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La
mistica come via di ricerca della Verità
- Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti |
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CONTRIBUTI |
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BEPPE FRAGOMENI, L'UOMO ATTUALE SECONDO RONALD D. LAING
(Brani
tratti liberamente da La politica
dell’esperienza, Feltrinelli Editore, Milano,1968).
È
doveroso premettere che con questa breve relazione non si intende
presentare una sintesi dell’opera di Laing, ma mettere in risalto un
tratto particolare di questa, finora ignorato dai suoi commentatori:
questo famoso psichiatra, questo psicologo e scrittore
conosciuto in tutto il mondo, pone le dottrine spirituali più
elevate a fondamento delle sue teorie mediche. Non si pretende di proporre
un caso unico; si tratta tuttavia di un caso assai raro, vuoi per la
padronanza che dimostra nell’ uso
delle dottrine tradizionali, che per avere pensato di riproporle in questa
chiave : le radici della vita
per riordinare la vita! Di
norma accade il contrario; ed è quando lo studioso di cose spirituali
cerca conferme alle sue teorie nelle sienze particolari. Ora, anche se può
sembrare ozioso, ci pare giusto precisare che mentre la spiritualità
tende all’unità, le scienze particolari tendono alla divisione, avendo
come dato fondante l’analisi più accurata dell’esistente. Laing,
pertanto, sposta la sua attenzione dall’ambito sociale,
(esteriore) - al quale gli studiosi della sua disciplina tendono a
normalizzare i loro pazienti - al “fondo dell’anima umana”, alle
radici della vita, dove, per i mistici, dimora e regna Dio stesso, come
dice Luca: “Il regno di Dio è dentro di voi” (17, 21); “Cercate
piuttosto il regno e il resto vi sarà dato in più” (12, 33).
L’esteriore,
separato da ogni illuminazione proveniente dall’interiore, vive nelle
tenebre; la nostra
è un’età delle
tenebre: vivere nelle tenebre
dell’esteriorità è vivere in istato di peccato, ossia di
alienazione, di estraniazione dalla luce interiore
R.D.Laing Questo
libro incomincia e finisce con l’argomento della persona. Sono
in grado oggi gli esseri umani di essere persona? Può
un essere umano essere veramente se stesso con un altro uomo o con una
donna? Prima
di essere in condizioni di poter porre un interrogativo ottimistico
come il seguente: “In cosa consiste un rapporto tra
persone?” bisogna che
ci chiediamo se un rapporto tra persone sia possibile;
o, meglio, se, nella nostra situazione attuale, sono
possibili delle persone. Ciò
che ci interessa è la possibilità dell’uomo, ma questo interrogativo
può essere formulato solo nei suoi vari aspetti: è possibile l’amore?,
è possibile la libertà? Della
voce persona
l ’ “Oxford English Dictionary”
fornisce otto significati:- parte sostenuta in un’opera di
teatro, o nella vita reale;- individuo della razza umana;-
corpo di un essere umano vivente;-
individuo umano o persona giuridica o ente giuridico con diritti e
doveri riconosciuti dalla legge;- in
teologia, ognuna delle tre parti della trinità di Dio;-
nella grammatica, ognuna delle tre classi di pronomi e delle
corrispondenti distinzioni nelle forme verbali che servono a denotare la
persona che sta parlando, ossia in prima persona, seconda persona, terza
persona ecc.;- in zoologia, ogni individuo di un gruppo o di una colonia,
ogni singolo esemplare. Dato
che in questa sede ci occupiamo di esseri umani, le due accezioni che ci
riguardano di più sono quelle di persona come personaggio, maschera,
ruolo teatrale e di persona come io reale. Sia
che tutti gli esseri umani, o solo alcuni, o nessuno siano delle persone,
desidero definire la persona in un modo doppio: ·
in termini di
esperienza come un centro di orientamento dell’universo obiettivo; ·
in termini di
comportamento come l’origine degli atti. L’esperienza
personale trasforma un certo campo dato in un campo di intenzioni e di
azione: la nostra esperienza può essere trasformata solo attraverso
l’azione. È
allettante e facile considerare le “persone” solo come degli oggetti
separati nello spazio che si possono studiare come qualsiasi altro oggetto
naturale. Ma, come Kierkegaard osservò che la coscienza non si può
trovare analizzando al microscopio cellule cerebrali, così le persone non
si possono rinvenire se le si studia come dei meri oggetti. Una
persona è quell’io o quel voi, quell’egli o quell’essa da cui un
oggetto viene sperimentato. Questi
centri di esperienza, queste origini degli atti vivono in mondi totalmente
irrelati di loro privata composizione? Ognuno
deve rifarsi, a questo punto, alla propria esperienza personale. La mia
esperienza ed il mio agire si attuano su di un piano sociale di reciproca
influenza e di interazione. Esperimento
me stesso, identificabile come Ronald Laing da me stesso e dagli altri,
come oggetto della esperienza e degli atti altrui, e che si riferisce a
quella persona che io chiamo “me” come “voi” o
“lui”, o che fa parte di
un gruppo come “uno di noi”, “uno
di loro” od “uno di
voi”. Questa
caratteristica dei rapporti tra persone non risulta dalla correlazione del
comportamento di oggetti non personali.(...) Si
può osservare la gente dormire, mangiare,
camminare e parlare ecc. in modi relativamente prevedibili. Noi non
dobbiamo accontentarci solo di una osservazione di questo genere.
L’osservazione del comportamento va estesa per mezzo di inferenze per
dedurre attributi circa l’esperienza. E soltanto quando siamo in grado
di fare questo che possiamo incominciare veramente a costruire quel
sistema di esperienza e comportamento che è la specie umana. L’uomo
d’oggi vive uno stato di “normale”
alienazione dell’essere interiore a favore di una esteriorità falsa ed
oscura. L’essere
ed il non essere costituiscono il tema centrale di tutte le filosofie, sia
orientali che occidentali:
queste due parole non rappresentano degli arabeschi verbali, fatui ed
innocui che nel mestieristico filosofeggiare dei decadenti. Abbiamo
paura di avvicinarci all’immensurabile e insondabile mancanza di
fondamento del tutto, ma “non c’è nulla di cui avere paura”(..) Noi
esperimentiamo gli oggetti della nostra esperienza come
là fuori nel mondo; l’origine della nostra esperienza sembra
situarsi al di fuori di noi stessi. Nell’esperienza
creativa l’origine delle immagini, delle forme, dei suoni, viene da noi
sperimentata come interna e
tuttavia al di là di noi stessi: i colori provengono da una fonte di
pre-luce in sé oscura, i suoni dal silenzio, le forme dall’informe. Questa
luce preesistente, questo pre-suono, questa pre-forma, non sono nulla,
eppure costituiscono l’origine di tutte le cose create Noi
siamo separati e congiunti gli uni agli altri fisicamente: le persone, in
quanto esseri dotati di un corpo, si rapportano reciprocamente nello
spazio; e inoltre siamo divisi ed uniti dai nostri diversi punti di vista,
dalla diversità di educazione, di ambiente, di organizzazione sociale,
dalla adesione a gruppi, associazioni, ideologie, da interessi econo-
mico-sociali di classe, e dai diversi temperamenti. Queste
“cose” di natura sociale che ci
uniscono, sono al contempo altrettante cose,
altrettante finzioni sociali che ci separano. Ma
se potessimo lasciar perdere tutte le esigenze e le contingenze, e
rivelarci reciprocamente la nostra nuda presenza?
Se
togliessimo di mezzo ogni cosa, tutte le vesti, le maschere, le stampelle,
le truccature, e i progetti in comune, e quei giochi che ci forniscono il
pretesto per delle circostanze camuffate da incontri a livello umano, se
potessimo incontrarci veramente,
se si verificasse un simile evento, una felice coincidenza tra esseri
umani, cosa ci separerebbe allora? Siamo
esseri fra i quali c’è il
nulla, non c’è alcunché che ci unisca, nessuna cosa. Ciò che c’è
veramente fra di noi non si può esprimere con il nome di cose che ci si
frappongono. Il fra
è in sé un nulla. Se
disegno una forma su di un pezzo di carta, compio un atto che scelgo in
base all’esperienza della mia situazione; cosa ho esperienza di fare, e
qual è la mia intenzione? Tento
di esprimere qualcosa a qualcuno (comunicazione), sto ricomponendo gli
elementi di qualche caleidoscopico mosaico interno (invenzione), sto
cercando di svelare i caratteri di nuove
Gestalten che emergono (rivelazione)? Sono
sorpreso del fatto che appaia qualcosa che non esisteva prima, e che
queste linee non ci fossero sulla carta prima che io ve le mettessi?
A questo punto ci stiamo accostando all’esperienza
della creazione dal nulla. Ciò
che si chiama una poesia è forse una miscela di comunicazione,
invenzione, fecondazione, rivelazione, produzione, creazione. Attraverso
la contesa delle intenzioni e dei motivi, si è verificato un miracolo,
c’è qualcosa di nuovo sotto il sole; l’essere è emerso dal
non-essere, una sorgente è scaturita da una roccia. Senza
il miracolo non sarebbe accaduto nulla. Le
macchine stanno già diventando più capaci di comunicare tra loro di
quanto non lo siano gli esseri umani. La
situazione si fa comica: cresce sempre più l’interesse per la
comunicazione in sé, e diminuisce l’interesse a comunicare. Noi
non siamo un gran che interessati alle esperienze del “colmare una
lacuna” di una teoria o di una conoscenza, del chiudere una falla, del
riempire uno spazio vuoto: non
si tratta di immettere qualcosa nel
nulla, ma di creare qualcosa dal
nulla, ex nihilo. Il
nulla da cui emerge la creazione, nella sua maggiore purezza, non è uno
spazio vuoto, od un vuoto lasso di tempo. Pervenuti
al non-essere ci troviamo fuori della portata di ciò che il linguaggio può
affermare, ma siamo in grado di indicare,
per mezzo del linguaggio, perchè il linguaggio non può dire ciò che non
può dire. Non posso dire ciò che è indicibile, ma dei suoni possono
farci udire il silenzio. Restando nei limiti del linguaggio, è possibile
far capire quando si rendono necessari i puntini di sospensione....E
tuttavia nel far uso di un vocabolo, una lettera, un suono, OM, non si può
prestare un suono al silenzio, o nominare l’innominabile. Quel
silenzio che precede la formazione e viene espresso dentro e attraverso il
linguaggio, non può essere espresso dal linguaggio; ma il linguaggio può
essere usato per dire cosa esso non sa dire, tramite i suoi interstizi, le
sue vacuità e deficienze, tramite la struttura di parole, sintassi,
suoni, e significati. Le modulazioni di tono e di volume delineano una
forma precisamente senza fornire le informazioni mancanti negli spazi tra
le linee, ma sarebbe grave errore scambiare le linee per la forma, o la
forma con ciò che essa rappresenta. La
frase “il cielo è azzurro” ci informa che vi è un sostantivo
“cielo” il quale è “azzurro”. Questa sequenza di
soggetto-verbo-oggetto, nella quale “è”
funge da copula che unisce il cielo e l’azzurro, costituisce un
nesso di suoni, sintassi, segni e simboli in cui siamo elegantemente
turlupinati e che, al tempo
stesso in cui si affaccia a quell’ineffabile cielo-azzurro-cielo, ci
separa da esso. Il cielo è azzurro e l’azzurro non è cielo, dunque il
cielo non è azzurro. Ma quando diciamo “il cielo è azzurro”, diciamo
anche “il cielo” “è“: il cielo esiste ed è azzurro. L’
”è” serve a congiungere
tutto e al tempo stesso non è alcuna delle cose che congiunge. Nessuna
cosa unita dall’ “è” può qualificarsi essa stessa come “è”;
l’“è” non è questo, né quell’altro, né cosa alcuna, e
tuttavia condiziona la possibilità di tutto.
L’ “è” è quel
nulla per cui tutto è; in quanto non è alcuna cosa, è ciò per
cui tutte le cose sono. E ciò che condiziona la possibilità di
ogni cosa ad essere, è che essa sia in relazione con ciò che essa non è. Questo
equivale a dire che il fondamento dell’essere di tutte le cose è il
rapporto che c’è fra di loro; questo rapporto è l’ “è”,
l’essere di tutto, e l’essere di tutto è esso stesso un nulla L’uomo
crea trascendendosi col rivelarsi a se stesso, ma ciò che crea, da cui
parte e a cui arriva, argilla, vaso e vasaio, è sempre non-io: egli è
il testimone, il medium, il pretesto di un accadimento che la cosa creata
rende manifesto. L’uomo
non è essenzialmente impegnato nella scoperta, nella pro-duzione, o anche
nella comunicazione e nell’invenzione di ciò che trova:
il suo atto è quello di permettere all’essere di emergere dal
non-essere. L’esperienza
dell’essere realmente il veicolo di un continuo processo creativo pone
al di là di depressioni, persecuzioni o vanaglorie, al di là anche del
caos e del vuoto, proprio dentro il mistero di quel continuo irrompere del
non-essere nell’essere e può costituire l’occasione di quella grande
liberazione che è il passare dall’avere paura del nulla al sapere che
non c’è nulla di cui avere paura. Nella
nostra alienazione “normale” dall’essere, una persona che sia
pericolosamente consapevole del
non-essere di ciò che noi scambiamo per essere
( gli pseudo-bisogni, gli pseudo-valori, le pseudo-realtà di quell’endemico
inganno delle opinioni sulla vita, la morte ecc.) ci fornisce, nell’epoca in cui
viviamo, quegli atti creativi che noi disprezziamo e di cui abbiamo
estremo bisogno. Le
parole di una composizione poetica, i suoni in movimento, il ritmo che
scandisce lo spazio, sono tentativi di ricuperare un significato
personale e rinchiuderlo in un tempo ed in uno spazio personali, al di
fuori degli spettacoli e dei suoni di un mondo spersonalizzato e
disumanizzato; sono teste
di ponte gettate in territorio nemico, sono atti insurrezionali.
La
loro sorgente è quel Silenzio che c’è al centro di ognuno di noi.
In qualsiasi momento o luogo una tale costellazione sonora o spaziale si
stabilisce nel mondo esterno, la forza che essa racchiude genera nuove
linee di forza i cui effetti si avvertono per secoli. Il
soffio creativo “viene da una regione dell’uomo in cui l’uomo non
può discendere neppure se Virgilio stesso lo accompagna, perchè Virgilio
non potrebbe scendere fin là”. Questa
regione, la regione del nulla, del silenzio dei silenzi, è essa
l’origine: noi dimentichiamo che siamo là interamente ed in ogni
momento. Non
c’è da stupirsi che arabeschi che misteriosamente materializzano verità
matematiche cui pochissimi possono spingere lo sguardo, così belli e
raffinati come sono, siano l’annaspare di un uomo che sta per annegare. I
problemi che ci interessano in questa sede sono solo quelli dell’essere
e del non-essere, dell’incarnazione, della nascita, della vita e della
morte. La
creazione ex nihilo è stata giudicata impossibile persino a Dio, ma noi
ci occupiamo di miracoli. Dobbiamo udire, come dice Lorca, la musica delle
chitarre di Braque. Per
un uomo alienato dalla propria sorgente interiore, la creazione nasce
dalla disperazione e finisce nel fallimento;
ma quest’uomo non ha percorso la via che conduce alla fine del
tempo e dello spazio, alla fine dell’oscurità e della luce: non sa che
dove tutte queste cose finiscono, proprio là esse incominciano. Propongo
(ora) di cercare il motivo dello stato di confusione in cui viviamo, in
una frase di Heidegger:
“il
Terribile è già accaduto”.! (...) E
già accaduto a tutti noi: siamo in un mondo in cui l’interiore è già
scisso dall’esteriore. Non
può certo accadere che l’interiore divenga esteriore e l’esteriore
interiore solo grazie alla riscoperta del mondo “interiore”: essa
costituisce solo un inizio. Noi
siamo un’intera generazione di esseri umani talmente estraniata dal
mondo interiore che vi sono molti che sostengono che esso non esiste, e,
anche se esiste, non val la pena di occuparsene; che, anche se possiede un
qualche significato, non è fatto di solido materiale scientifico e quindi
occorre renderlo solido, misurarlo e calcolarlo; quantificare l’estasi e
l’agonia del cuore in un mondo in cui, quand’anche il mondo interiore
venga per la prima volta scoperto, noi non possiamo che sentirci
defraudati e derelitti, giacché senza il mondo interiore l’esteriore
perde ogni significato e senza l’esteriore l’interiore perde ogni
realtà. Siamo
nella necessità di conoscere relazioni e comunicazioni, ma questi schemi
di comunicazione, disturbati, riflettono il disordine dei nostri mondi
personali di esperienza sulla cui repressione, negazione, scissione,
introiezione, proiezione, dissacrazione e profanazione generale si fonda
la nostra civiltà. Quando
accade che i nostri mondi personali siano riscoperti e che si permetta
loro di ricomporsi, scopriamo sulle prime uno scempio: -
corpi morti a metà, genitali dissociati dal cuore, cuori scissi dalla
testa, testa avulsa dai genitali. Nessuna unità interiore, solo senso
della continuità quanto ne basta per affermare l’identità,
questo moderno oggetto di idolatria.
Corpo, mente, spirito, strappati gli uni dagli altri dalle interne
contraddizioni, scagliati in diverse direzioni; l’Uomo staccato dalla
propria mente, ed egualmente tagliato fuori dal proprio corpo, creatura
mezzo impazzita in un mondo folle. Quando
il Terribile è già accaduto, non possiamo attenderci altro se non che l’Oggetto si faccia
eco esterna delle distruzione già occorsa interiormente. Allo
scopo di razionalizzare la nostra devastazione con una falsa
consapevolezza assuefatta, e di eliminare la nostra facoltà di vedere
chiaramente quello che ci sta sotto il naso e di immaginare cosa ci sia un
po' più in là, abbiamo dovuto distruggere la nostra capacità mentale. Incominciamo
a farlo con i bambini; si impone la necessità di catturarli in tempo:
senza il più completo e rapido lavaggio del cervello le loro sporche
menti vedrebbero chiaro nei nostri sporchi traffici. I bambini non
sono ancora degli stupidi, ma noi li facciamo diventare degli imbecilli
come noi, meglio se con degli alti quozienti di intelligenza. Fin
dal momento della nascita, quando un bimbo dell’età della pietra si
trova a fronteggiare una madre del ventesimo secolo, il bambino è
sottoposto a quelle costrizioni esercitate con violenza, che vengono
chiamate amore, così come lo erano stati sua madre e suo padre, e i loro
genitori, e i genitori dei loro genitori. Queste pressioni sono intese
precisamente a distruggere la maggior parte delle sue potenzialità,
impresa che, nel complesso, è coronata da successo: all’epoca in cui il
nuovo essere umano ha circa quindici anni, ci ritroviamo con un essere
simile a noi, con una creatura semi-folle, più o meno integrata ad un
mondo pazzo. Questa è, ai nostri tempi, la norma.(siamo
distanti dalla psicologia che cerca invece la normalizzazione
dell’uomo a questo mondo ). Amore
e violenza, a rigore, sono polarità opposte. L’amore lascia vivere il
prossimo, ma con interesse ed attaccamento; la violenza cerca di limitare
l’altrui libertà, di costringere il prossimo ad agire come vogliamo
noi, ma, in ultima analisi, con disinteresse ed indifferenza verso
l’esistenza e il destino degli altri. Con
questa violenza mascherata da amore stiamo riuscendo a distruggerci. (...)In
molti scritti contemporanei sull’individuo e sulla famiglia si parte dal
presupposto che vi sia confluenza non del tutto ardua, per non dire
un’armonia prestabilita, tra natura ed educazione. Da entrambe le parti
possono essere necessarie delle concessioni, ma tutto va per il meglio per
coloro che non chiedono altro che sicurezza e identità(...). (In
famiglia) il linguaggio è quello di un consiglio di amministrazione. Per
esempio: “La madre può investire opportunamente tutte le sue energie
nell’occuparsi del bambino quando il padre provvede alla base economica,
alla posizione sociale ed alla protezione della famiglia. E inoltre può
meglio limitare la carica psichica dei suoi istinti materni verso il
figlio se i suoi bisogni di donna sono soddisfatti dal marito”. “La
metafora economica cade a proposito: la madre “investe” nel suo
bambino. Ma ciò che è più illuminante è la funzione del padre, il
quale deve provvedere alla base economica, alla posizione sociale ed alla
protezione, nell’ordine”. Ricorre
frequentemente l’accenno alla sicurezza, alla stima degli altri. Si
suppone, quale ragione di vita, uno debba volere “ottenere il piacere
della stima degli altri”, altrimenti è uno psicopatico (T. Lidz, The
family and Human Adaptation, Londra 1964) “Queste
affermazioni in certo senso sono vere: descrivono la creatura spaventata,
domata, abbietta che siamo ammoniti ad essere se vogliamo essere
normali, offrendoci l’un l’altro reciproca protezione dalla
nostra stessa violenza;
la famiglia come “protection racket”. Vista
in questi termini “la
funzione della Famiglia è quella di repri- mere l’Eros, di
produrre una falsa sensazione di sicurezza, di negare la morte con
l’evitare la vita, di togliere di mezzo la trascendenza, di far credere
in Dio evitando l’esperienza del Vuoto, di creare, in breve, l’uomo ad
una dimensione; di incoraggiare il rispetto, il conformismo,
l’obbedienza, di mettere i bambini fuori combattimento, istillando la
paura di fallire, stimolando il rispetto per il lavoro (in quanto fonte di
reddito), provocando il rispetto della “rispettabilità” (conquistata
secondo i criteri di cui sopra). Così
facendo, “gli uomini non divengono ciò che la natura (ed il buon Dio)
li ha destinati ad essere, ma ciò che la società fa di loro.... I
sentimenti generosi vengono, per così dire, rinsecchiti, cauterizzati,
strappati, amputati per renderci adatti al nostro approccio col mondo (mai
con Dio), un po' come fanno certi mendicanti con i loro figli: li
storpiano e li mutilano per renderli adatti alla loro futura posizione
nella vita”.
“Stanno giocando un
gioco
Stanno giocando a non
giocare un gioco.
Se mostro loro che li
vedo giocare,
infrangerò le regole e
mi puniranno.
Devo giocare al loro
gioco
di non vedere che vedo il
gioco”.
La
famiglia .è in primo luogo lo strumento più comunemente usato per ciò
che viene definito socializzazione, e consiste nel far sì che ogni nuova
recluta della razza umana si comporti e faccia esperienza sostanzialmente
nello stesso modo di quelli che sono già stati al mondo. Siamo
ridotti tutti quanti a
dei F i g l i d e l l a
P r o f e z i a a l l a
r o v e s c i a c
h e h a n n o
a
p p r e s o a
m o r i r e n e l
l o S p i r i t o
e d a
r i n a s c e r e n
e l l a c a r n e. Questo
si chiama anche vendere i diritti della primogenitura per un piatto di
lenticchie”. Le
nostre azioni corrispondono alla nostra esperienza del mondo:
noi ci regoliamo alla luce di ciò che secondo noi una situazione comporta
o non comporta; ossia, ciascuno si occupa più o meno di ontologia, ha
delle opinioni personali su ciò che è
e su ciò che non è. (Perciò)
la fonte non si è esaurita, la fiamma splende ancora, il fiume continua a
scorrere, la sorgente a scaturire, la luce non si è affievolita. Ma
tra noi e Dio vi è un velo spesso come cinque metri di solido ce- mento
armato: Deus absconditus, ossia, Dio che noi abbiamo nascosto. Dobbiamo
cercare, a livello intellettivo, emotivo, interpersonale, organizzativo,
intuitivo, teoretico, di farci strada con la dinamite attraverso questo
muro massiccio: da questo lato del muro non vi
sono certezze, né garanzie (...). Viviamo
in un mondo terra terra: per adattarsi ad esso, il fanciullo abdica alla
sua . (L’enfant abdique son extase, Mallarmè). Il
vero equilibrio comporta in un modo o nell’altro la dissoluzione
dell’io normale, di quel
falso io abilmente adattatosi alla nostra aliena realtà sociale. I
più fanno esperienza di sé e degli altri in modi che definirò egoici
: ossia, esperimentano il
mondo e se stessi sulla base di una salda identità, di un io-qui contrapposto ad
un voi-là , in un tessuto di
determinate strutture fondamentali dello spazio e del tempo, condivise
dagli altri membri della loro società. Questa
esperienza ancorata all’identità, vincolata allo spazio-tempo, è stata
studiata in sede filosofica da Kant, e poi dai fenomenologi, per es., da
Husserl e da Merleau-Ponty. La
sua relatività storica ed ontologica è una cosa di cui qualsiasi
studioso della situazione umana può pienamente rendersi conto; la sua
relatività culturale, economico-sociale, presso gli antropologi è
diventata un luogo comune e per i marxisti ed i neo marxisti addirittura
una banalità. Eppure,
a causa delle conferme e dei consensi che assicura tra i nostri simili, ci
da un senso di sicurezza ontologica la cui validità, secondo quanto
sperimentiamo, si sostiene da sé, nonostante il fatto che noi sappiamo
bene, attraverso la metafisica, la storia, l’ontologia, l’economia
sociale e lo studio della civiltà, come questo valore apparentemente
assoluto non sia che un’illusione. Sta
di fatto che tutte le religioni e tutte le filosofie dell’esistenza
concordano nel dire che quest’esperienza
egoica è un’illusione preliminare, una cortina, un velo di Maya:
essa è un sogno per Eraclito e per Lao-tse, costituisce l’illusione
fondamentale dell’intero buddismo, uno stato di sonno, di morte, di
follia socialmente accettata, uno stato intrauterino nel quale si muore
e dal quale si deve nascere”. Adesso,
in chiusura, due poesie di Laing. Primo
brano
“Sebbene
innumerevoli esseri siano stati condotti al Nirvana
nessun essere è stato
condotto al Nirvana
Prima che si passi la
porta
si può anche essere
consci che c’è una porta
Si può pensare che
c’è una porta da attraversare
e cercarla a lungo
senza trovarla
La si può trovare
e può darsi che non si
apra
Se si apre si può
attraversarla
Nell’attraversarla
si vede che la porta
che si è attraversata
era l’io che l’ha
attraversata
Nessuno ha attraversato
la porta
non c’era porta da
attraversare
nessuno ha mai trovato
una porta da attraversare
nessuno ha mai trovato
una porta
nessuno ha mai compreso
che mai c’è stata una porta. Con
questo brano nega realtà ontologica all’io e importanza ai suoi blocchi
psicologici: per lo spirito, “nessun io”, “nessuna porta”, nessuna
distanza da colmare. Secondo
brano
Tutto in tutti
ciascun uomo in tutti
gli uomini
tutti gli uomini in
ciascun uomo
Tutto l’Essere in
ciascun essere
ciascun essere in tutto
l’Essere
Tutte le cose in
ciascuna cosa
ciascuna cosa in tutte
le cose
Tutte le distinzioni
sono mente,
con la mente,
della mente.
Niente distinzioni
niente mente per distinguere”. L’Essere,
come nexus, mantiene “tutto
in Dio”. Le distinzioni razionali (che pretenderebbero di strutturare
persino il nirvana - stato di beatitudine - con porte e percorsi
obbligati), non possono convenire all’uomo spirituale perchè lo
sospingerebbero ancora verso l’eresia di una visione unilaterale intesa
come tutto. Beppe
Fragomeni – Kormoran7@libero.it
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Mistica.Info è a cura di Antonello Lotti - Sito web: www.mistica.info - E-mail: info@mistica.info |