|
La
mistica come via di ricerca della Verità
- Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti |
|
|
|
CONTRIBUTI |
|
P. RENATO RUSSO, INTERVISTA SUI TEMI DELLA VITA
Introduzione Ho
incontrato P. Renato una sera e gli ho proposto il progetto di
un’intervista, semplice, fatta forse più per conoscere alcuni aspetti
della vita in genere che non della sua vita. Ed egli ha benevolmente
accettato. Non ho voluto indagare molto sulla sua storia (non per
disinteresse, beninteso) ed ho preferito invece toccare problemi e
situazioni generali, ponendo domande che, penso, ciascuno di noi si è
posto e si pone nella sua esperienza e che non hanno magari trovato
risposta. P.
Renato non ha dato “la risposta”, ma le sue parole dovrebbero aiutarci
a trovarla. Era questo il senso, in definitiva, che mi ha spinto a porre
quelle domande. Perché «la ricerca è la vocazione di fondo»
dell’uomo: «il varcare continuamente i risultati raggiunti, perché
insoddisfacenti». E la ricerca va condotta con tutto noi stessi, con
quello che siamo, noi, increduli, ingannevoli, mistificatori,
disinteressati, con le nostre miserie e le nostre illusioni. Perché per
incontrare il Senso, Ed
è proprio attraverso l’esperienza della realtà che incontriamo e
continuiamo ad incontrare Dio. Ma la realtà non è soltanto cupa
sofferenza, ma anche stupore, meraviglia, così come si legge in una
risposta di p. Renato, «scoperta per un incontro». Finché c’è
meraviglia nell’uomo per la sua vita, ci sarà vita e gioia nel vivere.
Intervista Quali
sono i tuoi ricordi di bambino? Sono
nato in un paese della Puglia, in un pomeriggio di novembre. Gli anni da
piccolo li ho passati quasi tutti con mia nonna paterna, l’unica nonna
che ho conosciuto e che viveva non molto distante da casa mia. Le tenevo
compagnia durante il giorno e poi anche durante la notte, perché soffriva
di asma. Mi ha insegnato molte cose, soprattutto tante preghiere e
racconti. Che
studi hai fatto? Normali:
ho fatto le elementari, le medie, il ginnasio, il liceo classico, cinque
anni di teologia prima di ordinarmi sacerdote; poi mi sono iscritto
all’Università e mi sono laureato in Filosofia. Che
interessi avevi nel periodo degli studi? Mi
piaceva moltissimo la letteratura. Leggevo molto. L’interesse per la
filosofia è subentrato dopo. Fra la letteratura mi piaceva moltissimo
Dante e il Tasso. Poi ho amato anche Dostoevskij, del quale ho imparato un
po’ alla volta a capire le tematiche che portava avanti; mi sono
comprato un po’ alla volta i suoi romanzi (e ai miei tempi non era
facile) e li ho letti quasi tutti, qualcuno più di una volta. Verso gli
ultimi anni del liceo è sorto l’interesse per la filosofia. Per quanto
riguarda la teologia, mi sono preoccupato soprattutto di studiare quanto
mi veniva proposto. Solo dopo ho cominciato a prediligere alcuni autori
contemporanei. Ricordi
una persona, sempre in quel periodo, con particolare evidenza? Non
saprei, non c’è una persona in particolare. Ci sono state comunque più
persone che per un verso o per l’altro mi hanno aiutato a maturare la
mia personalità. Questo nel senso che il rapporto con persone che
ritenevo molto positive nella loro vita mi ha aiutato ad entrare nel loro
mondo e a confrontarmi con quel mondo lì. Che
cosa ha determinato la tua decisione di credere e poi di diventare frate? L’inizio
della vocazione risale a quattordici anni come “chiamata” ed è stata
del tutto casuale. Fino a quell’età non avevo mai visto un frate. Sono
capitati al mio paese due frati dell’Umbria venuti per una missione
popolare. Predicavano Che
cosa ti colpisce di più in una persona? La
bellezza è la prima cosa. Quando dico la bellezza intendo non soltanto la
bellezza estetica, perché una persona può non essere bella esteticamente
eppure mi attira ugualmente. la bellezza vuol dire l’unicità della
persona, così come si presenta, come ti appare. È questo che mi attira
molto, perché sono stato educato a considerare sempre la persona come una
realtà unica, irripetibile, quindi questo fatto mi attira molto. Però la
bellezza non è solo interna e non è solo esterna, ma è tutte e due
insieme. Alle volte può predominare l’una, alle volte l’altra; però
devono essere presenti un po’ entrambe per attirarmi molto. Che
cos’è l’amore per te? L’amore,
secondo me, è dimenticarsi di se stessi e volersi dimenticare di se
stessi, per essere per un altro, per un’altra persona, per altri
insomma. È privilegiare l’altro piuttosto che se stessi, perché
quest0o è bello. Che
cosa significa essere innamorati? Essere
innamorati, per esempio di una persona, vuol dire esagerare
“eccessivamente” (so che è una ripetizione!) di quella persona a
differenza di altre. Si potrebbe dire anche “vedere soltanto quello”,
da un punto di vista immediato. Secondo me, l’innamoramento è comunque
alienarsi in un altro (bello!), cioè un dimenticarsi per un altro, quindi
andare in un altro. Che
cos’è la solitudine? Penso
di non averla mai conosciuta, perché anche quando sono stato solo, la
fede mi ha fatto capire che non lo ero mai completamente. Sono capitati
momenti in cui ero convinto che nessuno mi capiva, nessuno poteva leggermi
fino in fondo, ma questa non è mai stata solitudine per me. Ero convinto
che sempre qualcuno mi leggeva dentro e mi capiva. Quei momenti sono molto
belli, mentre ordinariamente non vengono considerati così. Nel senso che
ho detto, io li ho sempre considerati momenti privilegiati, in cui è dato
di sperimentare in un modo molto forte la presenza di Dio. Cosa
ti spaventa nella vita? Adesso,
niente. A volte sono stato intimorito da qualche fatto, da qualche
avvenimento, ma dopo è passato. Non c’è una cosa che mi fa
eccessivamente paura. Forse perché non mi ci trovo in mezzo… Hai
rimpianti? Rimpianti
soltanto di non aver saputo… stavo per dire, di non aver saputo amare,
di non aver saputo essere perseverante su alcune cose, più perseverante,
perlomeno. Però, rimpianti, umanamente, no, sono contento della vita. Ricordi
sconfitte? Poche,
anzi nessuna, se ci penso bene. Non so, io credo di essere, umanamente
parlando, fortunato. Sento che mi sono state date molte cose, voglio dire
molte esperienze, che diventano cose della vita, cioè cose grandi; e
penso di essere per questo “graziato”. Il
più bel libro che hai letto? In
assoluto? Il Vangelo di Giovanni. Chi
è Dio per te? Vorrei
dire che è tutto, ma non so se questa è una risposta che può bastare.
Potrei dire che è il significato della vita, ciò che mi fa comprendere
che ci sono anch’io; è ciò che cerco di raggiungere ogni giorno,
raggiungere non tanto per possedere, ma per capire; diciamo che è la vita
mia. Cosa
significa credere? Credere
vuol dire affidarsi, interamente affidarsi ad una persona. Se in Dio, è
affidarsi a Dio, cioè sentirsi portati da lui. Se in una persona, vuol
dire che uno rischia di donarsi ad una persona, un amico, la moglie, il
marito, e quindi condividere con lui l’esperienza della vita. Perché
esiste la sofferenza? Esistono
risposte religiose per questa domanda e risposte “ordinarie”. Secondo
la risposta ordinaria, la sofferenza non ha senso, perché l’uomo, la
persona umana sente che è fatto per la felicità e non per soffrire.
Cristianamente parlando, la sofferenza può essere compresa, illuminata
soltanto dall’esperienza di Cristo, che è l’unico Giusto e che è
morto come è morto. Questo fa capire che la sofferenza non poi un
“guaio”, o almeno non il guaio più grosso. E
cos’è la speranza? La
speranza, anche qui, se parliamo umanamente è un desiderio, fortemente
desiderato. Se parliamo cristianamente è la certezza di avere già,
ma non ancora tutto ciò che vuoi. Ti
leggo un verso da una poesia di Quasimodo: “L’intelligenza, la morte
il sogno / negano la speranza”. Condividi? Io
dico sempre che ogni persona ha un punto di partenza indimostrato. Ogni
persona parte da un presupposto e da lì si tirano le conseguenze, che si
spiegano soltanto alla luce del presupposto. Cristianamente parlando,
direi che non è così. Umanamente, bisognerebbe vederlo, io non lo so. Mi
trovo spiazzato, cioè è evidente che qualche volta ci si può trovare in
una situazione simile. Però si sa che non è tutto lì. Che
cos’è la meraviglia e cosa comporta il suo insorgere? La
meraviglia è lo stupore continuo per quello che ognuno di noi è e per
quello che c’è intorno a noi; e soprattutto la meraviglia è la
scoperta per un incontro che una persona riesce a fare. Un incontro che è
soprattutto incontro con una Persona. Qual
è la distanza che separa Dio dall’uomo? Nessuna,
se non quella che l’uomo può mettere tra sé e lui. Dove
si può incontrare Dio? Una
volta, il Catechismo diceva “in ogni luogo”. Ma credo che sempre il
luogo privilegiato sia l’uomo, la persona umana. Quindi l’interiorità
propria, il proprio intimo, il proprio cuore. Poi il volto dell’altro e
i segni che il Signore stesso ci ha lasciato e che sono Che
cosa manca all’uomo per essere felice? Manca
il “già”, cioè che già c’è tutto; invece non c’è tutto, ma è
in cammino… L’uomo è essenzialmente pasquale,
perché cammina, fa un passaggio continuo. E quindi gli manca d’essere
arrivato. La patria sta sempre davanti, è lì penso che uno sarà felice.
Questo anche nella letteratura non cristiana, ad esempio, nell’Odissea.
Troviamo che soltanto nella patria, quando arriva, può essere felice,
prima è sempre un girare. “Stranieri”, dirà san Pietro, e quindi
stranieri perché non si è a casa. Mi
spieghi questa frase di Dostoevskij: “Nulla è più seducente per
l’uomo che la libertà della sua coscienza, ma nulla è anche di più
tormentoso”? È
la propria interiorità, di fronte alla quale uno percepisce la grandezza
di se stesso, grandezza che arriva perfino, se uno vuole, a contrapporsi a
Dio. E questa è la grandezza. Però uno sa anche che di fronte a quella
coscienza non può mentire, perché qualora mentisse, sa che sta mentendo.
È questo il tormento: cioè uno può ingannare se stesso e se vuole
l’uomo lo può fare, ma all’inizio almeno sa che si sta ingannando. E
per questo è un tormento, perché la coscienza ti indica inesorabilmente
la strada della verità e non puoi non percorrerla. Una
canzone di Joni Mitchell (Amelia) dice, tradotta in italiano: “Forse non
ho mai veramente amato / pensavo fosse la cosa più giusta / trascorrere
la mia vita fra nuvole e altezze impossibili. / Ma guardando giù sopra
ogni cosa, / ho finito per cadere sempre nelle sue braccia”. Come
interpreti queste parole? Le
prime parole mi sembravano molto interessanti: “Forse non ho mai
veramente amato”, nel senso che ci manca il criterio definitivo per
poter dire quanto abbiamo amato. O comunque, di fronte all’amore, ci
troviamo sempre inadeguati, sempre. Non si può dire mai che abbiamo amato
con tutto noi stessi, perché c’è sempre una riserva che uno non
concede mai. Poi, perché non la concede è soltanto perché in ultima
analisi gli manca la forza, il coraggio? Che
cos’è Qui
si possono scrivere tanti libri… Però io posso dire per me che Al
di là di tutto, qual è “la sola cosa importante per la vita”
dell’uomo (cfr. Vangelo di Luca
10, 42)? Anche
se non ne ho una consapevolezza piena, nel senso che posso dire “è
certamente così”, intuisco che la cosa più importante per l’uomo è
veramente amare. Per quel poco che m’è dato di comprendere, l’amare
presuppone tutto, la libertà, l’intelligenza, presuppone la dedizione,
presuppone tutte quelle qualità che in fondo noi stimiamo tanto. Quindi
la cosa che più conta è amare, nel senso che dicevamo prima. Qual
è il modo di arrivare a possedere la verità della vita? La
verità della vita non si possiede, viene donata. Proprio perché ognuno
di noi non si è fatto e quindi non può dire a se stesso a che cosa
serve. Quindi la verità può essere solo donata. Anche perché l’uomo
si porta dentro una domanda sulla vita e se si porta dentro una domanda
vuol dire che non sa la risposta, non la possiede. E se non la possiede,
la può solo cercare e gli può quindi essere solo donata. E
l’inquietudine dell’uomo e la ricerca? La
ricerca e quindi anche l’inquietudine della ricerca è il desiderio di
poter essere veramente se stessi, cioè arrivare a capire chi sono
veramente io, perché ci sono, qual è il mio senso, qual è il mio posto.
La ricerca non si ferma mai finché non raggiunge la verità; finché non
raggiunge, finché non si acquieta. E siccome in questo mondo tutto è
velato, cioè non è chiaro, la ricerca è fino all’ultimo giorno della
vita. Cos’è
il carisma? Cristianamente
parlando il carisma è un dono che Dio concede ad una persona a vantaggio
di altre. Può essere di qualsiasi tipo, ma sono particolarmente
importanti quei carismi che riguardano il bene di tutto il corpo, che è Cosa
significa pregare e qual è il modo migliore di farlo? Pregare,
per quello che pare a me, vuol dire entrare in rapporto col Signore.
Parlare con lui, sentirsi accolti da lui e sentire che la nostra vita è
preziosa per lui. Il modo migliore credo che sia abbandonarsi, cioè
mettersi proprio nelle mani di Dio, direi fare la sua Volontà: questa è
la migliore preghiera, cioè sentire che nella vita, ciò che ci accade
non è un fatto casuale, ma Dio mi parla in quel modo lì ed io accetto
quella parola, che è il fatto o l’avvenimento e quindi lo vivo fino in
fondo. Che
cosa si intende per “silenzio di Dio”? È
una cosa dura, è per un momento non vedere la logica cristiana nel mondo
e vedere quindi l’assurdo. Quindi, quando Dio non parla è tutto
assurdo. Che
cos’è invece la “parola di Dio”? È
innanzitutto vita, biblicamente parlando, perché dalla Parola di Dio
furono fatti i cieli; quindi è creazione e non è soltanto creazione
cosmologica, ma è creazione anche dell’uomo. Perché Che
cosa si intende per “peccato”? Il
peccato è dire “no” a Dio, cioè non fidarsi di Dio e quindi del suo
progetto e del suo disegno. E quindi inventarsi un progetto e un disegno
(da parte dell’uomo) che rimedi o supplisca il disegno di Dio. E
che cosa è la disperazione? Personalmente,
grazie a Dio, non la conosco, quindi non lo so direttamente. Ma penso che
sia il credere che Dio non è Dio, il che vuol dire che Dio non è capace
di essere più grande del mio peccato. Ti
leggo le ultime frasi di “Gloria” di Giuseppe Berto. È Giuda a
parlare: “La tenebra mi distrugge, il buio mi copre il volto. Il calice
è finito, stai per morire. Dov’è il Padre? Ti esce dalla bocca il
lamento di Davide: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Non
c’è risposta. Allora, con un urlo rendi lo spirito. La terra si scuote
più forte, il velo del Tempio si squarcia; corro verso la mia
disperazione finale. O Eterno, io grido a te da luoghi troppo profondi:
Signore, non ascoltare la mia voce”. Cosa ne pensi? È
la preghiera della disperazione, appunto, di non credere che Dio è più
grande del mio peccato e che quindi è capace di accogliermi, comunque. È
la differenza tra Giuda e Pietro. Il peccato è identico: uno l’ha
venduto, l’altro l’ha rinnegato; uno ha pianto, l’altro si è
disperato. Uno ha creduto che Gesù fosse capace di essere più grande del
suo peccato e che l’avrebbe capito. E uno ha creduto che… no! Dio non
l’avrebbe capito e che in fondo è un atto di superbia (“perché Dio
non ci può arrivare a questo”). Perché
quella preghiera finale? È
il mistero della dannazione eterna, che è stato tante volte affrontato:
che se anche Dio volesse salvare gli angeli (intendo i demoni che sono
angeli), essi non lo vorrebbero, perché disperatamente, come diceva
Kierkegaard, «è non voler essere se stessi e disperatamente voler essere
se stessi». In
ultimo, cos’è la misericordia divina? La
misericordia di Dio è la compassione di Dio per la mia vita. Vuol dire
che il suo cuore si abbassa al livello del mio cuore e cioè che il suo
cuore è con i miseri e quindi con la mia vita. E quindi sente la mia
vita, la comprende e la capisce.
|
|
Mistica.Info è a cura di Antonello Lotti - Sito web: www.mistica.info - E-mail: info@mistica.info |