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La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti

 

La mistica ebraica (qabbālāh)

 

Ben Shahn, Menorah, 1965, New Jersey State Museum

Ben Shahn, Menorah, 1965, New Jersey State Museum

 

 

«È vicino il Signore agli affranti di cuore» (Salmo 34,19) significa che la Shekinah procede costantemente con colui che ha sempre il cuore spezzato, lo spirito abbattuto ed è taciturno. E come se non bastasse, secondo la Scrittura tutto ciò vale come se egli avesse costruito un altare nel cuore, su cui ogni giorno offre sacrifici completi al cospetto del Santo, sia Egli benedetto.»
(Alfabeto di Rabbi 'Aqiva)

 

 

 

Indice

 

Nota: Si consiglia l'uso del font HEBRAICA per leggere alcune parti del testo che segue. 

 

 

Bibliografia

 

Questa è una breve rassegna della bibliografia immensa sul tema:

  • Giuliana Ghiandelli, Manuale di Cabala, L.S. Gruppo Editoriale, Quarto Inferiore (BO) 2005

  • Massimo Mantovani, Meditazioni sull'Albero della Cabala, Xenia, Milano 2002

  • Gabriella Samuel, Kabbalah. Tutti i segreti del misticismo ebraico, Mondadori, Milano 2010

  • Omraam Mikhaël Aïvanhov, Dall'uomo a Dio. Sefiroth e gerarchie angeliche, Edizioni Prosveta, Tavernelle (PG) 2004

  • Giulio Busi, Simboli del pensiero ebraico. Lessico ragionato in settanta voci, Einaudi, Torino 1999

  • Giulio Busi e Elena Loewenthal (a cura di), Mistica ebraica, Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995

  • Johann Maier, La cabbala, EDB, Bologna 1997

  • Annick de Souzenelle, Il simbolismo del corpo umano, Servitium, Sotto il Monte (BG) 1999

  • Annick de Souzenelle, La lettera, strada di vita. Il simbolismo delle lettere ebraiche, Servitium, Sotto il Monte (BG) 2003

  • Gershom Scholem, La Kabbalah e il suo simbolismo, Einaudi, Torino 1980

  • Gershom Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, Einaudi, Torino 1993

  • Giovanni Filoramo (a cura di), Storia delle religioni. L'ebraismo, Laterza, Bari-Roma 2005

 

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Introduzione generale

 

Secondo Gershom Scholem la mistica è una sorta di religione [in realtà appare improprio parlare di religione proprio nell'ambito mistico] fondata su un rapporto di Dio immediatamente percepito, su una esperienza diretta e quasi tangibile della presenza divina. Come definisce Tommaso d'Aquino, la mistica è "cognitio Dei experimentalis", una conoscenza sperimentale di Dio, acquisita attraverso un'esperienza viva. Si tratta di una esperienza fondamentale del proprio essere che si pone in contatto immediato con Dio o con la realtà metafisica. Non è comunque facile definire con esattezza quale sia l'essenza di questo rapporto immediato, che non si può descrivere adeguatamente. Quest'atto dell'esperienza mistica, di cui la mistica speculativa propone una rielaborazione e chiarificazione sistematica, è di carattere altamente paradossale e contraddittorio. Per cui, la realtà religiosa dei mistici per la conoscenza razionale può essere espressa solo per mezzo di paradossi. Fra questi, comune alla mistica ebraica e cristiana, significativo è quello che indica Dio come il mistico Nulla: il mistico ha una visione o un sentore di una realtà del tutto insolita.

La mistica si manifesta solo in un determinato momento della storia religiosa ed è connessa con uno stadio ben definito della coscienza religiosa. Finché il mondo è divino, popolato di dei, il contatto con loro si realizza senza bisogno dell'estasi. E ciò vale a dire che la mistica non può esistere fintanto che l'abisso tra l'umano e il divino non si apre come qualcosa di effettivo. Questo è il mondo del mito, la coscienza immediata del legame di tutto, di un legame che sta prima della separazione. Un secondo periodo, in cui non è conosciuta la mistica, quell'epoca in cui fiorisce la religione. Strappato l'uomo dal sogno di quella primigenia unità di uomo mondo Dio, la religione si apre sull'assoluto e immenso abisso nel quale Dio, infinito, si contrappone alla creatura finita. L'uomo viene sospinto alla coscienza della dualità, la coscienza di un abisso sopra il quale urge la Voce (come scrive Gershom Scholem nel suo Le grandi correnti della mistica ebraica, citato in Bibliografia): la voce di Dio, che dà le sue direttive e le sue leggi nella rivelazione, e la voce dell'uomo, nella preghiera. Le grandi religioni monoteistiche vivono nella coscienza di questa polarità e di questo abisso insuperabile. Esse hanno alterato la scena della religione della natura, trasferendola nell'azione morale-religiosa dell'uomo e della comunità religiosa.

Solo quando la religione ha ricevuto nella storia la sua espressione classica nella vita di un determinato credo e di una determinata comunità, diviene possibile la mistica: che quindi si manifesta nella scoperta di questo abisso di separazione e nella ricerca di una via che lo superi, un segreto che ristabilisca un'unità perduta, distrutta dalla religione. La sua scena è costituita essenzialmente dall'anima, e il suo oggetto è il cammino dell'anima oltre l'abisso della molteplicità verso l'esperienza della realtà divina, che appare come l'originaria unità di tutte le cose. La mistica è come una ripresa di esperienze mitiche senza trascurare il fatto che vi è differenza fra l'unità che precede qualsiasi frattura e l'unità che viene ricostruita in un nuovo slancio della coscienza. Per il mistico la rivelazione non è un fatto storico accaduto una volta sola; il mistico considera la fonte della conoscenza e dell'esperienza religiosa che scaturisce nel suo cuore, come sorgente di conoscenza a parità di diritti accanto alla rivelazione. La rivelazione diventa atto che continuamente si ripete.

La religione mistica cerca dunque di fare di Dio oggetto di una nuova e viva esperienza, invece che oggetto del sapere e della dogmatica. Inoltre, cerca di interpretare questa esperienza in una maniera nuova. L'aspetto della mistica in un determinato ambiente religioso è essenzialmente condizionato dai contenuti e dai valori positivi riconosciuti ed esaltati in quella religione. Non ci si può attendere che la fisionomia della mistica ebraica sia la stessa di quella del cattolicesimo o del sufismo islamico. Il tipo particolare di mistica che nel cristianesimo si riallaccia in qualche modo alla figura del redentore e del mediatore tra Dio e l'uomo, l'interpretazione mistica della passione del fondatore e del cristianesimo, che si rinnova nella via mistica di ogni singolo individuo, tutto ciò è naturalmente estraneo all'ebraismo e alla sua mistica.

 

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Mistica ebraica

 

La mistica ebraica rappresenta il tentativo di intendere come valori mistici i valori religiosi tipici dell'ebraismo; essa si concentra nella rappresentazione del Dio vivente che si manifesta nella creazione, nella rivelazione, nella redenzione, spingendosi al punto di far sorgere da questo dominio del Dio vivente tutto un mondo di vita divina, che in segreto è attivo e presente in ogni essere. Questo è il mondo che i cabalisti chiamano delle sefiroth. Nessuna creatura può rivolgere lo sguardo verso il Dio sconosciuto, nascosto: quindi ogni conoscenza di Dio da parte della creatura si fonda precisamente su un rapporto nel quale Dio si è posto con essa, nel quale cioè si manifesta ad un altro, ma non su una relazione di Dio con se stesso. Questo Dio in se stesso è l'infinito, la radice di tutte le radici, la grande verità, unità indifferenziata, Aïn Sof, l'inafferrabile. Questo Dio nascosto e imprendibile, inconcepibile, inavvicinabile si contrappone in un certo senso al Dio-creatore personale dei testi religiosi. Il mistico cerca di possedere realmente il Dio vivente della Bibbia, quel Dio che è buono, saggio, giusto, sommamente misericordioso e che possiede tutti gli attributi positivi; ma nello stesso tempo non vuole rinunciare a quell'altro Dio nascosto che riposa in eterno, inaccessibile, nelle profondità del suo essere o, secondo l'audace espressione di alcuni cabalisti, "nelle profondità del suo Nulla". Questo Dio nascosto può essere privo di attributi particolari a differenza del Dio vivente di cui parla la rivelazione e al quale si riferisce ogni religione; il quale ha degli attributi che rappresentano al tempo stesso i più alti valori della vita religiosa che il mistico realizza. Dio è buono, Dio è inflessibile, Dio è misericordioso, è giusto, e così via. I mistici non si spaventano dinanzi alla conseguenza che una causa del male si trovi persino in Dio stesso: la bontà di Dio non è quindi solo la negazione del male, ma è piuttosto un dominio totalmente pervaso dalla luce divina, nel quale Dio si manifesta alla contemplazione dei cabalisti in questo aspetto particolare.

 

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Significato profondo della Torah

 

Per quanto riguarda la Torah, per i cabalisti è un organismo vivente: una vita segreta che ferve sotto la veste esteriore del significato letterale, in infiniti strati cui corrisponde un nuovo e profondo significato della Torah stessa. Essa non è solo un insieme di capitoli, periodi e parole, ma è molto di più, è la viva incarnazione della sapienza divina, dalla quale provengono in eterno infiniti raggi. Essa non è soltanto la legge storica del popolo di Dio, ma anche la legge cosmica di tutti i mondi, scaturita dalla sapienza divina. In essa ogni configurazione delle lettere dell'alfabeto - abbia o no significato nel linguaggio degli uomini - è un simbolo delle forze divine attive nell'universo. E come il pensiero di Dio, a differenza di quello degli uomini, ha un'infinita profondità, così nessun singolo significato della Torah può manifestare la sua viva pienezza nel linguaggio umano. Le Sacre Scritture vivono pertanto una vita che può essere del tutto indipendente dalle intenzioni dei loro autori.

Sono tre, secondo G. Scholem, i princìpi fondamentali che svolgono una funzione nelle idee cabalistiche intorno alla vera natura della Torah:

  1. il principio del nome di Dio;

  2. il principio della Torah come organismo;

  3. il principio dell'infinita ricchezza di significato della parola divina.

La Torah per la sua stessa natura non è altro che il grande nome di Dio: qui viene concepita come un'unità mistica il cui scopo principale non è quello di comunicare un senso specifico, quanto piuttosto di dare espressione a quella infinita potenza di Dio che appare concentrata nel suo "nome". Questa concezione della Torah nel senso di un nome non significa che si tratti di un nome che potrebbe essere pronunciato come tale. Affermare che la Torah è il nome di Dio significa dire che Dio via ha dato espressione al suo essere trascendente o almeno a quella parte o aspetto del suo essere che può essere rivelato alla creazione e attraverso la creazione. Il nome contiene potenza, ma nello stesso tempo abbraccia anche le leggi segrete e l'ordine armonico da cui viene retto e governato tutto ciò che esiste. Nei libri esoterici e apocalittici dell'età talmudica si leggeva che il cielo e la terra erano stati creati col nome di Dio. Era facile combinare asserzioni di questo tipo con la concezione della Torah come strumento della creazione, che coincide appunto con quel gran nome di Dio. Ogni affermazione riguardante la Torah non si riferisce al documento scritto con l'inchiostro su un rotolo di pergamena, quanto alla Torah concepita come essenza preesistenziale che ha preceduto ogni altra cosa del mondo. 

La Torah è un nome, ma questo nome è costruito come un organismo vivente. Il nome, che forma anzitutto la radice, non è solo un assoluto, ma nel processo in cui si manifesta nella Torah si suddivide nei diversi strati di un essere organico. La differenza consiste solo nel fatto che abitualmente un organismo si scompone in parti d'importanza vitale e parti non necessarie, mentre nella Torah tale distinzione è solo apparente, poiché il mistico scopre i significati segreti persino nelle parti irrilevanti, anzi proprio da esse può trarre voci o simboli per cognizioni o dottrine molto profonde. La Torah infatti non contiene neanche una lettera o un punto superfluo, poiché nella sua divina totalità rappresenta una costruzione che è stata edificata col nome di Dio. Secondo la testimonianza di Filone: «l'intera Torah [nomothesia] si presenta a questi uomini [ebrei] come un essere vivente; dove il senso letterale è il corpo, ma l'anima è il senso segreto che sta alla base della parola scritta». Secondo lo Zohar «la Torah è chiamata albero della vita. Come l'albero consiste di rami e foglie, di corteccia, midollo e radici, di cui ogni singolo elemento può essere chiamato albero, senza che essi siano sostanzialmente separati l'uno dall'altro, troverai anche che la Torah contiene molte cose interne ed esterne e tutte formano un'unica Torah e un albero, senza che ci sia differenza... E sebbene nelle parole dei saggi del Talmud si trovi che l'uno vieta quello che l'altro permette, l'uno dichiara ritualmente puro ciò che l'altro considera inammissibile, l'uno dice questo e l'altro quello, è tuttavia necessario sapere che tutto è una sola unità».

Le diverse membra della Torah cui si riferisce l'immagine dell'organismo vivente furono spesso considerate non già come organi di pari valore e uguale importanza, ma come differenti strati di senso all'interno della Torah. Essi conducono il mistico che s'immerge nel testo sacro dai significati esteriori a strati di senso sempre più profondi. L'idea dell'organismo viene identificata con la rappresentazione di una gerarchia vivente di significati e strati di senso. Nel Midrash ha-Ne'elam al libro di Ruth, si legge: «Le parole della Torah sono paragonate a una noce. Che cosa significa questo? Esattamente come la noce ha un guscio esterno e un nucleo interno, così anche ogni parola della Torah contiene un fatto esterno (ma'aséh), midrash [esegesi, studio, interpretazione], haggadah [racconto] e mistero (sod), e ogni momento rappresenta un senso più profondo di quello precedente». La metafora della noce è stata usata da diversi autori. L'autore dello Zohar aveva scritto in precedenza un libro (perduto) intitolato Pardès (= paradiso). Ogni consonante di questa parola si riferisce a uno degli strati di senso della Torah: P sta per Peshat, il senso letterale, R per Remez, il senso allegorico, D per Derasha, l'interpretazione talmudica e haggadica, S per Sod, il senso mistico. Questo aspetto molteplice della Torah presenta una forte analogia con le idee di autori cristiani del Medioevo, come Beda (VIII sec.). Essi parlano di storia, allegoria, tropologia (omiletico-morale) e anagogia (interpretazione della Scrittura in rapporto al fine ultimo). 

 

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Introduzione storica alla qabbālāh

 

Per qabbālāh (scritta anche Kabbalàh o in altri modi) che in ebraico significa tradizione, ricezione, si intende il complesso delle dottrine segrete e mistiche dell'ebraismo che nascono intorno al XII secolo d.C. in Spagna settentrionale e in Provenza (Francia meridionale). Il vocabolo Cabala deriva da una radice ebraica, qibel, che significa in senso letterale "da bocca a orecchio", sottolineando in tal modo gli aspetti orali dell'insegnamento esoterico tradizionale. Il verbo ebraico qabbel significa ricevere, accogliere, per cui il "ricevente" si chiamerebbe meqabbel; mequbbal è la sua forma passiva (plurale: mequbbalim) che significa "ricevuti, accolti", che possiamo tradurre anche con "adepti". Così per indicare il contenuto della nuova dottrina segreta, si è imposto nel XII secolo il termine qabbālāh che significa "tradizione ricevuta, ricezione". 

Seguendo prevalentemente quanto scritto da Giuliano Tamani, nella Storia delle religioni. L'ebraismo, a cura di G. Filoramo cit. in bibliografia,  in realtà, se guardiamo alla mistica ebraica in generale, intendiamo un movimento religioso che ha percorso senza interruzioni la storia ebraica dall'età talmudica fino all'età contemporanea, esprimendosi nelle più svariate tendenze e speculazioni. I primi esponenti della riflessione mistica compaiono in Palestina verso la fine del I secolo fra i redattori della Mishnàh (la raccolta della legge orale ebraica) e fra i discepoli di Yohanan ben Zakkay. Essi continuano una disciplina esoterica coltivata in gruppi apocalittici e in ambienti farisaici, che si concentrava nella riflessione sul primo capitolo della Genesi (Ma'asèh bereshìt, l'opera della creazione) insieme al primo capitolo del libro di Ezechiele, in particolare sulla visione del carro col trono divino (Ma'asèh merkavàh, l'opera del carro). 

Le forme più importanti per la conoscenza delle speculazioni sono una serie di trattati anonimi dei secoli V e VI cui è stato dato il nome collettivo di Hekalòt, ossia "palazzi", con riferimento ai palazzi celesti che avrebbe dovuto attraversare il mistico prima di penetrare nel settimo e ultimo palazzo in cui si trova il trono della Gloria di Dio (Kavòd). Gli adepti, che si definivano Yoredè merkavàh ("coloro che scendono nel carro"), si riunivano in circoli riservati ai quali venivano ammessi solo quelle persone che avevano determinate qualità sociali, morali e fisiche. Il culmine dell'esperienza, che comprendeva anche pratiche ascetiche, digiuni e preghiere, si realizzava nell'estasi e nella contemplazione della maestà divina; in effetti tra Dio e il mistico non c'è unione, ma una una distanza infinita che neppure l'estasi riesce a colmare.

La riflessione sul Ma'asèh bereshìt, arricchita di elaborazioni cosmologiche e cosmogoniche, trovò espressione letteraria nel Sèfer yeshiràh (Libro della creazione), un testo breve composto nei secoli III-VI in Palestina e trasmesso in tre stesure. Esso contiene i primi risultati di una speculazione ebraica nel campo della mistica. L'autore anonimo mescola motivi diffusi nella tarda antichità in ambienti ellenistici e neoplatonici con le dottrine ebraiche sui misteri delle lettere (che, in ebraico, hanno anche un valore numerico) e del linguaggio. Unisce le ventidue lettere ai dieci numeri primordiali (sefiroth) a descrivere le "vie segrete della sapienza" (in tutto, trentadue) di cui Dio si è servito per la creazione del mondo.

Le prime espressioni documentate della qabbālāh vera e propria risalgono alla seconda metà del secolo XII e provengono dalla Francia meridionale, in particolare dalla Provenza dove con tutta probabilità è stata completata la redazione del Sèfer ha-bahìr (Il libro splendente). Si tratta di un'antologia breve di sentenze di antichi maestri palestinesi. In questo testo, le sefiroth si trasformano in attributi divini che intervengono nella creazione con compiti precisi e costituiscono un regno superiore che è descrivibile solo con un linguaggio simbolico.

Nel secolo XIII e nella prima metà del XIV, la Spagna diventò il centro più importante della mistica. Le antiche dottrine, prima influenzate dalla gnosi ed ora da correnti neoplatoniche trasmesse soprattutto da compendi arabi e latini delle Enneadi di Plotino, della Theologia Aristotelis e della Elementatio theologica di Proclo, si trasformarono in quella specie di teologia mistica alla quale viene dato il nome di qabbālāh e nella quale si manifestarono due tendenze: una speculativa e una pratica.

Il maggior rappresentante della prima tendenza fu Abraham Abulafia, autore di molte opere teoriche. Egli elaborò una teoria mistica che aveva come obiettivo la liberazione dell'anima con lo scioglimento dei nodi (affetti e percezioni sensibili) che le impedivano di giungere alla visione delle cose divine. La via è quella della meditazione svolta con una metodologia appropriata sulle lettere dell'alfabeto ebraico, poiché esse rappresentano una via di mezzo fra l'astrazione e la concretezza. La meditazione sul nome di Dio, che deriva da una determinata combinazione delle lettere rappresentanti la sua essenza assoluta e nascosta, può permettere all'uomo di far emergere la vita profonda che si nasconde nella sua anima. Egli era convinto, come altri cabalisti, che la parola fosse l'essenza del mondo e sviluppò un metodo di meditazione sulla combinazione delle lettere ebraiche. 

Tra il 1280 e il 1290, in Castiglia, Mosheh ben Shem Tod di Leon compose il Sèfer ha-zòhar (Il libro dello splendore) che diventò presto il testo fondamentale della letteratura cabalistica. Il libro è un'opera pseudo-epigrafica, una sorta di romanzo mistico la cui vicenda è ambientata in una Palestina immaginaria dove un maestro Shimon ben Yohay, suo figlio e un gruppo di amici conversano su problemi riguardanti Dio e l'uomo. I loro discorsi sono condotti come dei sermoni e volti a cogliere il significato mistico dei versetti biblici. Gli elementi essenziali della sua dottrina sono due: il Dio della creazione e della rivelazione; l'uomo e i suoi rapporti con Dio. Obiettivo del mistico è la contemplazione dei contenuti nascosti del mondo divino, dell'aspetto interno di Dio e della sua rivelazione nella Gloria. 

La tendenza pratica della qabbālāh si sviluppò nei secoli XII e XIII in Renania e fu un'esperienza che non ebbe poi seguito, ma diede alla letteratura opere interessanti e popolari come il Sèfer hassidìm (Il libro dei devoti), di cui fu autore fondamentale Yehudah he-hassìd (il devoto), morto nel 1217. Si affermò una figura inedita per il giudaismo, quella del devoto (hassìd), ossia di una persona che si distingue per la sua condotta morale e religiosa e non per le sue conoscenze culturali. Le componenti principali della persona devota sono: ascetica rinuncia alle cose del mondo, la perfetta serenità dello spirito, un altruismo di principio spinto agli estremi. Queste caratteristiche, dovute ad un percorso devozionale, permettono di accostarsi gradualmente all'amore di Dio. Il fine ultimo, come per gli altri ebrei, è la contemplazione della Gloria di Dio, cioè del modo in cui la divinità si rivela.

Oltre alla qabbālāh antica e spagnola, si ha una qabbālāh palestinese, successivamente all'espulsione dell'ebraismo spagnolo e portoghese dalla penisola iberica: il movimento apocalittico-messianico di Mosheh ben Ya'aqòv Cordovero (1522-1570), Yitzchàq Luria (1534-1572) e Chajjim Vital Calabrese (1543-1620). Tra i teorici della mistica, Cordovero è stato uno dei più profondi, secondo quanto affermato da Scholem. 

 

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Il fine della qabbālāh

 

Lo scopo della Qabbālāh è quello di realizzare la scoperta di Dio individuando la via che vi conduce. Tale percorso verso il Dio nascosto (Aïn Sof) passa attraverso la scoperta degli attributi di Dio e delle sue manifestazioni, attraverso le sefiroth (c.d. sfere celesti). In realtà, il termine ebraico sefirah (plurale, sefiroth) significa semplicemente enumerazione, sequenza numerica, con riferimento concreto alle dieci dita delle mani (vedi più avanti). Le sefiroth rappresentano potenze del Dio. Le dieci potenze operative della divinità agiscono nel quadro di una struttura dinamica, in cui si influenzano a vicenda e in cui ognuna può agire verso l'esterno. Le sefiroth costituiscono i gradi intermedi tra Dio e il mondo, punti o concentrati di emanazione distinta dalla divinità, ma nello stesso tempo manifestazioni di Dio secondo gradi diversi. La teoria esige che la creazione sia concepita come un perpetuo processo dinamico che consiste nella costante produzione e manifestazione di luce, parola e pensiero. Le sefiroth assumono anche la funzione di simboli anatomici di Dio, significando le sue braccia, il suo volto, il segno della circoncisione. Nella dualità dei piani della creazione il mondo inferiore è quello in cui l'uomo vive, immerso nel tempo e nella natura, mentre il mondo superiore è quello delle sefiroth, in cui Dio costituisce le sue manifestazioni nella forma di un complesso organismo mistico unitario. Tra i due mondi non esiste né contrasto né frattura, ma corrispondenza e solidarietà costanti. La disposizione grafica delle sefiroth è gerarchica secondo una corrente emanazionistica ed è rappresentata dalle figure dell'alfabeto (albero sefirothico o albero della vita, 'Etz hayyim) e dell'uomo primordiale: esse sono concepite come ciascuna includente o riflettente in qualche modo tutte le altre. I testi cabalistici non scelgono mai, per presentare la struttura delle sefiroth, le catene logiche della dimostrazione filosofica, quanto tendono a rappresentarle con molte similitudini in un disordine apparente. 

 

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Concetti fondamentali della qabbālāh

 

Sono quattro i concetti fondamentali della cabala, disposti secondo quattro livelli secondo le lettere del nome di Dio (JHWH, yod-he-waw-he, leggendo da destra a sinistra):

 hwhy

Ricordiamo che quattro erano anche i sensi in cui leggere la Torah e tutta la Scrittura. I quattro concetti fondamentali della qabbālāh sono dunque i seguenti: 

  1. Olamoth, mondi; 

  2. Sefiroth, luci; 

  3. Neshamoth, anime; 

  4. Partzufim, espressioni o figure. 

Secondo la cabala ogni realtà creata è un'unione di luci e recipienti, ossia qualcosa che riempie di significato e vitalità, che anima un corpo destinato a ricevere la luce per operare nel mondo fisico. Il secondo atto creativo è l'apparizione di Entità in recipienti adatti a contenere l'emanazione della Luce infinita. I due concetti da tenere presenti sono: 1) Creazione, è il manifestarsi di qualcosa dal nulla; 2) Formazione, è la rivelazione di una nuova entità, che si ottiene partendo da qualche cosa già preesistente. Dio dunque emana la sua Luce, ma crea anche l'oscurità, portando all'esistenza il bisogno e la mancanza, necessari per essere colmati. Le quattro entità costituiscono le diverse fasi del rapporto Luce-Recipiente. 

I mondi (Olamoth) sono quattro insiemi, di diverse coordinate spazio-temporali, quattro tipi di realtà ognuno dei quali è governato da leggi profondamente differenti, pur esistendo corrispondenze. Olam deriva dalla radice ebraica elam che significa "nascosto". Questa è la fase più lontana dal Creatore. I quattro mondi sono quelli presenti nel diagramma: 

  1. Atziluth, emanazione; 

  2. Briah, creazione; 

  3. Yetzirah, formazione; 

  4. Assiah, azione. 

Al di sopra di questi livelli se ne trova un quinto che li unifica e li pervade, Adam Qadmon, uomo cosmico primordiale. Questo mondo è la radice degli altri quattro mondi e non va confuso con il primo uomo. Il primo mondo, quello dell'emanazione o della prossimità, è il piano della conoscenza pura, della volontà prima. L'elemento è il fuoco (volontà). In questo mondo si elabora la volontà di creare, pur essendo il piano del non-essere.  Successivamente, esiste il livello del mondo della creazione, in cui si passa all'esistenza dal Nulla. L'elemento del secondo mondo è l'aria (spirito). Nel mondo della formazione si elaborano tutte le forme esistenti, visibili e non. L'elemento è l'acqua (cuore). L'ultimo mondo è quello dell'azione, dei fatti, dei fenomeni. Tutto è qui sottoposto al divenire e l'elemento costitutivo è la terra (corpo). 

Poi troviamo le Sefiroth, dalle quali emana una benefica luce: esse sono le dieci potenze dell'anima grazie alle quali l'essere umano è in grado di conoscere il suo Creatore e mettere in pratica la sua volontà. Sono anche energie particolari presenti nel creato, capaci di fertilizzare, nutrire e guidare il processo di evoluzione della consapevolezza.

Le anime (Neshamoth) sono vere e proprie luci (le anime sono scintille di Luce infinita). Nel processo di discesa per incarnarsi nei corpi, vengono a perdere la propria natura e acquistano materialità grossolana. L'anima possiede cinque gradi diversi:

  1. Yechidah: anima divina o unica. Stato supremo dell'anima, stato di unione assoluta con l'essere di Dio;

  2. Chiah: anima cosmica o vivente. Questa parte non risiede nel corpo perché elevata e rarefatta;

  3. Neshamah: anima individuale superiore. Si tratta dell'anima vera e propria quale sede della consapevolezza e dell'intelletto;

  4. Ruach: spirito o anima libera. Si tratta dello spirito che pervade emozioni e sentimenti, quindi come anelito alla libertà dai condizionamenti della materia;

  5. Nefesh: anima animale o inferiore. È l'anima più vicina al corpo, è la somma dei processi biologici che la tiene in vita. Si tratta della parte di anima che viene condizionata dagli istinti.

Infine, i Partzufim sono quelle figure create secondo un piano organico che integrano in se stesse i tre elementi già citati: mondi, sefiroth e anime. Si tratta di espressioni di Dio all'interno dell'esistenza.

Per un ulteriore approfondimento, suggerisco il testo citato in bibliografia di G. Ghiandelli.

 

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L'albero delle sefiroth

 

Albero delle Sefiroth, rielaborazione personale

L'albero delle sefiroth, rielaborazione personale

Si può scaricare in formato Adobe Acrobat Reader © cliccando qui: Albero Sefiroth

 

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Nomi e corrispondenze delle sefiroth

 

Le sefiroth si configurano come nella tabella che segue. A ciascuna sefirah corrisponde un nome, con relativa traduzione, un nome di Dio, con il relativo significato (Tabella 1), i capi degli ordini angelici, con gli ordini angelici e i corpi cosmici correlativi (Tabella 2): 

 

TABELLA 1

N.

Nome ebraico

Traduzione

Nome di Dio

Significato

I

Kether

rtk

Corona eccelsa

´HJH

Io sono

II

 Chokhmah

hmkh

Sapienza

JH

Signore

III

Binah

hnyb

Intelligenza

JHW"H puntato e letto ´ELOHIM

Signore Dio

IV

Chesed

dsj

Grazia / Amore

´EL

Dio

V

Ghevurah

hrwbg

Forza/Potenza

´ELOHIM

Dio onnipotente

VI

Tiphereth

hrapt

Bellezza

JHW"H

Signore Dio sapiente

VII

 Netzach

jxn

Vittoria / Eternità

JHW"H SEVA´OT

Signore delle schiere celesti

VIII

Hod

dwh

Maestà / Gloria / Splendore

´ELOHE SEVA´OT

Dio delle schiere celesti

IX

Iesod

dwsy

Fondamento

´EL HAI

Dio della sommità (vivo e onnipotente)

X

 Malkhuth

twklm

Regno

´DNJ

Re e Signore della terra

 

 

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TABELLA 2

N.

Nome ebraico

Capi degli ordini angelici

Ordini angelici

Corpi cosmici

I

Kether

Metatron 
Colui che partecipa al trono

Chaioth ha-Qodesch
Sante Creature viventi - Serafini

Rashit ha-Gilgalim
Primum mobile

II

 Chokhmah

Raziel
Segreto di Dio

Auphanim
Ruote o Cherubini

Mazloth
Zodiaco

III

Binah

Tzaphkiel
Contemplazione di Dio

Aralim
Valorosi o Troni

Shabatai
Saturno

IV

Chesed

Tzadkiel
Giustizia/Rettitudine di Dio

Chasmalim
Splendenti o Dominazioni

Tzedek
Giove

V

Ghevurah

Kamael
Severità di Dio

Seraphim
Serpenti di fuoco o Potenze

Madim
Marte

VI

Tiphereth

Raphaël
Guarigione di Dio

Melekim
Re o Virtù

Shemesh
Sole

VII

 Netzach

Haniel
Grazia di Dio

Elohim
Dei o Principati

Nogah
Venere

VIII

Hod

Michael
Colui che è simile a Dio

Beni Elohim
Figli degli Elohim o Arcangeli

Kohav
Mercurio

IX

Iesod

Gabriel
Forza di Dio

Kerubim
Forti o Angeli

Levanah
Luna

X

 Malkhuth

Sandalphon/Uriel
Gemello/Dio è la mia luce

Ashim
Anime di fuoco

Aretz/Olam Yesodoth
Terra/Mondo degli elementi

 

 

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Analisi del termine sefirah-sefiroth

 

Il termine sefirah (plurale sefiroth, da safar = contare), come abbiamo accennato sopra, significa semplicemente "enumerazione" ed entra nel lessico giudaico ad indicare un periodo d'attesa. Appare fuorviante associare il greco sphaira (= sfera) con sefirah, se non marginalmente. All'inizio, riguarda la conta dei giorni che devono trascorrere, numerati nel loro ritmo regolare per intervalli simbolici: il periodo di 7 o 30 giorni che segnano il lutto dopo la morte, la donna che conta i 7 giorni della sua impurità mestruale, oppure la comunità che misura l'intermezzo delle sette settimane fra la Pasqua e la festa di Savu'ot corrispondono ad altrettanto sefiroth. Sefirah è un numero che attende il declinare della luce (segnando il giorno, appunto). 

Le dieci potenze operative della divinità agiscono nel quadro di una struttura dinamica, in cui le singole potenze si influenzano a vicenda e ognuna delle quali, grazie alle altre, può anche agire verso l'esterno. I cabalisti introducono il termine pian piano riprendendolo dalla tradizione. Inizialmente si usava il termina middah, che significa "misura", "proprietà", "modalità operativa" (plurale, middot). Questa sequenza numerica è un processo di emanazione da Sopra a Sotto, dall'Uno al molteplice. Per indicare le sefiroth si ricorse non solo al termine middot, ma anche a quello di nomi (nomi di Dio), sapirim (dall'ebraico sapir ad indicare una pietra preziosa), "raggi" (sahsahim) o "lumi" (me'orot), termini che derivano dal simbolismo dell'emanazione della luce nel neoplatonismo (per cui le sefiroth  sono chiamate anche "emanazioni", 'asilijot).

La designazione abituale di "corone" (ketarim) deriva dall'immagine tradizionale del dio re e della corte regale della tradizione esoterica. Si parlava, inoltre, riprendendo immagini ancora più antiche, di "vesti" (lebushim) di Dio o di "voci" (qolot) ad indicare le voci della rivelazione dei Sinai. Frequentemente era usato il termine "parole" (ma'amarot) nel senso delle parole della creazione nel libro della Genesi, talora unite con i "dieci comandamenti" (dibberot), in dipendenza della concezione dell'emanazione delle sefiroth come "elocuzione" (dibbur) di Dio. La designazione di "radici" (shorashim) o "rami" deriva dall'immagine dell'albero dei mondo, cui si è ricorsi per rappresentare la struttura delle sefiroth, questo albero dei mondi che cresce da Sopra a Sotto. Ancora, i termini "recipienti" (kelim), "tubi" (sinnorot) o "canali" derivano dal linguaggio metaforico del traboccare nel quadro sempre della concezione emanazionistica. 

 

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L'albero della qabbālāh

 

La dottrina cabalistica dell'unità dinamica di Dio è quella di un processo teogonico (che riguarda appunto il mito della creazione della divinità) in cui Dio esce dalla sua segretezza e dall'innominabilità della sua essenza e si presenta come creatore. Gli stadi di questo processo possono essere colti in una serie molto ricca di immagini e simboli, ciascuno dei quali si riferisce a un aspetto della divinità nella sua manifestazione particolare. E queste immagini rappresentano gli archetipi di tutto l'essere. Ciò che costituisce la particolare struttura mitica del simbolismo cabalistico nel suo complesso è la limitazione dell'infinita ricchezza degli aspetti sotto cui può essere visto Dio a dieci categorie originarie, o come vogliamo altrimenti chiamare le idee che stanno alla base delle sefiroth. I dieci numeri archetipi sono le forze fondamentali di tutto l'essere. Il complesso delle potenze, che sono unite nella decade originaria, costituisce il mondo delle sefiroth, dell'unità divina che si dispiega e contiene in sé gli archetipi di tutto l'essere. Questo mondo è il mondo di un essere intradivino, tuttavia si effonde, senza soluzione di continuità e senza che ci sia un nuovo inizio, nei mondi misteriosi e visibili della creazione, che ripetono tutti, nella loro struttura, quella struttura interna di Dio e la rispecchiano in sé. Pertanto, quel processo che nella creazione è diretto verso l'esterno non è altro che il lato essoterico di un processo che in ultima istanza si svolge all'interno di Dio. L'analisi di tutte le immagini mitiche che compaiono in  questo simbolismo cabalistico è il compito dello studio della qabbālāh.

La costruzione della struttura delle sefiroth esprime anzitutto la loro gerarchia, il loro ordinamento nel senso della corrente emanazionistica da Sopra a Sotto; in tal modo la sefirah I si trova all'origine e, in quanto la più vicina alla sorgente prima di tale corrente e dell'unità essenziale, anche qualitativamente è da considerare nel punto più alto. Sul piano speculativo o meditativo essa è quasi totalmente irraggiungibile. La X deriva la sua particolare importanza dal fatto di mediare tutte le forze che procedono da Sopra a Sotto e di tutte le influenze che salgono in senso inverso.

Questa struttura disposta in senso verticale è arricchita da componenti orizzontali, poiché diverse potenze operative si presentano in parallelo sotto forma di coppie contrapposte e quindi come posizioni estrema su due colonne (destra e sinistra): le loro influenze estreme e quindi potenzialmente negative, devono essere contro-bilanciate da potenze mediane, disposte centralmente in colonna. Questo lo schema che tra il 1180 (Sèfer ha-bahìr) e il 1300 (Sèfer ha-zòhar) si andò costituendo per poi diventare normativo. I primi cabalisti nutrirono molte riserve a proposito della rappresentazione schematica della configurazione delle sefiroth che successivamente venne meglio accettata. La numerazione procede dall'alto verso il basso e da destra verso sinistra, come nel senso della scrittura ebraica.

I cabalisti parlano di tre colonne o pilastri: una di sinistra (III, V) con la funzione negativa della forza o del severo giudizio ("via della forza"); una di destra (II, IV) che rappresenta l'estrema bontà ("via dell'amore"); una colonna centrale (I, VI, IX, X) che svolge una funzione di bilanciamento e di mediazione ("via regale"), visto che unisce le forze delle sefiroth sopra e sotto. Anche alla sefirah VI compete una funzione di bilanciamento tra le forze della colonna sinistra e di quella destra. 

 

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Mistica.Info è a cura di Antonello Lotti - Sito web: www.mistica.info - E-mail: misticainfo@libero.it