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La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti

 

Charles de Foucauld

 

Michail Larionov, Paesaggio immaginario, 1908

Michail Larionov, Paesaggio immaginario, 1908

 

 

«Il regno del cielo è per noi, è pronto per noi. Non attacchiamoci dunque alle cose della terra, che assomigliano così poco a un regno. Che pazzia attaccarci a questo, noi re, noi possessori del regno celeste!»
(Charles de Foucauld, Opere)

 

 

 

Indice

 

 

 

Bibliografia

 

Libri di Charles de Foucauld:

  • Opere spirituali, San Paolo Edizioni, Roma 1997 [da cui sono tratti alcuni brani antologici]

  • Solo con Dio in compagnia dei fratelli. Itinerario spirituale dagli scritti, Paoline Editoriale Libri, 2002

  • Per una fraternità universale, Queriniana, 2001

  • Gridare il Vangelo con la vita, Gribaudi, 1970

  • Il Vangelo presentato ai poveri, Gribaudi, 1971

Saggi:

  • AA.VV., Charles de Foucauld. L'eloquenza di una vita secondo l'evangelo, Edizioni Qiqajon, Magnano 2003

  • Jea-François Six, Charles de Foucauld, sta in G.Ruhbach - J.Sudbrack, Grandi mistici. Dal 300 al 1900, EDB, Bologna 1987,2003, pagg. 461-482

  • René Vouillaume, Charles de Foucauld e i suoi discepoli, San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo 2001

  • Jean-Jacques Antier, Charles de Foucauld, Piemme, Milano 1999

  • Denise e Robert Barrat, Charles de Foucauld e la fraternità, Paoline Editoriale Libri, 1991

 

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Nota Biografica

 

  • Charles de Foucauld (Fratel Carlo di Gesù) nasce a Strasburgo il 15 settembre 1858, con il nome di Charles Eugène de Foucauld da un'antica e ricca famiglia. Rimane orfano di entrambi i genitori a cinque anni. L'eredità, di cui entra in possesso maggiorenne, viene quasi subito dilapidata. Entra nell'esercito e diventa ufficiale di cavalleria. Partecipa ad una spedizione in Algeria. Nel 1872 si ritira dall'esercito per dedicarsi ad un viaggio di esplorazione nel Marocco. Entra in contatto con la religione islamica e viene affascinato dalla solitudine del deserto. 

  • Tornato si converte, grazie all'esempio della cugina Maria de Bondy e all'abate Huvelin, che diventerà suo direttore spirituale, negli ultimi giorni dell'ottobre 1886. Da subito si sente chiamato alla vita religiosa. Consigliato di fare un pellegrinaggio in Terra Santa vi si reca nel 1889 e successivamente visita in ritiro spirituale la Trappa di Nostra Signora delle Nevi. Entra nell'ordine il 16 gennaio 1890, ma richiede di recarsi in Siria, nella Trappa di Cheikhlé, presso Akbés, monastero poverissimo in cui, nel febbraio del 1892, fa la sua professione. 

  • Poco tempo dopo la professione iniziano le inquietudini: comincia gli studi di teologia, mentre vorrebbe dedicarsi "alla pratica della povertà, dell'abiezione, della mortificazione, dell'imitazione di Nostro Signore" ed al lavoro manuale. Nel 1893 è deciso ad abbandonare l'ordine sulla base del fatto che "non era possibile, alla Trappa, condurre la vita di povertà, di abiezione, di distacco effettivo, di umiltà, di raccoglimento di Nostro Signore a Nazareth". I suoi superiori, insieme al direttore spirituale Huvelin si spaventano della determinazione con cui Charles vorrebbe praticare le virtù. Solo nel 1896, riconoscendo che l'impulso da cui è mosso è irresistibile, gli permette di seguire quella via che lo condurrà alla sua Nazareth, senza però pensare a una Congregazione. Nel 1897 fa voto di castità e povertà perpetue e nel febbraio del 1897 si reca in Terra Santa, vestito come un povero.

  • Lì viene accettato come domestico delle Clarisse, alloggiando in una capanna fatta d'assi, fuori della clausura. Scrive in quel periodo: "Io non posso concepire l'amore senza un bisogno imperioso di conformità, di rassomiglianza e soprattutto di partecipazione a tutte le pene, a tutte le difficoltà, a tutte le durezze della vita." Il suo ideale è sempre più quello di imitare il suo Maestro e qui sta l'essenza della sua vocazione. Tre desideri lo accompagnano: lavorare per il bene delle anime, ricevere il sacerdozio, ritrovare l'obbedienza istante per istante. Cerca un compagno con cui condividere queste aspirazioni, ma inutilmente. Cerca di acquistare, senza riuscirvi, il Monte delle Beatitudini (Tabor), per potersi stabilire lì e vivere da eremita.

  • Torna in Francia e si prepara per l'ordinazione sacerdotale che avverrà il 9 giugno 1901. Con l'intento di ritornare in Marocco, si stabilisce a Béni-Abbès, in Algeria. In dicembre celebra la sua prima messa nella cappella di un complesso (un fortino e un'oasi) da lui costruita "con mattoni murati a secco e tronchi di palma". È autorizzato a fondare una nuova famiglia religiosa col nome di «Piccoli Fratelli del Sacro Cuore di Gesù», "destinata ad adorare giorno e notte la santa Eucaristia perpetuamente esposta, nella solitudine e nella clausura, nei paesi di missione, nella povertà e nel lavoro". Pensa anche alla fondazione delle «Piccole Sorelle» sulla base di un testo della Regola redatta nel 1899 a Nazareth. In questo periodo, riscatta alcuni schiavi, si preoccupa dell'evangelizzazione dei Tuareg, studiando la loro lingua e traducendo i Vangeli in lingua tamahaq, dopo aver visitato la loro terra, l'Hoggar. 

  • Nell'agosto del 1905 si stabilisce in maniera definitiva a Tamanrasset (Sahara algerino) per "diventare l'amico di un popolo abbandonato". Costruisce un eremitaggio (Asekrem) nel 1910 a oltre 2600 metri di altitudine. Diventerà a poco a poco il suo Monte delle Beatitudini che egli cercava. La solitudine è sempre più profonda, nonostante le continue visite dei Tuareg, ma il suo intento di ricercare compagni per la sua Opera rimane infruttuoso. La fondazione dei "Piccoli Fratelli" tarda ad arrivare. Le cose che lui chiede ai suoi futuri compagni sono tre: «1. essere pronti a dare il loro sangue senza resistenza; 2. essere pronti a morire di fame; 3. obbedirmi nonostante la mia indegnità». La mattina di venerdì 1° dicembre 1916, giorno della sua morte, viene tradito e tirato fuori con violenza dall'eremo. Messo in ginocchio, le braccia legate dietro al dorso e attaccate alle caviglie, resta in preghiera mentre alcuni Tuareg saccheggiano. Viene successivamente interrogato con un fucile puntato alla testa. All'arrivo di altre persone, il guardiano, sconvolto, spara e Charles de Foucauld cade su un fianco. Viene spogliato completamente dei vestiti e gettato nel fosso che circonda l'eremo. In un taccuino che gli serviva da promemoria aveva scritto all'inizio: "vivi come se dovessi morire martire oggi".

  • Solo dopo 17 anni dalla sua morte, su iniziativa di René Voillaume, nascono a El Abiod Sidi Scheik i Piccoli Fratelli di Gesù e nello stesso anno le Piccole Sorelle del S. Cuore di Gesù a Montpellier. Le Piccole Sorelle di Gesù nascono nel 1959 con la piccola sorella Magdeleine e nel 1950 le fraternità sacerdotali e secolari. Nel 2002 si contano diciannove differenti fraternità fra laici, preti, religiosi e religiose sparsi nel mondo.

  • Il processo canonico inizia il 16 febbraio 1927 presso la diocesi di Ghardaïa da mons. Nouet. Dopo una lunga serie di vicissitudini si arriva al deposito del materiale presso la Congregazione per le cause dei Santi il 25 luglio 1995. Dopo la nomina della Commissione avvenuta nel giugno del 2000, il 24 aprile 2001, Giovanni Paolo II dichiara Venerabile il Servo di Dio Charles de Foucauld e il 13 novembre 2005 viene dichiarato Beato da papa Benedetto XVI.

 

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Spiritualità: introduzione

 

Ritratto di Charles de Foucauld

Ritratto di Charles de Foucauld

 

Scrive il Dizionario di mistica (a cura di L. Borriello e altri, citato nella pagina bibliografica):

«Il messaggio spirituale che egli lascia in eredità a quanti vorranno essere come lui imitatori del "Modello Unico", si articola:

1. sull'esperienza di una vita tesa alla conformità al Cristo, centrata specialmente sulla povertà (con tratti che lo avvicinano a Francesco di Assisi), sulla spogliazione interiore (sulla base delle opere di Teresa d'Avila e Giovanni della Croce) e sull'abiezione della croce, quale forma totale di abbandono alla volontà del Padre;

2. sull'esperienza di una vita nascosta con Cristo in Dio nella casa di Nazareth, dove il nascondimento è costituito da una quotidianità umile e semplice, laboriosa e orante, obbediente e accogliente, e dal sentimento della propria piccolezza davanti a Dio e alla propria missione. E come la vita di Nazareth è illuminata dalla presenza del Figlio di Dio, così nello stile di Nazareth praticato a Béni Abbès, all'Asekrem, a Tamanrasset, sarà la presenza eucaristica a dar significato, direzione e vigore alla sua preghiera contemplativa;

3. sull'esperienza di una vita posta sotto il segno della fraternità universale, verso tutti, soprattutto verso i più poveri. In questa rispettosa apertura e in questa condivisione fraterna egli vede l'attuarsi dell'incontro con Gesù povero. Questa esperienza gli consente, inoltre, di farsi solidale con la condizione di chi lavora, lavorando e cercando di promuovere condizioni più umane di vita, sempre in una prospettiva che resta evangelica, al di là delle implicazioni sociali che comporta.

Charles de Foucauld sottolinea, inoltre, il primato di Gesù Cristo su tutto, annunciato con la vita, comunicato nel mistero segreto e forte di una vicinanza fedele, come Maria nella visitazione: il silenzio, la piccolezza, la povertà, l'universalità fraterna.»

 

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Il percorso mistico

 

Come scrive Jean-François Six, Charles de Foucauld mostra una grande cultura, pur non essendo un pensatore astratto. Non appartiene ai mistici dell'essenza, come Suso o Giovanni della Croce, quanto a quelli dell'esistenza, come Francesco d'Assisi o Teresa di Lisieux. Forse non ha elaborato un nuovo messaggio spirituale, quanto ha dato testimonianza di essere un mistico del Vangelo. Charles de Foucauld desidera imitare i trenta anni di vita nascosta di Gesù a Nazareth. Questa è la sua intenzione fondamentale, che rimarrà tale in tutto il suo sviluppo. Egli desidera vivere il Vangelo in modo nascosto e silenzioso, non predicandolo direttamente. Foucauld si pone sul versante di una "mistica della notte", della kénosis, dell'estraniamento di Dio, del suo silenzio in cui si conosce più chiaramente quanto più grande è il nascondimento. 

  • Via purgativa: il suo è un percorso di sofferenza comune ai più. Colpiti da una serie continua di lutti quando era piccolo, Foucauld vive la morte come parte essenziale della sua esistenza. Tutta l'esperienza di conversione successiva ai primi momenti (tutti dediti all'esplorazione della vita, delle culture e delle persone) è un turbinio di sensazioni e di provocazioni. L'ingresso nella Trappa dal 1890 al 1896 è dapprima un luogo di quiete e di consolazione, poi, dopo la professione è inquieto: ama la vita semplice e non tanto gli studi, che ritiene "non valgono la pratica della povertà, dell'abiezione, della mortificazione, dell'imitazione de Nostro Signore, e infine quanto ci dà il lavoro manuale". Egli cerca dunque, nonostante l'obbedienza, la beatitudine della povertà che lo condurrà tra il 1897 e il 1900 a Nazareth, vestito come un povero, alloggiato in una capanna d'assi, fuori della clausura. 

  • Via illuminativa: Nazareth è l'intuizione fondamentale che si realizza a gradi: in un primo momento cerca di tradurre in pratica la somiglianza alla lettera. Egli vuole vivere quella povertà concreta, assumendo in prima persona, alla lettera, il ruolo del carpentiere Gesù. Nel vangelo cerca tutto ciò che rimanda a quella povertà, all'umiliazione del Figlio di Dio che si è fatto uomo. Certo di quello che affermava l'abate Huvelin, suo direttore spirituale, "Gesù Cristo ha preso talmente l'ultimo posto, che nessun uomo ha più potuto toglierglielo". Foucauld ha voluto applicare a sé queste parole nel modo più rigoroso possibile, con una radicalità e un impegno che non ha mai conosciuto compromessi. Ed arriva alla convinzione che questo cammino di Nazareth, che nessuna comunità ecclesiastica sembra aver mai percorso, deve essere vissuto nella chiesa. Dal 1893 è spinto dal proposito di fondare una comunità destinata a realizzare con lui la vita secondo lo stile di Gesù a Nazareth. La comunità che egli desidera deve essere presente per i poveri. Egli rifiuta la differenza che si fa nelle comunità monastiche tra occupazione manuale e spirituale, fra padri e fratelli. Tutti, senza eccezione, devono fare un lavoro manuale, così come Gesù, che "ha lavorato con le sue mani". I conventi devono restare piccole comunità, al fine di evitare che un gran numero significhi anche una certa importanza, un certo ruolo. Non si possono possedere beni, né personali né comunitari. Tutti devono mantenersi attraverso un lavoro manuale e non ricevere elemosine o altri aiuti esterni.

  • Notte dello spirito: Nazareth e la vita di nascondimento è anche il prosieguo della sua vita spirituale. Egli, nonostante le varie formulazioni di regole di vita, non avrà compagnia di alcuno. Il tema della solitudine viene ripetuto più volte nelle sue Lettere, che ne parlano sempre in termini di sofferenza, comunque arricchita dalla presenza di Cristo, che mai delude e mai abbandona. Eppure, la sua è un'esperienza reale di abbandono, nei suoi propositi, nelle sue regole, ma non nella sua ispirazione. Tutto ciò che voleva vivere era il nascondimento agli occhi del mondo e tale è avvenuto, pur nella sofferenza di una via esigente che si era imposta. Dio non delude e nel momento in cui Foucauld desiderava vivere in quel modo, egli lo ha accontentato. Foucauld non trova persone disposte a condividere con lui questa intuizione e lo stesso abate Huvelin cerca di dissuaderlo a scrivere regole di vita per altri. Egli resta solo nel deserto. Egli proprio allora desidera un contatto ancora più intenso con le persone che vivono vicino a lui, nel deserto, per meglio conoscerli. Ma si sente soltanto un ospite, pur essendo benevolmente accolto. Quando muore nessuno si accorge di quanto era avvenuto. L'associazione, fondata nel 1916, contava appena 49 membri. Da questo piccolo nucleo nasce tutto ciò che aveva desiderato. 

  • Via unitiva: Il mistero di Nazareth e della vita nascosta è in realtà il mistero della stessa incarnazione di Cristo, che è opera di redenzione. Ossia i modi in cui Cristo ci è narrato nella sua esperienza ordinaria, prima degli anni di predicazione fino al sacrificio finale, sono le stesse modalità del Figlio eterno nei nostri confronti: le parole e i gesti che ci riguardano, i tratti e i segni nei quali interloquisce con noi e agisce in favore degli uomini. Pertanto il canone evangelico non è la semplice fonte storica della rivelazione pubblica, bensì il modo permanente della relazione personale. La sequela e l'imitazione del Signore si ricompongono nell'unico tratto affettivo del legame d'amore. Imitare Cristo significa dunque rivivere il mistero della salvezza che è venuta per tutti coloro che, poveri, indifesi, soli, abbandonati, privi di speranza e di futuro, aspettavano che il mistero si rivelasse, che la vita si rendesse visibile agli occhi del corpo e del cuore. L'esperienza della vita di Foucauld è la stessa esperienza di salvezza di Cristo. Fino alla morte finale per mano di chi amava. 

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Nota ai testi proposti

 

Quasi tutte le pagine scritte da Charles de Foucauld non nascono per essere pubblicate. Si tratta di lettere indirizzate a intimi, o meditazioni che egli scriveva per ordine del suo direttore spirituale. Ci sono i tentativi di redigere alcune Regole per la Congregazione dei "Piccoli Fratelli", progetti che non hanno avuto, in vita, alcun esito. Del testo citato in Bibliografia sono i seguenti passaggi. È stato dato il titolo che appare e le pagine relative. I testi non sono stati sempre citati per intero.

 

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"Io sarò felice della vera felicità"

«Tu mi dici che io sarò felice, felice della vera felicità, felice nell'ultimo giorno... che per quanto miserabile sia, sono una palma sulla sponda delle acque vive, delle acque vive della Volontà divina, dell'Amore divino, della Grazia... e che darò il mio frutto a suo tempo. Tu Ti degni consolarmi: io mi sento senza frutto, io mi sento senza buone opere, io mi dico: mi sono convertito da undici anni, e che cosa ho fatto? Quali erano le opere dei santi, e quali sono le mie? Io mi vedo le mani vuote di bene. Tu ti degni consolarmi: produrrai frutto a suo tempo, mi dici... Qual è questo tempo? Il nostro tempo, di noi tutti, è l'ora del Giudizio: Tu mi prometti che se persisto nella buona volontà e nel combattimento, per quanto povero mi vedo, avrò frutti in quest'ultima ora... E Tu aggiungi: sarai un bell'albero dalle foglie eternamente verdi, e tutte le tue opere avranno un esito felice, produrranno frutto per l'eternità. [...] Grazie, o mio Dio, per le tue consolazioni di cui i nostri poveri cuori hanno tanto bisogno» [p. 741].

 

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"Ed ecco io sono con voi sino alla fine del mondo" (Mt 28,20)

«O mio Dio come sono dolce, come sono divinamente dolci, sono proprio le parole del tuo Cuore... Sempre con noi mediante la Santa Eucaristia, sempre con noi mediante la tua grazia, sempre con noi mediante l'immensità della tua Essenza divina che ci riempie, sempre con noi mediante la tua Scienza che ci vede senza sosta, sempre con noi mediante il tuo Amore, il tuo Cuore che ci ama senza sosta... Poiché Tu sei sempre con noi mediante il tuo Amore, il tuo Cuore, stiamo sempre con Te per mezzo del nostro: tutti i battiti del nostro cuore siano per Te... Che noi Ti amiamo in modo unico, cioè Ti amiamo senza limiti, all'infinito, con tutta la nostra forza e in vista di Te solo, non in vista di noi, ma in vista di Te solo, e amiamo le creature, sia noi sia il prossimo, soltanto in vista di Te, come Tu vuoi, quanto Tu vuoi... Che non respiriamo che per amarTi, che tutti i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre azioni siano ispirati dal tuo amore e tali da piacere quanto più ci è possibile al tuo Cuore, che tutti gli istanti della nostra esistenza siano consacrati ad amarTi il più possibile...» [p.735 ss.]

 

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"Vocazione"

«Quando desideriamo seguire Gesù, non meravigliamoci se egli non ce lo permette subito, o anche se non ce lo permette mai: e ciò, nonostante che questo desiderio sia legittimo, conforme ai suoi stessi consigli, gradevole al suo cuore, ispirato da lui. In verità egli vede più lontano di noi e vuole non solamente il nostro bene, ma quello di tutti: seguendolo passo per passo, forse non procureremmo altro che il nostro bene o quello di un piccolo numero; andando invece dov'egli ci manda e facendo la sua volontà e standogli uniti solo con l'anima, senz'avere la consolazione di seguirlo altrettanto da vicino nella nostra vita esterna, noi procuriamo forse il bene d'un gran numero di persone. Egli preferisce il bene generale al bene particolare, tanto più che il bene particolare verrà ottenuto con questo mezzo non solo altrettanto efficacemente ma ancor meglio che seguendo lui: perché questo bene particolare non proviene che dalla sua grazia, e dipende da lui l'arricchire di grazie due volte maggiori e il rendere due volte più santo in questa vita e nell'altra il Geraseno che cammina al suo seguito e condivide la sua vita... La vera perfezione, del resto, sta nel fare la volontà di Dio. Chi oserà dire che la vita contemplativa è più perfetta della vita attiva, o viceversa, dal momento che Gesù ha condotto sia l'una che l'altra? Una sola cosa è veramente perfetta, è il fare la volontà di Dio... La vera, l'unica perfezione non sta nel condurre questo o quel genere di vita, ma nel fare la volontà di Dio; sta nel condurre il genere di vita che Dio vuole, dove Egli vuole, e nel condurlo come l'avrebbe condotto Lui stesso...» [p. 196].

 

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"Il discepolo non è da più del Maestro"

"Il discepolo non è da più del Maestro: si è perfetti quando si è come il proprio maestro" (Lc 6, 40). 

«Non cerchiamo di essere più perfetti di Gesù, non cerchiamo di praticare le virtù meglio di Lui, non crediamo di poter fare una qualunque cosa meglio di come Lui l'ha fatta. ImitiamoLo, dunque, in tutto, poiché facendo in modo diverso da Lui faremo necessariamente meno bene. "La perfezione sta nel fare come il maestro", credere che si possa fare meglio è follia: pratichiamo quindi le virtù come le ha praticate Lui, facciamo il bene come l'ha fatto Lui, noi che vogliamo fare nel modo più perfetto, perché facendo altrimenti faremo meno bene: "La perfezione sta nel fare come il maestro". Non cerchiamo più alte virtù, sarebbe follia: nulla è più alto di Dio, più perfetto di Dio... Voler essere più santi di Gesù sarebbe debolezza, più severi sarebbe durezza, più austeri sarebbe tentare Dio, più poveri sarebbe stranezza e cattivo esempio. Una maggiore perfezione, in qualunque cosa, sarebbe orgoglio immenso ed insensato. Imitiamo quindi Gesù, poiché vogliamo essere perfetti e ci è impossibile trovare nulla che sia più perfetto di Lui; "la perfezione sta nell'essere come il maestro". E siccome è follia e peccato anche solo pensare che sia possibile essere in una qualche cosa più perfetti di Lui: "Chi è mai come Dio?", non cerchiamo di essere agli occhi degli uomini più grandi di Gesù... Il nostro Maestro è stato disprezzato, il servo non deve essere onorato; il Maestro è stato povero, il servo non deve essere ricco; il Maestro è vissuto col lavoro delle sue mani, il servo non deve vivere con le proprie rendite; il Maestro andava a piedi, il servo non dovrebbe andare a cavallo; il Maestro stava in compagnia dei piccoli, dei poveri, degli operai, il servo non deve stare insieme ai grandi signori; il Maestro è passato per un operaio, il servo non deve passare per un grande personaggio; il Maestro è stato calunniato, il servo non dev'essere lodato; il Maestro è stato mal vestito, mal nutrito, male alloggiato, il servo non deve essere ben vestito, ben nutrito, ben alloggiato; il Maestro ha lavorato, s'è affaticato, il servo non deve riposarsi; il Maestro ha voluto apparire piccolo, il servo non deve voler apparire grande... Imitiamo Gesù in tutto, sta qui la perfezione: Gesù è Dio... Dio è perfetto... Tutto ciò che Gesù ha fatto, tutto ciò che Egli  stato, è stato perfezione... Noi siamo creature necessariamente imperfette, sempre ed in tutto; mai possiamo raggiungere la perfezione, non possiamo dunque avvicinarci maggiormente ad essa, noi che siamo così imperfetti, che imitando il più possibile Colui che lo è sempre, il nostro Dio Gesù! Conformandoci a Gesù, noi ci conformiamo alla perfezione; conformandoci ad un ideale diverso da Gesù, noi ci conformiamo ad un ideale inferiore alla perfezione (perché, nature limitate ed imperfette, siamo nell'assoluta impossibilità di concepirne altre se non imperfette...)» [pp. 190-191].

 

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La quiete nell'anima

"Sgridò il vento e disse al mare: Taci, calmati. E cessò il vento e ci fu grande quiete" (Mc 4, 39). 

«Speriamo! Il divino Maestro è nel fondo della nostra anima così come nel fondo della barca di Pietro... Talvolta sembra che dorma ma è sempre lì; pronto a salvarci, pronto ad esaudire la nostra richiesta, aspettando, per dire al mare: "Taci", nient'altro che la nostra invocazione o qualche volta il momento più favorevole per la nostra anima. Con una parola Egli può sempre calmare tutte le burrasche, allontanare tutti i pericoli e far seguire ad angosce mortali una grande quiete... Preghiamo sempre! Più la tempesta ci agita, più dobbiamo levare il cuore e le mani verso Lui solo. E pregando, abbiamo in noi un'invincibile speranza.» [p. 144].

 

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Gesù ci ama eternamente

Lettera a Maria de Bondy, Tamanrasset, 1 settembre 1910 

«È la solitudine che aumenta. Ci si sente sempre più soli al mondo. Gli uni sono partiti per la Patria, gli altri hanno la vita sempre più separata dalla nostra; ci si sente come l'oliva rimasta sola in cima a un ramo, dimenticata, dopo il raccolto; alla nostra età, questo paragone della Bibbia torna spesso alla mente... Ma Gesù rimane: Gesù, lo Sposo immortale che ci ama come nessun cuore umano può amare; rimane ora, rimarrà sempre. Ci ha sempre amati, ci ama in questo istante, ci amerà fino al nostro ultimo respiro; e se non respingiamo il suo amore ci amerà eternamente. Caritate perpetua dilexi te, miserans (Ger 31, 3). Madre mia tanto cara, noi non siamo da compiangere, noi non siamo soli, noi non siamo dimenticati; noi abbiamo lo Sposo più tenero, più innamorato, più perfetto, che ci ama e ci amerà sempre come nessun essere umano ci ha amati...» [pp. 671-672].

 

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L'amore prima delle opere

Lettera a Maria de Bondy, Tamanrasset, 20 maggio 1915 

«Comprendo bene quanto è per voi duro non poter essere utile in qualche modo attivo in questi giorni come vorreste: ma il Buon Dio è migliore giudice di noi; noi siamo portati a mettere al primo posto le opere, i cui effetti sono visibili e tangibili; Dio dà il primo posto all'amore e poi al sacrificio ispirato dall'amore e all'obbedienza derivante dall'amore. Bisogna amare ed obbedire per amore, offrendosi come vittime insieme a Gesù come a Lui piacerà: sta a Lui far conoscere se vuole per noi la vita di san Paolo o quella di santa Maddalena; Egli vuole per voi, con l'isolamento in cui vi mette, la vita di santa Maddalena, l'amore, l'obbedienza e il sacrificio, l'adorazione, la vita interiore, con meno opere esterne che se vi lasciasse il mezzo di dedicarvici. Si è veramente utili al prossimo, che Dio ama più di quanto noi possiamo amarlo, solo obbedendo fedelmente alla volontà del divino Ordinatore, vedendo bene il posto in cui Egli ci vuole, le opere che vuole da noi e facendole nel miglior modo in cui possiamo, non perfettamente, senza dubbio, perché la perfezione non è delle creature. Nulla sarebbe più triste dell'esser ciechi e contenti di sé: "l'umiltà è verità". Riconoscendo la nostra miseria e la nostra insufficienza, cerchiamo senza sosta di fare la volontà del Beneamato, contando non solo sulla sua misericordia e sulla sua pietà, ma anche sul suo amore per la nostra povera anima: "caritate perpetua dilexi te". Egli sa con quale fango siamo formati, Egli ci ama, Egli ci dà la grazia, la sua grazia, Egli è il buon pastore, sempre in cerca della sua pecora... Come prima cosa, ho bisogno di mettermi spesso dinanzi a queste verità, per consolarmi d'esser così nullo in quanto ad attività esterna e così meschino in quanto a vita interiore...» [pp. 677-678].

 

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PREGHIERA D'ABBANDONO

 

Manoscritto di Charles de Foucauld

Il manoscritto è stato tratto dal sito: http://www.charlesdefoucauld.org/ 

La traduzione che segue è personale.

 

* * * * *

 

«Padre mio, rimetto il mio Spirito nelle Vostre mani». 

È l'ultima preghiera del nostro Maestro, del nostro Beneamato. 

Possa essere la nostra. E che non sia solamente quella del nostro ultimo istante, 

ma sia quella di tutti i nostri momenti.

Padre mio, mi rimetto nelle Vostre mani; 

Padre mio, confido in Voi; 

Padre mio, mi abbandono a Voi;

Padre mio, fate di me di me ciò che Vi piacerà; 

qualunque cosa facciate di me, Vi ringrazio; grazie di tutto; 

io sono pronto a tutto; accetto tutto;

Vi ringrazio di tutto purché la Vostra volontà si compia in me,

mio Dio, e in tutte le Vostre creature, in tutti i Vostri figli, in tutti coloro che il Vostro cuore ama.

Non desidero niente altro, mio Dio, rimetto la mia anima nelle Vostre mani.

Ve la dono, mio Dio, con tutto l'amore del mio cuore, perché Vi amo.

Ed è per me un'esigenza d'amore il donarmi, rimettermi nelle Vostre mani senza misura; 

mi rimetto nelle Vostre mani con una fiducia infinita perché Voi siete mio Padre.

 

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