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la
pace in agostino
(da
LA CITTÀ DI DIO, Libro XIX, 10-20: Universalità e ineluttabilità
della pace)
La
pace nell'eternità.
10. Ma neanche i santi e fedeli
adoratori dell’unico vero sommo Dio sono immuni dai loro inganni e dalla
tentazione di varia specie. In questo luogo d’insicurezza e tempi di
malvagità non è vana neanche quest’ansia di raggiungere con un
desiderio più fervido quella sicurezza in cui è pace sommamente piena e
certissima. In quello stato infatti si avranno le componenti dell’essere,
quelle cioè che al nostro essere sono conferite dal Creatore di tutti gli
esseri, non solo buone ma perenni, non solo nello spirito che si redime
con la pienezza del pensiero, ma anche nel corpo che sarà restituito alla
vita con la risurrezione; vi saranno le virtù che non lottano contro gli
impulsi o i vari mali, ma che hanno come premio della vittoria la pace
eterna che nessun nemico può turbare. È infatti la felicità finale il
fine stesso della perfezione che non ha limite. Qui ci consideriamo
felici, quando abbiamo la pace nei limiti in cui qui si può conseguire
con una vita onesta, ma questa felicità, paragonata alla felicità che
consideriamo finale, è piuttosto infelicità. Quando come uomini posti
nel divenire abbiamo nel divenire delle cose la pace che si può avere in
questa vita, se viviamo onestamente, la virtù usa bene dei suoi beni;
quando invece non l’abbiamo, la virtù usa bene anche i mali che l’uomo
sopporta. Ma allora è vera virtù quando volge tutti i beni, di cui usa
bene, tutto ciò che ottiene col buon uso del bene e del male e se stessa
a quel fine, in cui per noi vi sarà una pace tanto bella e tanto grande
che non ve ne può essere una più bella e più grande.
Pace
e vita eterna come fine.
11. Perciò potremmo dire che la
pace è il fine del nostro bene, come l’abbiamo detto della vita eterna,
soprattutto perché alla città di Dio, della quale tratta questa nostra
dissertazione assai impegnativa, si dice in un Salmo: Glorifica il
Signore, Gerusalemme, loda, Sion, il tuo Dio, perché ha rinforzato le
sbarre delle tue porte; in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli colui che
ha posto la pace come tuo fine. Quando infatti saranno state
rinforzate le sbarre delle sue porte, nessuno entrerà in essa e nessuno
ne uscirà. Perciò come suo fine in questo caso dobbiamo ravvisare quella
che intendiamo dimostrare come pace finale. Anche il nome simbolico della
città, cioè Gerusalemme, come ho già detto, s’interpreta “visione
della pace”. Ma poiché il termine “pace” si usa frequentemente
anche per le cose nel divenire, in cui perciò non si avrà la vita
eterna, ho preferito denominare “vita eterna” anziché “pace” il
fine della città celeste in cui si avrà il sommo bene. Di questo fine
dice l’Apostolo: Ora infatti liberati dal peccato e divenuti servi di
Dio, avete la vostra maturazione nella santificazione e come fine la vita
eterna. Però da quelli che non hanno dimestichezza con
la Bibbia
si può intendere per vita eterna anche la vita dei malvagi o secondo
alcuni filosofi a causa dell’immortalità dell’anima o anche secondo
la nostra fede a causa della pena perpetua dei reprobi che non potranno
essere tormentati in eterno se non vivranno in eterno. Pertanto, affinché
più agevolmente si comprenda da tutti, si deve considerare fine della
città eletta, in cui essa avrà il sommo bene, o la pace nella vita
eterna o la vita eterna nella pace. È così grande il bene della pace
che, anche negli eventi posti nel divenire di questo mondo, abitualmente
nulla si ode di più gradito, nulla si desidera di più attraente, infine
nulla si consegue di più bello. E se volessimo parlarne più a lungo, non
saremo, come suppongo, di peso ai lettori tanto in relazione al fine della
città eletta, di cui stiamo parlando, come in relazione all’attrattiva
della pace che a tutti è cara.
Tutti
vogliono la pace.
12. 1. Chiunque in qualsiasi modo
considera i fatti umani e il comune sentimento naturale ammette con me
questa verità; come infatti non v’è alcuno che non voglia godere,
così non v’è chi non voglia avere la pace. Anche quelli che vogliono
la guerra non vogliono altro che vincere, desiderano quindi con la guerra
raggiungere una pace gloriosa. La vittoria infatti non è altro che il
soggiogamento di coloro che oppongono resistenza e quando questo si sarà
verificato, vi sarà la pace. Dunque con l’intento della pace si fanno
le guerre anche da coloro che si adoperano a esercitare il valore
guerresco dirigendo le battaglie. Ne risulta che la pace è il fine
auspicabile della guerra. Ogni uomo cerca la pace anche facendo la guerra,
ma nessuno vuole la guerra facendo la pace. Anche quelli i quali vogliono
che sia rotta la pace, nella quale vivono, non odiano la pace ma
desiderano che sia trasmessa al loro libero potere. Dunque non vogliono
che non vi sia la pace ma che vi sia quella che essi vogliono. Inoltre,
sebbene con un complotto si oppongono agli altri, non ottengono quel che
intendono se non conservano una sembianza di pace con gli stessi
cospiratori e congiurati. Anche i briganti, per essere più violentemente
e sicuramente pericolosi alla pace degli altri, vogliono mantenere la pace
dei gregari. Ma anche se un tale sia tanto superiore di forze e rifiuti i
confidenti al punto che non si affida ad alcun gregario e da solo compie
rapine, insidiando e prevalendo sulle persone che ha potuto assalire e
uccidere, conserva certamente una certa parvenza di pace con coloro che
non può uccidere e ai quali vuole che sia tenuto nascosto quel che fa. In
casa certamente si adopera di essere in pace con la moglie e i figli e
riceve da essi gioia se gli obbediscono a un cenno. Se ciò non avviene,
si adira, reprime, punisce e, se è necessario, anche infierendo
stabilisce la pace nella propria casa. Difatti avverte che essa non vi
può essere se le altre componenti della compagine domestica non sono
sottomesse a un capo quale egli è nella propria casa. Perciò se gli si
offrisse la dipendenza di più persone, di una città, di un popolo che
gli fossero sottomessi come voleva che gli fossero sottomessi quelli della
propria casa, non si nasconderebbe più come un brigante nei covi ma si
esalterebbe come un distinto sovrano, sebbene in lui persista la medesima
cupidigia e cattiveria. Dunque tutti desiderano conservare la pace con i
propri associati perché vogliono che essi vivano secondo il loro
arbitrio. Vogliono perfino, se è possibile, rendere a sé soggetti coloro
con i quali fanno la guerra e imporre loro le leggi della propria pace.
Pace anche in Caco e nelle fiere.
12. 2. Ma supponiamo un individuo
quale lo canta un poetico mitico racconto che, forse a causa dell’insocievole
selvatichezza, hanno preferito considerare un semiuomo anziché un uomo.
Il suo regno dunque fu la solitudine di un’orribile spelonca quasi
emblema di una cattiveria senza pari. Da essa infatti derivò il nome,
perché in greco “cattivo” si dice kakov½,
perché così si chiamava. Non v’era una moglie che ascoltasse e
scambiasse con lui una parola affettuosa; non avrebbe scherzato con i
figli piccini e comandato ai grandicelli; non avrebbe goduto della
conversazione di un amico e neanche di Vulcano, suo padre, di cui soltanto
fu non poco più felice, perché egli non aveva messo al mondo un mostro
simile. Non doveva dare nulla a nessuno ma portar via tutto ciò che
volesse e, se gli fosse possibile, chi volesse. Tuttavia nella sua
spelonca solitaria il cui suolo sempre, come si narra, era intriso di un
sangue recente, niente altro voleva che la pace e dentro di essa nessuno
doveva essergli importuno, né la violenza o la paura di un altro doveva
turbare la sua tranquillità. Inoltre bramava avere la pace con il proprio
corpo e si sentiva bene nelle proporzioni con cui l’aveva. Quando s’imponeva
alle parti del corpo sottomesse e per calmare il più presto possibile la
propria soggezione alla morte, che a causa del bisogno gli si ribellava e
provocava la ribellione della fame per separare e cacciare l’anima fuori
del corpo, rapiva, uccideva e divorava e sebbene brutalmente selvaggio
provvedeva in modo brutalmente selvaggio alla pace della propria vita e
salute. Perciò se avesse voluto avere anche con gli altri la pace, che si
adoperava con sufficiente avvedutezza di avere nella propria spelonca e in
se stesso, non sarebbe considerato né cattivo né un mostro né un
semiuomo. Ovvero se la forma del corpo e il rigurgito di orride fiamme
allontanava da lui la compagnia degli uomini, forse incrudeliva non per il
desiderio di nuocere ma per la necessità di vivere. In verità costui
forse, e questo è più verosimile, non era quale è rappresentato dall’immaginazione
poetica; infatti se Caco non fosse molto accusato, Ercole sarebbe poco
lodato. Un uomo simile o meglio un semiuomo, più ragionevolmente, come ho
detto, si crede che non sia esistito, come molte altre fantasticherie dei
poeti. Le stesse fiere più crudeli, da cui egli ha derivato una parte,
giacché è stato considerato una semifiera,
difendono la propria specie con una forma di pace accoppiandosi,
generando, partorendo, curando e nutrendo la prole, sebbene la maggior
parte siano asociali e solitari, non cioè come le pecore, i cervi, le
colombe, gli storni, le api, ma come i leoni, i lupi, le volpi, le aquile,
le civette. Qualsiasi tigre sussurra teneramente ai propri nati e, calmata
la ferocia, li accarezza. E lo sparviero, sebbene da solo si disponga in
volute alle rapine, opera l’accoppiamento, costruisce il nido, cova le
uova, nutre i pulcini e con la sua quasi madre di famiglia conserva nella
pace che gli è possibile il vincolo familiare. A più forte ragione l’uomo
è indotto in certo senso dalle leggi della propria natura a stringere un
vincolo e a raggiungere la pace con tutti gli uomini per quanto dipende da
lui. Anche i malvagi fanno la guerra per la pace dei propri associati e
vorrebbero, se possibile, che tutti lo fossero affinché tutti e tutte le
cose siano sottomesse a uno solo per il semplice motivo che con l’amore
o con il timore tutti si accordino nella sua pace. In tal modo la superbia
imita Dio alla rovescia. Odia infatti con i compagni l’eguaglianza nella
sottomissione a lui, ma vuole imporre ai compagni un potere dispotico
invece di lui. Odia dunque la giusta pace di Dio e ama la propria ingiusta
pace. Tuttavia non può non amare la pace qualunque sia. Di nessuno si ha
una deformità tale contro la natura da cancellare le ultime tracce della
natura.
Pace
nelle cose che sembrano negarla.
12. 3. Chi sa anteporre l’onestà
alla depravazione, l’ordine al disordine nota che la pace dei disonesti
nel confronto con quella delle persone oneste non si può considerare
pace. Ma è anche indispensabile che un essere nel disordine sia in pace
in qualche, da qualche e con qualche parte delle cose nelle quali esiste o
delle cose di cui è composto, altrimenti non esisterebbe affatto. Ad
esempio, se qualcuno fosse appeso con la testa all’ingiù, è certamente
in disordine la posizione del corpo e l’ordine delle sue parti, perché
la sezione che la natura pone in alto sta in basso e quella che essa vuole
in basso sta in alto. Questo disordine ha turbato la pace del fisico e
perciò è penoso, ma l’anima è in pace col corpo e si preoccupa della
sua salute e quindi v’è chi se ne duole. E se l’anima messa fuori
dalle sue sofferenze se ne separasse, finché rimane la connessione delle
membra, quel che rimane non è senza una certa connessione delle parti e
quindi è ancora nella pace chi è appeso. E poiché il corpo è spinto
alla terra e risospinto dal laccio col quale è sospeso, tende all’ordine
della pace e in certo senso chiede con la voce del peso il luogo in cui
riposare e, sebbene esanime e senza alcuna percezione, non si estrania
dalla pace naturale del proprio ordine o perché la possiede o perché ad
essa è mosso. Se infatti si adoperasse un intervento con preparati che
non permettano alla conformazione del cadavere di corrompersi e
dissolversi, una certa pace ancora unirebbe le parti alle parti e
congiungerebbe tutta la massa ad uno spazio terreno e conveniente, e
perciò in pace. Se invece non s’impiegasse premura nell’imbalsamare,
ma si lasciasse il corpo al procedimento naturale per un certo tempo, esso
si scomporrebbe con esalazioni contrastanti che contrariano il nostro
senso, fatto che si percepisce nella puzza, finché si ricongiunge agli
elementi del mondo e ritorna alla loro pace nelle singole parti un po’
alla volta. Ma di questo fenomeno non sfugge assolutamente nulla alle
leggi del sommo Creatore e Ordinatore, dal quale è retta la pace dell’universo.
Infatti anche se dal cadavere di un animale più grande spuntino fuori
piccoli animali, per la medesima legge del Creatore i singoli piccoli
corpi sono sottomessi alle piccole anime con la pace della salute. Ed
anche se la carne degli animali morti viene divorata da altri animali,
trova le medesime leggi partecipate al tutto che accordano nella pace le
cose convenienti alle convenienti per la sopravvivenza di ogni specie
degli esseri posti nel divenire, in qualunque spazio siano distribuiti, a
qualunque componente siano uniti e in qualunque essere siano trasformati e
mutati.
La
pace e l'ordine.
13. 1. La pace del corpo dunque è l’ordinata
proporzione delle parti, la pace dell’anima irragionevole è l’ordinata
pacatezza delle inclinazioni, la pace dell’anima ragionevole è l’ordinato
accordo del pensare e agire, la pace del corpo e dell’anima è la vita
ordinata e la salute del vivente, la pace dell’uomo posto nel divenire e
di Dio è l’obbedienza ordinata nella fede in dipendenza alla legge
eterna, la pace degli uomini è l’ordinata concordia, la pace della casa
è l’ordinata concordia del comandare e obbedire d’individui che in
essa vivono insieme, la pace dello Stato è l’ordinata concordia del
comandare e obbedire dei cittadini, la pace della città celeste è l’unione
sommamente ordinata e concorde di essere felici di Dio e scambievolmente
in Dio, la pace dell’universo è la tranquillità dell’ordine. L’ordine
è l’assetto di cose eguali e diseguali che assegna a ciascuno il
proprio posto. Perciò gli infelici, poiché in quanto infelici, non sono
certamente nella pace, sono privi della tranquillità dell’ordine, in
cui non v’è turbamento, tuttavia, poiché a ragione per giustizia sono
infelici, nella loro stessa infelicità non possono essere fuori dell’ordine,
non perché uniti agli uomini felici ma perché separati da loro nell’imperativo
dell’ordine. Essi, se vivono senza turbamento, si uniformano con
adattamento per quanto insufficiente alle condizioni in cui si trovano e
perciò v’è in loro una certa tranquillità dell’ordine, v’è
dunque una certa pace. Però sono infelici poiché, sebbene a causa di una
certa serenità non provano dolore, non si trovano tuttavia nella
condizione in cui devono essere sereni e non sentir dolore, più infelici
ancora se non sono in pace con la legge da cui è retto l’ordine
naturale. Quando provano dolore, è avvenuto il turbamento della pace in
quella componente in cui provano dolore; v’è invece ancora la pace in
quella componente in cui il dolore non brucia e il coordinamento non si è
dissolto. Come dunque v’è una vita senza dolore, ma il dolore non vi
può essere senza la vita, così v’è una pace senza la guerra, ma la
guerra non vi può essere senza una determinata pace, non nel senso che è
guerra, ma nel senso che si conduce da individui o in individui che sono
determinati esseri. Non lo sarebbero certamente se non persistessero in
una pace, qualunque essa sia.
Relatività della pace e del bene
nella vita.
13. 2. Pertanto v’è un essere in
cui non v’è alcun male o meglio in cui non vi può essere alcun male,
ma è impossibile che vi sia un essere in cui non vi sia alcun bene.
Neanche l’essere del diavolo, in quanto è essere, è un male, è il
pervertimento che lo rende malvagio. Quindi non si mantenne nella verità,
ma non eluse il giudizio della verità, non perseverò nella tranquillità
dell’ordine, però non sfuggì al potere dell’Ordinatore. Il bene di
Dio, che è nel suo essere, non lo sottrae alla giustizia di Dio, dalla
quale viene restituito all’ordine e con essa Dio non riprova il bene che
ha creato ma il male che il diavolo ha commesso. Infatti non toglie il
tutto che ha dato all’essere, ma sottrae qualcosa, qualcosa lascia
affinché vi sia chi prova dolore per ciò che ha sottratto. E il dolore
è attestazione del bene sottratto e del bene lasciato. Se non fosse stato
lasciato del bene, egli non potrebbe dolersi del bene perduto. Infatti chi
pecca è più malvagio se gioisce del detrimento dell’onestà; chi si
rattrista, invece, anche se non ottiene alcun bene, prova dolore per il
detrimento della salute. Difatti l’onestà e la salute sono entrambe un
bene e si deve provar dolore anziché rallegrarsi per la perdita di un
bene, se non v’è il compenso d’un bene migliore ed è migliore l’onestà
della coscienza che il benessere del corpo. Perciò, senza dubbio, il
disonesto si duole nella pena più convenientemente di come si è
rallegrato nella colpa. Come dunque il rallegrarsi del bene perduto con la
colpa è prova della volontà cattiva, così il dolersi del bene perduto
con la pena è prova di un essere buono. Chi infatti si duole di avere
perduto la pace del proprio essere, si duole per determinati residui della
pace in base ai quali avviene che il suo essere è a lui caro. Con
giustizia poi avviene che nella pena finale i disonesti e gli infedeli
rimpiangano nei tormenti la perdita del bene dell’essere nell’avvertire
che lo ha sottratto Dio infinitamente giusto perché lo hanno disprezzato
come donatore infinitamente buono. Dio dunque, Creatore infinitamente
sapiente e Ordinatore infinitamente giusto di tutti gli esseri che ha
costituito l’uman genere posto nel divenire come il più grande dei
valori terreni, ha concesso agli uomini alcuni beni convenienti a questa
vita, cioè la pace nel tempo in conformità con la vita posta nel
divenire mediante la salute, la sopravvivenza e la solidarietà della
propria specie e tutti i mezzi che sono indispensabili a difendere e
riacquistare questa pace. Ad esempio, sono quegli oggetti che
adeguatamente e convenientemente sono a disposizione dei sensi: la luce,
il suono, l’aria da respirare, l’acqua da bere e ogni cosa che è
adatta a nutrire, coprire, curare e abbellire il corpo. E questo nell’intesa
molto ragionevole che chi abbia usato rettamente di questi beni nel
divenire, proporzionati alla pace di esseri posti nel divenire, ne ottenga
altri notevolmente più importanti, cioè la pace fuori del divenire e la
gloria e l’onore ad essa corrispondenti nella vita eterna per essere
felici di Dio e del prossimo in Dio; chi invece ne avrà usato male non
consegua quei beni e perda questi.
La
pace con se stessi e con gli altri.
14. Quindi per sé l’uso dei beni
temporali è in relazione al godimento della pace terrena nella città
terrena, nella città celeste è in relazione al godimento della pace
eterna. Se fossimo animali irragionevoli, non tenderemmo ad altro che all’ordinata
conformazione delle parti del corpo e alla placazione degli impulsi, a
niente dunque fuorché all’appagamento della sensibilità e all’abbondanza
delle soddisfazioni affinché la pace del corpo giovi alla pace dell’anima.
Se manca la pace del corpo è ostacolata la pace dell’anima
irragionevole perché non può raggiungere la placazione degli impulsi. L’una
e l’altra insieme favoriscono quella pace che hanno l’anima e il corpo
nel loro rapportarsi, cioè la pace di una vita ordinata in buona salute.
Come infatti gli esseri viventi mostrano di amare la pace del corpo quando
sfuggono al dolore e la pace dell’anima quando, per placare l’insorgere
degli impulsi, cercano il piacere, così sottraendosi alla morte indicano
chiaramente quanto amino la pace con cui si rapportano l’anima e il
corpo. Ma poiché nell’uomo è operante l’anima ragionevole, egli
sottopone alla pace dell’anima ragionevole tutto ciò che ha in comune
con le bestie, per rappresentarsi un oggetto col pensiero e agire in
conformità a tale oggetto, in modo che in lui vi sia un’ordinata
armonia del conoscere e dell’agire, che avevo considerato come pace dell’anima
ragionevole. Allo scopo necessariamente vuole non essere afflitto dal
dolore, non turbato dallo stimolo, non distrutto dalla morte per conoscere
il da farsi e in base a tale conoscenza organizzare vita e comportamento.
Ma affinché nell’indagine sulla conoscenza, a motivo del potere ridotto
dell’umano pensiero, non incorra nella falsità di qualche errore, ha
bisogno del magistero divino al quale sottomettersi con certezza e dell’aiuto
al quale sottomettersi con libertà. Ma finché è in questo corpo
soggetto al divenire, è in viaggio lontano dal Signore, cammina nella
fede e non nella visione. Perciò riferisce ogni pace tanto del corpo come
dell’anima e insieme dell’anima e del corpo a quella pace che l’uomo,
posto nel divenire, ha con Dio che è fuori del divenire, in modo che gli
sia ordinata dalla fede con l’obbedienza sotto la legge eterna. Ora Dio
maestro insegna due comandamenti principali, cioè l’amore di Dio e l’amore
del prossimo, nei quali l’uomo ravvisa tre oggetti che deve amare: Dio,
se stesso, il prossimo, e che nell’amarsi non erra chi ama Dio. Ne
consegue che provvede anche al prossimo affinché ami Dio perché gli è
ordinato di amarlo come se stesso, così alla moglie, ai figli, ai
familiari e alle altre persone che potrà e vuole che in tal modo dal
prossimo si provveda a lui, se ne ha bisogno. Perciò sarà in pace con
ogni uomo, per quanto dipende da lui, mediante la pace degli uomini, cioè
con un’ordinata concordia nella quale v’è quest’ordine, prima di
tutto che non faccia del male a nessuno, poi che faccia del bene a chi
può. Dapprima dunque v’è in lui l’attenzione ai suoi cari, perché
ha l’occasione più favorevole e facile di provvedere loro tanto nell’ordinamento
della natura come della stessa convivenza umana. Dice l’Apostolo: Chi
non provvede ai suoi cari e soprattutto ai familiari ha abiurato la fede
ed è peggiore di un infedele. Da tali condizioni sorge appunto la
pace della casa, cioè l’ordinata concordia del comandare e obbedire dei
familiari. Comandano infatti quelli che provvedono, come l’uomo alla
moglie, i genitori ai figli, i padroni ai servi. Obbediscono coloro ai
quali si provvede, come le donne ai mariti, i figli ai genitori, i servi
ai padroni. Ma nella casa del giusto, che vive di fede ed è ancora esule
dalla sublime città del cielo, anche coloro che comandano sono a servizio
di coloro ai quali apparentemente comandano. Non comandano infatti nella
brama del signoreggiare ma nel dovere di provvedere, non nell’orgoglio
dell’imporsi, ma nella compassione del premunire.
Pace
e ordine anche nella schiavitù.
15. Lo prescrive l’ordine naturale
perché in questa forma Dio ha creato l’uomo. Infatti egli disse: Sia
il padrone dei pesci del mare e degli uccelli del cielo e di tutti i
rettili che strisciano sulla terra. Volle che l’essere ragionevole,
creato a sua immagine, fosse il padrone soltanto degli esseri
irragionevoli, non l’uomo dell’uomo, ma l’uomo del bestiame. Per
questo i giusti dell’antichità furono stabiliti come pastori degli
armenti e non come re degli uomini, ed anche in questo modo Dio suggeriva
che cosa richiede l’ordine delle creature, che cosa esige la penalità
del peccato. Si deve capire che a buon diritto la condizione servile è
stata imposta all’uomo peccatore. Perciò in nessun testo della Bibbia
leggiamo il termine “schiavo” prima che il giusto Noè tacciasse con
questo titolo il peccato del figlio. Quindi la colpa e non la natura ha
meritato simile appellativo. Si avanza l’ipotesi che l’etimologia
degli addetti alla servitù sia derivata nella lingua latina dal fatto che
coloro i quali per legge di guerra potevano essere ammazzati, se
conservati dai vincitori, venivano asserviti ed erano denominati appunto
dal conservare. Ed anche questo non avviene senza la sanzione del peccato.
Infatti, anche quando si conduce una guerra giusta, dalla parte avversa si
combatte per il peccato ed ogni vittoria, anche se favorisce i malvagi,
umilia i vinti per giudizio divino tanto se corregge le colpe, come se le
punisce. Ne è testimone il profeta Daniele quando, essendo in prigionia,
confessa a Dio i propri peccati e i peccati del suo popolo e con devoto
dolore confessa che questa è la causa della prigionia stessa. Dunque
prima causa della schiavitù è il peccato per cui l’uomo viene
sottomesso all’uomo con un legame di soggezione, ma questo non avviene
senza il giudizio di Dio, nel quale non v’è ingiustizia ed egli sa
distribuire pene diverse alle colpe di coloro che le commettono. Il
Padrone di tutti dice: Chiunque commette peccato è schiavo del peccato;
e per questo molti fedeli sono schiavi di padroni ingiusti ma non liberi
perché: Ciascuno è aggiudicato come schiavo a colui dal quale è
stato vinto. E certamente con maggior disimpegno si è schiavi di un
uomo che della passione poiché la passione del dominio, per non parlare
delle altre, sconvolge con un dominio molto crudele il cuore dei mortali.
In quell’ordine di pace col quale alcuni uomini sono soggetti ad altri,
come giova l’umiltà a quelli che sono schiavi, così nuoce la superbia
a coloro che sono padroni. Per natura, secondo la quale all’inizio Dio
formò l’uomo, non v’è schiavo dell’uomo o del peccato. Però la
schiavitù come pena è ordinata secondo quella legge che comanda di
mantenere l’ordine naturale e proibisce di violarlo perché, se il
peccato non fosse avvenuto contro quella legge, non vi sarebbe nulla da
reprimere dalla schiavitù come pena. Perciò l’Apostolo consiglia anche
che gli schiavi siano sottomessi ai loro padroni e che prestino loro
servizio in coscienza con buona volontà. Così, se non possono essere
lasciati in libertà, essi stessi rendano libera la propria schiavitù,
non prestando servizio con perfida paura ma con un affetto leale perché
abbia fine l’ingiustizia e siano privati di significato la supremazia e
il potere umano, e Dio sia tutto in tutti.
Pace
nella famiglia anche per gli schiavi.
16. Perciò anche se i nostri onesti
patriarchi ebbero degli schiavi regolavano la pace domestica in modo da
distinguere, per quanto riguarda i beni temporali, l’eredità dei figli
dalla condizione degli schiavi, ma per quanto riguarda il culto di Dio,
nel quale si sperano i beni eterni, provvedevano con eguale amore a tutti
i componenti della propria famiglia. L’ordine naturale impone questa
prescrizione sicché da essa è derivata la denominazione di padre di
famiglia e si è così universalmente diffusa che anche i padroni, che
esercitano il potere ingiustamente, godono di essere così denominati. Ma
coloro che sono veri padri di famiglia spronano tutti nella famiglia come
propri figli ad onorare e rendersi propizio Dio, perché desiderano
vivamente di giungere alla famiglia del cielo dove non è più necessario
il dovere di comandare a individui soggetti a morire. Non sarà necessario
infatti il dovere di spronare esseri beati di una sublime immortalità. E
per giungervi debbono sopportare di più i capi di famiglia nel comandare
che gli schiavi nell’obbedire. E se qualcuno nella casa ostacola la pace
della famiglia, viene rimproverato o con la parola o con la sferza o con
un altro qualsivoglia genere di pena consentita dalla giustizia, per
quanto lo permette l’umana convivenza, a favore di colui che viene
rimproverato perché sia riordinato alla pace dalla quale si era distolto.
Come infatti non è proprio della disposizione a fare il bene ottenere
approvando che si perda un bene più grande, così non è proprio della
disposizione a non fare il male permettere, perdonando, che s’incorra in
un male più grave. Compete dunque al dovere di chi non fa il male, non
solo non fare del male ad alcuno, ma reprimere il peccato o punirlo
affinché o chi viene colpito sia corretto dal castigo o gli altri siano
ammoniti dall’esempio. Ora la famiglia dell’individuo è un inizio o
una piccola parte dello Stato ed ogni inizio è in relazione a un
determinato compimento del proprio modo di essere e ogni parte all’interezza
del tutto di cui è parte. Ne consegue dunque evidentemente che la pace
familiare sia in relazione a quella civile, cioè che l’ordinata
concordia del comandare e obbedire dei familiari sia in relazione all’ordinata
concordia del comandare e obbedire dei cittadini. Pertanto conviene che il
padre di famiglia tragga dalla legge dello Stato le disposizioni con cui
regolare la propria famiglia in modo che si armonizzi alla pace dello
Stato.
Pace,
ordine e religione nelle due città.
17. Ma la famiglia di persone, che
non vivono di fede, persegue la pace terrena dagli utili e interessi di
questa vita che scorre nel tempo. Invece la famiglia delle persone che
vivono di fede attende quei beni che sono stati promessi come eterni nell’aldilà
e usa i beni terreni posti nel tempo come un esule in cammino. Non usa
cioè di quelli da cui sia attratta e stornata dalla via con cui tende a
Dio, ma di quelli con cui sia sorretta a sostenere più agevolmente e non
accrescere affatto i fardelli del corpo corruttibile che appesantisce l’anima.
Perciò l’uso dei beni necessari a questa vita, posta nel divenire, è
comune alle une e alle altre persone, all’una e all’altra famiglia, ma
l’intento dell’uso è esclusivamente personale ad ognuno e assai
diverso. Così anche la città terrena, che non vive di fede, desidera la
pace terrena e stabilisce la concordia del comandare e obbedire dei
cittadini, affinché vi sia un certo consenso degli interessi nei
confronti dei beni pertinenti alla vita soggetta al divenire. Invece la
città celeste o piuttosto quella parte di essa, che è esule in cammino
nel divenire e vive di fede, necessariamente deve trarre profitto anche da
questa pace fino a che cessi la soggezione al divenire, alla quale è
indispensabile una tale pace. Perciò, mentre nella città terrena essa
conduce una vita prigioniera del suo cammino in esilio, ricevuta ormai la
promessa del riscatto e il dono della grazia spirituale come caparra, non
dubita di sottomettersi alle leggi della città terrena, con le quali sono
amministrati i beni messi a disposizione della vita che è nel divenire.
Così, essendo comune l’essere nel divenire, nei beni che lo riguardano
è mantenuta la concordia fra le due città. La città terrena però ha
avuto alcuni dotti, che l’insegnamento divino condanna, i quali, o per
una loro ipotesi o perché ingannati dai demoni, hanno creduto che molti
dèi si devono rendere benevoli agli interessi umani e che determinati
oggetti spettano per assegnazione a determinate loro competenze, ad uno il
corpo, a un altro lo spirito e nel corpo ad uno la testa, ad un altro il
collo e ognuna delle altre parti a ognuno di loro. Ugualmente nello
spirito a uno spetta l’intelligenza, all’altro la scienza, ad uno l’ira,
all’altro l’avidità, e per le cose che sono necessarie alla vita, a
uno il bestiame, a un altro il grano, a uno il vino, a un altro l’olio,
ad uno i boschi, a un altro il denaro, ad uno la navigazione, a un altro
guerre e vittorie, ad uno i matrimoni, a un altro parti e fecondità, e ad
altri altri beni. La città del cielo sa invece che un solo Dio si deve
adorare e ritiene con vero sentimento religioso che a lui soltanto si deve
essere sottomessi con quella sottomissione la quale in greco è detta latreiva,
e soltanto a Dio si deve. È avvenuto quindi che non poteva avere in
comune le leggi della religione con la città terrena e che a loro difesa
necessariamente doveva dissentire da essa e che era di peso agli altri, i
quali la pensavano diversamente, e che doveva sopportare la loro collera,
gli odî e gli assalti delle persecuzioni, salvo quando riuscì a
trattenere l’efferatezza degli avversari, qualche volta per paura del
numero e sempre con l’aiuto di Dio. Dunque questa città del cielo,
mentre è esule in cammino sulla terra, accoglie cittadini da tutti i
popoli e aduna una società in cammino da tutte le lingue. Difatti non
prende in considerazione ciò che è diverso nei costumi, leggi e
istituzioni, con cui la pace terrena si ottiene o si mantiene, non
invalida e non annulla alcuna loro parte, anzi conserva e rispetta ogni
contenuto che, sebbene diverso nelle varie nazioni, è diretto tuttavia al
solo e medesimo fine della pace terrena se non ostacola la religione,
nella quale s’insegna che si deve adorare un solo sommo e vero Dio.
Dunque anche la città del cielo in questo suo esilio trae profitto dalla
pace terrena, tutela e desidera, per quanto è consentito dal rispetto per
il sentimento religioso, l’accordo degli umani interessi nel settore dei
beni spettanti alla natura degli uomini soggetta al divenire e subordina
la pace terrena a quella celeste. Ed essa è veramente pace in modo che
unica pace della creatura ragionevole deve essere ritenuta e considerata l’unione
sommamente ordinata e concorde di avere Dio come fine e l’un l’altro
in lui. Quando si giungerà a quello stesso stato, non vi sarà la vita
destinata a morire, ma definitivamente e formalmente vitale, né il corpo
animale che, finché è soggetto a corruzione, appesantisce l’anima, ma
spirituale senza soggezione al bisogno e interamente sottomesso alla
volontà. La città del cielo, mentre è esule in cammino nella fede, ha
questa pace e vive onestamente di questa fede, quando al conseguimento
della sua pace eterna subordina ogni buona azione, che compie verso Dio e
il prossimo, perché la vita della città è essenzialmente sociale.
Teoresi
contro gli Accademici per dubbio, certezza, opinione.
18. Per quanto riguarda la famosa
caratteristica che Varrone ha applicato ai nuovi accademici, per i quali
non v’è certezza, la città di Dio respinge assolutamente come
irrazionale una tale forma di dubbio. Essa possiede infatti una conoscenza
irrefutabilmente certa degli oggetti che si rappresenta con pensiero e
ragionamento, sebbene limitata a causa del corpo corruttibile che
appesantisce l’anima perché, come dice l’Apostolo: Conosciamo da
un aspetto. Inoltre per l’evidenziarsi di qualsiasi oggetto ha
fiducia dei sensi dei quali, tramite il corpo, la coscienza si serve,
perché s’inganna, fino a destare compassione, chi ritiene che non si
deve affatto aver fiducia in essi. Crede anche ai testi della sacra
Scrittura dell’Antico e Nuovo Testamento, che riteniamo canonici, da cui
ha avuto origine la fede, della quale vive il credente e mediante la quale
procediamo senza dubitare finché siamo in cammino lontani dal Signore.
Tuttavia, rimanendo integra ed evidente la fede, noi dubitiamo senza
disapprovazione critica di alcune nozioni che non ci siamo rappresentati
né con la sensazione né col pensiero, non ci sono state rese evidenti
dalla Scrittura canonica e che non sono pervenute alla nostra conoscenza
mediante testimonianze cui è assurdo non credere.
Prassi
contro i Cinici nei tre tipi di vita.
19. Non importa certamente nulla
alla città celeste con quale contegno e tenore di vita, se non è contro
i divini comandamenti, si professi la fede con cui si giunge a Dio; quindi
neanche ai filosofi, quando diventano cristiani, impone di mutare il
contegno e modo di vivere, se non ostacolano la religione, ma di mutare
solamente le false dottrine. Quindi non si preoccupa affatto di quella
caratteristica che Varrone ha desunto dai cinici, se non induce a un
comportamento contro la decenza e la temperanza. Riguardo poi ai tre tipi
di vita: dedito agli studi, attivo e misto, sebbene, salva la fede, si
possa in ognuno di essi trascorrere la vita e giungere al premio eterno,
importa tuttavia che cosa si raggiunga nella ricerca della verità e che
cosa s’impegni per dovere di carità. Così non si deve essere dediti
allo studio al punto che non si pensi al bene del prossimo, né così
attivi che non si attui la conoscenza metafisica di Dio. Nello studio non
deve allettare l’inetta assenza d’impegni, ma la ricerca e il
raggiungimento della verità, in maniera che si abbia un progresso e non
si rifiuti all’altro quel che si è raggiunto. Nella vita attiva non si
devono amare le dignità in questa vita o il potere, poiché tutto è
vanità sotto il sole, ma l’attività stessa che si esercita con la
dignità o potere, se si esercita con onestà e vantaggio, cioè affinché
contribuisca a quel benessere dei sudditi che è secondo Dio. Ne ho
parlato precedentemente. Ha detto perciò l’Apostolo: Chi aspira all’episcopato
aspira a un nobile lavoro. Volle spiegare che cos’è l’episcopato
perché è denominazione di un lavoro e non di una dignità. La parola è
greca e se ne ha etimologicamente il significato. Infatti chi è preposto
sovrintende a coloro ai quali è preposto perché ne ha la cura. Skopov½
appunto significa essere intento, quindi, se si vuole, ejpiskopei`n si può tradurre “soprintendere”,
affinché capisca che non è vescovo chi si illude di avere il comando
senza giovare. Perciò non ci si distoglie dall’attitudine di conoscere
la verità perché è attitudine pertinente a un lodevole impegno nello
studio. Al contrario, non conviene aspirare a una carica superiore senza
la quale non può essere governato uno Stato, sebbene in termini di
amministrazione sia governato come conviene. Pertanto l’amore della
verità cerca un religioso disimpegno, l’obbligo della carità accetta
un onesto impegno. E se questo fardello non viene imposto, si deve
attendere e ricercare e intuire la verità, e se viene imposto, si deve
accettarlo per obbligo di carità, ma anche in questo caso non si deve
abbandonare del tutto il diletto della verità, affinché non venga a
cessare quell’attrattiva e non opprima questa obbligazione.
Pace
nell'eternità e pace nel tempo.
20. Pertanto il sommo bene della
città di Dio è la pace eterna definitiva, non quella attraverso la quale
i mortali passano col nascere e il morire, ma quella in cui gli immortali
rimangono senza alcuna soggezione ai contrari. Chi dunque può negare che
quella vita è sommamente felice e nel confronto non giudica sommamente
infelice questa che trascorre nel tempo anche se è colma dei beni dell’anima,
del corpo e del mondo esteriore? Ma chiunque la giudica in maniera da
riferire il suo scorrere al fine di quella vita che ama con grande ardore
e che spera con grande fiducia, non assurdamente si può considerare
felice anche in questo tempo di quella speranza anziché di questa
vicenda. La vicenda presente senza la speranza è una falsa felicità e
una grande infelicità. Difatti non ha esperienza dei veri beni dell’anima
poiché non è vera saggezza quella la quale, nelle azioni che giudica con
la prudenza, compie con la fortezza, frena con la temperanza, distribuisce
con la giustizia, non orienta la propria scelta a quel fine in cui Dio sarà
tutto in tutti, in un’eternità certa e in una pace definitiva.
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