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La
mistica come via di ricerca della Verità
- Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti |
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CONTRIBUTI |
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Fr. José Rodríguez Carballo, ESSERE FRANCESCANI E FRANCESCANE OGGI
"ESSERE
FRANCESCANI E FRANCESCANE OGGI"
Cari
fratelli e care sorelle, Sono
veramente contento di essere con voi per celebrare insieme questi primi 25
anni di vita della MOREFRA (= MOvimento REligiosi FRAncescani)
Campano-Lucano (1978-2003). Saluti i Ministro provinciali qui presenti e
tutti voi, cari fratelli e sorelle appartenenti alla famiglia francescana,
il Signore vi doni la sua pace! In
questi giorni in cui notizie di combattimenti e di morte si susseguono, in
cui il Santo Padre, di fronte alla violenza esercitata dai potenti delle
nazioni, invita tutti a costruire ponti anziché muri, in cui la voce
della gente si leva per chiedere una pace che viene continuamente negata,
noi ci sentiamo chiamati ad offrire, ancora e di nuovo, ai fratelli e alle
sorelle del nostro tempo il saluto di pace che il Signore rivelò a san
Francesco. Quel saluto sulle sue labbra era privo di retorica perché,
avendo lui stesso ricevuto da Dio il dono della pace, vivendolo, lo
comunicava ai fratelli. Il nostro desiderio è che lo stesso si possa dire
anche di noi, francescani del terzo millennio. Anche noi, infatti, quando
salutiamo augurando la pace, vogliamo farlo prima di tutto come uomini e
donne che, nell’incontro con il Risorto e sulla scia di san Francesco e
di santa Chiara, hanno trovato la vera pace e desiderano donarla ai loro
fratelli. Vorremmo che ogni nostra azione, ogni nostro gesto, diventasse
annuncio della salvezza che abbiamo incontrato, annuncio della pace vera. Sappiamo
infatti, come ci ricordava Giovanni Paolo II, che «gli uomini del nostro
tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non
solo di “parlare” di Cristo, ma in certo senso di farlo loro “vedere”»
e «la nostra testimonianza sarebbe insopportabilmente povera, se noi per
primi non fossimo contemplatori del suo volto» (Novo Millennio Ineunte
16). Uomini
e donne di contemplazione
Per
poter diventare veri annunciatori e portatori di pace è quindi
indispensabile partire dalla dimensione contemplativa della nostra vita.
Solo rimanendo in un rapporto vitale con il Signore, ci saranno dati occhi
nuovi per leggere la storia che viviamo ed essere significativamente
presenti in essa. Così, di fronte al mutare sempre più veloce della
società e del mondo, i nostri sforzi mirano giustamente all’elaborazione
di nuovi progetti che continuino a dire il senso della nostra presenza, ma
non possiamo dimenticare che è nel rapporto con Dio che questo senso ci
viene donato e che senza di esso qualunque progetto non potrà che
risultare sterile. Si
fa perciò sempre più urgente il richiamo di san Francesco perché tutti
i francescani e le francescane «allontanato ogni impedimento e messa da
parte ogni preoccupazione ed affanno, servano, amino, onorino e adorino il
Signore Dio con cuore limpido e mente pura» (RnB 22,26). La prima cosa
che ci dovrebbe caratterizzare, come uomini e donne alla sequela di Cristo
sulla via tracciata da Francesco e da Chiara, dovrebbe essere proprio
questo avere lo sguardo costantemente rivolto al Signore, o, sempre per
usare le parole di san Francesco, «avere lo Spirito del Signore e la sua
santa operazione» (RnB 10,10). Mantenere
questo unico punto di riferimento, significa riuscire a fare unità nella
propria vita e, quindi, a vivere da riconciliati con se stessi e con gli
altri. È questo oggi forse il maggiore segno profetico che possiamo
offrire ai nostri fratelli, ma per testimoniarlo bisogna continuamente
convertirsi, perché Gesù Cristo sia realmente il centro attorno a cui
gravita la nostra giornata e quella della nostra fraternità. La nostra
vita potrà così «diventare annuncio di un modo di vivere alternativo a
quello del mondo e della cultura dominante», proprio perché «con lo
stile di vita e la ricerca dell'Assoluto, suggerisce quasi una terapia
spirituale per i mali del nostro tempo» (Ripartire da Cristo 6). Potremo
allora parlare di rinnovamento della nostra vita e della nostra presenza
se, e nella misura in cui, saremo disponibili ad accogliere la Parola e l’Eucaristia
“con cuore limpido e mente pura”, a fare di esse il vero fulcro delle
nostre attività, a far crescere le nostre fraternità partendo da uno
scambio e da una condivisione di queste inesauribili ricchezze. Come
sappiamo tutto questo richiede una grande disponibilità da parte nostra a
mettersi seriamente in discussione per ripensare il tempo personale e
comunitario che dedichiamo alla vita con Dio sia dal punto di vista
quantitativo che qualitativo, perché «è necessario aderire sempre di
più a Cristo, centro della vita consacrata e riprendere con vigore un
cammino di conversione e di rinnovamento che, come nell'esperienza
primigenia degli apostoli, prima e dopo la sua risurrezione, è stato un
ripartire da Cristo. » (RdC 21). Solo ripartendo da Cristo la nostra vita
potrà essere veramente un canto che rende gloria a Dio nell’alto dei
cieli e dona pace sulla terra agli uomini che Egli ama (cf. Lc 2,14). Uomini e donne che vivono la fraternità in dialogoÈ vivendo all’interno di questo dialogo con Cristo, Parola del Dio vivo, che si apre per l’uomo la possibilità di un vero dialogo con i fratelli. È nel rapporto con la Parola che si fa carne, infatti, che impariamo a conoscere l’amore di Dio per i suoi figli e tutte le sue creature e, quindi, ad entrare in dialogo con loro a partire da questo amore prima che da noi stessi. In questo rapporto nuovo, che coinvolge ogni aspetto della persona e tutta la realtà che la circonda, ciò che era amaro può davvero tramutarsi in dolcezza di animo e di corpo (cf. 2Test 3). Ricreati ad immagine di Cristo Gesù che, «pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2, 6s), anche noi, spogliandoci di noi stessi, vogliamo andare incontro ai fratelli e accoglierli con lo stesso amore e lo stesso rispetto con cui Cristo ci ha accolto. Abbracciare l’altro nella sua povertà, rispettando la sua alterità, vivere con lui l’esperienza di essere fratelli e sorelle, significa infrangere le barriere dell’egoismo e dell’individualismo che, forse oggi più che mai, sono alla base dei mali della nostra società. Per promuovere un tale cambiamento è necessario partire dalla nostra esperienza quotidiana, dalle nostre piccole fraternità, perché, come insegna il Signore, è da questo che «tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). È perciò indispensabile impegnarsi, perché nelle fraternità esistano le condizioni per vivere quanto abbiamo promesso e siano dedicati tempi alla programmazione e alla verifica comunitaria del cammino che insieme si sta compiendo. Le nostre fraternità possono diventare in questo senso delle vere e proprie scuole, in cui imparare e insegnare a vivere questa spogliazione di sé, per far posto nella propria vita alla vita del fratello, così come una madre è disposta a rinunciare alle proprie necessità per quelle del proprio figlio ed in ciò realizza il proprio essere madre (cf Rb 6,8-10). La
forma di vita francescana diventa allora per il mondo di oggi una sfida a
sostituire ogni forma di dominio e di sfruttamento dell’altro, che ha
come fine un’affermazione personale, con l’ascolto e l’accoglienza,
che trovano voce nel servizio e nella condivisione dei beni e hanno di
mira la promozione della giustizia e della pace. Aprirsi
al dialogo significa essere aperti e disponibili, non arroccati su
posizioni che riteniamo definitivamente acquisite, ma essere consapevoli
che l’altro non è un nemico da cui difendersi o da sconfiggere, bensì
qualcuno che, come noi, è portatore di verità, perché ogni fratello e
ogni sorella è luogo del manifestarsi di Dio. Alla scuola di Francesco e
Chiara d’Assisi, vogliamo imparare ad ascoltare l’altro, «spesso
infatti il Signore manifesta ciò che è meglio al più piccolo» (RsC
4,18), e a parlare con lui, come fece Francesco con il Sultano, che «era
molto commosso dalle sue parole e lo ascoltava molto volentieri» (1Cel
57). Uomini e donne che vivono nei luoghi di fratturaÈ
inutile nascondersi che un simile itinerario non sarà semplice da
attuare, perché va a colpire le logiche che oggi sembrano essere egemoni
e che, proprio per questo, non sono purtroppo del tutto estranee nemmeno
alla nostra vita, alla vita delle nostre fraternità e della nostra azione
pastorale. In
una società che sembra aver smarrito il riferimento ai valori su cui è
sorta, vediamo imporsi un mercato che, spesso privo di regole, non fa che
aumentare la sperequazione tra ricchi e poveri, perseguendo come unico
fine quello di accrescere senza fine il potere e la ricchezza di coloro
che dominano questo sistema, senza curarsi dei mezzi usati e delle
conseguenze che esso produce. Vediamo che l’uso della forza e della
violenza vengono giustificati come strumenti a cui è lecito far ricorso
per garantire una pacifica convivenza tra popolo e popolo, tra persona e
persona. Si calpestano i diritti dei più poveri e dei più deboli e si
sente la necessità di affermare la propria identità negando quella dell’altro.
Risorge il mito della propria superiorità e, con esso, l’illusione di
non essere a servizio della verità, ma di possederla. In conclusione,
tutto viene relativizzato in rapporto al conseguimento del proprio
immediato affermarsi e realizzarsi. Contro
questa logica, che è la negazione di ogni dialogo, come seguaci di
Francesco e di Chiara che hanno trovato la felicità nell’incontro con l’altro
e non nella sua negazione, non vogliamo chiudere gli occhi di fronte a
queste realtà di peccato, ma la vogliamo assumere e portare insieme a
coloro che la subiscono, ripetendo ancora una volta che siamo lieti quando
viviamo tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra
infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada (cf. Rnb 9,3).
Questa è la missione che la Chiesa ci ha affidato, quella «di far
crescere la spiritualità della comunione prima di tutto al proprio
interno e poi nella stessa comunità ecclesiale ed oltre i suoi confini,
aprendo o riaprendo costantemente il dialogo della carità, soprattutto
dove il mondo di oggi è lacerato dall'odio etnico o da follie omicide»
(Vita Consecrata 51). Seguendo
la voce dello Spirito, che guida i nostri passi, vogliamo iniziare da noi,
dalle nostre realtà quotidiane e qui realizzare non solo una convivenza
di persone diverse per età e cultura, ma testimoniare che è possibile
vivere la riconciliazione, non eliminando queste diversità ma proprio
attraverso una loro valorizzazione. Allo stesso tempo desideriamo
privilegiare la nostra presenza in quei luoghi dove le lacerazioni
provocate dal peccato di questo mondo appaiono più drammaticamente e lì
essere testimoni di misericordia e profeti di speranza. Uomini e donne testimoni di misericordiaInsieme
a santa Chiara, anche noi confessiamo che nell’incontro con il
Salvatore, colui che ci è stato rivelato è il «Padre delle
misericordie» (2Cor 1,3), al quale vogliamo rendere grazie con tutta la
nostra vita (cf. TestsC). L’esperienza che Dio, in Gesù, si è fatto
misericordia ci porta a guardare l’uomo con occhi diversi, soprattutto
quando questi è ferito nella sua dignità. Il primo e fondamentale gesto
di misericordia infatti, come ci insegna la parabola lucana del “Padre
misericordioso” (cf. Lc 15,11-32), è quello di ridonare dignità alla
persona. È certamente questa la prospettiva di san Francesco nella sua
Lettera ad un Ministro, in cui l’esercizio dell’autorità è concepito
come servizio di misericordia: «E in questo voglio conoscere se tu ami il
Signore e me, servo suo e tuo, se tu farai così, ovvero che non vi sia
alcun fratello al mondo, che abbia peccato quanto è possibile peccare,
che, dopo aver visto i tuoi occhi, mai se ne vada senza la tua
misericordia, qualora abbia chiesto misericordia. E se non chiedesse
misericordia, tu chiedi a lui, se vuole misericordia. E se mille volte
peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: affinché tu
lo tragga al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli» (LMin
9-11). Il
dono della misericordia è perciò l’amore che attrae gli uomini al
Signore. Un dono che non siamo tenuti solo ad offrire solo quando ci viene
richiesto, ma che noi stessi dobbiamo offrire per primi a coloro che ne
sono privi. La misericordia diventa in questo senso un atteggiamento di
vita, un modo di essere tra e con gli altri, più che un’azione da
compiere in determinate circostanze. Ma
siamo chiamati ad essere testimoni della misericordia in un mondo che
tende ad opporsi alla misericordia e a considerarla come superflua. Se la
logica vincente è quella del dominio e del controllo sulla natura, sulle
nazioni e sulle persone, sembra non esservi più posto per la misericordia
(cf, Dives in misericordia 2) che diventa l’atteggiamento del debole e
del perdente, di colui che rinuncia a far valere il proprio diritto sull’altro,
per ridonargli la dignità perduta o negata. Certamente
stare con queste persone e dalla loro parte significa fare una scelta di
campo e avere il coraggio di compromettersi, come fece san Francesco che
portò a tutti la misericordia di Dio Padre e non ebbe paura del giudizio
degli Assisiati quando abbracciò il lebbroso, di quello dei frati quando
andò a portare da mangiare ai briganti di Monte Casale, o di quello degli
Eugubini quando andò in cerca del “lupo-brigante” per riportarlo a
vivere in città. Chi è stato toccato dalla misericordia di Dio sa bene,
infatti, che essa è la sola che può penetrare le barriere dei cuori più
induriti per ricondurre l’uomo al suo Creatore. Questa è la nostra
speranza! Uomini e donne custodi e profeti di speranzaDi
fronte al male presente nei nostri tempi, noi francescani non possiamo non
essere uomini di speranza, perché nei nostri cuori risuona la parola del
Risorto: «Non temete! … Ecco, io sono con voi fino alla fine del
mondo» (Mt 28, 10.20). Come ha ripetuto ultimamente Giovanni Paolo II:
«Cristo è la nostra speranza» (Ecclesia in Europa 19), una speranza che
squarcia i limitati orizzonti umani e che sola può dare compimento alla
sete di felicità dell’animo umano. Saldi
in questa speranza scorgiamo tra le pesanti ombre che ci circondano anche
i numerosi segni di rinnovamento, che ci permettono di continuare a
guardare con fiducia il futuro che ci attende. Accanto alla ricerca di un
profitto esclusivamente individuale, anche a scapito degli interessi degli
altri, si fa largo la coscienza di una solidarietà che vede l’altro
come qualcuno non solo da aiutare, ma come un compagno di viaggio. Accanto
alla violenza come unico strumento per far rispettare il diritto, sempre
più ci si rende conto che la pace non potrà mai essere raggiunta, se
insieme ad essa non viene garantita la giustizia. Accanto alla superbia di
un’umanità che si sente padrona incontrastata della natura, cresce la
sensibilità e il rispetto verso l’ambiente del quale ci si sente parte.
Accanto ad un uso massificante e passivo dei mezzi di comunicazione,
aumenta il desiderio di forme di espressione che diano spazio alla
creatività e all’immaginazione personale. Il
nostro compito deve perciò essere quello di uomini e donne che, avendo in
Cristo una speranza che non può venire meno, sanno indicare ai loro
fratelli e alle loro sorelle quelle luci che conducono al Salvatore. Nel
continuo dialogo con la Parola di Dio dobbiamo, dunque, saper leggere i
segni dei tempi, perché «la vera profezia nasce da Dio, dall'amicizia
con Lui, dall'ascolto attento della sua Parola nelle diverse circostanze
della storia. Il profeta sente ardere nel cuore la passione per la
santità di Dio e, dopo averne accolto nel dialogo della preghiera la
parola, la proclama con la vita, con le labbra e con i gesti, facendosi
portavoce di Dio contro il male ed il peccato» (VC 84). Per
questo motivo non possiamo trascurare la qualità della nostra vita
fraterna, che ha in sé la forza per essere un’autentica profezia di un
mondo rinnovato, un segno certo di speranza per un futuro più umano (cf.
VC 85), così come accadde alle origini del movimento francescano e
clariano, quando, abbandonata ogni cosa, quegli uomini e quelle donne
iniziarono un’esperienza di vita che continua ancora oggi ad affascinare
per il messaggio evangelico che da essa traspare. Custodire
e testimoniare questa speranza è il più grande servizio che possiamo
rendere agli uomini del nostro tempo, ma possiamo farlo a condizione che
ogni giorno sappiamo abbandonare ogni cosa per seguire Gesù, povero e
crocifisso. Solo vivendo una autentica libertà dalle logiche di male che
minano la nostra società, solo spogliandoci continuamente di noi stessi
per ripartire da Cristo, solo se avremo la forza di uscire dai nostri
conventi per andare incontro, disarmati, ai nostri fratelli, saremo
testimoni credibili dell’amore che ci è stato donato e, allora, come ci
insegna la Chiesa, nella nostra vita troverà «nuovo slancio e forza l’annuncio
del Vangelo a tutto il mondo. C’è bisogno infatti di chi presenti il
volto paterno di Dio e il volto materno della Chiesa, di chi metta in
gioco la propria vita, perché altri abbiano vita e speranza» (VC 105). Vorrei
concludere questo mio intervento con la “confessione di speranza” dell’Esortazione
apostolica Ecclesia in Europa, che mi sembra racchiudere l’anelito
presente nei cuori di ciascuno di noi, perché il Regno, di cui in questi
giorni stiamo celebrando l’avvento, possa diffondersi e giungere ad ogni
uomo e ad ogni donna: «Tu, o Signore, risorto e vivo, sei la speranza
sempre nuova della Chiesa e dell'umanità; tu sei l'unica e vera speranza
dell'uomo e della storia; tu sei “tra noi la speranza della gloria”
(Col 1, 27) già in questa nostra vita e oltre la morte. In te e con te,
noi possiamo raggiungere la verità, la nostra esistenza ha un senso, la
comunione è possibile, la diversità può diventare ricchezza, la potenza
del Regno è all'opera nella storia e aiuta l'edificazione della città
dell'uomo, la carità dà valore perenne agli sforzi dell'umanità, il
dolore può diventare salvifico, la vita vincerà la morte, il creato
parteciperà della gloria dei figli di Dio» (EiE 18).
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