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La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti

 

La mistica buddhista

 

Particolare di Mandala, usato nella meditazione Vairayana

Particolare di Mandala, usato nella meditazione Vairayana

 

 

«Non deve l'animo nostro essere turbato, nessuna cattiva parola deve sfuggire dalla nostra bocca, amorevoli e compassionevoli vogliamo rimanere; e noi illumineremo quella persona con animo amorevole, da essa muovendo irradieremo il mondo intero, con ampio, profondo, illimitato animo, schiarito di rabbia e rancore»
(Majjhimanikaya, I, 21)

 

 

Indice

 

 

 

Bibliografia

  • Mario Piantelli (a cura di), Aforismi e discorsi del Buddha, TEA, Milano 1988

  • Oscar Botto, Buddha e il buddhismo, Mondadori, Milano 1984

  • Jesús López-Gay, Il buddhismo, in AA.VV., La mistica, Città Nuova, Roma 1984, vol.2, p. 569-586

  • Gerhard J. Bellinger, Enciclopedia delle religioni, Garzanti, Milano 1989, p.85-135

  • Christmas Humphreys, Dizionario buddhista, Ubaldini, Roma 1981

  • Lama Surya Das, Gli otto gradini. La saggezza tibetana per il mondo occidentale, Mondadori, Milano 2000

  • Giuseppe Tucci, Teoria e pratica del Mandala, Ubaldini, Roma 1969

  • Giuseppe Tucci, Le religioni del Tibet, Mediterranee, Roma 1976

  • Daisetz T. Suzuki, Misticismo cristiano e buddhista, Ubaldini, Roma 1971

  • Renato Emanuele, Il silenzio del Buddha. Misticismo e tradizione buddhista, Magnanelli, Torino 2002

  • Philippe Cornu, Dizionario del Buddhismo, Bruno Mondadori, Milano 2003

  • Giangiorgio Pasqualotto, Il Buddhismo. I sentieri di una religione millenaria, Bruno Mondadori, Milano 2003

  • Subhadra Bhikshu, Il catechismo buddhista, Bompiani, Milano 2004

  • Thich Nhat Hanh, La via della trasformazione. Quando la mente guarisce il cuore, Mondadori, Milano 2004

 

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Piccolo Glossario

  • Abhisambodhi: esperienza dell'illuminazione o del risveglio (bodhi).

  • Adhişţhāna: "benedizione", tradotto anche come "energia ispiratrice"; decisione di dedicarsi all'ascesi; stato di grazia.

  • Amŗita: immortale (sinonimo di nirvana).

  • Anatta: dottrina del "non-ego", ossia del non isolamento di tutte le forme di vita che si oppone alla concezione di un'anima personale e immortale.

  • Anicca: impermanenza, relativamente alla condizione mutevole dell'essere che è un flusso in continuo divenire.

  • Asana: posizione della meditazione. La più comune è quella denominata Dhyanasana, con le palme dei piedi posate su entrambe le cosce.

  • Asrava: contaminazione mentale, intossicazione. Si tratta di idee errate che, intossicando la mente, non permettono di contemplare la pura verità e giungere all'illuminazione. Sono quattro: kama, sensualità, bhava, brama di vita, ditthi, visioni errate, avijja, ignoranza della natura della vita.

  • Astanga-marga: ottuplice sentiero in cui si riassume il metodo della salvezza buddhista.

  • Atman: il sé supremo, la coscienza universale, la realtà ultima. L'elemento divino nell'uomo, degradato all'idea di una entità che risiede nel cuore di ciascuno, pensatore dei pensieri e agente delle azioni. Dopo la morte esso dimora nella beatitudine o nella sofferenza in base alle azioni compiute nel corpo.

  • Bhagavat: il Santo Signore, il Beato.

  • Bodhi: risveglio, illuminazione, condizione di chiaroveggenza in seguito alla quale si scorge la concatenazione causale.

  • Bodhi-citta: consapevolezza, pensiero dell'illuminazione. Si tratta della coscienza innata per cui ogni essere sa di essere sostanziato nel bodhi.

  • Buddha: il risvegliato (dalla radice budh, svegliarsi, conoscere): colui che ha conseguito la bodhi e ne è la perenne attuazione. Sono Buddha coloro che nel corso della storia umana conquistano e talora rivelano a tutti gli altri uomini una nuova formulazione del dharma (legge, ossia la realtà delle cose).

  • Citta: mente, coscienza, nel senso di principio universale di intelligenza attiva. Può significare anche "cuore".

  • Dharma: la legge rivelata dal Buddha, ossia delle quattro nobili verità (Arya-satyani).

  • Dhyana: meditazione o estasi mistica divisa in quattro gradi di approfondimento.

  • Dukkha: dolore, infelicità, realtà oggettiva del flusso dell'esistenza. Insieme all'anatta e all'anicca è una delle caratteristiche dell'esistenza.

  • Kama (-raga): la brama e in particolare l'amore sensuale.

  • Karma: azione, la legge per cui ogni azione meritoria o peccaminosa ha come frutto, in questa e nelle prossime vite, effetti della stessa qualità nei confronti del soggetto che ha compiuto l'azione.

  • Kaya: corpo, realtà concreta percepibile.

  • Mandala: raffigurazione simbolica del contenuto di un particolare insegnamento iniziatico oggetto di contemplazione e di meditazione estatica al fine di realizzare intuitivamente lo speciale piano di coscienza che esso rappresenta.

  • Mantra: all'inizio col significato di "testo sacro", successivamente prese quello di mistica giaculatoria che nella letteratura dei Tantra simboleggia foneticamente un piano particolare di coscienza.

  • Maya: inizialmente era un "gioco di prestigio", poi divenne illusione cosmica.

  • Nirvana: estinzione della serie di nessi causali che determinano l'esistenza condizionata.

  • Paramita: perfezione, ossia l'insieme delle sei o dieci virtù al cui esercizio si dedica colui che è destinato a divenire Buddha in un'esistenza successiva. Le principali virtù sono: dana, distacco da ciò che si possiede, sila, buoni costumi, ksanti, pazienza, virya, energia virile, dhyana, meditazione, prajña, gnosi, intuizione della realtà.

  • Prana: respiro, spirito vitale.

  • Sakti: magica potenza di cui sono dotati i Buddha.

  • Samadhi: meditazione estatica, condizione di profonda calma interiore; indica anche l'esercizio per l'acquisto di tale condizione.

  • Sunya: vuoto.

  • Sutra: verso sintetico, aforisma.

  • Tantra: opere esoteriche basate su presunte rivelazioni extracanoniche del Buddha storico o di altri Buddha. Sono permeati di conoscenze indiane e seguono una metodologia basata sullo Yoga ed altri sono invece influenzate da concezioni magiche di origine tibetana.

  • Tathagata: sinonimo del Buddha, significa letteralmente "il così venuto ad essere".

  • Upanisad: sessioni o insegnamenti esoterici, costituiscono i testi di esegesi filosofica ai riti vedici e di meditazione su cui è basato il sistema speculativo indiano del Vedanta.

  • Veda: scienza, rappresentano i sacri testi della tradizione indiana, la validità dei quali, ai fini della liberazione, è negata dal Buddhismo.

  • Yoga: soggiogamento, nome di discipline psicofisiche tradizionalmente volte alla realizzazione piena e cosciente dell'Essere totale (atman) nascosto dai moti psichici dell'individuo. Lo yoga è fondato sulla meditazione intensa e su pratiche esoteriche poggianti sul respiro (prana). Tali metodi sono stati accolti dall'inizio nel Buddhismo.

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Concetti essenziali del Buddhismo

 

I concetti presentati sono stati tratti, per la maggior parte dal libro di Christmas Humphreys, Dizionario Buddhista, cit. in bibliografia.

  • ANIMA: nel buddhismo è un termine che viene evitato, in quanto non è ammessa un'anima immortale e immutevole creata da una divinità e il cui destino può essere la felicità o il dolore eterno sulla base della vita vissuta dalla persona che la possiede. Pertanto, nel buddhismo l'anima è il carattere creato dall'esperienza nel mondo fenomenico, che diviene sempre più illuminato seguendo il Sentiero e sempre più degradato allontanandosene.

  • ASCETISMO: se praticato per ottenere poteri magici o per propiziarsi gli dèi, è essenzialmente egoista. Buddha condannò l'ascetismo estremo in quanto ignobile e inutile e insegnò la Via di Mezzo tra la mortificazione di sé e gli allettamenti dei sensi. L'unico ascetismo permesso è l'autocontrollo del corpo come ausilio all'autocontrollo della mente, con la rinuncia al piacere temporaneo a favore della felicità permanente. Le regole che governano la vita dei laici sono di norma i cinque precetti.

  • AUTORITÀ: nel buddhismo non c'è autorità nel senso di qualcuno che esponga una dottrina che deve essere accettata, o che dia spiegazioni autoritative della dottrina. Ogni buddhista è autorità a se stesso nel senso che deve apprendere la Verità da solo, mediante lo studio, l'autodisciplina e la pratica. Così come nessun insegnamento scritto e nessuna scrittura sono autoritari, ossia obbligatori. Tuttavia, nel buddhismo Vajrayana (via di diamante), il solo studio personale e soggettivo non è sufficiente; il metodo adottato al fine di condurre la persona alla salvezza è che gli insegnamenti siano comunicati direttamente da un maestro (guru) attorno al quale si sia raccolto un gruppo di devoti discepoli-iniziati che può, per mezzo di lui, penetrare il senso occulto della Dottrina, interpretandone il reale valore, la verità dietro il velo di quella convenzionale e apparente (cfr. il libro di Oscar Botto cit. a pag. 163).

  • BELLEZZA: il buddhismo riconosce una forma di liberazione attraverso la contemplazione della bellezza (subha). Nella pura contemplazione della grande bellezza non vi è il senso del sé e l'essere interamente liberi dal sé è un attimo di liberazione.

  • CARNE (nel significato di alimento): il buddhismo ritiene che la vita sia Una e quindi sacra. Non uccidono per divertimento o senza una causa. Ma poiché esseri viventi vengono uccisi anche nell'atto di respirare, ognuno deve applicare il primo precetto (v.) per suo conto. I monaci mangiano ciò che viene posto nelle loro ciotole dell'elemosina; quelli giapponesi sono vegetariani. I laici devono applicare il principio per come lo ritengono giusto, bilanciando le necessità della compassione (v.) e della salute personale.

  • COMPASSIONE: è la virtù buddhista suprema che si basa sul principio fondamentale dell'unità di tutta la vita. Significa identificarsi con la sofferenza altrui creando un affetto attivo (metta).

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  • COSCIENZA: nel buddhismo si divide in due classi, fenomenica e trascendente. La prima è il rapporto fra soggetto e oggetto e tutto ciò che ne deriva. Dipende per la sua espressione dagli organi di senso e dalla mente, ed è quindi personale. La seconda è invece indipendente dagli organi di senso e dal rapporto fra il soggetto e l'oggetto. Mentre l'azione della prima è raziocinante, quella della seconda è intuitiva. Questi due aspetti si uniscono nell'identità assoluta che viene realizzata come meta dell'ottuplice sentiero. La coscienza individuale non viene perduta, ma è trascesa nell'unione con la coscienza universale.

  • DESIDERIO: si intende la sete di un'esistenza separata nel mondo dei sensi. Mentre il desiderio in sé è in incolore, il desiderio egoista è causa di sofferenza. La volontà di vivere deve essere trasformata in aspirazione al benessere e all'illuminazione finale di tutti gli esseri.

  • DISTACCO (Viveka): può essere inteso in senso fisico come vivere in solitudine, oppure mentale come essere mentalmente distaccati dalle affezioni agli oggetti sensoriali. Questo porsi in diparte dalle circostanze non è indifferenza, ma non-attaccamento, consapevolezza senza attaccamento o avversione.

  • ESPERIENZA: il buddhismo non è tanto una religione quanto una via di vita. Anche le scritture hanno poco valore in confronto all'esperienza reale delle dottrine che descrivono. Ecco perché il Buddha non si appella ad un'autorità (v.) per alcuna sua dottrina e professa la tolleranza completa per le opinioni divergenti. Il Satori (termine usato nel buddhismo Zen per intuizione, apertura, inizio) come un'esperienza personale ma allo stesso tempo impersonale, diretta e intuitiva del non-relativo. Esso è inequivocabile e indimenticabile, ma essendo al di là del piano dell'intelletto non può essere comunicato a parole.

  • FEDE: nel buddhismo non si tratta dell'accettazione delle credenze dottrinarie, ma la fiducia nel Maestro e nel suo insegnamento come Via che conduce alla salvezza, che è la meta desiderata. 

  • FELICITÀ: si tratta, nel buddhismo, di un sottoprodotto del retto modo di vivere e non è mai fine a se stessa. La sensazione della felicità e dell'infelicità viene trascesa nel corso dello sviluppo della mente. 

  • ILLUMINAZIONE: si intende la libertà della mente e l'espansione di questa fin quando diviene una con la Mente Unica e commisurata all'universo. Questa è la meta di ogni buddhista: infrangere le barriere del pensiero pervenendo alla non-dualità che giace al di là dell'Uno e dei Molti e di tutte le altre coppie di opposti. 

  • INTUIZIONE: la facoltà mentale della conoscenza immediata, distinta dall'intelletto che non può mai "conoscere più di qualcosa di qualcosa". È stata descritta come un sapere senza "sapere di sapere".

  • LIBERA VOLONTÀ: il determinismo, nel senso che l'azione umana è determinata da forze indipendenti dalla volontà, è classificato nel buddhismo come un concetto errato. Il buddhismo afferma che la volontà dell'uomo non è legata da cause esterne, ma è libera nel senso che tutti i legami sono creazione propria dell'uomo e possono essere eliminati dall'uomo stesso. La volontà è di per sé libera sebbene limitata dai risultati delle proprie azioni (anche precedenti).

  • MALE: il buddhismo non è dualista, dividendo i fenomeni in un "bene" e un "male" assoluti. Riconosce il male come limite e quindi come qualcosa di puramente relativo. Tutto il male viene fatto risalire al desiderio del sé. Il male fondamentale è l'idea della separatezza e la meta del buddhismo è la rimozione del male attraverso lo sradicamento del senso dell'esistenza personale separata.

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  • MEDITAZIONE: svolge un ruolo importante nel buddhismo, essendo la via più sicura al controllo della mente e alla purificazione. La retta presenza mentale, settimo gradino dell'Ottuplice sentiero, implica il controllo costante dei pensieri. La retta concentrazione, che viene successivamente, è il controllo completo di tutti i processi mentali e sfocia nel raggiungimento della visione spirituale profonda e della tranquillità. Questi sono gli stadi della coscienza superiore.

  • MISTICISMO: consapevolezza dell'Unità essenziale dell'universo e di tutto ciò che è in esso, ottenuta da una facoltà che è oltre l'intelletto.

  • NIRVANA: è la meta suprema del cammino buddhista, la liberazione dai limiti dell'esistenza. La parola deriva da una radice il cui significato è: estinto mediante assenza di combustibile. Poiché la rinascita è il risultato del desiderio, la libertà dalla rinascita è ottenuta mediante l'estinzione di questo desiderio. Il Nirvana raggiungibile in questa vita attraverso la retta aspirazione, la purezza della vita e l'eliminazione dell'egoismo. 

  • PECCATO: il buddhismo non riconosce un peccato originale dell'uomo, salvo quei risultati delle cause passate che non sono ancora giunti a maturazione. Gli effetti di ogni nuova azione che sia nociva verranno trascinati con sé da chi li ha causati, secondo la legge del karma

  • PRECETTI: vi sono nel buddhismo dieci precetti morali. In origine erano cinque (pansil) e ne furono aggiunti altrettanti per chi, da semplice laico, diventava monaco, aderendo ad una comunità (sangha). Non sono comandamenti, ma semplici aspirazioni o voti fatti al proprio sé superiore. I primi cinque sono: 1) non uccidere; 2) non rubare; 3) non indulgere nella sensualità; 4) non mentire; 5) non intossicarsi di bevande o droghe. Gli altri cinque: 6) non mangiare cibi fuori stagione; 7) non prendere parte a divertimenti mondani; 8) non usare profumi né indossare ornamenti; 9) non dormire su letti suntuosi; 10) non possedere oro o argento.

  • PRESENZA MENTALE: sinonimo di "consapevolezza di sé" è la condizione mentale che nel monaco o nel laico praticante dovrebbe essere permanente, nella quale la Meta e la Via che conduce ad essa sono costantemente in vista. Questa incessante pressione interiore della mente è la sola che conduce all'illuminazione.

  • RINASCITA: nel buddhismo la rinascita è i corollario del karma: nessuna entità immortale passa da una vita all'altra, ma ogni vita deve essere considerata l'effetto karmico della vita precedente e la causa di quella successiva. Il karma che fa ritornare l'uomo in questo mondo in un ciclo di rinascite è il risultato del desiderio. Va distinta dalla trasmigrazione, che comporta il ritorno sulla terra in un nuovo corpo di un'entità distinta che può essere detta anima.

  • RINUNCIA: sacrificio dell'interesse personale. L'unico sacrificio a cui si riconosce valore nel percorrere il Sentiero. Le due grandi rinunce nella vita del Buddha furono: la rinuncia alla casa, alla famiglia e al regno; la rinuncia al Nirvana al momento dell'Illuminazione a favore dell'insegnamento della Legge.

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Introduzione storica

  • Il termine buddhismo deriva dal titolo onorifico attribuito al principe Siddharta Gautama (ca. 563-480 a.C.), originario di Kapilavastu, nella regione himalayana. Buddha significa in sanscrito "il risvegliato". Ebbe origine in India in alternativa al Brahmanesimo. Tutto parte dunque da Siddharta e dalla sua vita, ormai ricca di racconti leggendari intercalati con notizie storiche.

  • Nasce circa nel 563 a.C. Riceve, oltre al nome derivato dal padre, Gautama, anche il titolo di principe Siddharta ("colui che ha raggiunto il suo scopo"). Il padre, a capo di una comunità di aristocratici Sakya ("i potenti") è investito dalla carica di re, non nel senso più usuale, ma come ricco proprietario terriero. La madre Maya ("illusione") muore solo dopo sette giorni dal parto e sarà la zia Mahaprajapati ("grande procreatrice") a prendersi cura di Siddharta.

  • Educato secondo il suo rango, a sedici anni gli viene data in sposa la cugina Yasodhara e il figlio che nascerà dalla loro unione verrà chiamato Rahula ("legame"). Continua a vivere nel lusso della corte anche se iniziano in lui i primi interrogativi riguardo alla vanità della propria condizione. Viene a contatto con un'umanità sofferente: si racconta che il principe, passeggiando al di fuori del palazzo del padre, si incontri dapprima in un vecchio sofferente, poi un ammalato e infine un morto. Siddharta conosce poi un eremita che provoca la sua coscienza e comincia allora la ricerca del senso autentico della vita, scosso dal confronto fra la vacuità della sua esistenza fino a quel momento e la presenza del dolore nel mondo. Abbandona il palazzo, il lusso e gli affetti, si rade il capo, indossa la veste gialla dell'asceta e inizia il suo itinerario alla ricerca di una risposta alle sue inquiete domande. Ha ora ventinove anni.

  • Dopo un anno trascorso con due maestri Aradha Kalama e Udraka Ramaputra, si reca da cinque asceti e inizia con loro, nella foresta, una vita di profondo e assoluto ascetismo. Per sei anni si nutre di un solo chicco di riso o di sesamo al giorno. Nonostante i suoi sforzi, Siddharta sceglie di percorrere una via intermedia fra il piacere sfrenato e la rinuncia quasi totale alla vita. Giunto a Uruvela si ferma sotto un albero di ficus religiosa, sulla sponda del ruscello Nerajara. Siede nella posizione del loro a gambe incrociate e rivolto verso oriente, contemplando il passare delle onde. Medita profondamente e attraversa i quattro stadi dell'illuminazione: concentrazione, lievità dell'animo, abbandono, imperturbabilità.

  • Durante questo stato ha una triplice visione: nella prima rivede le sue nascite precedenti, la trasmigrazione attraverso molte vite ed epoche diverse, comprendendo che il ciclo delle rinascite è infinito. Nella seconda visione notturna vede la condizione del mondo attuale, destinati a trasmigrare continuamente salendo in mondi luminosi e ridiscendendo in abissi profondi secondo le azioni compiute. Comprende che la situazione attuale di ognuno è il risultato delle azioni compiute nelle precedenti esistenze. Nella terza visione, all'alba, comprende come il dolore derivi da questa concatenazione  di causa ed effetto. A questo punto comprende le quattro verità, di cui si parlerà più avanti.

  • Le quattro verità sono: non può esservi esistenza senza dolore; il desiderio è la causa del dolore; l'eliminazione del desiderio porta la cessazione del dolore; esiste una via che permette di eliminare il desiderio e dunque il dolore. In questa sta l'illuminazione di Siddharta, la suprema illuminazione (samma sambodhi).

  • Dopo questa illuminazione, Siddharta, ora Buddha (= Illuminato), medita se sia o meno il caso di rivelare questa verità al mondo. Possono gli uomini, schiavi dei propri desideri terreni, riconoscere la concatenazione di queste cause ed effetti? Dopo una settimana, giunge a Benares, dove, al cospetto dei cinque asceti che erano suoi maestri e compagni, pronuncia il primo sermone annunciando le sue quattro verità. Qui insegna anche la via intermedia, il giusto equilibrio fra una vita piena di piaceri ed una fatta di umiliazioni e di rinunce al limite delle forze. Tale discorso viene denominato come "discorso sulla messa in moto della ruota della legge".

  • Gli asceti a cui si era rivolto chiedono i voti monastici che il Buddha concede. Da qui ha inizio la comunità dei monaci (sangha = assemblea) cui fanno seguito molte conversioni e la nascita di nuove comunità religiose. Oltre ai monaci se uniscono anche seguaci laici. Dopo tre mesi si contano sessanta seguaci e il Buddha li manda in missione per diffondere la nuova dottrina.

  • Oltre a molti seguaci ed ammiratori, il Buddha ha anche molti nemici fra asceti e brahmani, tra cui un cugino, Devadatta, il quale più volte tenta di ucciderlo. Alla fine si salva sempre miracolosamente. Per quarantacinque anni predica senza sosta per diffondere la sua dottrina in tutta l'India occidentale. Trascorre gli ultimi anni di vita in un monastero a Sravasti. Ottantenne parte alla volta di Kusinagara e fa sosta in un bosco nei pressi di Pava dove mangia dei funghi o della carne di suino offertigli, secondo la regola che il monaco buddhista doveva mangiare qualunque alimento gli venisse offerto nella ciotola. Qui viene colto da febbri altissime, forse per il riacutizzarsi di un antico male, e nei pressi di Kusinagara, in un boschetto, muore.

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Dottrina

 

Le verità fondamentali del Buddhismo sono:  

 

1. IL DOLORE COME REALTÀ ONNIPRESENTE:

 

«E questa, o monaci, è la Santa Verità circa il dolore: la nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore; la separazione da ciò che piace è dolore, il non ottenere ciò che si desidera è dolore, dolore in una parola sono i cinque elementi dell’esistenza individuale».

Il dolore, secondo l'esperienza che il Buddha aveva fatto, è una tragica costante di ogni attimo dell'esistere. Anche le gioie, che fanno parte della vita, hanno una potenzialità negativa che tutto volge in dolore e in paura, stante l'instabilità e l'impermanenza del tutto. Tutte le cose sono transitorie e si dissolvono e costituiscono perciò fonte di dolore. Ogni individuo, come anche il mondo, è un insieme di aggregati (skandha) o di elementi (dharma) che si associano e dissociano determinando di volta in volta oggetti o persone. Individua cinque elementi presenti in ogni forma di vita e attivi nell'uomo: 1) rupa, forma e materia; 2) vedana, sensazione; 3) samjña, idee; 4) samskara, impressioni ed emozioni; 5) vijñana, coscienza. Quando un individuo muore, si dissolvono i cinque elementi che si ricomporranno alla rinascita.

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2. IL DESIDERIO COME CAUSA DEL DOLORE:

 

«Questa, o monaci, è la Santa Verità circa l’origine del dolore: essa è quella sete che è causa di rinascita, che è congiunta con la gioia o col desiderio, sete di esistenza, sete di estinzione».  

Il Buddha va alla ricerca dell'origine del dolore e l'identifica in una eterna sete di vivere che affonda le sue radici nei desideri dei sensi e nell'ignoranza che ottenebra le facoltà intellettive. Se questa sete è la causa del dolore sarà sufficiente sopprimerla perché si estinguano con essa anche i suoi effetti. Questa spiegazione fu considerata subito poco esauriente e si sentì la necessità di completarla con la dottrina della "produzione condizionata", con la legge delle dodici cause (nidana) ricordata come "l'augusto metodo". Seguendo quanto affermato da Oscar Botto (citato), tale legge si articola in dodici questioni e relative risposte: Anzitutto, perché c'è la vecchiaia, la malattia e la morte? Esistono perché c'è nascita, che è a sua volta condizionata dall'esistenza. L'esistenza è condizionata dall'attaccamento che è di quattro specie: al piacere, alle false dottrine, ai precetti morali, alla fede nell'esistenza dell'Io, ossia all'attaccamento alle cose terrene, alla vita e alla molteplicità delle sue manifestazioni illusorie. La causa dell'attaccamento è la sete, che è soprattutto sete di essere e di avere, desiderio carnale e concupiscenza dei sensi, sete di benessere, ambizione, brama di potere. Essa rappresenta per le quattro verità la categoria base, la forza che maggiormente sollecita e muove il dolore nel mondo, quella che sospinge incessantemente gli esseri nell'interminabile ciclo delle esistenze. Esistenze che si ripetono nella misura in cui, morendo, l'essere porta con sé la sete di vivere, inappagata e molteplice nelle sue forme e implicazioni. La sete sussiste in quanto c'è la sensazione di piacere, di dolore, di indifferenza, in quanto sussiste nello stato emotivo che è riflesso da una percezione derivata dal contatto. Questo è condizionato a sua volta dai sei organi sensori, cinque esterni (vista, udito, olfatto, gusto, tatto) e uno interno (intelletto) nell'incontro di ciascuno di essi con i rispettivi oggetti. Sui cinque sovrasta l'intelletto (manas), il quale ne coordina le funzioni trasformando le singole sensazioni in concetti. I sei organi sono condizionati dall'esistenza dell'individuo: l'esistenza e la funzionalità implicano l'esistenza di una persona che si avvalga di essi per riceverne le impressioni. La persona è costituita da un organismo psicofisico i cui costituenti si raccolgono sotto le due denominazioni di nama e rupa, ossia del nome e del complesso di fattori psichici e di elementi materiali. Questi due fattori che costituiscono la personalità sono a loro volta condizionati dalla coscienza (viññana) che ne è il presupposto essenziale. Con questo termine viene indicato il complesso dei processi psichici ereditati dalle esistenze precedenti. La coscienza è condizionata dalle predisposizioni (samskara) o complesso di caratteri intellettuali, morali, fisici, ereditari per l'individuo al suo nascere. Queste impressioni residue del passato possono rimanere celate per parecchie vite. La loro esistenza rimane subordinata all'ignoranza (avijja), estremo termine al sommo della legge delle concause. L'ignoranza, che rimane la causa primordiale nella serie delle dodici cause descritte non è una mancanza di cognizioni scientifiche o culturali, ma deve essere intesa come una non-conoscenza di quelle verità che costituiscono l'essenza della dottrina del Buddha, le sole capaci di liberare l'individuo dal samsara. Andare al di là dell'ignoranza è impossibile perché il suo punto iniziale sfugge al nostro sapere.

La dottrina della "produzione condizionata" comprende tre momenti: il momento passato (che include ignoranza e predisposizioni), il momento presente (coscienza, individualità, sei organi sensori, contatto, sensazione, sete, attaccamento, esistenza) ed il momento futuro (nascita, vecchiaia, morte). La distruzione dell'ignoranza è la base dalla quale procedere per realizzare la soppressione del dolore, terzo punto dell'insegnamento.

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3. LA SOPPRESSIONE DEL DOLORE:

 

«Questa, o monaci, è la Santa Verità circa la soppressione del dolore: è la soppressione di questa sete, annientando completamente il desiderio, è il bandirla, il reprimerla, il liberarsi da essa, il distaccarsi».

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4. L'OTTUPLICE SENTIERO:

 

La quarta verità insegna per definizione la via che conduce alla rimozione del dolore: 

 

«Questa, o monaci, è la Santa Verità circa il sentiero (che conduce) alla soppressione del dolore: è l’angusto ottuplice sentiero, e cioè: retta visione, retta volontà, retta parola, retta azione, retta vita, retto sforzo, retto ricordo, retta concentrazione».

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L'itinerario mistico

 

Jesús López-Gay, nell'opera citata, individua alcune costanti e distingue tre correnti di mistica buddhista. Anzitutto rileva che ciascun tipo di mistica segue comunque l'itinerario indicato dal Buddha nel suo discorso programmatico sulle quattro verità. La quarta verità rappresenta l'itinerario pratico per giungere allo stato di perfezione.

Il termine cammino (magga) significa ricerca e indica nello stesso tempo una meta da conseguire. Le otto tappe di questo cammino sono distinguibili in due grandi gruppi: le prime cinque tappe sono in relazione con la vita ascetica e con la morale, le ultime tre riguardano la disciplina mentale. L'aggettivo "retto" o puro garantisce la validità di questi otto strumenti per raggiungere la perfezione:

  1. Retta visione (o fede), che consiste nel vedere tutto alla luce delle quattro verità, nel credere alla dogmatica buddhista contro i fallaci insegnamenti eterodossi;

  2. Retta volontà (o pura intenzione): serve ad applicarsi seriamente a questo cammino, indica la ferma intenzione di entrare nella via del distacco (astenendosi da brame, astio e crudeltà) e di tendere al nirvana;

  3. Retta parola, che si oppone a qualsiasi menzogna, malignità, asperità;

  4. Retta azione, che si compie evitando qualsiasi sforzo inutile e rispettando la vita degli esseri viventi, sopprimendo ogni occasione di peccato materiale (lussuria, sensualità, furti, avarizia, atti violenti e crudeli);

  5. Retto modo di esistenza, che suppone la pratica delle norme di etica buddhista e nell'esercitare mestieri e attività compatibili con una esistenza castigata e onesta;

  6. Retto sforzo, che soccorre il fedele nel superamento di ogni ostacolo, sulla via delle quattro verità; implica l'esatto impiego delle capacità individuali, a rimuovere quanto di male in esse già esiste, a sviluppare ogni qualità buona, ad eliminare ogni inibizione mentale che può risolversi in una diminuzione di potenza

  7. Retto ricordo, oltre ad essere la facoltà che rappresenta e richiama alla mente fatti e concetti, determina anche una capacità ad affrontare nel senso dovuto le situazioni più diverse e a conservare un pieno dominio di se stessi;

  8. Retta concentrazione della mente è rappresentata da un complesso esercizio mentale che conduce alla cessazione della coscienza e della sensibilità attraverso successivi gradi di meditazione (jhana) sempre più estatica.

Nello sforzo umano proteso verso il raggiungimento della liberazione, queste tappe, il cui rispettivo superamento è condizionato dalla preliminare eliminazione delle passioni inerenti il grado precedente, segnano il graduale distacco dal mondo esteriore e il perfezionamento interiore del devoto.

 

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Meditazione estatica

 

Scrive Oscar Botto che il processo meditativo produce uno stato di profonda e assoluta serenità che genera una conoscenza intima della reale natura dell'universo valendosi di una conoscenza che trascende la ragione stessa. Isolando dapprima i desideri, annullando poi ogni nozione degli oggetti materiali, eliminando infine ogni sensazione di gradimento, il devoto è compenetrato da una beatitudine che è al di là della gioia e lascia dietro di sé ogni sensazione di piacere e di dolore sostituita da una calma meditativa e da una completa purificazione dello spirito.

Nella meditazione abbiamo quattro gradi:

1° grado: un monaco, tenendosi lontano dai sensi e dalle idee meschine, entra nel primo grado in cui risiedono l'analisi e la riflessione prodotte dalla solitudine, che dà gioia e benessere.

2° grado: sopprimendo l'analisi e la riflessione, egli entra nel secondo grado di meditazione nato dalla concentrazione del proprio sé, nel quale lo spirito, pieno di gioia e di benessere, liberato dall'analisi e dalla riflessione, diventa calmo, equilibrato, sublime.

3° grado: continuando su questa via, liberatosi dalla gioia, egli dimora in calma contemplazione, attento, padrone di se stesso, pieno di felicità.

4° grado: liberatosi dal piacere e dalla sofferenza, stando al di là del bene e della tristezza, egli entra in questo grado che è completa realizzazione della perfetta purezza, della meditazione, della serenità, che è sede nella quale non si avvertono più né gioie né pene.

Nel cammino ascetico, ai quattro gradi di meditazione succedono quattro "regioni senza forma":

  1. la regione dello spazio illimitato;

  2. la regione della coscienza illimitata;

  3. la regione in cui più nulla esiste;

  4. la regione in cui non esistono più né coscienza né incoscienza.

Al termine di questa pratica dell'estasi, il devoto, oltre a un'intima pace, ha acquistato forme trascendentali di conoscenza e poteri occulti (iddhi) che gli consentono di ascoltare voci provenienti dal cielo, di leggere i più intimi pensieri degli uomini, di ricordare le sue esistenze passate, di percepire nell'intimo l'indegno e il sublime, di passare attraverso barriere di ogni specie (montagne, muri), di volare per aria, di camminare sulla superficie delle acque. Con la soppressione della coscienza e della sensibilità, il devoto ha raggiunto il nirvana visibile, realizzabile in questo mondo, che prende il nome di samditthikanibbana.

 

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Tipologia dell'esperienza mistica buddhista

 

Per quanto riguarda le varie correnti di mistica buddhista, Jesús López-Gay ne distingue tre:

  1. proprio di quei movimenti buddhisti che sottolineano il non-dualismo. Il mondo fenomenico è percepito come non esistente e il più profondo dell'uomo è sperimentato come assoluto. Tutto il processo mistico diventerà un movimento di interiorizzazione verso la propria natura, la propria coscienza. Si definisce pertanto en-statico: nel centro più intimo dell'uomo si trova il punto di partenza e di arrivo dell'esperienza mistica. A questo gruppo appartengono tutte le correnti buddhiste legate allo Zen che ha origini nel buddhismo indiano e in modo remoto al sistema dello Yoga. Per arrivare a scoprire l'io profondo, scoperta in cui consiste l'illuminazione, il mezzo più idoneo è la meditazione. Si tratta di una «meditazione che pone in movimento la mente procurando di eliminare ogni intellezione, creando così il "vuoto conoscitivo", per arrivare all'esperienza di una unità nel profondo dell'essere. La conoscenza ha il primato sull'oggetto sperimentato. Non si tratta di aver "coscienza di", bensì di "essere coscienti", illuminati da una tale coscienza; l'uomo arriva non solo alla profondità del suo essere, ma dell'Essere come tale» (op.cit., p.572);

  2. un secondo tipo di mistica buddhista può invece essere chiamato ek-statico, in quanto si caratterizza da un uscire da sé per integrarsi nel cosmo, nella natura universale. Lo spazio e il tempo risultano aboliti e il mistico trova tutta la natura cosmica come unita e in questa unità si integra. Al termine dell'esperienza non c'è l'Altro, ma ancora una totalità universale. «Se il primo tipo di mistica si aggancia al "cammino della conoscenza", questo nuovo tipo è molto vicino al "cammino dell'azione" (karma), che caratterizza molti movimenti spirituali dell'Oriente. In questa nuova tipologia la dottrina sui "misteri" è profonda, e la pratica dei "riti" acquista un rilievo straordinario. In questa secondo tipologia possiamo includere tutte le sette del buddhismo mahayana che appartengono in qualche forma al tantrismo o vajrayana, "veicolo del diamante". [...] Come frutto della dottrina dei testi e dei maestri che la tramandano verbalmente, questo tipo di mistica non vuol lasciare niente all'uomo che non venga integrato nell'universo. Insieme alla recita delle sillabe mistica (dharani) e di formule efficaci (mantra), che pongono il praticante al ritmo dell'universo, essa vuol integrare l'uomo nel cosmos attraverso la vista o contemplazione visiva dei mandalas, raffigurazioni mistiche, geograficamente complesse, che hanno un profondo significato salvifico» (op.cit., p.574-5). Il mandala, inizialmente iniziato come oggetto di meditazione, è un disegno cosmico che assicura la presenza dell'energia, creando le condizioni di contatto fra cosmos e praticante: in questo senso risulta un oggetto sacro. Anche il corpo umano è considerato un mandala in cui si realizza l'integrazione dell'uomo nel tutto e del tutto nell'uomo;

  3. il terzo tipo di mistica buddhista sottolinea la scoperta e l'incontro con un Altro, anche se questa Persona non è un Dio unico e trascendente. In questo approccio, non si tratta di perdersi nella Totalità indistinta, «ma si sviluppa nell'incontro fra due persone rivestito di amore e di fede. Un amore da parte di Buddha che ama l'uomo e lo vuol salvare, e una fede come risposta dell'uomo. In questa tipologia si arriva ad un'esperienza di unità, ma conservandosi la distinzione ontologica. [...] Il mistico non è più, come presso le altre scuole buddhiste, un discepolo che mediante il proprio impegno mentale e fisico raggiunge una conoscenza liberatoria realizzata attraverso serie logiche e nell'assoluta astrazione da un rapporto con il divino. Si instaura invece un rapporto di autentica devozione nel quale hanno fondamentale rilievo il sentimento della dipendenza e il filiale affidamento a un Dio che vuole salvare» (op.cit., p.578-9). Questo tipo di mistica è legato al buddhismo mahayana (Grande veicolo).

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Antologia

 

Dhammapada (I versi della legge)

  • Gli elementi della realtà (dhammā) hanno la mente come principio, hanno la mente come elemento essenziale e sono costituiti da mente. Chi parli oppure operi con mente corrotta, lui segue la sventura come la ruota segue il piede dell'animale che traina il veicolo.

  • Mai, invero, si placano quaggiù gli odii con l'odiare: col non-odiare si placano. Questa è legge eterna.

  • Come la pioggia penetra in una casa mal coperta, così pure la passione penetra in una mente non usa alla meditazione.

  • Viviamo dunque ben felici noi, che non possediamo nulla: nutrendoci della gioia altrui come gli dei risplendenti!

  • Non è Anziano un tale perché il capo gli è divenuto canuto: la sua età può anche essere matura, ma egli è chiamato "vecchio invano"; ma colui nel quale sono verità, giustizia, rispetto della vita, temperanza e dominio su se stesso, che ha scosso da sé ogni macchia, costui si chiama forte e Anziano.

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Udana (Detti ispirati o versi di esaltazione)

  • Così da me è stato udito. In una certa occasione il Beato si trovava presso Savatthi, nel parco orientale, nella casa a più piani della Madre di Migara. In quel tempo avvenne che l'amata e graziosa nipote di Visakha, madre di Migara, venne a morire. Così Visakha, con le vesti e i capelli ancora umidi [per il bagno purificatore dopo il funerale] venne a visitare il Beato ad un'ora impropria. Venuta che fu lo salutò e sedette in un angolo. Una volta che si fu seduta, il Beato disse a Visakha, la madre di Migara: «Dunque, Visakha, come mai sei venuta qui con i capelli ancora umidi e ad un'ora impropria?» «O Signore, la mia cara e graziosa nipote è morta! Questa è la ragione per la quale sono venuta qui coi capelli e le vesti ancora umidi a quest'ora impropria». «Ti piacerebbe, Visakha, avere tanti figli e tanti nipoti quanti uomini ci sono a Savatthi?» «Desidererei davvero, Signore, aver tanti figli e nipoti quanti uomini ci sono». «Dimmi, allora, Visakha, quante persone pensi che muoiano ogni giorno a Savatthi?» «Forse dieci, Signore, o forse nove, o otto... Forse, invece, sette, o tre o due. Forse è una sola persona quella che muore quotidianamente a Savatthi, Signore». «E tu, Visakha, che pensi? In tal caso potresti stare qualche volta senza i capelli e le vesti bagnate?» «No di certo, Signore. Basta, con tanti figli e tanti nipoti!» «Visakha, coloro i quali hanno cento cose care, hanno altrettanti cento dolori. Coloro che hanno novanta cose care hanno altrettanti novanta dolori. Coloro che hanno ottanta... trenta... venti... dieci cose care, hanno gli stessi altrettanti dolori. Chi, però, ha una sola cosa cara, ha un solo dolore. E chi non ha nulla di caro, costui non patisce alcun dolore. Costoro sono senza dolore e senza passione: essi sono sereni, io dichiaro!»

  • «Quanti sono i dolori, i lamenti ed i malanni in questo mondo, innumerevoli, per quello che vi è di caro, questi divengono tali: se non vi è ciò che è caro, essi non sono. Perciò felici, liberi da dolore sono tutti coloro per i quali nulla è caro al mondo. Se quindi, ricerchi il non-dolore e il non-soffrire, non renderti caro nulla in questo mondo!»

 

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Mistica.Info è a cura di Antonello Lotti - Sito web: www.mistica.info - E-mail: misticainfo@libero.it