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La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti  Scrivi per suggerimenti o informazioni

CONTRIBUTI

 

Fr. José Rodríguez Carballo, ESSERE FRANCESCANI E FRANCESCANE OGGI

 

Il testo che segue (che, insieme ad altri testi e documenti dell'Ordine dei Frati Minori, può essere consultato nel sito internet: www.ofm.org) è esemplare non solo per i francescani, ma per tutti coloro che vivono in una prospettiva francescana e che anelano alla pace. Proprio la pace, così tanto cercata negli ultimi tempi, che Francesco aveva ricevuto da Dio e aveva annunciato successivamente agli uomini, è il tema che fa muovere l'intervento del Ministro generale dell'Ordine. Egli afferma che per «poter diventare veri annunciatori e portatori di pace è indispensabile partire dalla dimensione contemplativa della nostra vita. Solo rimanendo in un rapporto vitale con il Signore, ci saranno dati occhi nuovi per leggere la storia che viviamo ed essere significativamente presenti in essa. Così, di fronte al mutare sempre più veloce della società e del mondo, i nostri sforzi mirano giustamente all’elaborazione di nuovi progetti che continuino a dire il senso della nostra presenza, ma non possiamo dimenticare che è nel rapporto con Dio che questo senso ci viene donato e che senza di esso qualunque progetto non potrà che risultare sterile».

 

"ESSERE FRANCESCANI E FRANCESCANE OGGI"
di Fr. José Rodríguez Carballo, Ministro generale OFM
Napoli, 13 dicembre 2003

 

Cari fratelli e care sorelle,

Sono veramente contento di essere con voi per celebrare insieme questi primi 25 anni di vita della MOREFRA (= MOvimento REligiosi FRAncescani) Campano-Lucano (1978-2003). Saluti i Ministro provinciali qui presenti e tutti voi, cari fratelli e sorelle appartenenti alla famiglia francescana, il Signore vi doni la sua pace!

In questi giorni in cui notizie di combattimenti e di morte si susseguono, in cui il Santo Padre, di fronte alla violenza esercitata dai potenti delle nazioni, invita tutti a costruire ponti anziché muri, in cui la voce della gente si leva per chiedere una pace che viene continuamente negata, noi ci sentiamo chiamati ad offrire, ancora e di nuovo, ai fratelli e alle sorelle del nostro tempo il saluto di pace che il Signore rivelò a san Francesco. Quel saluto sulle sue labbra era privo di retorica perché, avendo lui stesso ricevuto da Dio il dono della pace, vivendolo, lo comunicava ai fratelli. Il nostro desiderio è che lo stesso si possa dire anche di noi, francescani del terzo millennio. Anche noi, infatti, quando salutiamo augurando la pace, vogliamo farlo prima di tutto come uomini e donne che, nell’incontro con il Risorto e sulla scia di san Francesco e di santa Chiara, hanno trovato la vera pace e desiderano donarla ai loro fratelli. Vorremmo che ogni nostra azione, ogni nostro gesto, diventasse annuncio della salvezza che abbiamo incontrato, annuncio della pace vera.  

Sappiamo infatti, come ci ricordava Giovanni Paolo II, che «gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di “parlare” di Cristo, ma in certo senso di farlo loro “vedere”» e «la nostra testimonianza sarebbe insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto» (Novo Millennio Ineunte 16).

 

Uomini e donne di contemplazione  

Per poter diventare veri annunciatori e portatori di pace è quindi indispensabile partire dalla dimensione contemplativa della nostra vita. Solo rimanendo in un rapporto vitale con il Signore, ci saranno dati occhi nuovi per leggere la storia che viviamo ed essere significativamente presenti in essa. Così, di fronte al mutare sempre più veloce della società e del mondo, i nostri sforzi mirano giustamente all’elaborazione di nuovi progetti che continuino a dire il senso della nostra presenza, ma non possiamo dimenticare che è nel rapporto con Dio che questo senso ci viene donato e che senza di esso qualunque progetto non potrà che risultare sterile.  

Si fa perciò sempre più urgente il richiamo di san Francesco perché tutti i francescani e le francescane «allontanato ogni impedimento e messa da parte ogni preoccupazione ed affanno, servano, amino, onorino e adorino il Signore Dio con cuore limpido e mente pura» (RnB 22,26). La prima cosa che ci dovrebbe caratterizzare, come uomini e donne alla sequela di Cristo sulla via tracciata da Francesco e da Chiara, dovrebbe essere proprio questo avere lo sguardo costantemente rivolto al Signore, o, sempre per usare le parole di san Francesco, «avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione» (RnB 10,10).  

Mantenere questo unico punto di riferimento, significa riuscire a fare unità nella propria vita e, quindi, a vivere da riconciliati con se stessi e con gli altri. È questo oggi forse il maggiore segno profetico che possiamo offrire ai nostri fratelli, ma per testimoniarlo bisogna continuamente convertirsi, perché Gesù Cristo sia realmente il centro attorno a cui gravita la nostra giornata e quella della nostra fraternità. La nostra vita potrà così «diventare annuncio di un modo di vivere alternativo a quello del mondo e della cultura dominante», proprio perché «con lo stile di vita e la ricerca dell'Assoluto, suggerisce quasi una terapia spirituale per i mali del nostro tempo» (Ripartire da Cristo 6).  

Potremo allora parlare di rinnovamento della nostra vita e della nostra presenza se, e nella misura in cui, saremo disponibili ad accogliere la Parola e l’Eucaristia “con cuore limpido e mente pura”, a fare di esse il vero fulcro delle nostre attività, a far crescere le nostre fraternità partendo da uno scambio e da una condivisione di queste inesauribili ricchezze.  

Come sappiamo tutto questo richiede una grande disponibilità da parte nostra a mettersi seriamente in discussione per ripensare il tempo personale e comunitario che dedichiamo alla vita con Dio sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, perché «è necessario aderire sempre di più a Cristo, centro della vita consacrata e riprendere con vigore un cammino di conversione e di rinnovamento che, come nell'esperienza primigenia degli apostoli, prima e dopo la sua risurrezione, è stato un ripartire da Cristo. » (RdC 21). Solo ripartendo da Cristo la nostra vita potrà essere veramente un canto che rende gloria a Dio nell’alto dei cieli e dona pace sulla terra agli uomini che Egli ama (cf. Lc 2,14).

 

Uomini e donne che vivono la fraternità in dialogo

È vivendo all’interno di questo dialogo con Cristo, Parola del Dio vivo, che si apre per l’uomo la possibilità di un vero dialogo con i fratelli. È nel rapporto con la Parola che si fa carne, infatti, che impariamo a conoscere l’amore di Dio per i suoi figli e tutte le sue creature e, quindi, ad entrare in dialogo con loro a partire da questo amore prima che da noi stessi. In questo rapporto nuovo, che coinvolge ogni aspetto della persona e tutta la realtà che la circonda, ciò che era amaro può davvero tramutarsi in dolcezza di animo e di corpo (cf. 2Test 3). Ricreati ad immagine di Cristo Gesù che, «pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2, 6s), anche noi, spogliandoci di noi stessi, vogliamo andare incontro ai fratelli e accoglierli con lo stesso amore e lo stesso rispetto con cui Cristo ci ha accolto. 

Abbracciare l’altro nella sua povertà, rispettando la sua alterità, vivere con lui l’esperienza di essere fratelli e sorelle, significa infrangere le barriere dell’egoismo e dell’individualismo che, forse oggi più che mai, sono alla base dei mali della nostra società. Per promuovere un tale cambiamento è necessario partire dalla nostra esperienza quotidiana, dalle nostre piccole fraternità, perché, come insegna il Signore, è da questo che «tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). È perciò indispensabile impegnarsi, perché nelle fraternità esistano le condizioni per vivere quanto abbiamo promesso e siano dedicati tempi alla programmazione e alla verifica comunitaria del cammino che insieme si sta compiendo.  

Le nostre fraternità possono diventare in questo senso delle vere e proprie scuole, in cui imparare e insegnare a vivere questa spogliazione di sé, per far posto nella propria vita alla vita del fratello, così come una madre è disposta a rinunciare alle proprie necessità per quelle del proprio figlio ed in ciò realizza il proprio essere madre (cf Rb 6,8-10). 

La forma di vita francescana diventa allora per il mondo di oggi una sfida a sostituire ogni forma di dominio e di sfruttamento dell’altro, che ha come fine un’affermazione personale, con l’ascolto e l’accoglienza, che trovano voce nel servizio e nella condivisione dei beni e hanno di mira la promozione della giustizia e della pace.  

Aprirsi al dialogo significa essere aperti e disponibili, non arroccati su posizioni che riteniamo definitivamente acquisite, ma essere consapevoli che l’altro non è un nemico da cui difendersi o da sconfiggere, bensì qualcuno che, come noi, è portatore di verità, perché ogni fratello e ogni sorella è luogo del manifestarsi di Dio. Alla scuola di Francesco e Chiara d’Assisi, vogliamo imparare ad ascoltare l’altro, «spesso infatti il Signore manifesta ciò che è meglio al più piccolo» (RsC 4,18), e a parlare con lui, come fece Francesco con il Sultano, che «era molto commosso dalle sue parole e lo ascoltava molto volentieri» (1Cel 57).

 

Uomini e donne che vivono nei luoghi di frattura

È inutile nascondersi che un simile itinerario non sarà semplice da attuare, perché va a colpire le logiche che oggi sembrano essere egemoni e che, proprio per questo, non sono purtroppo del tutto estranee nemmeno alla nostra vita, alla vita delle nostre fraternità e della nostra azione pastorale.  

In una società che sembra aver smarrito il riferimento ai valori su cui è sorta, vediamo imporsi un mercato che, spesso privo di regole, non fa che aumentare la sperequazione tra ricchi e poveri, perseguendo come unico fine quello di accrescere senza fine il potere e la ricchezza di coloro che dominano questo sistema, senza curarsi dei mezzi usati e delle conseguenze che esso produce. Vediamo che l’uso della forza e della violenza vengono giustificati come strumenti a cui è lecito far ricorso per garantire una pacifica convivenza tra popolo e popolo, tra persona e persona. Si calpestano i diritti dei più poveri e dei più deboli e si sente la necessità di affermare la propria identità negando quella dell’altro. Risorge il mito della propria superiorità e, con esso, l’illusione di non essere a servizio della verità, ma di possederla. In conclusione, tutto viene relativizzato in rapporto al conseguimento del proprio immediato affermarsi e realizzarsi.  

Contro questa logica, che è la negazione di ogni dialogo, come seguaci di Francesco e di Chiara che hanno trovato la felicità nell’incontro con l’altro e non nella sua negazione, non vogliamo chiudere gli occhi di fronte a queste realtà di peccato, ma la vogliamo assumere e portare insieme a coloro che la subiscono, ripetendo ancora una volta che siamo lieti quando viviamo tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada (cf. Rnb 9,3). Questa è la missione che la Chiesa ci ha affidato, quella «di far crescere la spiritualità della comunione prima di tutto al proprio interno e poi nella stessa comunità ecclesiale ed oltre i suoi confini, aprendo o riaprendo costantemente il dialogo della carità, soprattutto dove il mondo di oggi è lacerato dall'odio etnico o da follie omicide» (Vita Consecrata 51).  

Seguendo la voce dello Spirito, che guida i nostri passi, vogliamo iniziare da noi, dalle nostre realtà quotidiane e qui realizzare non solo una convivenza di persone diverse per età e cultura, ma testimoniare che è possibile vivere la riconciliazione, non eliminando queste diversità ma proprio attraverso una loro valorizzazione. Allo stesso tempo desideriamo privilegiare la nostra presenza in quei luoghi dove le lacerazioni provocate dal peccato di questo mondo appaiono più drammaticamente e lì essere testimoni di misericordia e profeti di speranza.

 

Uomini e donne testimoni di misericordia

Insieme a santa Chiara, anche noi confessiamo che nell’incontro con il Salvatore, colui che ci è stato rivelato è il «Padre delle misericordie» (2Cor 1,3), al quale vogliamo rendere grazie con tutta la nostra vita (cf. TestsC). L’esperienza che Dio, in Gesù, si è fatto misericordia ci porta a guardare l’uomo con occhi diversi, soprattutto quando questi è ferito nella sua dignità. Il primo e fondamentale gesto di misericordia infatti, come ci insegna la parabola lucana del “Padre misericordioso” (cf. Lc 15,11-32), è quello di ridonare dignità alla persona. È certamente questa la prospettiva di san Francesco nella sua Lettera ad un Ministro, in cui l’esercizio dell’autorità è concepito come servizio di misericordia: «E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e me, servo suo e tuo, se tu farai così, ovvero che non vi sia alcun fratello al mondo, che abbia peccato quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, mai se ne vada senza la tua misericordia, qualora abbia chiesto misericordia. E se non chiedesse misericordia, tu chiedi a lui, se vuole misericordia. E se mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: affinché tu lo tragga al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli» (LMin 9-11).  

Il dono della misericordia è perciò l’amore che attrae gli uomini al Signore. Un dono che non siamo tenuti solo ad offrire solo quando ci viene richiesto, ma che noi stessi dobbiamo offrire per primi a coloro che ne sono privi. La misericordia diventa in questo senso un atteggiamento di vita, un modo di essere tra e con gli altri, più che un’azione da compiere in determinate circostanze.  

Ma siamo chiamati ad essere testimoni della misericordia in un mondo che tende ad opporsi alla misericordia e a considerarla come superflua. Se la logica vincente è quella del dominio e del controllo sulla natura, sulle nazioni e sulle persone, sembra non esservi più posto per la misericordia (cf, Dives in misericordia 2) che diventa l’atteggiamento del debole e del perdente, di colui che rinuncia a far valere il proprio diritto sull’altro, per ridonargli la dignità perduta o negata.  

Certamente stare con queste persone e dalla loro parte significa fare una scelta di campo e avere il coraggio di compromettersi, come fece san Francesco che portò a tutti la misericordia di Dio Padre e non ebbe paura del giudizio degli Assisiati quando abbracciò il lebbroso, di quello dei frati quando andò a portare da mangiare ai briganti di Monte Casale, o di quello degli Eugubini quando andò in cerca del “lupo-brigante” per riportarlo a vivere in città. Chi è stato toccato dalla misericordia di Dio sa bene, infatti, che essa è la sola che può penetrare le barriere dei cuori più induriti per ricondurre l’uomo al suo Creatore. Questa è la nostra speranza!

 

Uomini e donne custodi e profeti di speranza

Di fronte al male presente nei nostri tempi, noi francescani non possiamo non essere uomini di speranza, perché nei nostri cuori risuona la parola del Risorto: «Non temete! … Ecco, io sono con voi fino alla fine del mondo» (Mt 28, 10.20). Come ha ripetuto ultimamente Giovanni Paolo II: «Cristo è la nostra speranza» (Ecclesia in Europa 19), una speranza che squarcia i limitati orizzonti umani e che sola può dare compimento alla sete di felicità dell’animo umano.  

Saldi in questa speranza scorgiamo tra le pesanti ombre che ci circondano anche i numerosi segni di rinnovamento, che ci permettono di continuare a guardare con fiducia il futuro che ci attende. Accanto alla ricerca di un profitto esclusivamente individuale, anche a scapito degli interessi degli altri, si fa largo la coscienza di una solidarietà che vede l’altro come qualcuno non solo da aiutare, ma come un compagno di viaggio. Accanto alla violenza come unico strumento per far rispettare il diritto, sempre più ci si rende conto che la pace non potrà mai essere raggiunta, se insieme ad essa non viene garantita la giustizia. Accanto alla superbia di un’umanità che si sente padrona incontrastata della natura, cresce la sensibilità e il rispetto verso l’ambiente del quale ci si sente parte. Accanto ad un uso massificante e passivo dei mezzi di comunicazione, aumenta il desiderio di forme di espressione che diano spazio alla creatività e all’immaginazione personale.  

Il nostro compito deve perciò essere quello di uomini e donne che, avendo in Cristo una speranza che non può venire meno, sanno indicare ai loro fratelli e alle loro sorelle quelle luci che conducono al Salvatore. Nel continuo dialogo con la Parola di Dio dobbiamo, dunque, saper leggere i segni dei tempi, perché «la vera profezia nasce da Dio, dall'amicizia con Lui, dall'ascolto attento della sua Parola nelle diverse circostanze della storia. Il profeta sente ardere nel cuore la passione per la santità di Dio e, dopo averne accolto nel dialogo della preghiera la parola, la proclama con la vita, con le labbra e con i gesti, facendosi portavoce di Dio contro il male ed il peccato» (VC 84).  

Per questo motivo non possiamo trascurare la qualità della nostra vita fraterna, che ha in sé la forza per essere un’autentica profezia di un mondo rinnovato, un segno certo di speranza per un futuro più umano (cf. VC 85), così come accadde alle origini del movimento francescano e clariano, quando, abbandonata ogni cosa, quegli uomini e quelle donne iniziarono un’esperienza di vita che continua ancora oggi ad affascinare per il messaggio evangelico che da essa traspare.  

Custodire e testimoniare questa speranza è il più grande servizio che possiamo rendere agli uomini del nostro tempo, ma possiamo farlo a condizione che ogni giorno sappiamo abbandonare ogni cosa per seguire Gesù, povero e crocifisso. Solo vivendo una autentica libertà dalle logiche di male che minano la nostra società, solo spogliandoci continuamente di noi stessi per ripartire da Cristo, solo se avremo la forza di uscire dai nostri conventi per andare incontro, disarmati, ai nostri fratelli, saremo testimoni credibili dell’amore che ci è stato donato e, allora, come ci insegna la Chiesa, nella nostra vita troverà «nuovo slancio e forza l’annuncio del Vangelo a tutto il mondo. C’è bisogno infatti di chi presenti il volto paterno di Dio e il volto materno della Chiesa, di chi metta in gioco la propria vita, perché altri abbiano vita e speranza» (VC 105).  

Vorrei concludere questo mio intervento con la “confessione di speranza” dell’Esortazione apostolica Ecclesia in Europa, che mi sembra racchiudere l’anelito presente nei cuori di ciascuno di noi, perché il Regno, di cui in questi giorni stiamo celebrando l’avvento, possa diffondersi e giungere ad ogni uomo e ad ogni donna: «Tu, o Signore, risorto e vivo, sei la speranza sempre nuova della Chiesa e dell'umanità; tu sei l'unica e vera speranza dell'uomo e della storia; tu sei “tra noi la speranza della gloria” (Col 1, 27) già in questa nostra vita e oltre la morte. In te e con te, noi possiamo raggiungere la verità, la nostra esistenza ha un senso, la comunione è possibile, la diversità può diventare ricchezza, la potenza del Regno è all'opera nella storia e aiuta l'edificazione della città dell'uomo, la carità dà valore perenne agli sforzi dell'umanità, il dolore può diventare salvifico, la vita vincerà la morte, il creato parteciperà della gloria dei figli di Dio» (EiE 18).

   

 

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