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La
mistica come via di ricerca della Verità
- Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti |
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CONTRIBUTI |
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(PSEUDO) DIONIGI AREOPAGITA, la teologia mistica
CAPITOLO
I Cos’è
la tenebra divina
I.
Trinità sovraessenziale oltremodo divina ed oltremodo buona, custode
della sapienza dei Cristiani relativa a Dio, guidaci verso la cima
oltremodo sconosciuta, oltremodo risplendente ed altissima dei mistici
oracoli, dove i misteri semplici, assoluti ed immutabili della teologia
vengono svelati nella tenebra luminosissima del silenzio che inizia
all’arcano: là dove c’è più buio essa fa brillare ciò che è
oltremodo risplendente, e nella sede del tutto intoccabile ed invisibile
ricolma le intelligenze prive di vista di stupendi splendori. Questa sia
la mia preghiera. Ma tu, o mio caro Timoteo, applicati intensamente alle
mistiche visioni, metti da parte le sensazioni, le attività
intellettuali, tutte le cose sensibili ed intelligibili, tutto ciò che
non esiste e che esiste e per quanto puoi abbandonati senza più conoscere
all’unione con ciò che è al di sopra di ogni essere e di ogni
conoscenza: nel tuo abbandono incondizionato, assoluto e puro al raggio
sovraessenziale della tenebra divina elimina tutto, e una volta staccatoti
da tutto lasciati portare verso l’alto. II.
Bada a che nessuno dei non iniziati ascolti: mi riferisco a coloro che
rimangono prigionieri delle realtà, che pensano che nulla esista in modo
sovraessenziale al disopra degli esseri, che ritengono di conoscere con la
loro scienza colui che “ha fatto della tenebra il suo nascondiglio”.
Se le divine iniziazioni vanno al di là delle capacità di costoro, che
cosa si dovrebbe dire a proposito di coloro che sono ancor meno iniziati,
che definiscono la causa trascendente di tutto anche per mezzo degli
esseri più bassi, e che dicono che essa non è affatto superiore alle
empie e svariate raffigurazioni forgiate da loro? Ad essa, in quanto causa
di tutto, vanno applicate tutte le affermazioni positive relative agli
esseri; < nello stesso tempo > però, in quanto trascende tutto, è
più giusto negare a proposito di essa tutti questi attributi. Non si deve
credere che le negazioni siano contrapposte alle affermazioni: la causa
universale, essendo al di sopra di ogni negazione ed affermazione, è
anche al di sopra delle privazioni. III.
Per questo dunque il divino Bartolomeo dice che la teologia è < nello
stesso tempo > diffusa e brevissima, e che il Vangelo è vasto e grande
e nello stesso tempo conciso. A mio parere, questo è stato il suo
pensiero soprannaturale: la buona causa universale è insieme di molte
parole, di poche parole e addirittura muta, giacché ad essa non si
possono applicare nessun discorso e nessun pensiero: essa trascende
infatti in maniera sovraessenziale tutte le cose, e si rivela senza veli e
veracemente solo a coloro che, dopo avere attraversato tutte le cose
impure e pure, dopo essersi lasciata dietro ogni ascesa che porta alle
sante vette, e dopo avere abbandonato tutte le luci, tutti i suoni e tutte
le parole celesti, penetrano nella tenebra dove veramente si trova, come
affermano gli oracoli, colui che è al di sopra di tutto. Non senza
ragione il divino Mosè riceve innanzitutto l’ordine di purificarsi e
poi quello di separarsi da coloro che non sono puri; dopo essersi del
tutto purificato, sente il molteplice suono delle trombe, e vede molte
luci, irradianti raggi puri e diffusi; quindi si separa dalla moltitudine,
ed assieme ai sacerdoti scelti procede verso la sommità della divina
ascesa. Ma anche a questo punto non si trova assieme a Dio: ciò che
contempla, non è Lui (Egli è incontemplabile), ma il luogo in cui si
trova. A mio avviso, tutto questo significa che le cose più divine e più
alte tra quelle visibili e pensabili sono soltanto parole che suggeriscono
< alla mente > le realtà che rimangono sottoposte a colui che tutto
trascende e che rivelano la sua presenza superiore ad ogni, pensiero,
situata al disopra delle vette intelligibili dei suoi luoghi più santi.
Allora egli si distacca da ciò che è visibile e da coloro che vedono, e
penetra nella tenebra veramente mistica dell’ignoranza. Rimanendo in
essa, chiude ogni percezione conoscitiva ed entra in Colui che è del
tutto intoccabile ed invisibile: < allora > appartiene veramente a
Colui che tutto trascende, senza essere più di nessuno, né di se stesso
né di altri; fatta cessare ogni conoscenza, si unisce al principio del
tutto sconosciuto secondo il meglio < delle sue capacità >, e
proprio perché non conosce più nulla, conosce al di sopra
dell’intelligenza. CAPITOLO
II
Come
ci si deve unire alla causa universale e superiore a tutto, e come si
devono levare ad essa gl’inni
di lode. Preghiamo
per trovarci anche noi in questa tenebra luminosissima, per vedere tramite
la cecità e l’ignoranza, e per conoscere il Principio superiore alla
visione ed alla conoscenza proprio perché non vediamo e non conosciamo;
in questo consistono infatti la reale visione e la reale conoscenza.
Celebreremo < allora > il Principio sovraessenziale in modo
sovraessenziale, vale a dire eliminando tutte le cose: allo stesso modo,
coloro che modellano una statua bella di per sé eliminano da essa tutti
gl’impedimenti che potrebbero sovrapporsi alla pura visione della sua
nascosta bellezza, e sono in grado di mostrare in tutta la sua purezza
questa bellezza occulta solo grazie a questo processo di eliminazione. A
mio parere, le negazioni e le affermazioni vanno celebrate con
procedimenti contrari: in effetti, noi facciamo delle affermazioni quando
partiamo dai principi più originari e scendiamo attraverso i membri
intermedi fino alle ultime realtà; nel caso invece delle negazioni, noi
eliminiamo tutto allorché risaliamo dalle ultime realtà fino a quelle più
originarie, in modo da conoscere senza veli l’ignoranza nascosta in
tutti gli esseri da tutte le cose conoscibili, e da vedere la tenebra
sovraessenziale nascosta da tutte le luci presenti negli esseri. CAPITOLO
III
Negli
“Schizzi teologici” abbiamo celebrato gli aspetti più importanti
della teologia affermativa: < abbiamo spiegato > in che senso la
natura divina e buona è chiamata una ed in che senso è chiamata trina;
quale significato hanno, se riferiti ad essa, i concetti di paternità e
di figliolanza; che cosa intende mostrare la teologia dello Spirito <
santo > ; come le intime luci della bontà sono spuntate fuori dal bene
immateriale e privo di parti, senza tuttavia cessare di rimanere nel bene,
in se stesse e l’una nell’altra nonostante questo coeterno processo di
germogliamento; come il Gesù sovraessenziale ha preso l’essenza propria
della vera natura umana; e tutte le altre rivelazioni degli oracoli,
celebrate negli “Schizzi teologici”. Nello scritto “Sui nomi
divini” < abbiamo spiegato > invece come CAPITOLO
IV
Diciamo
dunque che la causa universale, superiore a tutte le cose, non è priva di
essenza, di vita, di ragione, d’intelligenza; non è neppure un corpo, e
non possiede né una figura, né una forma, né una qualità, né una
quantità, né un peso; non si trova in nessun luogo, non è visibile, né
può essere toccata materialmente; non ha sensazioni, né è oggetto di
sensazioni, né disturbata da passioni materiali, né fa albergare in sé
il disordine e la confusione; non è neppure priva di forza, come se fosse
soggetta alle vicissitudini del mondo sensibile, né ha bisogno della
luce; non ammette in sé né il cambiamento, né la corruzione, né la
divisione, né la privazione, né lo scorrimento, né alcun’altra cosa
sensibile; e non è neppure qualcuna di queste cose. CAPITOLO
V
Procedendo
quindi nella nostra ascesa diciamo che < la causa universale > non
è né anima, né intelligenza, e non possiede né immaginazione, né
opinione, né parola, né pensiero; che essa stessa non è né parola, né
pensiero; e che non è oggetto né di discorso, né di pensiero. Non è
né numero, né ordine, né grandezza, né piccolezza, né uguaglianza, né
disuguaglianza, né somiglianza, né dissomiglianza; non sta ferma, né si
muove, né rimane quieta, né possiede una forza, né è una forza; non è
luce; non vive e non è vita; non è né essenza, né eternità, né
tempo; non ammette neanche un contatto intelligibile; non è né scienza,
né verità, né regno, né sapienza; non è né uno, né unità, né
divinità, né bontà; non è neppure spirito, per quanto ne sappiamo; non
è né figliolanza, né paternità, né qualcuna delle cose che possono
essere conosciute da noi o da qualche altro essere; non è nessuno dei
non-esseri e nessuno degli esseri, né gli esseri la conoscono in quanto
esiste; e neppure essa conosce gli esseri in quanto esseri. A proposito di
essa, non esistono né discorsi, né nomi, né conoscenza; non è né
tenebra, né luce; né errore, né verità; non esistono affatto, a
proposito di essa, né affermazioni, né negazioni: quando facciamo delle
affermazioni o delle negazioni < a proposito delle realtà che vengono
> dopo di essa, noi non l’affermiamo, né la neghiamo. In effetti,
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