|
La
mistica come via di ricerca della Verità
- Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti |
|
|
|
CONTRIBUTI |
|
CARLO CAFFARRA, L'educazione: una sfida urgente
Relazione all'interno del Convegno regionale "A scuola di valori in parrocchia" organizzato dal Centro Sportivo Italiano (CSI)
L’educazione
è una sfida in un duplice significato. La cultura oggi dominante (sarò
più preciso dopo), rendendo impossibile l’educazione perché prima
l’ha resa impensabile, «sfida» i grandi soggetti educativi
(le fondamentali “agenzie educative”) a dimostrare, per così
dire, se possono ancora educare. Ma sono anche i grandi soggetti
educativi, le fondamentali “agenzie educative”, che «sfidano» quella
cultura, proponendosi come ancora capaci di educare la persona umana. Questo approccio al problema dell’educazione indica già chiaramente i passi che faremo nel nostro cammino riflessivo. Dapprima cercheremo di capire perché la cultura oggi dominante ha reso impossibile perché impensabile l’attività educativa: e sarà questo il primo punto della mia riflessione. Potremmo chiamarla la diagnosi della situazione. Poi cercheremo di capire perché oggi è possibile, cioè ragionevole e praticabile una vera proposta educativa. Potremmo chiamarla la terapia della situazione. Infine, nel terzo punto, farò alcune semplici riflessione sul tema del nostro convegno regionale. 1.
Diagnosi della situazione Vorrei
partire da una constatazione sulla quale credo che tutti consentiamo.
“Mai come oggi l’ambiente, inteso come clima mentale e modo di vita,
ha avuto a disposizione strumenti di così dispotica invasione delle
coscienze. Oggi più che mai l’educatore, o il diseducatore sovrano è
l’ambiente con tutte le sue forme espressive” (L. Giussani, Porta la
speranza. Primi scritti, ed. Marietti 1820, Genova 1998, pag. 16). Penso
che l’ambiente, così inteso, oggi stia rendendo impraticabile l’atto
educativo poiché lo ha reso impensabile. Prima
di procedere alla dimostrazione di questa affermazione, mi vedo costretto
a premettere una, per così dire, definizione di «atto educativo».
Brevemente, poiché il secondo e terzo punto verteranno precisamente su
questo. Educare significa “introdurre una persona nella realtà” (cfr.
L.A. Jungmann, Christus als Mittelpunkt der religiöser Erziehung, ed.
Herder, Freiburg i. B. 1939, pag. 20). Non si introduce una persona nella
realtà se non la si introduce nel significato della realtà. Significato
qui denota la risposta alle due domande fondamentali che nascono nella
persona dal semplice “contatto” colla realtà (apprehensio
entis: S. Tommaso): che cosa è ciò che è (domanda sulla verità
della realtà)? Che valore ha ciò che è (domanda sulla bontà della
realtà)? Una persona è introdotta nella realtà quando conosce la verità
e il valore della realtà medesima: quando ne sa dare perciò
un’interpretazione sensata. Quando ha trovato la propria “casa nel
mondo interpretato” (R.M. Rilke). Se
questo è l’atto educativo, a quali condizioni esso è pensabile? Quando
cioè è ragionevole pensare l’educazione come introduzione della
persona nella realtà? Solo se si pensa che possa esistere un rapporto
dell’uomo colla realtà: un rapporto istituito dalla nostra intelligenza
e dal nostro desiderio ragionevole. Un rapporto reso possibile e dalla
costitutiva apertura della persona alla realtà e dalla originaria
intelligibilità e bontà della realtà. Solo se questo è il rapporto
originario fra persona e realtà, è pensabile, e quindi praticabile, un
agire educativo inteso come «introduzione nella realtà». Ora
la cultura attuale (la cosiddetta post-modernità) è dominata dalla
negazione di quel rapporto originario: non esiste una realtà da
interpretare. Esistono solo delle interpretazioni della realtà, sulle
quali è impossibile pronunciare un giudizio veritativo, dal momento che
esse non si riferiscono a nessun significato obiettivo. Siamo chiusi
dentro al reticolato delle nostre interpretazioni del reale, senza nessuna
via di uscita verso il reale medesimo. È
esattamente su questo punto che ci viene lanciata la vera sfida educativa.
E quindi nessuna vera opera educativa è oggi possibile se non affronta
questa sfida, e non si pone come radicale e totale alternativa a quella
posizione. Alla posizione intendo dire che nega che esista un originario
rapporto della persona colla realtà. Per
liberarvi da qualsiasi impressione di un discorso che poco avrebbe a che
fare con chi svolge concretamente l’opera educativa, vorrei ora
mostrarvi le implicazioni di quella posizione. Sarà più facile vedere
immediatamente descritto il ritratto spirituale di tanti ragazzi e giovani
che noi incontriamo. Prima
implicazione. Poiché «non ci sono fatti, ma solo interpretazioni» (F.
Nietzsche), diventa impossibile dare un giudizio di verità sopra di esse.
Ogni interpretazione ed il suo contrario è ugualmente valido. La realtà
è semplicemente questo insieme, questo gioco di interpretazioni. Cioè:
è semplicemente privo di senso porsi la domanda della verità. Si pensi a
che cosa sta significando tutto questo in ordine alla definizione stessa
dell’istituzione matrimoniale, per fare solo un esempio. Se
l’essere-uomo / l’essere-donna non possiede un senso obiettivo, ma ha
quel senso che ciascuno gli attribuisce, non si vede perché debba
chiamarsi matrimonio solo l’unione fra l’uomo e la donna. In sostanza,
la sessualità ha il significato che tu decidi di attribuirle. Questa
dissoluzione del reale nel gioco senza fine delle interpretazioni ha avuto
un effetto devastante nello spirito: ha estenuato la passione per l’uso
della ragione. Essere persone ragionevoli, fare uso della propria ragione
che cosa significa se non cercare il vero? Se non discernere il vero dal
falso? Se non desiderare di sapere «come stanno le cose»? La lettura del
cap. XL dell’autobiografia di Teresa d’Avila è al riguardo assai
illuminante. Ha ancora senso, vale ancora la pena sobbarcarsi la fatica
del ragionare, se qualsiasi conclusione ha lo stesso valore del suo
contrario? La difficoltà che ogni educatore oggi incontra nel «far
ragionare» i ragazzi ha radici assai profonde: è una malattia mortale
dello spirito. Seconda
implicazione: lo smarrimento del senso della libertà. Ci si priva della
sua drammatica e grandiosa consistenza, poiché la si vive riducendola a
mero arbitrio (non intendo dare a questo termine un significato etico).
Arbitrio significa: libertà che si esaurisce interamente nella scelta fra
infinite possibilità aventi tutte lo stesso valore, dal momento che sono
prive di una qualsiasi radicazione in un senso obiettivo. Poiché
l’essere è neutrale di fronte ad ogni impatto che la libertà ha con
esso, una scelta vale l’altra. Questa è certo una libertà “libera
dagli affanni della realtà, ma libera anche dalle sue gioie, libera dalla
sua benedizione” (S. Kierkegaard, Sul concetto di ironia, Milano 1989,
pag. 217). Questa
dissoluzione della libertà nella pura scelta, genera nei nostri ragazzi e
giovani un senso di «stanchezza» spirituale: la tristezza del cuore, la
chiamano i Padri del deserto. Ed ogni educatore la vede oggi stampata nel
volto di tanti nostri ragazzi e giovani. Terza
implicazione. Viene meno il senso della propria vita come una storia: il
senso del tempo si corrompe. Il tempo che passa non è più vissuto come
occasione (kairós, lo chiama il Nuovo Testamento) perché tu maturi,
cresca nell’essere verso la tua beatificante pienezza, nella fedeltà ad
una scelta che per il suo valore è stata definitiva. Ha de-finito il tuo
volto, la tua esistenza. «Ora – per sempre»: i due poli della nostra
vicenda storica. Il secondo è tolto e così anche il primo ha perduto
ogni serietà. Le convivenze spesso preferite senza serie ragioni al
matrimonio sono un segno di questa condizione spirituale. È
possibile educare in questo contesto? È questa la sfida che ci viene oggi
lanciata. È possibile ridare la passione per la verità, il gusto per la
libertà, la gioia della definitività del dono? In
realtà è stato proposto un progetto educativo alternativo alla
definizione di educazione data sopra. Esso è riassunto dalla affermazione
di G. Vattimo: «vedere se riusciamo a vivere senza nevrosi in un mondo in
cui “Dio è morto”» (in Al di là del soggetto. Nietzsche Heidegger e
l’ermeneutica, ed. Rizzoli, Milano 1981, pag. 18). L’alternativa non
poteva essere espressa meglio. Cerchiamo di coglierne brevemente i
contenuti. È
un’educazione che non introduce nella realtà, ma dentro al gioco senza
fine delle contraddittorie interpretazioni della realtà: dei vari
significati decisi liberamente ciascuno. È un’educazione che deve
introdurre la persona ad un’esistenza umana vissuta come risposta a due
esigenze di fatto inconciliabili. Da
una parte un’esistenza umana vissuta da una persona che, sganciata da
ogni appoggio al reale, vuole essere libera nel senso “astratto” del
termine. Si preferisce rimandare il più possibile le decisioni più
serie; si ridicolizza ogni definitività nelle decisioni. Si vanifica il
reale dell’esistenza e quindi della libertà. Essere liberi è ormai
sinonimo di assenza di impegno: “sono libero” vuol dire anche ormai
nel linguaggio comune, “non ho impegni”. È significativo al riguardo
il modo con cui è stato trattato il problema dell’educazione sessuale:
informare in modo tale che uno possa fare della propria sessualità ciò
che vuole, senza averne danni fisici (AIDS per esempio). Dall’altra
parte, una soggettività come questa, affermata cioè attraverso la
delegittimazione di ogni significato normativo fondato nella realtà, deve
però porsi il problema del raccordo con gli altri. È possibile educare
ad una vera comunità umana partendo da quell’esperienza di libertà?
Ancora una volta, solo ad una comunità «leggera», non dotata di una
reale consistenza. Mi spiego. Nell’ipotesi
educativa di cui stiamo parlando, è impensabile una comunità umana
consistente o nella compartecipazione agli stessi valori o perfino nella
«comunione delle persone» (= comunità coniugale). È impensabile
l’esistenza di un universo reale di valori; è impensabile il dono
definitivo di sé stesso all’altro. Ed allora educare alla vita in
società che cosa significa? Educare alla tolleranza. Riflettiamo
attentamente su questo codice sociale fondamentale. Che cosa significa?
Quale tipo di rapporto esso connota? Che l’alterità, la diversità è
qualcosa di neutrale: il fatto che esistono gli altri non ha in se stesso
e per se stesso nessun significato. Il nichilismo tragico (Sartre)
riteneva che fosse un fatto assolutamente negativo: “gli altri sono
l’inferno” (Sartre). Ho
parlato di «società-comunità leggera». Ora, spero, il senso è chiaro:
«leggera» significa esclusivamente e totalmente fatta e disfatta dal
libero gioco delle libertà. Un rimando ad un’alleanza originaria è
escluso. 2.
Risposta alla sfida La
necessaria schematicità dell’esposizione non avrà certo fatto piena
giustizia ad un fenomeno culturale assai complesso. Ma penso di averne però
delineato l’essenza in modo corretto. Stando
così le cose, oggi l’educatore è posto dentro all’alternativa di due
proposte educative contrarie: appunto è una sfida che gli viene fatta,
dalla quale non può esimersi. In sostanza è inevitabile che
l’educatore si chieda: è possibile educare non introducendo alla realtà?
O meglio: è ragionevole educare non introducendo alla realtà? In questo
secondo punto cercherò di rispondere a questa domanda. L’idea centrale
della mia risposta è la seguente: l’unica proposta educativa
ragionevole è quella che consiste nell’introdurre la persona umana
nella realtà. Prima
di dimostrare la verità di questa tesi, devo spiegare che cosa intendo
per «ragionevole». Molto semplicemente intendo corrispondente,
conveniente all’intera esperienza umana, senza escludere nulla. Quindi,
per dire la stessa cosa in forma negativa, una proposta educativa diversa
non corrisponde, non conviene all’esperienza vissuta dalla persona. La
persona educata secondo essa viene smisuratamente impoverita. E’ ciò
che ora brevemente cercherò di farvi vedere. Già
Aristotele notava che ogni vita umana spirituale nasce dallo stupore,
dalla meraviglia. Ed uno dei più grandi Padri della Chiesa, S. Gregorio
di Nissa, scrive: “i concetti creano gli idoli, solo lo stupore
conosce” (La vita di Mosè, PG44,377B). Stupore di che cosa? meraviglia
per che cosa? Della realtà; per la realtà: che ci sia «qualcosa»
e non «niente». Del fatto che io ci sia. Perché il reale di cui ho
esperienza suscita stupore, meraviglia? Perché il mio stesso esserci
suscita stupore, meraviglia? Perché non c’è nessuna ragione in me
stesso per cui io debba esserci: nessuno è necessario. Una pagina di
Pascal esprime stupendamente questo stupore, meraviglia che diventano
quasi paura: “Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita
nell’eternità che precede e che segue il piccolo spazio che occupo e
che vedo inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e
che m’ignorano, mi spavento, e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che
là, perché non c’è ragione che sia qui piuttosto che là, adesso
piuttosto che allora. Chi mi ci ha messo? Per comando e per opera di chi
mi sono destinati questo luogo e questo tempo? Memoria hospitis unius
diei praetereuntis.” (Pensieri, 205) È
possibile spegnere questa domanda radicale che dimora nel cuore
dell’uomo? È giusto nei confronti dell’uomo estenuarla, censurarla? O
non dobbiamo piuttosto assumerla e iniziare un cammino di risposta? Essa
nutre quello che potremmo chiamare il desiderio fondamentale della nostra
vita: quel desiderio che ci definisce (gli uomini sono desiderio:
Agostino). Lo potremmo chiamare desiderio della realtà, desiderio di
essere. La grande tradizione classica e cristiana lo indicavano con una
parola pressoché scomparsa dal nostro vocabolario: desiderio di
beatitudine (termine ora quasi completamente svuotato nel suo equivoco «felicità»).
Beatitudine è pienezza di essere. Ma
perché quella domanda nutre il desiderio di essere? Perché nello stesso
tempo afferma e la limitatezza del mio esserci e l’illimitatezza
dell’Essere. Ciascuno di noi esiste come un essere limitato in un mondo
limitato, ma la sua ragione è aperta all’illimitato; a tutto
l’essere. Ne è prova la conoscenza della sua finitezza e limitatezza:
io sono, ma potrei anche non essere (cfr. H.U. von Balthasar, La mia opera
ed epilogo, ed. Jaca Book, Milano 1993, pag. 87-97). Ciascuno di noi gode
di beni limitati, ma la sua volontà è diretta verso il bene illimitato;
a tutto il bene. Ne è prova quel senso si insoddisfazione che proviamo
continuamente. Pertanto, la “posizione” della persona umana è
paradossale: posta in una condizione ontologica «fragile» (contingente),
essa gusta per così dire quanto è bene l’essere, quell’essere di cui
non è in possesso. Di qui il suo desiderio di realtà, di beatitudine.
Introdurre una persona nella realtà (educarla) significa guidarla verso
la beatitudine. La
contro-proposta educativa di cui ho parlato nel punto precedente giudica
precisamente insensato questo desiderio (di realtà), bloccando la ricerca
di una realtà adeguata e corrispondente ad esso. Essa estingue ogni
desiderio verso un “oltre”, ogni ricerca che nasca dalla nostalgia di
pienezza. Ciò
che in questa sfida è in questione, è alla fine ciò che pensiamo
dell’uomo: la misura della stima con cui lo valutiamo. Alcune
riflessioni sullo sport Vorrei
partire dalla riflessione di un filosofo pagano: «che giova guidare il
cavallo e regolarne la corsa con le briglie, se poi ci lasciamo trascinare
dalle passioni più sfrenate? Che giova vincere molti nella lotta o nel
cesto, se poi ci lasciamo vincere dall’ira?» [Seneca, Lettere a
Lucilio, 88,19]. Esiste
un’abilità fisica; esiste un’«abilità» spirituale. Ciò che pone
la persona nella pienezza della sua dignità non è la prima, ma la
seconda. La prima è al servizio della seconda. Detto in altri termini.
L’attività sportiva non si propone lo scopo ultimo della vita, e
pertanto ha un valore relativo perché è mezzo ad uno scopo più alto:
assicurare il dominio della nostra libertà sul corpo. Ma esso non è un
mezzo infallibile: può essere distorto dal suo scopo ultimo, la
formazione della persona. Il motto [di Giovenale] che viene solitamente
citato, è citato in modo tale da cambiarne il senso. Il testo intero del
poeta dice: orandum est ut sit mens
sana in corpore sano. Se
lo sport viene distaccato da una visione adeguata della persona umana,
dominio dello spirito sulle membra, è esposto ad ogni degradazione. È
questa la ragione vera di una presenza di cristiani nel mondo dello sport:
prendersi cura della persona umana, così che essa non venga
strumentalizzata allo sport. Ma
su tutto questo ora ascolteremo chi ha nel più competenza ed esperienza.
|
|
Mistica.Info è a cura di Antonello Lotti - Sito web: www.mistica.info - E-mail: info@mistica.info |