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Imitazione Di Cristo

Enciclopedia Italiana Treccani

IMITAZIONE DI CRISTO (De Imitatione Christi). - Libro di pietà del cattolicesimo, celeberrimo per la diffusione enorme e per le polemiche destatesi intorno al suo autore. L'opera non sempre ci è data, dai codici e dalle prime stampe, intera e nell'ordine in cui oggi l'abbiamo. Così come ora è, risulta di quattro libri: il primo, di 25 capitoli col titolo Admonitiones ad spiritualem vitam utiles; il secondo, di 12, Admonitiones ag interna trahentes; il terzo, di 49, De interna consolatione; il quarto, di 18, Devota exhortatio ad sacram comunionem

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La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti

 

L'Imitazione di Cristo

 

Hieronymus Bosch, L'andata al Calvario, Madrid, Palacio Real

Hieronymus Bosch, L'andata al Calvario, Madrid, Palacio Real

 

 

«Felice colui che viene ammaestrato direttamente dalla verità, così come essa è, e non per mezzo di immagini o di parole umane; poiché la nostra intelligenza e la nostra sensibilità spesso ci ingannano, e sono di corta veduta.»
(L'Imitazione di Cristo, Libro I, 3, 1)

 

 

Indice

BREVE ANTOLOGIA:

 

 

Bibliografia

 

  • Ugo Nicolini (cur.), L'Imitazione di Cristo, Edizioni Paoline, 1978 (con prefazione di Enzo Bianchi)

  • Giulio Olivo, Luigi Crotti (cur.), L'imitazione di Cristo, Shalom, 1997

 

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NOTA INTRODUTTIVA

Libro ascetico di uno o più Anonimi del Medioevo (al di là delle varie e contestabili attribuzioni personali, tra cui figurano Tommaso da Kempis o Jean Gerson) è ancora valido ai tempi nostri per la sua profondità semplice, attenta al quotidiano dell'uomo e alle sue esigenze di pace, consolazione e serenità. È stato definito a ragione come un gioiello di teologia ascetica e mistica del tardo Medioevo. Vale la pena di leggerlo e meditarlo per i passaggi di una forte bellezza espressiva, per la profonda densità meditativa e per i motivi di consolazione e di incoraggiamento che, di sicuro, aiutano ciascuno nella difficile vita di ogni giorno.

Il testo si divide in quattro parti:

 

1. Esortazioni utili per la vita dello spirito: scrive Enzo Bianchi che l'autore si discosta dalla speculazione teologica proponendo «il ritorno al primato assoluto della carità e la conformità a Cristo attraverso il distacco dalle cose visibili, la ricerca della verità attraverso il superamento e il rinnegamento di se stessi, l'ascesi dell'obbedienza per ottenere la pace interiore, la contrizione del cuore fondata sull'osservazione della miseria umana limitata comunque dalla morte».

 

2. Esortazioni che introducono alla vita interiore: si tratta delle «sofferenze necessarie per entrare nel regno di Dio, sofferenze come rivelazione dell'amicizia con il Cristo patiens. Come "via regale" è proposta quella della croce fino al martirio».

 

3. La consolazione interiore: c'è la ricerca della volontà di Dio e del conseguente agire etico individuale che ne può derivare. C'è «l'attenzione fortissima all'opera della grazia, evidenziata anche da preghiere che il discepolo fa per ricevere come dono dal Signore il volere e l'operare, e poter vivere nell'amicizia di Cristo, e nel regime dell'amore puro».

 

4. Consigli per la santa comunione: «espone gli esercizi alla santa comunione e rivela l'importanza grande del sacramento dell'altare per la vita del cristiano, sottolineando il cammino psicologico della pratica eucaristica più che il rendimento di grazie nei confronti del mistero».

 

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Antologia

 

FORTI NELL'AMORE  (Libro III, 5,2-4)

«Chi è forte nell'amore, regge alle tentazioni e non crede alla suadente furbizia del nemico. Come gli sono caro nella prosperità, così gli sono caro nelle avversità. Chi è saggio nell'amore non guarda tanto al pregio del dono, quanto all'amore di colui che dona. Guarda più all'affetto che al prezzo, e pone tutti i doni al di sotto della persona amata. L'amore è sollecito, sincero e devoto; lieto e sereno; forte e paziente; fedele e prudente; longanime, virile e sempre dimentico di sé; ché, se uno cerca se stesso, esce fuori dall'amore. L'amore è attento, umile e sicuro; non fiacco, non leggero, né intento a cose vuote; sobrio, casto, costante, quieto e vigilante nei sensi. L'amore è sottomesso, basso e disprezzato ai suoi propri occhi; devoto e grato a Dio. In Dio confida e spera sempre, anche quando non lo sente vicino, perché non si vive nell'amore senza dolore. Colui che non è pronto a soffrire ogni cosa e ad ubbidire al suo Diletto, non è degno di essere chiamato uomo d'amore; questi deve abbracciare con slancio tutte le avversità e le amarezze per il suo Diletto, senza da ciò deflettere, qualsiasi evenienza si frapponga».

 

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DISTACCO  (Libro III, 31,1)

«Finché una qualsiasi cosa mi trattenga non potrò liberamente volare a te. E liberamente volare a te era, appunto, l'ardente desiderio di colui che esclamava: "Chi mi darà ali come di colomba, e volerò, e avrò pace?" (Salmo 54,7) Quale pace più grande di un occhio puro? Quale libertà più grande di quella di chi non desidera nulla di terreno? Occorre dunque passare oltre ad ogni creatura; occorre tralasciare pienamente se stesso, uscire spiritualmente da sé; occorre capire che tu, che hai fatto tutte le cose, non hai nulla in comune con le creature. Chi non è libero da ogni creatura, non potrà attendere liberamente a ciò che è divino. Proprio per questo sono ben pochi coloro che sanno giungere alla contemplazione, perché pochi riescono a separarsi appieno dalle cose create, destinate a perire. Per giungere a ciò si richiede una grazia grande, che innalzi l'anima e la rapisca più in alto di se medesima. Ché, se uno non è elevato nello spirito e libero da ogni creatura; se non è totalmente unito a Dio, tutto quello che sa e anche tutto quello che possiede non ha grande peso. Sarà sempre piccolo e giacerà a terra colui che apprezza qualcosa che non sia il solo, unico, immenso ed eterno bene. In verità ogni cosa, che non sia Dio, è un nulla, e come un nulla va considerata».

 

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DIO, RIFUGIO DELL'UOMO  (Libro III, 59,2)

«In te, dunque, o Signore Dio, ripongo tutta la mia speranza; in te cerco il mio rifugio; in te rimetto tutte le mie tribolazioni e le mie difficoltà, ché tutto trovo debole e insicuro ciò che io vedo fuori di te. Non mi gioveranno, infatti, i molti amici; non mi saranno di aiuto coloro che vengono a soccorrermi, per quanto forti; non mi potranno dare un parere utile i prudenti, per quanto saggi; non mi potranno dare conforto i libri dei sapienti; non ci sarà una preziosa ricchezza che mi possa dare libertà; non ci sarà luogo ameno e raccolto che mi possa dare sicurezza, se non sarai presenti tu ad aiutarmi, a confortarmi, a consolarmi; se non sarai presente tu ad ammaestrarmi e a proteggermi. In verità, tutte le cose che sembrano fatte per dare pace e felicità non sono nulla e non danno realmente felicità alcuna, se non ci sei tu. Tu sei, dunque, l'ultimo termine di ogni bene, il supremo senso della vita, la massima profondità di ogni parola. Sperare in te sopra ogni cosa è il maggior conforto di chi si è posto al tuo servizio».

 

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L'UNICO MAESTRO  (Libro III, 2,1-2)

«"Parla, o Signore, il tuo servo ti ascolta" (1 Samuele 3,10). "Io sono il tuo servo; dammi luce per apprendere quello che tu proclami" (Salmi 118, 125). Disponi il mio cuore alle parole della tua bocca; il tuo dire discenda come rugiada. Dissero una volta a Mosè i figli di Israele: "Parlaci tu, e potremo ascoltarti; non ci parli il Signore, affinché non avvenga che ne moriamo" (Esodo 20,19). Non così, la mia preghiera, o Signore. Piuttosto, con il profeta Samuele, in umiltà e pienezza di desiderio, io ti chiedo ardentemente: "Parla, o Signore, il tuo servo ti ascolta" (1 Samuele 3,10). Non mi parli Mosè o qualche altro profeta; parlami invece tu, Signore Dio, che ispiri e dai luce a tutti i profeti: tu solo, senza di loro, mi puoi ammaestrare pienamente; quelli, invece, senza di te, non gioverebbero a nulla. Possono, è vero, far risuonare parole, ma non danno lo spirito; parlano bene, ma, se tu non intervieni, non accendono il cuore; lasciano degli scritti, ma sei tu che ne mostri il significato; presentano i misteri, ma sei tu che sveli il senso di ciò che sta dietro al simbolo; emettono ordini, ma sei tu che aiuti ad eseguirli; indicano la strada, ma sei tu che aiuti a percorrerla. Essi operano solamente all'esterno, ma tu prepari e illumini i cuori; essi irrigano superficialmente, ma tu rendi fecondi; essi faranno risuonare delle parole, ma sei tu che aggiungi all'ascolto il potere di comprendere. Non mi parli dunque Mosè; parlami tu, Signore mio Dio, verità eterna, affinché, se ammonito solo esteriormente e privo di fuoco interiore, io non resti senza vita e non mi isterilisca; affinché non mi sia di condanna la parola udita ma non tradotta in pratica, conosciuta ma non amata, creduta, ma non osservata».

 

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LO SGUARDO DI DIO  (Libro III, 8,1-2)

«"Che io osi parlare al mio Signore, pure essendo polvere e cenere" (Genesi 18,27). Se avrò avuto troppo grande opinione di me, ecco tu mi starai dinanzi e le mie iniquità daranno testimonianza del vero, contro di me; né potrò controbattere. Se invece mi sarò considerato cosa da poco - riducendomi a un nulla, liberandomi da ogni reputazione di me stesso, facendomi polvere, quale sono - la tua grazia mi sarà propizia e la tua luce sarà vicina al mio cuore. Così ogni stima, anche minima, svanirà per sempre, sommersa nell'abisso della mia umiltà.

In tal modo, o Dio tu mi mostri a me stesso: che cosa sono e che cosa fui, a che giunsi. Sono un nulla, e neppure me ne rendo conto. Lasciato a me stesso, ecco il nulla; tutto è manchevolezza. Se, invece, d'un tratto, tu guardi a me, immediatamente divento forte e pieno di nuova gioia. Ed è cosa veramente meravigliosa questo sentirmi così improvvisamente sollevato, e così amorosamente abbracciato da te; ché, per la mia gravezza, sono portato sempre al basso. È opera, questa, del tuo amore: senza mio merito esso mi viene incontro, mi aiuta in tante mie varie necessità, mi mette al riparo da ogni grave pericolo e mi strappa da mali veramente innumerevoli.

Mi ero perduto, amandomi di un amore davvero non retto; invece, cercando soltanto te, e con retto amore, ho trovato, ad un tempo, e me stesso e te. Per tale amore mi sono sprofondato ancor di più nel mio nulla; perché sei tu che, nella tua grande bontà, vai, nei miei confronti, al di là di ogni merito, e al di là di quello che io oso sperare e chiedere.

Sii benedetto, o mio Dio, perché, quantunque io non sia degno di alcun dono, la tua magnanimità e la tua infinita bontà non cessano di largire benefici anche agli ingrati, che si sono allontanati da te. Portaci di nuovo a te, affinché siamo pieni di gratitudine, di umiltà e di devozione. Tu sei infatti di nostro sostegno, la nostra forza, la nostra salvezza.»

 

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L'UOMO INTERIORE (Libro II, 1,3)

«L'uomo che ama Gesù e la verità, l'uomo veramente interiore e libero da desideri contrari alla suprema volontà, può volgersi a Dio senza impacci, e innalzarsi in spirito sopra se stesso, ricavandone una pace ricca di frutto. Veramente saggio e dotto di una dottrina spirituale impartita da Dio più che dagli uomini, è colui che stima tutte le cose per quello che sono, non per quello che se ne dice nei giudizi umani.

Se uno sa procedere secondo la guida interiore, evitando di valutare le cose secondo i criteri del mondo, non si perde nel ricercare il luogo adatto o nell'attendere il tempo opportuno per dedicarsi ad esercizi di devozione. Se uno ha lo spirito di interiorità, subito si raccoglie in se stesso, giacché non si disperde mai del tutto nelle cose esterne. Per lui non è un ostacolo un lavoro che gli venga imposto né una occupazione che, in quel momento, appaia doverosa; giacché egli sa adattarsi alle situazioni, così come esse si presentano.

Colui che è intimamente aperto e rivolto al bene, non bada alle azioni malvagie degli uomini, pur se possano apparire mirabili; infatti, quanto più uno attira a sé le cose esteriori, tanto più resta legato, e distratto da se medesimo. Se tutto fosse a posto in te, e tu fossi veramente puro, ogni cosa accadrebbe per il tuo bene e per il tuo vantaggio; che se molte cose spesso ti sono causa di disagio o di turbamento, è proprio perché non sei ancora perfettamente morto a te stesso e distaccato da tutto ciò che è terreno. Nulla insozza e inceppa il cuore umano quanto un amore non ancora purificato, volto alle cose di questo mondo; se invece tu rinunci a cercare gioia in ciò che sta fuori di te, potrai contemplare le realtà celesti e godere frequentemente di gioia interiore.»

 

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