è assentire al Verbo uscito dall'eterno Silenzio. La fede nasce dall'ascolto (Rm 10,17). L'ascolto, però, in tanto è possibile, in quanto nella storia si è compiuto l'evento della parola che è il Cristo. L'obbedienza della fede non è che l'ascolto profondo, [...] l'ascolto di ciò che sta sotto e oltre [...] rispetto alla parola immediatamente udita. Si accoglie veramente la parola-evento [o parola-azione] soltanto quando la si ascolta "superandola", le si "obbedisce", ascoltando ciò che sta oltre e dietro e più in profondo rispetto ad essa. Chiamando questo "al di là" della Parola col nome di Silenzio, si potrebbe affermare che la vera accoglienza della Parola del Cristo è l'ascolto del Silenzio che la supera e da cui essa proviene. Il "primum et novissimum" della conoscenza della fede viene così a manifestarsi come "secundum": il Figlio rimanda al Padre, la Parola al Silenzio, il Rivelato nel nascondimento al Nascosto nella rivelazione. Il doppio significato di "re-velatio" emerge qui in tutta la sua densità: nel toglimento del velo c'è un infittirsi del velo; nell'ostendersi un ritrarsi; nel rivelarsi un velarsi. L'ascolto credente raggiunge il Rivelato per andare grazie a Lui e attraverso di Lui verso il Nascosto: l'obbedienza della fede tende a ciò che sta sotto, dietro la Parola; l'"oboedientia" è ascolto tutto proteso all'altrove, all'al di là del detto (ob = verso, indicativo del moto a luogo, oltre che dello scopo, del fine ultimo). La Parola è la mediazione, il Silenzio è l'altra sponda, la profondità nascosta del detto, la meta e la patria dell'obbedienza della fede nel Verbo. Senza la Parola non si darebbe accesso al Silenzio; ma senza il Silenzio la Parola sarebbe soltanto l'"aperto" di questo mondo, una "Offenbarung" ("manifestazione"), che non rinvierebbe a un altro mondo e a un'altra patria, perché nell'"aperto" nulla è più nascosto, tutto è risolto nello svelamento pienamente compiuto. Solo rinviando al Silenzio la Parola esige l'obbedienza della fede; solo comunicandosi nella Parola l'al di là del detto è accessibile e provoca la risposta dell'intenzionalità credente, come apertura del cuore dell'uomo verso le insondabili profondità di Dio» (Teologia della storia, p. 63).

Tale intenzionalità deve essere sostenuta: non è possibile non passare almeno un po' di tempo della giornata meditando (personalmente o confrontandoci con qualcuno), leggendo testi, magari scrivendo le impressioni o i pensieri, comunicando in qualche modo su quanto si è meditato.

Non esistono, poi, testi particolarmente sacri: a volte, una poesia, una frase di un romanzo, un ragionamento filosofico possono suggerirci pensieri infiniti, belli, puri, più di qualsiasi testo cosiddetto "sacro". Si dovrebbe pertanto attingere dovunque sia possibile ricavarne una qualche utilità spirituale, senza preclusioni di sorta. Lo afferma il certosino Lanspergio († 1539), a proposito della preghiera: «Ogni anima amante di Dio deve con ogni suo sforzo far in modo che ogni azione, anzi, tutta la sua vita sia una continua e perfetta orazione; e col tempo, l'esercizio e l'aiuto della grazia avverrà che, per pregare, quest'ultima non avrà più bisogno di libri o di orazioni formate, ma tutto ciò che vede ed ascolta le sarà libro e materia per elevarsi a Dio» (Pharetra divini amoris, Lib. I, Præfatio).

 

torna all'indice

 

4.2. Pace interiore

Non si deve confondere la pace interiore con una tranquillità di vita. La pace interiore è generata dall'atto di affidamento: non è mai tranquilla, perché ogni fede poggia sul rischio e mai appagante, perché la fede non è piena e vera visione. La pace è riposta semmai nella speranza - "speranza" nel senso di "certezza di cose future" - che la Verità non può deludere e che il rischio è dunque solo apparente.

Una tranquillità (= pacificazione) che rifiuta il rischio non è vera pace e può essere indizio di un grave autoinganno: «... si trovano persone che praticano una falsa passività e si astengono da qualsiasi attività. Si guardano interiormente dai buoni pensieri, affermano di essere arrivati alla quiete [...]. In costoro abita un piccolo demonio che inibisce tutto ciò che, in pensieri o in qualunque altro modo, potrebbe distoglierli da quella pace, all'interno e all'esterno; in tal modo egli lascia che restino in pace, ma per condurli poi con sé, nell'eterno tormento del suo inferno. Perciò egli consente loro questa falsa pace. I giusti non hanno questo modo di agire: essi si esercitano interiormente e all'esterno e percorrono con pazienza tutte le vie per le quali il Signore li conduce, nelle tentazioni, nelle tenebre, e non pretendono di essere arrivati alla pace. Non sono neppure nel turbamento, ma percorrono uno stretto sentiero tra la pace e l'inquietudine, tra la speranza e l'esagerato timore, la sicurezza e il dubbio. E quando balena in loro la vera pace, la libertà dello spirito o la sicurezza, le rituffano immediatamente nel fondo, senza attaccarcisi» (Taulero, Sermone "Vigilate, quia nescitis horam quando dominus vester venturus sit").

 

torna all'indice

 

4.3. Il rischio ineliminabile

«Ah, l'uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico», scriveva Eugenio Montale (Non chiederci la parola che squadri da ogni lato... dalla raccolta "Ossi di seppia"). Non possiamo dirci sicuri e tranquilli. Chi gode della vita, certo sembra non abbisogni della Verità, o almeno lo fa solo quando non è più in tempo per provvedervi. Ce lo racconta la parabola di Lazzaro e dell'uomo ricco (Luca 16, 19-31): «C'era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; e c'era un mendicante, chiamato Lazzaro, che stava alla porta di lui, pieno di ulceri, e bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccargli le ulceri. Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abraamo; morì anche il ricco, e fu sepolto. E nell'Ades, essendo nei tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abraamo, e Lazzaro nel suo seno; ed esclamò: "Padre Abraamo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell'acqua per rinfrescarmi la lingua, perché sono tormentato in questa fiamma". Ma Abraamo disse: "Figlio, ricordati che tu nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di là si passi da noi". Ed egli disse: "Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli, affinché attesti loro queste cose, e non vengano anche loro in questo luogo di tormento". Abraamo disse: "Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli". Ed egli: "No, padre Abraamo; ma se qualcuno dai morti va a loro, si ravvedranno". Abraamo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita"» (Traduzione della Nuova Riveduta).

La vita non è solo divertimento fine a se stesso per chi se lo può permettere (inteso come deviazione, lontananza o distrazione dalla ricerca della Verità), ma è cosa estremamente seria, di cui essere responsabili, impegno unico ed irripetibile. Potremmo essere tranquilli visti che ora siamo in una condizione di benessere? E la nostra tranquillità ci assicura anche per il futuro? 

Mi è capitato di incontrare una pacificazione interiore apparente (o sostanziale per alcuni) nel corso della mia vita. Queste persone danno l'impressione che la loro vita testimoni una sicurezza e una tranquillità indistruttibili. Sono persone che vivono anche esperienze religiose forti, consacrati e che non mettono mai in discussione se stessi, i traguardi raggiunti e soprattutto il loro benessere (che può essere anche semplicemente di tipo spirituale). Ma io credo che tale non possa essere l'atteggiamento normale di chi crede veramente e sa che non si può dire come Gesù sulla croce: «Tutto è compiuto» (Gv 19, 30; cfr. anche più avanti al numero 6.3). La stessa fede che ora può sostenerci, lo farà anche in momenti peggiori, in situazioni gravose? La nostra è una fede a rischio, essendo un atto umano e non divino. Se è fede, non è visione chiara e pertanto il rischio c'è, nonostante tutte le rassicurazioni, soprattutto dinanzi ad eventi che esigono risposte non usuali. La fede incrollabile è una vera e propria credenza ingenua, al pari di tante altre banali questioni dell'esistenza. Non è quella che Dio esige da noi, quanto piuttosto un atteggiamento onesto di chi, pur nell'abbandono fiducioso, sa di non essere sicuro sempre e comunque e che il rinnegamento è a un passo dalle prime difficoltà.

Enzo Bianchi scrive a proposito del rischio della fede ("La fede è un rischio", Micromega 2 (2000), 75-84): «Anzitutto va detto che parlare della fede non significa parlare di Dio. La fede è un atto umano, umanissimo, che suppone una determinata comprensione di Dio, delle immagini del Dio a cui ci si affida. Altro è Dio, altra è la fede in Dio. [...] La fede cristiana è un rischio. Che a volte la fede cristiana sia stata o venga colta come "rassicurante" oppure sia stata o venga vissuta come riserva di certezze e come "rassicurazione", fino al punto da esser declinata come arroganza, pretesa e perfino come violenza, questo non toglie che la sua configurazione autentica, che trova nella fede di Gesù stesso il suo paradigma e il suo fondamento, è una fede non identificabile con una bacchetta magica e totalmente estranea a una sicurezza che toglie il dubbio o esime dalla ricerca. Anche Gesù, sulla croce, non ha visto rimosso da sé una dimensione di enigma, di incomprensibile. Un drammatico "Perché?" ha traversato la sua relazione con Dio: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34; Mt 27,46). La fede, in questo senso non può essere fatta giocare contro la ragione di cui la postmodernità avrebbe mostrato i limiti e le manchevolezze. Anche la fede, in realtà, non rimuove l'enigma e non rende tutto trasparente. "Anche un cristiano non conosce alcuna strada che aggiri il dolore, ma piuttosto una strada - insieme con Dio - che lo attraversi. Le tenebre non sono l'assenza, ma il nascondimento di Dio, in cui noi - seguendolo - lo cerchiamo e lo troviamo nuovamente" (E. Schichardt). È indubbio che la fede suscita una sicurezza, una certezza, ma questa non è dello stesso ordine della sicurezza razionale o filosofica: mai si tratterà di una sicurezza acquisita a partire da se stessi o al termine dei propri ragionamenti, ma di una fiducia che si pone in un altro da sé, anzi nella sua promessa. L'espressione "io so in chi ho messo la mia fiducia" (2Tm 1,12), mostra che la "certezza" della fede è tutta interna al rischio della fede, al suo movimento "estatico", al suo essere un'uscita da sé per affidarsi a Dio. Il credente trova la sua stabilità in tale movimento, che è rischio mortale: "Se non crederete non avrete stabilità" (Is 7,9). Ma che è anche il "bel rischio" di cui parla Clemente di Alessandria (Protrettico X,39) riprendendo l'espressione platonica (Fedone, 114d). E anche qui la bellezza di questo rischio trova la sua attestazione degna di fiducia nel rischio che Gesù stesso ha vissuto, secondo i Vangeli, giocando la totalità della sua esistenza nella dedizione a Dio e agli uomini. È la bellezza del rischio mortale della fede che echeggia le parole evangeliche: "Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà" (Lc 17,33). Senza questa dimensione, la fede viene soffocata in una sorta di "sistema assicurativo" e perde la propria vitalità, il proprio carattere di avventura e di novità, proprio perché troppo ingessata nelle proprie certezze da difendere o da imporre ad ogni costo. Senza una reale dimensione di rischio, di provvisorietà, di precarietà (parola da cui significativamente deriva "preghiera"), fidarsi di Dio diventa solamente un gioco di parole. E vorrei insistere sul fatto che la fede cristiana è fede nella resurrezione, non nell'immortalità: essa cioè attraversa tutta la tragicità della morte».

 

torna all'indice

 

5. Dove abita la Verità

"Chiesero all'Amico dov'era il suo Amato. Rispose: Lo troverete nella dimora più nobile tra tutte le cose nobili create; lo troverete nel mio amore, nei miei desideri e nei miei pianti (RL, 24).

"Dissero all'Amico: Dove vai? Vado dal mio Amato. Da dove vieni? Vengo dal mio Amato. Quando tornerai? Starò con il mio Amato. Quando starai con il tuo Amato? Fino a quando staranno in lui i miei pensieri" (RL, 25).

 

Per trovare la Verità non serve uscire di casa o da noi stessi. La Verità è molto più vicina a noi di quanto pensiamo. Il luogo per eccellenza è ciò che viene chiamato cuore, o interiorità, o intimità. È un luogo veramente privilegiato, in cui a ciascuno è dato di conoscere e sperimentare la Verità e l'Amore. Inviolabile, impenetrabile, immutabile: è il luogo per antonomasia. Ed è santo.

«La tradizione spirituale della Chiesa insiste [...] sul cuore, nel senso biblico di "profondità dell'essere" (Ger 31,33), dove la persona si decide o no per Dio» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 368). La parola cuore esprime l'unità profonda, sostanziale dell'uomo la quale è originaria per rispetto ai due distinti principi di cui l'uomo si compone (anima e corpo, spirito e materia). «L'unità dell'anima e del corpo è così profonda che si deve considerare l'anima come la "forma" del corpo; ciò significa che grazie all'anima spirituale il corpo composto di materia è un corpo umano e vivente; lo spirito e la materia, nell'uomo, non sono due nature congiunte, ma la loro unione forma un'unica natura» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 365). La parola cuore non è una semplice metafora per esprimere questa realtà totale, ma ne è il simbolo reale, nel senso che è quella realtà nella quale lo "spirito" si esprime.

Un vangelo apocrifo riporta le seguenti parole: "Se coloro che vi dirigono vi dicono: Ecco il regno di Dio è in cielo! Allora gli uccelli del cielo vi precederanno. Se vi dicono: È nel mare! Allora i pesci del mare vi precederanno. Il segno è invece dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete, allora sarete conosciuti e saprete che voi siete i figli del Padre che vive. Ma se voi non vi conoscete, allora sarete nella povertà, e voi sarete la povertà" (Vangelo copto di Tomaso, 3).

È scritto nel Vangelo di Luca: "Il regno di Dio non viene in maniera che si possa osservare, né si dirà "Eccolo qui" o "Eccolo là": poiché, ecco il regno di Dio è dentro di voi" (Luca 17, 20-21).

 

torna all'indice

 

5.1. Il Santo di ogni luogo

Ma non basta fermarsi qui: bisogna passare dal luogo santo al Santo di ciascun luogo. Non serve ritornare in se stessi, riflettere, pensare, ma occorre che tutti i nostri pensieri riposino nella Verità, nell'unico Pensiero che rende possibile il nostro pensare. "Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso; nell'uomo interiore abita la verità e, se troverai che la tua natura è mutevole, trascendi anche te stesso. Ma ricorda, quando trascendi te stesso, che trascendi l'anima razionale: tendi, pertanto, là dove si accende il lume stesso della ragione. A che cosa perviene infatti chi sa ben usare la ragione, se non alla verità? Non è la verità che perviene a se stessa con il ragionamento, ma è essa che cercano quanti usano la ragione" (Agostino, De vera religione, 39.72).

Più avanti [cfr. punto 9] si dirà meglio di come l'interiorità dell'uomo (o intimità, preferibilmente) è anche la sua trappola. Se è vero dunque che la Verità non va cercata fuori di noi, ma dentro la nostra intimità, è anche vero, come afferma Giovanni Romano Bacchin che «se l'uomo è in quanto tende, non in se stesso egli si trova, ma nel non trovarsi». Appare solo in superficie la contraddizione del percorso: l'uomo deve cercare la Verità non verso l'esterno, ma dentro di sé. Ma la propria natura è contraddittoria, come dice Agostino, confusa e mutevole. Allora è necessario il passo successivo, che è quello di trascendere nuovamente se stessi, negando la propria natura e rivolgendosi a Colui che non muta. Questo percorso, come scrive Emanuele Severino, si deve svolgere tutto all'interno della Verità (cfr. punto 2.1): altrimenti, non sarebbe un percorso vero e non vi condurrebbe mai. Tale dinamica, inoltre, si deve notare come sia comune a tutte le vocazioni spirituali, non essendo esclusivo del cristianesimo. In tante mistiche si può trovare il senso del distacco dalle cose del mondo presente e perfino del mondo a venire. Se si fa riferimento al Sufismo, ad esempio, si trovano pagine splendide in cui il distacco non è limitato alle sole cose terrene, ma anche a quelle ultraterrene, al cosiddetto premio o paradiso. Chi ama Dio veramente e la Verità dunque non può che desiderare Dio solo, togliendo tutto il resto. E arrivare perfino a pensare come Eckhart, chiedendo a Dio di liberarci anche del desiderio a Lui rivolto.

 

torna all'indice

 

6. Realtà e Verità

"Due sono i fuochi che mantengono vivo l'amore dell'Amico: l'uno è fatto di desideri, gioie e meditazioni; l'altro di timore, struggimento, lacrime e pianti" (RL, 45).

 

Non possiamo "sottrarci" veramente all'esistenza. Qualunque atto o volontà prodotti in questa direzione, finirebbero per confermarla, inevitabilmente. Poiché non è possibile togliere di mezzo, annullare la realtà dei fatti per mezzo di un altro fatto. Non resta da pensare che, invece, è proprio l'esistenza (questo star fuori rispetto alla Verità) a rendere realizzabile l'accesso al Vero, ad aprire per tutti le sue porte maestose.

La Verità, così come l'Amore, si comunica attraverso l'esistenza e non a prescindere da essa; si rivela nei fatti che la compongono, in quegli accadimenti che scorgiamo e in tutti gli altri eventi di cui spesso non ci rendiamo neppure conto. La Verità, pertanto, non si manifesta soltanto nella bellezza, nel piacere, ma anche nello struggimento, nel dolore - pur senza confondervisi -. Tutto viene svelato, il buono e il cattivo dell'esistenza, dalla presenza dell'Amore nella vita, presenza che contiene e sostenta ogni realtà particolare, visibile ed invisibile.

L'Amore, così come la Verità, è veramente diffusivo.

 

torna all'indice

 

6.1. Visibilità del Vero

Scrive Agostino: "La vita stessa si è resa visibile alla carne e si è posta nella condizione di essere veduta, affinché quelle cose che possono essere vedute solamente dal cuore venissero vedute anche dagli occhi per poter guarire i cuori. Colui che ha fatto il sole è prima del sole, è prima della stella del mattino, prima di tutti gli astri, prima di tutti gli angeli: egli è il vero creatore, "in quanto tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto"; ebbene, affinché potesse essere visto con quegli occhi della carne che vedono il sole, egli pose la sua dimora nel sole, ossia mostrò la sua carne nella manifestazione di questa luce" (Commento alla Prima lettera di Giovanni, Discorso 1, nn.1-2).

 

torna all'indice

 

6.2. Esperienza del Vero

«È dalla terra, dalla solidità, che deriva necessariamente un parto pieno di gioia e il sentimento paziente di un'opera che cresce, di tappe che si susseguono, aspettate con calma, con sicurezza. Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne» (Emmanuel Mounier). Commentando questa frase, Luigi Giussani scrive: «La condizione di un passaggio dal discorso all'esperienza o ad un'esperienza più profonda e più vasta, ad una minor fragilità nell'impatto con la realtà è una fatica reale nel prendere sul serio il "discorso". Ciò consiste nella traduzione in nesso con la realtà - in esperienza - dell'ideale, intendendo con ideale il contenuto del messaggio che ci ha colpito in un incontro e che, nella storia ha un nome, Cristo. Se l'incontro iniziale non avesse questo contenuto, la nostra fedeltà ad esso sarebbe uno sforzo che esaurisce. La traduzione in esperienza dell'ideale è il diventar carne e ossa, tempo e spazio. Questo è il punto reale della fatica: che diventino "vita" la stima e l'affezione a Cristo, che diventi esistenza l'amore a Cristo. La verità è ciò che ci è stato annunciato, Gesù Cristo, in cui tutto consiste. Ma soltanto se la verità nasce dalla carne c'è un parto pieno di letizia, la vita diventa feconda, un'opera che cresce nella pazienza - questa forza suprema e sublime dell'uomo che ha un ideale. Che la verità nasca dalla carne vuol dire che Cristo sia testimoniato e reso visibile dal nostro modo di alzarci al mattino, perché la carne è l'alzarsi al mattino; dal nostro modo di intrattenere i rapporti con gli altri, perché la carne è il modo di vivere i rapporti; dal nostro modo di andare a scuola o al lavoro, perché la carne è la strada che quotidianamente bisogna percorrere. Che la verità nasca dalla nostra carne significa che Cristo determini un cambiamento in noi che Lo riveli presente: un cambiamento nel rapporto con la persona amata, nel modo di guardare a sé, di sentirsi fluire dentro l'attaccamento all'esistenza, oppure di percepirsi tutti tremanti, nel modo di stancarsi o annoiarsi, nel modo di guardare al proprio passato e all'azione compiuta, o a questo presente, che sarebbe, di per sé, pieno di uggia, di aridità, di deserto, di niente. La verità che nasce dalla carne è un cambiamento di tutto ciò, perché non si comprende e non si arriva a Cristo se non dal di dentro di tale cambiamento. La presenza di Cristo qui ed ora è sperimentabile in e attraverso questi cambiamenti. Cristo è presente dentro il cambiamento della nostra carne, cioè della nostra umanità concreta. La sua potenza, la potenza della Sua presenza, è dentro l'esperienza presenti di un cambiamento, che è come un parto, cioè un'esperienza di generazione nuova, un'opera che cresce, fino a diventare una storia che rimane» (Appunti da una conversazione con un gruppo di universitari, febbraio 1989).

 

torna all'indice

 

6.3. La storia trasformata

Non è che nell'esperienza umana che la Verità diventa visibile: nell'atto di affidamento alla Verità, la vita cambia, la storia si modifica, anche se non in modo eclatante, ma solo impercettibilmente e di questo ci si rende conto forse soltanto a distanza, mediante uno sguardo retrospettivo. Tale modifica non prende la forma classica di una felicità terrena, ma acquisisce un aspetto diverso: nelle trame della vita è in qualche modo riscontrabile che la Verità ha compiuto la sua Opera. Il cambiamento è lento, la modifica non è subitanea: è un parto, che ha i suoi tempi e le sue attese. Il sentimento paziente che l'accompagna è essenziale alla sua realizzazione, al suo compimento. È una fatica reale, perché la Verità - che non è di questo mondo - si incarni nell'esistenza degli uomini, di ciascuno. Non occorre dunque abbandonare la realtà, ma rinnovarla con la fede nel Vero: credendo, la storia si trasforma. Ciò che sembra incerto diventa pieno di speranza e lucido; ciò che appare rovinoso agli occhi del mondo è conquista . La fede è attesa fiduciosa che la Verità si compia in tutti. È vedere, oltre il limite del visibile, che la storia umana diviene qualcosa di diverso dal presente o da ciò che è stato e che si apre verso un futuro denso di significato. È speranza che diviene realtà, finalmente.

Il risultato di tale presenza non è facilmente e comunque visibile. Pertanto, la difficoltà nel trovare la Verità nella vita è quella di non poter essere di-mostrata. Forse non è completamente vero quello che scrive Luigi Giussani a proposito della verifica del risultato. Si parla di un parto, pieno di dolore, che porta alla luce un'opera, una creatura. A volte capita che una madre muoia prima di vedere con i suoi occhi il bambino che ha generato. Così, spiritualmente, può capitare che una persona non riesca a vedere la tangibilità della sua fede, l'opera che la Verità ha compiuto nella persona che a lei si è affidata nell'atto intenzionale. Il compiersi dell'opera della Verità è questione che non ci appartiene. Non possiamo noi tutti dire ciò che ha detto Gesù Cristo, nell'ultima sua ora: "Tutto è compiuto". Non abbiamo questa coscienza che supera ogni capacità umana. Spesso l'equivoco più grande è quello di aspettare un risultato, quando non è avvenimento necessario ed indispensabile alla fede (cfr. sopra al numero 4.3).

Qui si comprende il senso del distacco, come capacità di accettare il buono e il cattivo dell'esistenza (il risultato visibile, ma anche il non risultato o comunque non immediatamente visibile) senza enfasi particolare, ma nello spirito del servizio alla Verità. Se la Verità ha deciso che non dobbiamo attenderci risultati, questo è da accettare comunque. Non ci deve far perdere la fede e la speranza che la Verità operi comunque e forse più intensamente in quelle creature che, affidandovisi in maniera totale, non devono, grazie al distacco raggiunto, attendere verifiche concrete all'opera della loro fede. Si aspettano soltanto che la Verità si compia, nei modi e nei tempi a lei propri, non con le nostre modalità e non necessariamente nel tempo che ci è dato vivere.

 

torna all'indice

 

7. Solitudine interiore

"Solitudine voleva l'Amico, e se ne andò a vivere solo per stare in compagnia del suo Amato. E con lui sta solo tra la gente. (RL, 46).

 

La paura della solitudine è paura di incontrarsi con la Verità. Vivere la solitudine, intesa non necessariamente dal punto di vista fisico, significa approfondire il mistero di noi stessi e quindi la Verità della vita. Spesso il nostro bisogno di stare insieme alle persone significa solo mascherare la paura di scoprirsi inadeguati nei confronti della Verità. Lo stare assieme assolve allora la funzione unica di distrarre la nostra attenzione dal Vero.

Scrive Miguel de Unamuno: "Si cerca la compagnia, la società niente altro che per sfuggire a se stessi, e così, fuggendo ciascuno da sé, non si incontrano mai gli uomini e parlano fra loro non come uomini, ma come ombre, come miserabili spettri. Gli uomini non parlano insieme, non conversano se non nei momenti di debolezza e di abbandono, come vuotandosi allora di sé, ed ecco perché non sono mai più soli di quando sono insieme, né più in compagnia di quando sono separati, divisi gli uni dagli altri" (Essayos, vol.VI).

 

torna all'indice

 

7.1. La Verità e l'Uno

La solitudine non deve essere "sopportata", ma vissuta pienamente come un dono che ci fa essere più vicini al Vero. Dio, infatti, è Uno. Ed essendo Uno è perfettamente solo. Ad imitazione del Dio Uno, è importante vivere l'esperienza della solitudine come dono profondo di comunione con l'Uno. D'altronde, in fondo a tutte le esperienze più vere della vita permane una solitudine che ci mette a confronto con noi stessi e pertanto con la Verità. Nessuno, inoltre, può entrare fino in fondo in decisioni e in ambiti che sono e devono rimanere riservati al singolo. Quindi, lungi dal ritenerla una maledizione, ogni solitudine (anche quella cercata) può essere un'occasione per coltivare la parte più nobile della persona. Non ci si può sottrarre a tale invito.

 

torna all'indice

 

7.2. Comunicare l'esperienza

D'altro canto, ogni esperienza profonda deve anche essere comunicata. Non si può tacere la Verità. La Verità non ama essere celata. Il termine stesso greco di Verità (alétheia) indica il suo "non essere nascosto" (cfr. paragrafo 1.1).

La Verità coltivata in solitudine ha bisogno dunque di trovare un ambito in cui sia possibile comunicarla, confrontando le varie esperienze (sempre relative) per giungere ad un arricchimento, essenziale a rendere vera la vita. 

Il problema più difficile da risolvere è proprio trovare un ambito privilegiato in cui sia possibile fare ciò. È vero che esistono molte comunità di vario livello (religiose, laiche) e molteplici iniziative che partono quasi sempre dal carisma di un fondatore o ispiratore che ne determina il percorso. Basta sfogliare repertori delle associazioni o comunità religiose per rendersi conto della vastità dell'offerta. Ma questo, a parer mio, soltanto in superficie. In realtà ogni associazione ripete il clichè usuale: più che essere ricercatori di verità in quegli ambiti, si finisce quasi sempre per difendere le verità acquisite o conquistate o di riferimento. In quegli ambiti si tende a difendere il già dato piuttosto che ricercare il non ancora

In questo modo, le molteplici esperienze che si possono realizzare in realtà sono soltanto un'esperienza unica ripetuta in vari ambiti. Si ripetono le stesse dinamiche di gruppo, le stesse affermazioni (a meno di sfumature che non differenziano più di tanto la sostanza dell'esperienza comune a tutti) e si finisce prima o poi, chi è nella seria intenzione della ricerca della verità, per rimanere delusi profondamente. Credo sia giunto il momento di ripensare radicalmente le esperienze dei movimenti o delle associazioni, in particolar modo laicali, che non hanno alcun merito se non quello di riportare all'ovile alcune pecore smarrite, prediligendo il numero alla qualità, l'assemblea alla solitudine, gli impegni alla riflessione, le risposte alle domande. Le stesse domande che invece si pone Enzo Bianchi (Editoriale, in Parola Spirito e Vita 1997, n.1, dal titolo "Cercare Dio"): «Il tema del quaerere Deum [cercare Dio] mi conduce a formulare una domanda alle comunità cristiane: sanno essere luoghi di ricerca di Dio? Sanno trasmettere l'arte della ricerca di Dio attraverso l'approfondimento delle Scritture? Sanno insegnare l'arte del discernimento grazie a cui si può riconoscere la presenza del Signore nel quotidiano? Sanno iniziare alla ricerca di Dio nella preghiera? Sanno essere spazi di ricerca di Dio nella carità, nell'incontro con il fratello? E nella Chiesa si lascia lo spazio e la libertà necessari allo studio e alla ricerca teologica? Dire che il Dio cristiano dev'essere cercato significa che ad esso e su di esso possono e devono essere poste domande. E questo non deve far paura! Dovrebbe spaventare maggiormente l'atteggiamento di chi ha sempre risposte pronte per ogni domanda... L'evangelizzazione, che oggi si scontra con una maggioranza di indifferenti, deve saper far fronte a quanti - e non son pochi - si interrogano con serietà sulla fede, magari ricominciando, dopo molti anni di lontananza, ad accostarvisi. Sanno, le comunità cristiane, far fronte alle richieste, spesso esigenti, di questi cercatori di Dio? E soprattutto, sappiamo noi tutti rispondere all'attesa di Dio che va in cerca di adoratori in spirito e verità (cf. Gv 4, 23)?» 

 

torna all'indice

 

7.3. Dinanzi all'Infinito

La paura della Verità è atterrimento di fronte all'infinità (silenzio eterno, spazi incommensurabili). Dinanzi all'illimitato, l'uomo è colto da un senso di vertigine, preso da una realtà immensa che lo avvolge. "Quando considero la piccola durata della mia vita inghiottita nell'eternità che la precede e la segue, il piccolo spazio che occupo e anche quello che vedo perduto nell'infinita immensità degli spazi che ignoro e che mi ignorano, mi atterrisce e mi stupisco di vedermi qua piuttosto che là, perché io sia oggi piuttosto che allora. Chi mi ci ha messo? Per ordine e per opera di chi questo luogo e questo tempo sono destinati a me?" (Blaise Pascal, Frammenti, 68).

 

torna all'indice

 

7.4. Distrazione

Scrive Rocco Parolini (Ascesi pascaliana, anelito di felicità, in Rivista di Ascetica e Mistica, 1998 (67), n. 1): "La più diffusa reazione a questo capogiro è il divertissement: la maggioranza degli uomini volge altrove i suoi pensieri, per fuggire la riflessione esistenziale. Ma questa non è, secondo Pascal, la via giusta verso la felicità: il divertissement (qualunque forma esso assuma) impedisce la crescita spirituale del soggetto, perché è solo una tecnica di occupazione del tempo, con l'unico, vero fine di rimuovere le domande esistenziali. A questo scopo, tutto ciò che distoglie dalla riflessione sul senso della vita può tornare utile: la ricerca scientifica, la carriera politica, il gioco, la musica... tutto questo, se precede e zittisce quelle domande, è divertissement. Si tratta di un circolo vizioso che, per sfuggire all'angoscia, rinuncia alla felicità e approda all'inquietudine cronica. La vita diviene un'altalena di piaceri e afflizioni passeggeri che si alternano senza senso". "Ma non è forse essere felici il poter essere rallegrati dal divertissement?" (Blaise Pascal, Frammenti, 132). "No; poiché viene da un altro luogo e dal di fuori; e quindi è dipendente e, in ogni caso, soggetto ad essere turbato da mille accidenti che rendono le afflizioni inevitabili [...]. La sola cosa che ci consola dalle nostre miserie è il divertissement. E tuttavia è la più grande di tutte le nostre miserie. È lui infatti che ci impedisce principalmente di pensare a noi stessi e fa sì che ci perdiamo insensibilmente. Senza di lui saremmo nella noia, e questa noia ci spingerebbe a cercare un mezzo più solido per uscirne, ma il divertissement ci distrae e ci fa arrivare insensibilmente alla morte" (Blaise Pascal, Frammenti, 414).

 

torna all'indice

 

8. La fede che conforta

"L'Amico temette che il suo Amato l'abbandonasse nel bisogno. E l'Amato disamorò l'Amico. Dolore e pentimento ne ebbe l'Amico in cuor suo; e l'Amato risvegliò speranza e carità nel cuore dell'Amico e nei suoi occhi lacrime e pianti, perché tornasse in lui l'amore" (RL, 49).

 

La fede nel Bene, nel Vero non è mai riposta inutilmente. Il maggior beneficio viene a chi crede e non alla Verità, inattaccabile dalle nostre convinzioni. Chi non crede è traditore, anche se in cuor suo si sente tradito. Il pianto vero è ritrovare il senso delle cose: non è la Verità ad abbandonarci, ma siamo noi a far finta che non esista, privando così noi stessi della sua consolazione, del suo Bene infinito. La fede non è mai senza conforto. Il conforto non è altro che la consapevolezza che l'amore di Dio non verrà mai meno, che è sempre compagno della nostra vita, che la fede si apre alla speranza che un giorno tutto sarà svelato e sarà dunque possibile vivere pienamente quell'amore ora soltanto promesso, accennato, intuito. 

«La fede riposa nella luce dell'intelletto, la speranza nella potenza ascendente, che sempre tende verso ciò che è più alto e più puro: la verità. Questa potenza è così libera e tanto rivolta all'alto, che non può sopportare costrizione alcuna. Il fuoco dell'amore invece riposa nella volontà» (Meister Eckhart, Sermone "Gioite nel Signore, gioite sempre").

 

torna all'indice

 

8.1. Quotidianità della fede

La fede non ha necessità di gesti clamorosi, di atti fenomenali per sostenersi: si nutre soltanto di perseveranza nella storia di ogni giorno. Spesso la tentazione di metterla alla prova in manifestazioni eclatanti e non invece nell'umile e paziente fatica quotidiana - nascosta magari agli occhi della moltitudine -, è tentazione potentemente diabolica.

Non c'è legame di continuità fra fede ed opere e fra opere e santità. Fede è sempre assentire alla Verità. Non fede che qualcosa di particolare accada, ma fede nel Bene che accade da sempre. Gli Ebrei usavano il termine "dabar" per indicare la Parola di Dio, che andava creduta. Dabar è parola, ma significa anche azione, evento, storia; infatti, la parola di Dio agisce - e si fa evento che incide nella storia - nel momento stesso in cui viene pronunciata: si dice che è parola efficace. Per mezzo della parola (dabar) fu fatto il cielo, la terra e quanto contiene. Ogni promessa (= parola) di Dio viene mantenuta.

Pensando, per analogia, tale discorso per l'uomo, chi crede opera già per il solo fatto di credere. Spesso la fede più grande - ammesso che si possa fare una valutazione quantitativa - è quella che non opera che se stessa, fede nuda esposta ad ogni rischio, umano e divino, ferma nell'intenzione di immergersi nelle profondità abissali della Verità.

 

torna all'indice

 

8.2. Fede ed opere

Il difficile rapporto fra fede ed opere risulta essere essenziale alla comprensione del senso globale della vita. Infatti, se le opere giudicano la fede (Giacomo 2,18), non è sempre e comunque vero nella storia di molti uomini spirituali. La fede non può essere sostenuta dalle buone opere. O meglio, non può la fede (invisibile) essere sostenuta da risultati (visibili). Non si può essere sicuri che, almeno per il breve tempo della nostra vita, si verifichino risultati concreti a supporto di quanto si crede . In tal modo, pur se la fede ne risulta rafforzata, mancando il risultato visibile, non per questo la fede deve crollare. La fede sostiene il formarsi delle opere e non viceversa. Senza fede, ogni opera è attività umana senza futuro e senza Verità. Con la fede, indipendentemente dalle opere realizzate, ogni creazione (non necessariamente percepibile con i limiti spazio-temporali) diventa partecipazione all'opera più grande del Creatore. La fede è dunque come un'energia positiva che, penetrando la realtà apparente, la trasforma, prima o poi, in realtà Vera.

Scrive Giovanni della Croce: "Quelli che sono molto attivi e che pensano di abbracciare il mondo con le loro prediche e con le loro opere esteriori ricordino che sarebbero di maggior profitto per la Chiesa e molto più accetti a Dio, senza parlare del buon esempio che darebbero, se spendessero almeno la metà del tempo nello starsene con Lui in adorazione. Certamente allora con minor fatica otterrebbero più con un'opera che con mille per il merito della loro orazione e per le forze acquistate in essa, altrimenti tutto si ridurrà a dare vanamente colpi di martello e a fare poco più che niente, talvolta anzi niente e anche danno. Dio non voglia che il sale diventi insipido, poiché allora quantunque sembri che produca all'esterno qualche effetto buono, di fatto non fa niente, essendo certo che le buone opere non si possono fare se non in virtù di Dio" (Cantico Spirituale B, Strofa 29,3).

 

torna all'indice

 

9. Fra Cielo e Terra

"Il cuore dell'Amico volò verso le vette dell'Amato, per non avere impedimenti ad amare nell'abisso del mondo. E quando fu con l'Amato lo contemplò nella gioia; e l'Amato lo fece scendere nel mondo perché lo contemplasse nella pena e nella tribolazione" (RL, 56).