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La
mistica come via di ricerca della Verità
- Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti
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CONTRIBUTI |
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BEPPE FRAGOMENI, IDEA DI DIO E RIVELAZIONE
In
questi ultimi tempi si è notato un crescente interesse dei giovani per la
ricerca spirituale. Per contro, un crescente disinteresse per le dottrine
“esoteriche”. Secondo un libraio di Torino, queste nuove leve di
“cercanti” si rivolgono di preferenza a saggi di filosofia cristiana,
a testi di misticismo soprattutto occidentale, a opere di Padri del
cristianesimo; alcuni a testi di esegesi biblica. Ma ciò che li interessa
maggiormente è la figura di Gesù Cristo. Secondo
Karl Rahner - l’atteggiamento che caratterizza l’uomo spirituale è
questo: “Apertura all’essere e, nello stesso tempo, in misura uguale,
apertura a ciò che egli è o non è. Queste due aperture, all’essere
universale e a se stesso, costituiscono i tratti fondamentali dello
spirito umano e si manifestano come capacità di trascendenza e di
riflessione. Nell’elevarsi verso la totalità dell’essere, l’essere
umano esperimenta la propria realtà come “vivente” e come
“soggetto””. “ La
visione di questo giovane è da condividere senz’altro, purchè, col
tempo, non degeneri in rifiuto di quanto gli si prospetterà come
“diverso”: ogni creatura compie il massimo sforzo per essere ciò che
è, proprio come facciamo noi, e bisogna averne rispetto. Scrive
al riguardo san Massimo il Confessore, riferendosi al Verbo di Dio: “..…..Per
amor nostro egli si cela
misteriosamente nelle essenze spirituali degli esseri creati [...], con
tutta la sua presenza: -in
tutto il diverso è celato colui che è uno ed eternamente identico; -nelle
cose composte colui che è semplice e senza parti [...]; -nel
visibile l’invisibile; -nel
tangibile colui che è intangibile. Ecco
che bisogna aprirsi al “diverso” ed apprezzare (se c’é) quanto di
analogo al messaggio cristiano si trova nelle altre religioni. Queste,
come avremo modo di vedere, non ci sono del tutto estranee. Con
l’espressione “Parola di Dio” la tradizione cristiana si riferisce
al Logos, Verbo, seconda persona della Trinità. Con questo nome è
chiamato il Figlio di Dio, Gesù Cristo, in Giov. 1, 1-14 e 1 Giov. 1, 1. Secondo
questi brani, al Logos compete
la preesistenza; egli è (dall’eternità) presso Dio ed è Dio;
“per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. Senza di lui non ha creato
nulla. Egli era la vita e la vita era luce per gli uomini. Colui che è E
ancora: “ Il
Vangelo, o Buona novella, ci parla della nascita di Gesù, della sua vita,
delle sue opere, del suo insegnamento, e ci riferisce della sua morte e
risurrezione. Scrive
Ignazio di Antiochia Vi
è un solo Dio manifestato
da Gesù, suo Figlio che
è il suo Verbo uscito dal Silenzio (Ai
Magnesii, 8,2, (Sch 10, p. 102). Dio,
in Cristo, viene a cercare l’umanità, la “pecorella smarrita” della
parabola evangelica, fino nella “profondità della terra”, espressione
di una finitudine diventata opaca e ribelle, sepolta nel nulla. Nel
Logos, trova fondamento e realizzazione nella misura più alta, irripetibile e assoluta il fatto che Dio sia
(finalmente) esprimibile, sia dicibile. Ne parla il Verbo, il Figlio suo,
sua “autorivelazione”, sua “espressione”, sua “immagine”, sua
“Parola” come fatto del suo “autopossesso spirituale”. Ecco
come il mistico tedesco discepolo di Eckhart Giovanni Taulero (1300 ca.-1361),
parla della generazione del Figlio: “Il
Padre nel suo modo di essere si rivolge in sé stesso con la sua
divina intelligenza: penetra in sé stesso, in chiara comprensione, il
fondo essenziale del suo essere eterno e per la nuda comprensione di sé
stesso si esprime totalmente; e questa parola è il Figlio suo, e la
conoscenza di sé stesso è la generazione del suo Figlio nell'eternità.
Egli resta in sé stesso in unità essenziale e si effonde in distinzione
personale. Cosí egli entra in sé stesso e si conosce, esce poi da sé
stesso nella generazione della sua immagine che in sé ha riconosciuto e
compreso, e rientra infine in sé in una perfetta compiacenza di sé
stesso. Questa compiacenza si effonde in un amore ineffabile che è lo
Spirito Santo: cosí Dio resta in sé stesso, esce da sé e vi rientra”. Innumerevoli
sono, nel Vecchio Testamento, i riferimenti alla “vicinanza” di Dio e
alla sua paterna tenerezza. La
medesima sollecitudine e una presenza se possibile più diretta si
avvertono nel Nuovo Testamento: Dio si fa uomo e viene tra i suoi, nella
Terra promessa e data a Israele ! Il contesto è lo stesso, Dio lo
stesso.. Scrive
san Paolo sulla provenienza di Gesù e quindi sulla continuità del
rapporto tra Dio e il suo popolo (Rom. 9, 4-5):. -“Dio
li ha scelti come figli e ha manifestato loro la sua gloriosa presenza.
Con loro Dio ha stabilito i suoi patti e a loro ha dato Dunque,
il Dio ebraico e il Dio cristiano sono un solo Dio, lo stesso Dio del
Vecchio Testamento che stringe una alleanza particolare con un piccolo
popolo, perchè questa via di un’alleanza particolare si sviluppasse e
si tramutasse nella storia in una via universale, il cui compimento si
ravvisa nell’unità di Dio con tutta l’umanità nel Dio fatto uomo. Evitiamo
di proposito un commento sulla separazione tra ebrei e cristiani, che non
sarebbe mai dovuta essere l’occasione perchè cristiani
si lanciassero contro gli Ebrei e in qualità di cristiani commettessero indescrivibili ingiustizie contro i
cosiddetti deicidi, motivando tale condotta con ragioni pseudo teologiche
e pseudo religiose. Una teologia cristiana e cattolica, che sul piano
riflesso della storia della salvezza elimini radicalmente l’ostilità
nei confronti del giudaismo, è appena sul nascere. Noi possiamo e
dobbiamo operare e sperare che cresca e si affermi. Riprendiamo
la nostra chiacchierata. A
noi cristiani capita sovente, proprio come stiamo facendo adesso, di
argomentare sul Verbo di Dio, sul
Figlio di Dio, sulla Parola
di Dio, dicendo che è Espressione
di Dio, Immagine di Dio, Autorivelazione di
Dio, ecc..- E ne parliamo con tale naturalezza da dare l’impressione
di possedere una certa idea di Dio,
una certa (nel senso di
sicura) idea dell’
Inconoscibile. Ma non è sempre così. In
genere, chi non è portato alla speculazione (filosofica, teologica o
mistica) si fa di dio un’idea molto lontana da Dio. Il
Dio di queste persone -scrive Marco Vannini- ӏ il Dio determinato nei
modi; il Dio di ogni religione positiva, il Dio di ogni invocazione e
riferimento sentimentale, con tutte le caratteristiche che l’uomo di
volta in volta gli attribuisce, il Dio delle morali, il Dio delle
psicologie”. In
altra occasione, trattando dell’idea di Dio, sempre citando Vannini, ci
siamo occupati di quella particolare negligenza razionale che ci porta a
volte ad “appoggiarci ad un preteso trascendente, senza vedere cosa esso
significhi realmente per noi, quali radici abbia nella nostra psiche, nei
nostri bisogni, nei suoi legami, nelle sue attese”. Questa superficialità
porta ad un credo che “lungi dal costituire una fede meritoria, è
invece actus mortalis peccati, ovvero suprema negazione della verità, del
valore, di Dio. Per
spiegare agevolmente questo pensiero, abbiamo preso come filo conduttore
della nostra breve indagine un “luogo” classico del cristianesimo,
ovvero la antropologia tripartita di San Paolo soma,
psyche, pneuma e, in particolare, la opposizione tra psyche e pneuma. Vediamo
brevemente Soma
(Il
corpo inteso nel senso di carnalità)
Che
la carnalità sia opposta allo spirito e lo spirito opposto alla carnalità,
non è necessario spiegarlo. La natura animale è libìdo, mero egoismo,
volontà di appropriazione. [...] Nella
“carne” non si conosce altro che cupidigia o timore - due facce della
stessa medaglia - e le eventuali rappresentazioni di Dio sono meramente
idolatriche, nel senso che quella immagine è dipendente e al servizio
della stessa volontà appropriativa. Psyche
Meno
consueta invece, più fine ed interessante, è la riflessione sulla
psiche, sullo psicologico. Esso
è tutto l’universo di contenuti, di volizioni, di pensieri, che
costituiscono l’orizzonte entro cui si muove il soggetto, l’io
psicologico, appunto. Tra tali pensieri c’è anche quello di Dio,
variamente determinato a seconda delle condizioni del momento, e la
religione in generale. La
consapevolezza di vivere in un universo di condizionamento storico,
sociale, ambientale, culturale, ecc., è ampiamente diffusa. Tutti
comprendono di essere e di pensare, in misura non indagata fino in fondo,
secondo le forme culturali del luogo, del tempo, secondo l’educazione
ricevuta, ma anche in dipendenza dei rapporti sociali in cui si trovano e
dei bisogni e desideri del momento. La
connotazione negativa che psyche
ha in San Paolo, e che si mantiene in Eckhart, dipende dal fatto
che essa è strettamente legata alla carne; anzi, è la stessa carne nel
suo emergere ideologico, emozionale, rappresentativo, culturale. La sua
logica è sempre quella della forza, della concupiscenza, della
autoaffermazione. Occorre
pertanto liberarsi del divino come contenuto determinato, corrispondente
allo psicologico, frutto dei bisogni personali - il dio del sentimento,
prodotto dalla debolezza, dalla paura, dalla attesa, dalla cupidigia e
avidità di dominio - perchè appaia il Dio vero. In
questo senso, Eckhart dice la paradossale frase: “Prego Dio che mi
liberi da Dio”. Ma, si noti ancora, “prego Dio” egli dice, perchè
non si può superare lo psicologico che nella fede. Fede, dicevamo
appunto, non credenza, ma proprio etimologicamente come fides, fiducia.
Fiducia nel bene, nella verità, nell’Assoluto, e dunque incessante
capacità di rimuovere tutto ciò che è altro da esso. Così,
il Dio che ne deriva, è il Dio sine modis,
senza determinazione alcuna: non connotabile dunque sub specie essendi, ma
al di là dell’essere. È
il Dio del distacco e della rinuncia a se stessi; il Dio vero che sta
oltre le religioni storiche e oltre i bisogni psicologici, il Dio che
sfugge sempre al nostro tentativo di impossessarci dell’essere e di
metterlo a nostro servizio. Alcuni
maestri dicono che Dio è un essere, un essere dotato di intelletto,
che tutto conosce. Ma io dico che Dio non è né un essere né un essere
dotato di intelletto e neppure conosce questo o quello, ed è privo di
tutte le cose”. Perciò
Eckhart scrive che Dio è un ente solo per i peccatori (Commento alla
Genesi), ovvero per coloro che sono legati al tempo e allo spazio, alla
fruizione e ai “perchè”, e, dunque, in ultima analisi, a
quell’impasto di menzogna che è la volontà personale. A
tale menzogna corrisponde un modo di pensare e di parlare che rende Dio un
soggetto agente, il quale fa, non fa, manda, non manda, ecc. - il
linguaggio banale e untuoso, veramente insopportabile, della
superstizione, religiosa o laica che sia. Perciò
essa affonda nel dolore [...] quando intravede il nulla del suo
fondamento, il rimandare senza fine verso la morte, la assenza di verità
e di valore che le è alla base - e perciò si affretta ad occultare
questa scoperta. Una
delle forme di occultamento è la rappresentazione del divino, che “serve”
alla vita: in questo senso la “fede” è menzogna (hegelianamente
diremmo alienazione) e negazione di Dio. Le
esigenze “religiose” – premio, merito e soprattutto salvezza –
sono frutto della egoistica affermazione della volontà di permanenza e
conservazione assoluta dell’io. Perciò sono, per eccellenza, negazione
di verità. [...] …… La logica dello psicologico è una logica
dell’utile, che costituisce il solo vero criterio ordinatore delle
emozioni e dei contenuti. In questa logica servile, ripete spesso Eckhart,
Dio è uno strumento, solo uno strumento a servizio di qualche bisogno,
desiderio, passione dell’uomo. Una tale concezione di Dio è blasfema. La
onestà e verità del distacco, che non vuole cogliere nulla, ma
continuamente si spoglia del falso riconoscendolo come determinato, altro
dall’Assoluto, elimina ogni preteso sapere di Dio, ma soprattutto
permette di riconoscere la radice appropriativa della cosiddetta
“ricerca di Dio”, che approda sempre al terreno psicologico, dove la
rappresentazione “serve” a qualcosa. Ma
la nobiltà dell’anima è tale che essa può andare oltre la propria
volontà personale, ovvero oltre la propria creaturalità, riscoprendo
l’identità originaria con Dio, che dunque non è più il Dio-altro in
rapporto alla creatura, ma (essenzialmente) l’io stesso che noi siamo. Pneuma
Lo
spirito è il luogo dei santi, il santo è il luogo dello spirito. (Basilio
di Cesarea, Trattato sullo Spirito, 26 - PG 32,184)
Non
abbiamo qui il tempo di spiegare compiutamente l’origine e il
significato di “spirito”,
nella sua duplice discendenza dal nous
greco, da Aristotele a Plotino, e dal biblico ruah (ricordiamo
solo che a partire da Filone Alessandrino, è consueto rendere con pneuma
quello che era il nous
aristotelico). [...] (Pneuma)
indica – in Paolo, in Plotino, in Eckhart – una realtà diversa,
superiore a quella della psyche. Indica
il terreno della verità e della carità opposto a quello
dell’utilitarismo; il terreno della libertà, opposto a quello del
condizionamento. Nel
linguaggio paolino e agostiniano, l’uomo spirituale è l’uomo
nuovo, mentre l’uomo carnale e psichico è l’uomo vecchio: questo è
l’uomo della naturalità animale, quello l’uomo della grazia di Dio. Più
specificamente, troviamo in Eckhart la dottrina del “fondo
dell’anima”,
ovvero di quella parte dell’anima – la più profonda e la più alta,
descritta con molte immagini e metafore - che non è soggetta al
determinismo spazio-temporale, che permane identica a se stessa in ogni
condizione e situazione (anche nell’inferno rimarrebbe orientata a Dio),
e che è il “luogo”
dell’incontro tra l’uomo e Dio.[...] “
Hoc est intellectus”
- afferma Eckhart,
riferendosi al fondo dell’anima- ovvero pura ragione,
proprio a sottolineare la sua realtà spirituale,
sfuggente al determinismo carnale e psichico. [...] E ancora,…”Il
fondo dell’anima non è altro che la ragione, che appare quando
tacciono le potenze esteriori”. Scrive
Plotino riferendosi agli esseri umani che per mezzo della ragione si sono
approssimate al fondo dell’anima,
al luogo intelligibile
: “Là
…essi vedono tutto, non nel suo divenire, ma nel suo essere, e vedono se
stessi nell’altro. Ciascun essere abbraccia in se stesso tutto il mondo
spirituale, e lo contempla di nuovo tutto quanto in ogni altro essere.
Perciò tutto è dappertutto. Là ogni cosa è tutto, e tutto è in ogni
cosa”. (Enneadi 5, 8)
Desideriamo
ora dare evidenza alla [...] singolare logica della mistica, che esclude
le due leggi fondamentali della logica naturale, che sono il principio di
non contraddizione e quello del terzo escluso [...]. Da
ciò entrano nella scienza la coincidentia oppositorum,
(identità degli opposti) e
i “concetti dialettici”,
cosa, questa, che per la logica naturale può sembrare assurda: se ne
ricava un paradosso, ma non ne consegue che si tratti di un assurdo. Il
matematico olandese Brouwer sostiene (e noi lo condividiamo) che “l’assioma
del terzo escluso non trova giustificazione che in un dominio finito”.
In questo stesso dominio fatto di polarità contrapposte, opera utilmente il
raziocinio: amore-dolore, mio-tuo,
giusto-ingiusto, bianco-nero ecc.;
ma il raziocinio è inadeguato a trattare argomenti spirituali riguardanti
l’Essere, il Nesso che
tutto unisce: infatti, il mio essere
e il tuo essere sono un
solo essere e sono lo stesso essere di Dio, che Dio ci ha partecipato. Il
nostro rapporto con Dio è di analogia: siamo cioè simili a Dio quanto
all’essere; dissimili quanto al corpo. Scrive
Sant’Agostino ne Le Confessioni
(libro XI, c. IX, Ed. Paoline): -“Rabbrividisco e m’infiammo,
rabbrividisco perché gli sono dissimile; m’infiammo perchè gli sono
simile!”. Ed una nota: “La verità è nell’intimo dell’uomo ed è
da se stessa, nel nostro spirito, un testimone che non è possibile
ignorare”. Questi
argomenti possono essere trattati convenientemente solo con la ragione. Riuscissimo
a superare gli interessi contrapposti del mio e
del tuo, che tanto spesso
portano al rifiuto dell’altro (“ama il prossimo tuo come te
stesso”) e le “maschere”
caratteriali, culturali e sociali che generano distinzione e negazione,
nulla più ci separerebbe, e ci ameremmo come Dio comanda (“amatevi
gli uni gli altri come io vi ho amati”
cioè spiritualmente). Realizzeremmo allora in breve quella unita nella
diversità che, seppure paradossale per la logica comune, è ciò che
Dio vuole da noi. La
ragione [...] permane rigorosamente orientata alla verità, anche quando
questa comporta l’annientamento dell’io, proprio perché tale
ragione è fede. Fede
- si badi bene - non credenza. La credenza sta tutta nell’orizzonte
dello psicologico, è un povero contenuto determinato (ma in realtà, una
rappresentazione indeterminata e indeterminabile, che è costretta a
rimandare senza fine ad altro, perché non può affatto fondarsi, non può
precisarsi). La
ragione si rivolge ad analizzare anche i più riposti pensieri perchè così
lo esige la fede, in quanto tensione dell’Assoluto; ma anzi, in questo
suo atto essa è fede, e la fede stessa è razionalità. Ecco il perché
della frase eckhartiana prima citata (pag. 4), essa significa che il
fondarsi su contenuti non analizzati, di cui non è stato visto il
riferimento al soggetto, è operazione che occulta la verità, ed è perciò
peccato mortale, dato che la verità è Dio. Nella rappresentazione
oggettivistica di Dio, nella credenza, là dove la ragione viene messa da
parte, si addensa l’io psicologico. Questa
tematica antiutilitaristica è una delle caratteristiche di Eckhart ed uno
dei punti di contatto più stretti che egli ha col mondo classico. È la
tematica dell’ “uomo nobile”, che agisce non utilitaristicamente, ma
con distacco, “senza perché”, e solo così onora Dio e si unisce a
Lui. La mistica eckhartiana non esclude, dunque, ma anzi implica le virtù
classicamente intese: essa non ha niente di fuga e surrogato psicologico,
ma, al contrario, proviene dalla ricchezza e dalla traboccante pienezza di
un carattere ben formato ed “esercitato nella virtù”. Non si può non
sottolineare abbastanza questo fatto: come nella grande filosofia antica,
come nel Plotino delle Enneadi II,
9, non
v’è conoscenza di Dio senza virtù intellettuali e morali: solo la virtù
giunta a compimento e radicatasi nell’anima insieme alla saggezza può
mostrare Dio; senza la vera virtù, Dio è un mero nome. Scrive
Meister Eckhart: “Per
l’anima contemplante, là è tutto è uno e uno in tutto. L’essere
mondano porta in sé contraddizione. Cosa
è la contraddizione ? Amore e dolore, bianco e nero, questo ha
contraddizione e questo non può sussistere nell’essere. In
questo sta la purezza dell’anima, che essa è purificata da una vita
divisa ed entra in una vita unita. Tutto
quel che è diviso nelle cose inferiori, viene unito appena l’anima
ascende a una vita in cui non esiste la contraddizione. Quando
l’anima giunge alla luce della ragione, essa non sa più niente
dei contrari. (Rudolf Otto,
Mistica orientale, mistica occidentale,
a cura di Marco Vannini, Marietti Editore, 1985). L’idea
di Dio
Come
dice Berdjaev, “la verità assoluta della rivelazione si rifrange e si
assimila variamente secondo l’ organizzazione (cui si fa capo) e il
livello spirituale di chi la riceve”. L’idea
di Dio ne dipende. Tra
le tante, alcune significative idee di Dio. Meister
Eckhart: L’idea
che Meister Eckhart ha di Dio la si può desumere agevolmente dalla
conclusione cui giunge Marco Vannini commentando l’ antropologia
tripartita di san Paolo (Soma,
psyche, pneuma). Ci sembra tuttavia il caso di puntualizzare
che una buona chiave di lettura, per quanto riportato prima e quanto
diremo adesso, si può cogliere nel famoso assioma eckhartiano: ”Tutto
ciò che è nell’Uno, è Uno con l’Uno”. Egli,
infatti, nel sermone Beati pauperes spiritu, quia ipsorum est regnum
coelorum risale a quando era ancora nella Causa prima, ed afferma, in
forza del suo assioma, che era la stessa Causa prima: “Quando
ero nella mia Causa prima - egli dice -, non avevo alcun Dio, e là ero
causa di me stesso. [...]. Ma quando, per libera decisione uscii e presi il mio essere creato
(quindi relativo), allora ebbi un Dio; infatti, prima che le creature
fossero, Dio non era Dio, ma era quello che era. Quando
le creature furono e ricevettero il loro essere creato, Dio non era
Dio in se stesso, ma era Dio nelle creature, (ossia, l’altra polarità
del rapporto Dio-uomo). Ora
diciamo che Dio in quanto è Dio, non è il più alto fine della creatura.
Infatti anche la più piccola creatura in Dio ha una altrettanto
alta dignità. E se avvenisse che una mosca avesse intelletto, e potesse
ricercare per mezzo di esso l’eterno abisso dell’essere divino dal quale è venuta,
allora dovremmo dire che Dio, con tutto ciò che è in quanto Dio, non
potrebbe dare a questa mosca compimento e soddisfazione. Perciò preghiamo
Dio di diventare liberi da Dio, e di concepire e godere eternamente la
verità là dove l’angelo più alto e la mosca e l’anima sono uguali;
là stavo e volevo quello che ero, ed ero quel che volevo. (Egli, altrove,
considera coincidenti l’essere e l’azione del divenire senza fine dal
quale occorre affrancarsi). Cosa
invece sono secondo il mio essere nato dovrà morire ed essere annientato,
perchè è mortale, e perciò deve corrompersi con il tempo. E
prosegue con espressioni inusitate, certamente non comuni: ·
“In quell’essere di Dio, in cui Egli è al di sopra di
ogni essere e di ogni differenza, là ero io stesso. Perciò io sono la
causa originaria di me stesso, secondo il mio essere, che è eterno, e non
secondo il mio divenire, che è temporale. ·
Perciò io sono non nato e, secondo il modo del mio non
essere nato, non posso mai morire. Secondo il modo del mio non esser nato,
io sono stato in eterno, e sono ora, e rimarrò in eterno. ·
Nella mia nascita eterna nacquero tutte le cose, e, se non
lo avessi voluto, né io né le cose saremmo; ma se io non fossi, nemmeno
Dio sarebbe: io sono causa originaria dell’essere Dio da parte di Dio;
se io non fossi, Dio non sarebbe Dio”. Il
sermone si conclude così: “Quando
io fluii da Dio, allora tutte le cose dissero: Dio è. Ma
ciò non può rendermi beato, perchè in questo io mi riconosco come
creatura. Ma
nel ritorno, in cui sono libero dal mio volere proprio, e dal volere di
Dio, e da tutte le sue opere e da Dio stesso, là io sono al di sopra di
tutte le creature, e non sono Dio né creatura, ma piuttosto sono
“Quello che ero”, e quello che sarò ora e sempre. Là
ho ricevuto uno slancio, capace di portarmi sopra tutti gli angeli. In
questo slancio ho ricevuto una ricchezza tanto grande, che Dio non può
bastarmi, con tutto quello che è in quanto è Dio, e con tutte le sue
opere divine; infatti in questo ritorno mi è toccato in
sorte essere una sola cosa
con Dio. Allora
io sono quello che ero, e non aumento né diminuisco, perchè là sono
Causa prima immobile, che muove tutte le cose. Qui
Dio non trova alcun luogo nell’uomo, perchè l’uomo (spogliandosi di
ciò che lo fa creatura mortale) conquista con questa povertà (di io, di
mio, di creatura) quel che è stato in eterno, e che sempre sarà. Qui
Dio è una cosa sola con lo spirito, e questa è la povertà più vera che
si possa trovare. Chi
non comprende questo discorso non affligga per ciò il suo cuore. Perchè
l’uomo non può comprendere questo discorso, finchè non diventa uguale
a questa verità. Infatti si tratta di una verità senza veli, che giunge
dal cuore di Dio, senza mediazione. Dio
ci aiuti a vivere in modo da poterla conoscere
in eterno. Amen (Meister
Eckhart, Sermoni Tedeschi , a cura di Marco Vannini, Adelphi 1985) Unità
divina e Trinità Olivier
Clément (Alle fonti con i
padri, mistici cristiani delle origini, Città nuova Ed.): “Gregorio
Nazianzeno parla della Trinità come moto immobile dell’Uno che non
resta chiuso nella sua solitudine, ma neppure si diffonde indefinitamente;
perchè Dio è comunione, non diffusione impersonale. La stessa perfezione
dell’Uno esige la presenza in lui dell’Altro, un Altro che,
nell’assoluto, può soltanto essere interiore e uguale a lui in infinità. Ma
quì non c’è affatto opposizione, composizione, come nel gioco dei
numeri. Il Terzo, Altro non-Altro, permette il superamento infinito
dell’opposizione nella perfezione diversificata dell’Unità: diversità
assoluta che coincide con una assoluta unità”. Gregorio
Nazianzeno “Quando
io parlo di Dio, voi vi dovete sentire immersi in un’unica luce e in tre
luci [...]. Lì c’è divisione indivisa, unità con differenza, Uno solo
nei Tre; (Questo Uno solo nei Tre) è la divinità. I Tre come Uno solo:
sono i Tre in cui la divinità, o, per parlare più esattamente, che sono
la divinità”.(Discorso 39, 11 (PG 36, 354). San
Massimo il Confessore “Anche
se la divinità, che è al di là di tutto, è da noi celebrata come
Trinità e come Unità, non è né il tre né l’uno che noi conosciamo
come numeri. (Sui nomi divini, 13 (PG 4, 412). Olivier
Clèment L’essenza
divina non esiste altrimenti che nelle Persone. La
fonte della divinità, il principio unico del Figlio e dello Spirito, è
il Padre. Parlava
del Padre, perchè “il nome del Padre è superiore allo stesso nome di
Dio”. L’oceano
dell’essenza divina sgorga da una Persona abissale, il Padre, che noi
possiamo tuttavia, con Cristo, nello Spirito Santo, chiamare abà, la
parola fiduciosa e tenera con cui il bambino nomina suo padre. L’antinomia
apofatica è anche antinomia tra il Padre origine-abissale e il Padre abà,
“papà”. Dionigi
l’Areopagita “Il
Padre è nel seno della divinità l’elemento generatore, Gesù e lo
Spirito sono in certo modo i divini germogli della divinità feconda di
Dio, come i suoi fiori e il suo irradiamento sopraessenziale” (Nomi
divini, II, 7-8 (PG 3 645). “Se
accade che, vedendo Dio, si capisca ciò che si vede, significa che non si
è visto Dio [...] Perchè in sé egli supera ogni intelligenza. Egli
esiste in modo sopraessenziale ed è conosciuto al di là di ogni
intellezione solo in quanto è totalmente sconosciuto e non esiste
affatto. Ed è codesta non conoscenza, presa nel miglior senso della
parola, a costituire la vera conoscenza di colui che supera ogni
conoscenza. (Ambigua PG 3, 1065). “Noi
dunque diciamo che (Teologia
mistica, IV e V (PG 3, 1047-1048). Il
mistero che è al di là di Dio stesso l’Ineffabile,
colui
che da tutto è nominato l’affermazione
totale la
negazione totale l’al
di là di ogni affermazione e di ogni negazione. (Nomi
divini, II, (PG 3, 641). “Dobbiamo
ora celebrare quella perpetua Vita da cui procede ogni vita e per mezzo
della quale ogni vivente, secondo la propria capacità, riceve la vita
[...]. Sia
che tu parli della vita spirituale, razionale o sensibile, di quella che
nutre e fa crescere, o di qualsiasi altra vita che possa dirsi, essa vive
e vivifica grazie alla Vita che trascende ogni vita [...]. Infatti è
troppo poco dire che codesta Vita è vivente. Essa è principio di vita,
sorgente unica di vita. Essa perfeziona e differenzia ogni vita, e a
partire da ogni vita bisogna celebrare la sua lode [...]. Datrice
di vita e più che vita, merita di essere celebrata con tutti i nomi che
gli uomini possono attribuire a codesta Vita indicibile”. (Nomi
divini, VI, I e 3 (PG) 3, 856-857) Olivier
Clément (breve commento ai brani di Dionigi l’Areopagita sopra
riportati) “Codesta
simultanea negazione dell’affermazione e della negazione significa che
la trascendenza di Dio sfugge alla nostra stessa nozione di trascendenza. Dio
trascende la sua trascendenza non per perdersi in un astratto nulla, ma
per donarsi. Il
simultaneo superamento dell’affermazione e della negazione delinea già
l’antinomia (*) dell’esistenza personale, tanto più segreta quanto più
si dona. tanto più donata, quanto più segreta. Per questo i Padri
parlano anche del Dio inaccessibile, del Dio al di là di Dio, come di uno
scaturire, di un saltare (al di là di se stesso) per creare e redimere,
fuori dalla sua essenza, secondo il moto eterno delle forze divine, ma
anche per comunicare queste ultime alle creature con atti personali, perchè
il Dio vivente è un Dio che opera. Egli
non è l’Essere, ma contiene l’Essere e con i suoi atti lo comunica.
(Alle Fonti con i Padri, citato.). (*)
ANTINOMIA: Compresenza in un ragionamento, di due soluzioni
reciprocamente esclusive e contraddittorie, entrambe ugualmente
dimostrabili. Dal gr. antinomia, comp. di antii=contro e nòmos=legge. San
Massimo il Confessore (Sui Nomi divini , I,4 (PG 4, 208) “Dio
è Spirito, perchè lo spirare del vento è partecipato a tutti attraverso
tutto, niente lo rinchiude, niente lo imprigiona”. Giovanni
Climaco “Dio
è Amore. Chi volesse definirlo sarebbe come un cieco che vuole contare i
granelli della sabbia del mare”. (Scala
del Paradiso, 30° gradino, 2 (6), p. 167). Gregorio
Nazianzeno O
tu, l’al di là di tutto, come
chiamarti con un altro nome? Quale
inno si può cantare di te? Nessun
nome ti esprime. Nessuna
intelligenza ti concepisce. Tu
solo sei infallibile; tutto
ciò che si pensa, da te è uscito. Tutti
gli esseri ti celebrano, i
parlanti e i muti. Tutti
gli esseri ti rendono onore i
pensanti e i non pensanti. L’universale
brama, il gemito di tutti verso
te si protende. Tutto ciò che esiste ti prega e
verso di te ogni essere che sa leggere l’universo eleva
un inno di silenzio. Tutto
in te solo dimora e
in te, con unico slancio, tutto approda. Il
fine di tutti gli esseri tu sei. Unico
tu sei. Sei
ciascuno e non sei alcuno.. Non
sei un essere, non sei il loro insieme, hai
tutti i nomi: come ti chiamerò, Te,
il solo cui non si può dare un nome . [...]Abbi
pietà, o tu, l’al di là di tutto: Come
chiamarti con un altro nome ?
(Poemi dogmatici, (PG 37, 507-508) Dobbiamo
proprio prenderne atto: l’uomo, qualunque sia il suo grado di sviluppo,
ha ben presente Dio nella sua vita ! Mentre
non stupisce che Dio riempia la vita dell’uomo spirituale, fa un certo
effetto scoprire che, sia pure in modo idolatrico e a sostegno di della
volontà appropriativa del soggetto, Dio è presente nell’uomo
“carnale”, come lo è, in forma più accentuata, nell’uomo
“psichico”. Inoltre, in aperta contraddizione con ciò che egli pensa
e dice, ricolma la vita dell’ateo. (Il Maestro I.S., riferendosi a
questo strano fatto, diceva che nessuno parla tanto di Dio quanto
l’ateo, il quale, tra l’altro, è anche ateo per modo di dire, dato
che l’unico vero ateo è l’Assoluto Iddio. Domanda:
“Come si
è formata l’idea di Dio nella storia occidentale?
R.:
Si è formata secondo tre aspetti, ciascuno dei quali, in tempi
diversi, ha cercato di predominare: ·
1) Il
Dio dell’Antico Testamento, rigido dominatore che riferisce tutto a
sé, oggetto di rispetto e, più ancora, di timore. ·
2) Il Dio tutto
intelligenza, chiarezza e verità, della tradizione greca.
(L’applicazione,
ad esempio, della dialettica nella filosofia greca, come strumento per la
ricerca della verità, ha portato Eraclito, Socrate, Platone, Aristotele,
Plotino, ecc. a livelli tali di conoscenza e di aderenza al messaggio
cristiano, da far dire a Meister Eckhart che qualcuno tra questi filosofi
è stato cristiano secoli e secoli prima della nascita di Gesù Cristo). ·
3) Il
Dio cristiano, il Dio carità (Deus charitas ), tutto amore per le
creature, che si fa uomo perchè l’uomo possa deificarsi. Rivelazione
di Dio, idea di Dio e storia della salvezza (DIO:
lat. Deus, gr. Theos, ebr. El, Eloim e Jahweh) Nella
testimonianza dell’Antico Testamento Dio si rivela come colui che non è
limitato da alcun confine (Is. 6; I Re 8, 27), l’Incomparabile in senso
assoluto (Sal. 139, 7 -12), il radicalmente Vivo (Sal. 90), con potere
assoluto nell’essere (Es. 3,13 s). La sua onnipotenza non si manifesta
astrattamente, ma nell’azione, attestante il suo potere nella storia,
ch’egli esercita sul suo popolo Israele al di sopra dei popoli tutti.
Scegliendo con elezione d’amore il popolo del patto e gli individui,
Egli si mostra personale senza possibilità di equivoco. Gesù lo
riconosce come il Padre che in Lui ha misericordiosamente accolto l’uomo
e aperto l’accesso al suo regno. Dio
è per essenza invisibile (Rom. 1, 20; Giov. 1, 18; 6, 46), conosciuto
solo dal Figlio (Giov. 1, 18 s), ma comunicandosi al Figlio, e da questo
ai fratelli, è conosciuto come amore (1 Giov. 4, 16 s), mentre è
diventato visibile in Gesù, sua immagine fedele (2 Cor. 4, 4; Col. 1,
15). In
una conoscenza ontologica analogica la filosofia e teologia cristiana lo
vede come l’Essere assolutamente santo, supremo, trascendente il mondo,
personale, incondizionatamente necessario, incausato, esistente di per se
stesso e perciò eterno e infinitamente perfetto, che ha creato dal nulla
tutte le altre cose. (Karl
Rahner, Dizionario di teologia, TEA - Dizionari Utet, 1998). Storia
della Parola, economia (razionale
gestione)
della rivelazione “Il
Dio, che aveva parlato anticamente ai padri molte volte e in molti modi
nei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi nel Figlio,
che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto i
secoli” (Eb. 1, 1-2). Il
solenne prologo della Lettera agli Ebrei, evidenziando l’unità della
storia della rivelazione fondata nell’unicità dell’iniziativa divina
in essa, presenta i tempi della Parola fino al loro compimento
escatologico nell’evento dell’incarnazione del Verbo, e indica in
questo evento il luogo dove è possibile percepire in tutta la sua densità
la forma della Parola, le strutture e le caratteristiche fondamentali, cioè,
dell’atto dell’autocomunicazione del Dio vivente, venutosi a compiere
nel tempo attraverso la mediazione delle parole e degli eventi,
intimamente connessi, che costituiscono la rivelazione come Parola di Dio. I
tempi della parola: l’Antico Patto Il
Dio, che aveva parlato anticamente ai padri molte volte e in molti modi
nei profeti,
ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi nel Figlio”:
la “pienezza del tempo” della Parola (cfr. Gal. 4, 4; Ef.
1, 1o) rinvia alla storia della rivelazione, che la precede e la
prepara. Questa storia “profetica” è quella dell’Antica
Alleanza, in cui è già possibile riconoscere la “grammatica” del
linguaggio di Dio agli uomini. L’Antico
Testamento non ha un termine unico che renda l’idea di rivelazione : la
comunicazione divina, tuttavia, è espressa in maniera privilegiata con la
formula “parola del Signore”, che non solo è molto frequente, ma è
anche significativa e caratterizzante per l’esperienza che Israele fa
del suo Dio. Se
altre religioni e culture hanno ricercato ed esaltato la “visione” del
divino, il popolo eletto è stato educato a dare il rilievo più grande -
anche se non esclusivo - all’ “ascolto, al punto che nelle stesse
“teofanie” la manifestazione sensibile è totalmente al servizio della
parola. Attraverso
la parola si compiono tutti i grandi inizi della storia della salvezza:
così la vocazione di Abramo : “Il Signore disse ad Abramo...” (Gen.
12,11): così quella di Mosè: “Dio lo chiamò dal roveto e disse: Mosè,
Mosè !” (Es. 3, 4); Mosè disse a Dio: “Ecco io arrivo dagli
Israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi
diranno: come si chiama? E io che cosa risponderò loro?”. Dio disse a
Mosè: “ Io
sono colui che sono”. (Es.
33, 11 s). Mosè
converserà con Dio come con un amico (cfr. Es 33, 21- 23): l’intimità
espressa dalla parola e non la visione è alla base dell’esperienza che
fa di lui il profeta, figura e anticipazione del profeta degli ultimi
tempi: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi
fratelli, un profeta pari a me: a lui darete ascolto....Io susciterò loro
un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole
ed egli dirà loro quanto io gli comanderò” (Dt 18, 15 - 18). Tutta
la storia del profetismo e del ruolo decisivo che esso ha svolto per la
coscienza messianica di Israele è nel segno del primato della parola,
come strumento dell’autocomunicazione divina. Le
clausole fondamentali del patto fra Dio e il suo popolo sono raccolte
nelle “dieci parole”, i
comandamenti (Es. 34, 28), le
“parole dell’alleanza”, in cui si manifesta la volontà del Signore,
cui Israele è tenuto a obbedire (cfr. Dt. 4, 13; 10, 4; 28, 69; ecc.). Veramente
“il popolo di Dio, nel quale Gesù è nato e del quale è come il fiore
supremo e il frutto che sorpassa la promessa dei fiori, è il popolo della
Parola”. E come tale ha riletto nella sua fede il primo inizio degli
esseri: “Dalla parola del Signore furono fatti i cieli. Egli parla e
tutto è fatto, comanda e tutto esiste” (Sal. 33, 6-9; cfr. Gen. 1). Che
idea veicola (porta
con sé) il termine dabar
(parola)
nell’uso che ne fa l’Antico Testamento? Anche
da un semplice approccio ai testi risulta il duplice carattere della
comunicazione che il dabar stabilisce: è la parola carica di significato,
ricca di un contenuto noetico (*); ed
è parola che opera, che fa quel che dice, evocando e provocando la vita,
incidendo sulla trasformazione del cuore e sugli eventi della storia. Il
carattere “informativo” si congiunge a quello “performativo”
(della mutazione come conseguenza e risultato): la
parola non solo informa, accertando, costatando, trasmettendo notizie, ma
anche agisce, ponendo e modificando la realtà. “Tale
è la parola di Javeh, nello stesso tempo noetica e dinamica: discorso del
Dio di verità e atto salvatore del Dio vivente; annuncio e attuazione di
salvezza; luce e potenza. Da
una parte
la parola di Dio crea il mondo, impone la legge, suscita la storia; dall’altra
essa manifesta all’uomo la volontà di Dio, il suo disegno salvifico. La
parola di Dio opera infallibilmente ciò che dice. Dio la manda come un
messaggero vivente e veglia su di essa per realizzarla. La parola di Dio
rimane sempre, fedele ed efficace”. (cfr.
H. Fries, Teologia fondamentale, Brescia 1987, 245 ss.). Col
suo valore noetico, informativo, la parola fa conoscere i decreti del
Signore e illumina così la via dell’uomo: “Quanto sono dolci al mio
palato le tue parole: più del miele per la mia bocca. Dai tuoi decreti
ricevo intelligenza, per questo odio ogni via di menzogna. Lampada per i
miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal. 119, 103 -105).
Con
la sua forza performativa, dinamica, la parola realizza i disegni
dell’Eterno: -“Come
la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere
irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perchè dia
il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita
dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò
che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is. 55,
10 s). (*)
NOETICO: (dal
gr. nòesis =
comprensione , intuizione): nella
filosofia antica indica l’attività propria dell’intelletto e quindi
si riferisce a un tipo di conoscenza intuitiva e immediata, contrapposta
alla dianoia,
conoscenza mediata
dalla ragione. È
per questa ricchezza e densità della parola che l’esperienza della sua
essenza ne provocherà il desiderio struggente: “Ecco verranno giorni -
dice il Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane,
né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore. Allora andranno
errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per
cercare la parola del Signore, ma non la troveranno” (Amos 8, 11 s). Ed
è in forza di questa stessa densità che si comprende quanto sia stretta
la connessione fra le parole e gli eventi nell’economia della
rivelazione: la parola non solo interpreta l’evento, ma anche
semplicemente “si dice” attraverso l’evento. Così,
se da una parte tutte le tappe decisive della storia di Israele sono
introdotte dalla parola, dall’altra la fede del popolo eletto può
esprimersi semplicemente narrando gli eventi salvifici, i “mirabilia
Dei”, quasi densificazioni
concrete della parola di
rivelazIone (cfr. Dt 26, 5 -109). L’idea
di rivelazione,
trasmessa mediante il rilievo dato alla “parola di Dio” nell’Antico
Testamento, può essere determinata attraverso il triplice aspetto,
proprio dell’esperienza umana dell’autocomunicazione divina nella
parola:
·
l’iniziativa
del Signore;
·
la
risposta umana;
·
l’effetto
della parola sulla vita e sulla storia degli uomini.
È
l’idea della rivelazione come autocomunicazione di Dio mediante la
parola storica, che viene accolta o rifiutata, ma opera comunque ciò che
dice e per cui è stata mandata.
[...]
L’iniziativa del Dio che parla esige l’attitudine di attenzione e di
apertura da parte dell’uomo, il suo esodo da sé senza ritorno, la
sua disponibilità a uscire da se stesso e a lasciarsi guidare verso
l’ignoto: -solo così la rivelazione realizza il suo carattere di
comunicazione interpersonale, di evento dialogico che congiunge la
profondità dell’avvento divino al cuore dell’uomo, cui il Signore si
rivela. È grazie all’ascolto che diviene possibile la risposta al
Dio che parla, e cioè la “ripetizione” della Sua parola, lo
stupore del riconoscimento dell’evento di rivelazione, che porta a
proferire ad altri la parola umana in cui il dono si è compiuto. “La
vera risposta al dabar di Dio è
ripetere questo dabar, essere il
portavoce di Dio. Prolungare,
dunque, il dialogo con un dialogo esterno. Mettere
alla prova il senso del dabar
introducendolo nel mondo. La
profezia per mezzo del dabar
vuole, attraverso certi uomini, raggiungerli tutti. (A.Neher,
L’essenza del profetismo, Casale Monferrato 1984, 94) (
Brani tratti del cap. 9 di Teologia della storia di Bruno Forte,
Edizioni Paoline 1991. L’Autore è ordinario di teologia dogmatica nella
Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale. Molte delle sue
opere sono apparse finora in sei lingue ). Rivelazione
“ In
questo processo l’uomo non si mostra mai totalmente passivo. La
sua attività nella sfera della Rivelazione dipende dal livello della sua
coscienza, dalla tensione della sua volontà, come dal grado di
spiritualità da lui raggiunto. La
rivelazione presuppone la mia libertà, il mio atto di scelta, la mia fede
in qualcosa di impercettibile ai miei sensi e che non esercita alcuna
costrizione su di me ”. La
trascendenza della Parola divina è per Berdjaev indiscutibile, ma resta
il problema della sua recezione e di quanto d’umano, della sua umanità
peggiore, in questa recezione l’uomo vi mescoli. Indiscutibile
è la storia della Rivelazione, ma resta il problema del suo irrigidimento
in forme storiche che si danno come esaurienti invece di essere assunte
nella loro infinita apertura all’Altro che in esse si annuncia, e mai si
esaurisce”[...] “La
critica (che si può fare) alla Rivelazione è (dunque) critica alle
rappresentazioni antropomorfiche, cosmomorfiche e sociomorfiche della
divinità, alle rappresentazioni cioè che vorrebbero portare Dio nel
mondo dell’obiettivazione facendone un elemento di esso.[...] Non
possono essere prese come rivelative dell’eterno rappresentazioni che
nate nel tempo in nessun modo lo trascendono. Ancora
non possono essere prese come rivelative della divinità rappresentazioni
che sono espressive di quanto nell’uomo vi è di inumano, come sadismo,
spirito di vendetta, ecc.; assurdo infatti sarebbe attribuire a Dio ciò
che neppure si può attribuire all’idealità umana, all’umanità quale
si trova congiunta nella divinità del Cristo. In
un suo capitolo sull’ateismo Berdjaev giunge addirittura a riconoscere
l’ateismo come reazione a queste rappresentazioni umane troppo umane di
Dio”..[...] Libertà “Per
Berdjaev la libertà è quanto v’è di più originario, essa è
“anteriore all’essere” e si deve parlare di un “primato della
libertà sull’essere” obiettivato, mentre resta aperta la via ad una
affermazione di identità di libertà e di essere, o di convertibilità di
uno nell’altro, quando l’essere sia considerato nella sua inobiettività.
[...] Chiara
è tuttavia la direzione del suo pensiero, il quale insistendo sul fatto
che Dio esige dall’uomo un amore libero, che l’atto creativo umano
come risposta all’appello divino passa attraverso la libertà, mette in
luce la tragicità di una situazione che riguarda tanto l’uomo che Dio:
l’uomo che è continuamente in bilico fra la realizzazione
dell’immagine divina che porta con sé e la sua negazione, il suo
offuscamento, e che nei confronti di Dio si trova in un rapporto che in
ogni momento deve essere confermato con un atto di libertà; Dio che
affida, per così dire, la realizzazione del suo disegno alla libertà
umana, Dio
come amore inesauribile, che si espone al rifiuto umano, ponendo
all’uomo al di là di ogni sviamento un’esigenza di conversione e
rinascita. Penso che questo voglia dire Berdjaev quando afferma che la
tragedia cristiana, a differenza di quella antica che è tragedia del
destino, è tragedia della libertà” Obiettivazione “[…]
Lo stato dell’uomo dopo la caduta si esprime nel fatto che il Sole che
l’illumina interiormente si è staccato da lui per muoversi nella sfera
esterna, sicchè egli resta interiormente nelle tenebre e non riceve ormai
la luce solare che dal di fuori. L’uomo
avrebbe dovuto essere il Sole dell’Universo, splendente di luce, ma sono
tenebre quelle che egli diffonde sull’estensione intera di una vita
cosmica che ha cessato di sottometterglisi. Oggi
l’Adamo decaduto può ben ricevere luce e calore da un sole che gli è
ormai esteriore, nonostante tutto egli si dibatte nelle tenebre e nel
freddo. Tutto
ciò significa propriamente l’obiettivazione della vita spirituale. L’obiettivazione
appare quì in tutta la sua portata come qualcosa di denso ed oscuro che
nella sua viscosità implica il concetto di peccato. [...]
Si tratta di uno stato reale, che fa sentire i suoi effetti sulla vita
spirituale in genere, producendo la tendenza in chi vive in questo stato a
consolidarlo e a consolidarsi sempre più in esso, a rendere inoperanti
per così dire quelle energie divine e umane, da cui nonostante tutto è
avvolto, che rendono possibile una salvazione e una trasformazione
creativa: il peccato non arriva a cancellare la capacità che l’uomo ha
di ricevere Alcune
considerazioni: “Dio
e il divino si rivelano in Spirito e Verità. Lo
Spirito è nell’uomo Verità, Senso e Luce. Ma nell’uomo allo stesso
modo lo Spirito può subire una menomazione un deprezzamento nel corso del
processo raggelante e deprezzante dell’obiettivazione. La
fede ha dei gradi, fede nella Verità, fede nello Spirito, fede in Dio,
fede nella divino-umanità, fede in una Chiesa definitivamente concepita
come corpo spirituale e non più solamente come istituzione sociale”. Non
si deve pensare l’epoca dello Spirito come legata ad un tempo, ad un
ordine cronologico: gli uomini non procedono in accordo e non recepiscono
la rivelazione di Dio nello stesso tempo allo stesso modo. “Creature
dello Spirito sono esistite in tutti i tempi; in tutti i tempi si sono
trovati dei precursori e dei pionieri dell’epoca dello Spirito, uomini
animati da un soffio profetico. Sin dalle sue origini la storia del
cristianesimo ha conosciuto degli esseri che testimoniano una fiamma
rimasta ardente. Sempre
ci furono dei saggi per riceverne la luce e anche ne apparvero nel mondo
pre - cristiano. Sempre
sono esistiti mistici di portata eccezionale.[...] Questo
non vuol dire affatto che dobbiamo ammettere, seguendo gli gnostici
dell’antichità, l’esistenza di due specie, di due razze umane
distinte: quella degli pneumatici e quella degli psichici
predestinate entrambe a restare nei propri limiti. Questo stato di
cose sarebbe in flagrante contraddizione con l’universalità della
rivelazione e la libertà dell’uomo. L’umanità
intera è in cammino, liberamente, e ogni essere umano ha un suo
procedere, un suo passo. La
rivelazione di Dio, una e indivisa, viene colta dall’ “occhio
intellettivo” dell’uomo nella misura in cui questo è
capace di “vedere” le cose dello spirito. Non
si può pertanto affermare che la rivelazione si relativizzi onde rendersi
recepibile ad ogni livello; si può dire invece che essa viene
simultaneamente recepita ad ogni livello, pur rimanendo nella sua unità
trascendente. (Brani tratti dalla presentazione di Giuseppe Riconda a
Verità e Rivelazione di Nokolaj
Berdjaev, Rosenberg & Sellier, 1996) Difatti,
alcuni uomini ne colgono barlumi minimi, altri illuminazioni folgoranti.
Ad es., Francesco d’Assisi e Pietro Bernardone suo padre. Si
può fare lo stesso discorso per la comprensione del senso della
Scrittura. Afferma al riguardo Gregorio Magno, grande maestro e Padre
della Chiesa latina, commentando Ezechiele (la visione del carro e del
tempio): “la ruota (o il carro) è È
sempre l’uomo a dare senso alle cose, e lo fa con i talenti di cui
dispone. Così, è ragionevole pensare che l’uomo abbia avuto in ogni
tempo la sua idea di Dio e la sua divina rivelazione in base ad una sorta
di autoregolazione spontanea dipendente dalla sua capacità di recepirla:
la rivelazione, in quanto atto divino, è unica e copre ogni tempo.
Scrive
al riguardo Nicola Berdjaev:
”Laddove
il divino si manifesta, c’è rivelazione! Ora,
il divino si manifesta anche nelle religioni pagane; e si rivela
attraverso la natura, nelle religioni della natura. Pertanto, l’antica
dottrina che tendeva a provare che Dio non si era rivelato nel mondo
precristiano se non al popolo israelita, nell’Antica Alleanza, e che il
paganesimo era immerso in una totale oscurità, non può più essere
sostenuta. L’intera
diversità della vita religiosa dell’umanità non è che un’ascesa
continua verso l’unica rivelazione cristiana. E
quando gli specialisti della storia scientifica delle religioni si
sforzano di dimostrare che il cristianesimo non è originale, che le
religioni pagane conoscevano già il dio sofferente (Osiride, Adone,
Dioniso e altri), che il culto totemico conosceva l’eucarestia, la
comunione con la carne e col sangue dell’animale, che nella religione
persiana, nella religione egiziana e nell’orfismo si può ritrovare la
maggior parte degli elementi del cristianesimo, non comprendono affatto il
senso di ciò che si scopre ai loro occhi. La
rivelazione cristiana è universale e tutto ciò che è analogo nelle
altre religioni è soltanto una parte della sua rivelazione. Il
cristianesimo non è una religione dello stesso ordine delle altre; è,
come ha detto Schleiermacher, la
religione delle religioni. Che
importa se nel cristianesimo, riguardato in ciò che ha di diverso, non
c’è nulla di originale al di fuori della venuta del Cristo e della sua
persona? In questa particolarità originale si realizza appunto la
speranza di tutte le religioni. Le
rivelazioni anteriori sono solo un’anticipazione, un presenti- mento
della rivelazione cristiana. E il cristianesimo è apparso nel mondo
appunto come la realizzazione di tutti i presentimenti e di tutte le
prefigurazioni. La
distinzione stabilita fra le religioni della natura e dello spirito è
profonda e anche giusta. Queste religioni appartengono a differenti
capacità ricettive, e la loro differenza corrisponde alla differenza
fondamentale che esiste fra il mondo naturale e il mondo spirituale. Dio
si rivela nella natura e nello spirito, si rivela all’uomo come essere
naturale e spirituale. La
rivelazione della divinità nella natura è solo il riflesso, la
proiezione e l’oggettivazione d’un avvenimento che si è compiuto nel
mondo spirituale, perchè la rivelazione, per sua essenza, è un
avvenimento della vita spirituale e la religione è una manifestazione
dello spirito. La religione è la rivelazione di Dio e della vita divina
nell’uomo e nel mondo. La vita religiosa è l’acquisto, per l’uomo,
di una parentela con Dio”. (Nicola
Berdjaev, Spirito e libertà, cap. III, Edizioni di Comunità, 1947) Da
quanto detto finora, “appare chiaro che l’uomo del progetto divino è
un uomo spirituale e che il progetto di Dio si può attuare soltanto con
l’avvento dell’uomo spirituale, dell’uomo
nuovo, dell’uomo divino-umano. Il Creatore ha soffiato il
principio spirituale nelle narici dell’uomo e questo principio
spirituale non è affatto una realtà simile a quelle che appartengono al
mondo naturale. Il Padre Sergej Bulgakov - dice Berdjaev - che era sempre
preoccupato di mantenersi nei limiti dell’ortodossia, dichiara che
l’uomo è Spirito, anche se non solamente spirito, il che significa che nell’uomo
la persona è di origine divina. Vladimir Solov’ev pensava la
stessa cosa. L’uomo trascendentale è in perpetua creazione
nell’eternità, o, per esprimermi meglio, è in Dio, dimora in Dio da
tutta l’eternità. È l’uomo celeste, ma non l’uomo dell’Eden, nel
quale la coscienza non si era ancora risvegliata. L’uomo è l’idea, il
disegno di Dio [...] La realizzazione della persona è proprio la
realizzazione nell’uomo del suo essere spirituale; e questa
realizzazione significa lo svolgersi in lui di un processo teandrico (divino-umano)”.
[...] (Verità e Rivelazione, già citato) Accenniamo
ora al rapporto del Dio di Israele col suo popolo. La
storia della rivelazione e della salvezza ha il suo centro nell’esodo
dall’Egitto e nell’alleanza del popolo eletto d’Israele con Dio, sul
Sinai, sotto la guida di Mosè, patto che designa il rapporto tutto
particolare di Israele, con Jahveh, frutto di benevola elezione da parte
di un Dio che s’impegna come partner di tutto Israele, e si ha il vero
patto, con la legge, e soprattutto con il decalogo: (Es. 20, 34). Ma
una ricerca attenta sulla storia della salvezza nell’Antico Testamento
ci dice che questo patto viene descritto come conseguenza di patti singoli
(con singoli), anteriormente a Mosè: con Noè (Gen. 9, 8-17) si ha già
un “patto perpetuo”; con Abramo (Gen. 15, 9-12; 17 s), al quale si
connette la circoncisione. Con Davide si ha il patto messianico (2
Sam, 7), in quanto gli viene promesso un discendente che sarà figlio
di Dio, mentre alla sua casa è garantita una durata senza fine. Altri
resoconti vanno intesi piuttosto come conferme e ammonimenti alla fedeltà. Puntualizzazioni Come
già detto (pag. 22), “ La
rivelazione avviene nell’ambiente dell’uomo, si produce attraverso
l’uomo, cioè dipende dalla condizione umana. In questo processo
l’uomo non si mostra mai totalmente passivo. La sua attività
nella sfera della rivelazione dipende dal livello della sua coscienza,
dalla tensione della sua volontà, come dal grado di spiritualità da lui
raggiunto. La rivelazione presuppone la mia libertà, il mio atto
di scelta, la mia fede in qualcosa ancora impercettibile ai miei
sensi e che non esercita alcuna costrizione su di me” [...] La
sua assimilazione richiede riflessione. Essa,
pur non essendo una verità di ordine intellettuale, implica tuttavia
l’attività intellettuale dell’uomo. È
impossibile concepire, una volta preso il partito di ragionare, la
rivelazione come un fatto che l’uomo accetta automaticamente in virtù
di uno speciale atto divino. La
rivelazione presuppone un previo consenso dell’uomo, consenso che si
estende del resto alla creazione stessa. I
protestanti ortodossi sostengono che Il
fatto che gli uomini abbiano sempre cercato di esporre e spiegare la
rivelazione e che E
ci sono molte altre cose soggette a questo tribunale: -il
concetto delle pene eterne dell’inferno, l’idea di predestinazione,
l’interpretazione legalistica della Cristianità. Certe
accezioni e certe esegesi della rivelazione urtano incessantemente non
solo la nostra coscienza filosofica e scientifica, ma anche il nostro
senso morale; la nostra umanità nel senso etico e emotivo del termine. Ora,
per noi, non si tratta di correggere la rivelazione e aggiungervi un
elemento di saggezza umana, il che ci sembra una questione assolutamente
oziosa. Il vero problema è che nella rivelazione storica noi incontriamo
qualcosa di molto umano, di troppo umano e pertanto totalmente estraneo al
divino. In quel che gli ortodossi di tutte le confessioni definiscono
“rivelazione integrale” ciò che ci urta non è il mistero divino, né
quel che in essa vi è di sublime; ci sconvolge invece il suo lato umano
di qualità inferiore che conosciamo sin troppo bene. La pura umanità è
in realtà quel che l’uomo contiene di divino. Questo
è il paradosso fondamentale della divino-umanità. Ciò che vi è di
divino nell’uomo è proprio la sua indipendenza dal divino, la sua
libertà, l’attività creatrice [...]. Possiamo
parlare di esoterismo ed essoterismo del cristianesimo senza dare a questa
relazione delle sfumature specificamente teosofiche ed occultiste. È
impossibile negare che nella comprensione della cristianità vi sono
differenti livelli di profondità. Il
Cristianesimo della classe intellettuale dell’umanità è lo stesso di
quello degli strati popolari, ma queste due versioni presentano differenti
stadi e forme di obiettivazione [...]. Le
forme popolari del Cristianesimo, che contengono sempre qualche motivo di
paganesimo antico, sono molto spontanee ed emotive. Ma
si sente in esse la religione socializzata, la persistenza
dello stadio primitivo della socializzazione che precedette
l’apparizione dell’esperienza religiosa individuale e del dramma
religioso individuale. Questa
è una forma di obiettivazione molto più arcaica e primitiva di quella
che troviamo nei sistemi teologici e nella coscienza ecclesiastica più
evoluta. La difficoltà del problema sta in questo: in
che modo si può sfuggire a queste due forme di obiettivazione, in che
modo si può raggiungere uno stato di purificazione che si situi ad un
livello superiore a queste forme, nelle quali la rivelazione religiosa
riveste un carattere sociologico e pretende di avere una validità
universale per questo stesso fatto ? L’esperienza
ci suggerisce che siamo in presenza di una razionalizzazione e una
razionalizzazione del concetto di Dio. La
difficoltà e l’aspetto veramente doloroso della questione di cui ci
occupiamo sta nel fatto che Dio, per rivelarsi all’uomo, deve
umanizzarsi: ma questa umanizzazione è ambivalente, positiva e negativa
allo stesso tempo: -
Dio può essere compreso come persona antropomorfica; -
Dio può essere compreso sotto le
specie della verità che si eleva al di sopra di tutto ciò che è umano e
di tutte le limitazioni che nascono dal mondo delle creature. Queste
le conseguenze: a)
Una concezione della divinità puramente apofatica, come Assoluto
astratto, porta alla negazione di ogni possibile rapporto vivo tra Dio e
l’uomo. Si verifica allora una confusione: l’assimilazione di Dio al
concetto logico della divinità, da Gott a Gottheit per usare i termini di
Eckhart. C’è una Verità della teologia apofatica suprema e
purificatrice. b)
Questa Verità possiede un’altra faccia, un’altra fonte della verità
teologica, a cui si riaggancia l’esperienza della comunione con Dio e la
divino-umanità. Questa è la verità della pura umanità di Dio. La
concezione di un Dio autosufficiente, di un Dio atto puro, potente,
autocratico è inferiore a quella di un Dio sofferente, che languisce per
un Altro, di un Dio che ama e si sacrifica. L’idea
di un Assoluto in sé è un concetto gelido. In
realtà il processo che abbiamo sopra descritto dovrebbe essere duplice: da
una parte dovrebbe esserci un cammino di purificazione che liberi l’idea
di Dio da un erroneo antropomorfismo che lo presenta con i tratti di
un essere offeso e vendicativo, e dall’altra
un processo di umanizzazione di questa stessa idea che ci riveli Dio come
essere che ama, prova ansia, si sacrifica. L’umanità
in questa concezione è in realtà d’essenza divina [...] Io
sostengo che la rivelazione di un
Dio sofferente e che aspira all’altro è più alta di quella di un Dio
che si soddisfa e si basta da solo. In questo modo si scopre l’umanità
suprema di Dio, umanità che diviene il suo unico attributo. Dio
è mistero e libertà. Egli
è amore e umanità. Ma
non è né potenza, né potere, né dominio; non è né giudice né
castigo, ecc. In altre parole è completamente sprovvisto di questi
attributi umanizzati, sociomorfici. Dio
agisce non con la forza e il dominio ma in modo affatto umano. La
rivelazione è umana non foss’altro che perchè dipende dalla fede e
dalla qualità della fede. Dio
si eleva assolutamente al di sopra dell’obiettivazione, non è in alcun
senso un oggetto o un essere oggettivo. Il
carattere contraddittorio e il paradosso delle relazioni tra il divino e
l’umano si eliminano solo nel Mistero Divino che parole umane non
possono né definire né esprimere [...]. Ma
l’effusione della luce divina è sempre limitata dallo stato dell’uomo
e della massa del popolo, dai limiti della coscienza umana, dal momento e
dalle condizioni storiche e geografiche. Ciò
è particolarmente evidente nella rivelazione biblica, dove si vede un Dio
interpretato secondo le norme della coscienza e del livello spirituale
dell’antico popolo ebraico. La
vecchia concezione biblica di Dio non può più corrispondere alla nostra
coscienza religiosa. Persino i profeti oltrepassavano già i limiti di
questa visione biblica, propria della mentalità di un popolo che la
elaborò quando era allo stadio arcano di una tribù di pastori. Il
nostro Dio non è più il Dio antropomorfico e sociomorfico delle tribù e
delle guerre, un Dio vendicatore e terribile. Egli si svela nella
rivelazione del Figlio sotto un aspetto già differente. E se Anche
la rivelazione cristiana inoltre ha un’impronta antropomorfica,
sociomorfica, segno del tempo, del luogo e dei limiti della coscienza
ebraica di quel momento storico. Dio
parla agli uomini in un linguaggio ad essi accessibile. Condiscende ad
abbassarsi al loro livello. Cristo
usò un vocabolario familiare all’umanità dell’epoca. Lo si sente
particolarmente nelle parabole, nelle quali oggi parecchie asserzioni ci
possono sembrare crudeli e persino contrarie all’immagine che ci
facciamo di Gesù. Non
solo l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, ma Dio
stesso è perpetuamente creato ad immagine e somiglianza dell’uomo. Dobbiamo
sottolineare particolarmente il fatto che su Dio vennero proiettati in
ogni tempo concetti mutuati dalla vita sociale e politica. Dio
fu concepito come re, come imperatore, autocrate, maestro che governa e
dirige l’uomo come servo e suddito. Questa relazione di padrone a servo
è fondamentale. Dio si offende e si adira come si adirano gli uomini;
come gli uomini si vendica, esige un riscatto, sottopone a giudizio
l’uomo colpevole di ribellione. Questa
concezione segnò di un’impronta fatale tutta l’accezione umana del
Cristianesimo, ma la rese più accessibile. Il
sociomorfismo ha completamente snaturato l’idea di Dio, riflettendo
lo stato servile dell’uomo in seno alla società. Quanto
alla rappresentazione di Dio come forza, come potenza e causalità
determinante, essa ha origine dalla vita naturale, in
ciò consiste il cosmomorfismo. L’anima
e la coscienza cristiana dell’uomo attuale sono già affatto diverse da
quelle dell’uomo del passato; esso
è stato illuminato interiormente da un raggio di umanità divina. Oggi
il Cristianesimo deve essere concepito ed espresso in maniera
completamente differente. Di conseguenza dobbiamo rinunciare per sempre a
certe dispute mostruose sulla predestinazione, o sul destino dei bambini
morti senza ricevere il battesimo e molte altre dello stesso genere. Oggi
ci è intollerabile una concezione giuridica del Cristianesimo, come del
resto la vecchia minaccia delle pene dell’inferno, di cui persino le
autorità della Chiesa cattolica raccomandano attualmente di parlare il
meno possibile. Il
carattere specifico della storia della salvezza nell’Antico Testamento
consisteva nel fatto che Dio si fece conoscere attraverso la sua azione
storica; e col suo intervento (quando il mondo viveva in pieno politeismo)
instaurò il monoteismo d’Israele. Jahweh,
il Dio dell’alleanza, venne sempre più chiaramente riconosciuto e
adorato come l’unico Dio vivo e vero. Il
Dio di tutto il mondo stringe, dunque, una alleanza particolare con un
piccolo popolo, perchè questa via
di un’alleanza particolare è storicamente la via verso una meta
universale, verso l’unità di Dio con tutta l’umanità nel Dio fatto
uomo. Anticipando
gli avvenimenti con la profezia, Dio tracciava la storia indicando
un cammino che doveva portare gli uomini all’avvenimento cristiano. Non
operava immediatamente questo avvenimento, ma lo preparava attraverso un
lungo processo, un lungo svolgimento di divini interventi. Questa
azione libera di Dio è sempre in atto ed efficace, a patto che
venga liberamente accettata
dagli uomini. Domanda: “L’azione
libera di Dio, o volontà di Dio, tuttora efficace, a patto che venga liberamente
accettata, può essere liberamente
rifiutata?” R.:
Per rispondere convenientemente a questa domanda dovremmo affrontare il
complesso tema della libertà, cosa che richiederebbe più di una serata.
Darò comunque una risposta necessariamente incompleta: Si, l’azione
libera di Dio può essere rifiutata,
ma non liberamente: l’uomo esercita libertà soltanto accettando “L’uomo
è spirito - afferma Berdjaev - ma non solo spirito”. Ha
infatti due nature, una psicofisica ed una spirituale., entrambe portate
alla libertà. Sant’Agostino, seppure indirettamente, conferma tutto
questo insegnando appunto che vi sono due libertà: -
libertas minor e libertas maior. -la
libertà minore, quella del primo Adamo; -la
libertà maggiore, quella del secondo Adamo, cioè in Cristo, della
quale si dice nel Vangelo: “Conoscete La
libertà minore, detta anche libertà iniziale, si ha nella verità e nel
bene, ovvero scaturisce dal conseguimento di ciò che è bene e vero. Quando
questa libertà non è più orientata verso Il
Maestro I.S. diceva che allora diventa licenza. La
libertà maggiore, libertà
ultima, è la libertà in Dio, la libertà nel bene senza perchè, libertà
della ragione. Quando
diciamo che l’uomo deve liberarsi dagli elementi inferiori, dal potere
delle passioni e deve cessare di essere lo schiavo di se stesso e del
mondo, abbiamo di mira la seconda libertà, la sublime conquista della
libertà dello spirito. Tuttavia,
se questa libertà non rimane orientata verso Domanda: “Cosa
può accadere all’uomo che rifiuta la libera azione di Dio ?” R.:
Posto che esista una vita spirituale in chi rifiuta la libera azione di
Dio, questa si rinsecchisce e l’uomo del rifiuto muore spiritualmente;
proprio come si rinsecchisce e muore il tralcio che si stacca dalla vite,
di cui parla Gesù nel Vangelo. Domanda:
Cosa vuol dire morire spiritualmente ? R.:
Vuol dire ciò che s’è detto, vuol dire scegliere di condurre
un’esistenza a due dimensioni (fisica e psichica), mancante cioè della
dimensione spirituale. Dal momento che la psiche non convertita
rappresenta l’affiorare ideologico di sensazioni, bisogni, desideri e
passioni della materialità umana, e che questa è destinata a morire, se
ne deduce che una simile esistenza ha scarsissime probabilità di
concludersi nella comunione dei santi, nel regno di Dio, dove la morte non
ha cittadinanza. Tornando
ora al nostro discorso, Dio ha preso in mano le redini della storia per
salvare tutti gli uomini. I
suoi divini interventi si sono susseguiti
senza interruzione, nelle forme più svariate: schiere angeliche, profeti
e santi uomini hanno puntualmente fatto conoscere al popolo la sua volontà,
mentre straordinare manifestazioni naturali hanno fatto conoscere la sua
fermezza e potenza: l’apertura di un passaggio nel Mar Rosso, la discesa
della manna dal cielo, l’incisione dei Comandamenti nella pietra, ecc.-
trasmesso Realizzato
l’esodo, Dio rinnova l’alleanza con gli israeliti e dà loro le leggi
che essi dovranno osservare per essergli fedeli, ed ha inizio il cammino
attraverso il deserto, verso la terra promessa. Ma
questo cammino (che in senso inverso Alcuni
sostengono – e tra questi il Maestro I.S. – che ha trattenuto il
popolo nel deserto fino alla morte di tutti coloro che erano stati schiavi
in Egitto, la cui umanità era stata conculcata, avvilita fino a ridurli
ad éntomi, a creature da
formicaio. La
terra promessa è poi stata raggiunta da giovani nati, vissuti e temprati
nel deserto. A
questi, è stato insegnato che un cammino lineare, di
costante superamento della propria creaturalità, è ciò che più
si addice al popolo di Dio. In
Meister Eckhart di
Giuseppe Faggin si legge, su vita
ed atto morale: Vita
morale: “attività perennemente tesa al superamento della realtà
esteriore”, quindi dei propri limiti e dei luoghi comuni che li
sostengono, quali “così si usa
fare”, “così si è
sempre detto”, ecc.-; Atto
morale: “ va identificato con la volontà buona attraverso la quale
l’uomo può realizzare la propria vita interiore” ….sempre che
voglia aprirsi alla Verità e rispondere alla Sapienza che chiama. (Per
inciso, alla domanda: “Cosa dovrebbe fare o non fare l’uomo per
inserirsi nel progetto di Dio?”, il Maestro I.S. aveva risposto:
“Basterebbe che non ripetesse gli errori dei suoi genitori”). Se
ne deduce che per procedere speditamente è consigliabile mantenersi nel
filo della corrente – come dice von Balthasar - evitando il pantano dove
ristagna la difesa dell’errore. La
storia (secondo
la letteratura classica e secondo la profezia) Oggi
si fa un gran parlare dell’acquisizione del senso della storia come una
conquista del mondo moderno nei confronti dell’epoca classica. I
classici, per la civiltà che essi posseggono, possono ritenersi modelli
perfetti (classici) da imitare, con riferimento al gusto e alle forme. Non
possono invece essere considerati modelli da imitare per ciò che riguarda
il senso della storia, perchè la letteratura classica non ha il senso
della storia, non conosce la ragione di un tempo irreversibile, di un
tempo che è continuo cammino in avanti. Per loro, il tempo è un continuo
ritorno. Pur essendo più grandi, i classici religiosamente sono
ancora dei bambini: appartengono infatti ad un’economia cosmica che non
conosce l’intervento di un Dio nel mondo. La
storia è possibile solo là dove da un’economia cosmica, in cui tutto
è concluso nella natura, si passa ad un’economia profetica nella quale,
invece, l’esistenza che si considerava compiuta nella natura viene
lacerata e messa in discussione dall’intervento di un Dio che la
trascende e l’uomo, chiamato da Dio, va verso colui che lo chiama. Ciò
vale tanto per la prima Grande Alleanza del Vecchio Testamento che per la
seconda Alleanza di cui parla il Vangelo. Tucidide
(Storico ateniese 460- Non
così vede la storia Israele, ma come cammino che va verso Dio, come
continuo superamento nel tempo. Per questo, col cristianesimo che si fonda
sull’incontro con Dio, la storia intesa classicamente dovrebbe essere
consumata, non dovrebbe esistere più. Domanda:
anche nel Nuovo Testamento la profezia crea la storia? Se la risposta è sì,
qual è il carattere proprio della profezia nel Nuovo Testamento ? R.:
Il cristianesimo si fonda sull’incontro con Dio, non sulla preparazione
all’incontro con Dio, fatta
di un lento svolgimento, di un lungo cammino. Se E
la rivelazione non crea un lungo svolgimento di storia, ma crea la fine
della storia, la fine di un cammino, l’incontro con la morale della
favola che conclude ogni storia, come ben sanno i bambini. In
realtà, colui che realizza la sua fede, nel cristianesimo realizza anche la
fine di questo mondo, il
superamento di questo mondo e vive la pienezza dei tempi.(Dunque, non
si può essere veri cristiani rimanendo del mondo mentre si è nel mondo). Il
cristiano più che a compiere un cammino, è chiamato a precipitare
nell’abisso divino in ogni istante, perchè in ogni istante l’uomo che
ascolta la divina Parola si trova di fronte a Dio. E oltre Dio non vi è
cammino per l’uomo : Dio e l’uomo si sono incontrati e non ci dovrebbe
essere altro cammino da fare. E
invece noi vediamo che l’economia cristiana importa la coesistenza di
questa fine con la coesistenza di un tempo che procede ancora. Siamo
ancora in un tempo profetico.
( Una
rivelazione malintesa carica il divino di umano, a volte del peggior umano
e ci dà di dio un’idea tanto lontana da Dio quanto la terra lo è dalla
luna. Non
siamo ancora capaci della sua purezza, ed essa, senza una esplicita
rinuncia all’io e alle sue ristrette capacità intellettive, non può
restaurare i nostri cuori. Si
può quindi dire che il mondo perdura perchè l’uomo abbia modo di
aprirsi a quella rivelazione che, se accolta nel giusto modo, ne
determinerà la fine. Dice
un proverbio cinese: “I buoi sono lenti, ma la terra non ha fretta”). Di
per sé la profezia non soltanto giustifica la storia, ma ne dà la
ragione, la rende in qualche modo necessaria al piano divino. Più ancora
che gli atti degli uomini, più ancora della successione di un tempo, è
la parola ispirata che crea la storia degli uomini. La crea precisamente
in quanto la storia non è un puro movimento cieco, ma è un cammino che
tende a una meta precisa. Gli
uomini non lo sanno, ma sono condotti a questa meta da una sapienza che si
serve di loro anche contro di loro, se necessario, per compiere un’opera
stabilita fin dall’eternità. (Divo
Barsotti, Meditazione sull’Apocalisse, Queriniana Ed. 1971) Dice
bonariamente Hans Urs von Balthasar: -“Siamo
stati concepiti come esseri a cui è consentito di volere
volontariamente ciò che involontariamente dobbiamo volere”. In
breve, la storia della salvezza si potrebbe riassumere così: Dio ci
sospinge inarrestabilmente verso il superamento di noi stessi, verso il distacco
completo dalle cose del mondo,
per riportare a somiglianza la sua immagine, ora distorta, celata in
ciascuno di noi. Accoglienza
dell’avvento “L’apertura
alla misteriosità dell’essere costituisce la disponibilità radicale
della creatura ad accogliere l’avvento della Parola: l’ineli-minabile
esperienza della finitudine, che trova nel misterium
mortis la sua cifra più drammatica, è il pungolo continuo dato
all’uomo per confrontarsi con la limitatezza del suo orizzonte, con la
caducità del suo esistere. [...] L’esperienza
del quotidiano morire, dell’inesorabile ac-cadere degli eventi, fa
avvertire la differenza ontologica fra l’esserci degli enti e l’essere
silenzioso e nascosto come domanda aperta sull’al di là delle cose,
come inquietudine e definizione della problematicità della vita. L’uomo
si avverte “destinato” al mistero, aperto in direzione di una domanda
senza risposta.[...] È
sulla via di questa “destinazione” che è possibile riconoscere un
“essere implicito” di Dio nel creato, un originario
esser-fatto-per-Lui della creatura razionale, che non dà pace al cuore
dell’uomo: “Hai fatto il nostro cuore per Te, ed è inquieto il nostro
cuore fino a che non riposi in Te”, scrive sant’Agostino (Le
Confessioni, 1,1) . “Questo
“essere implicito” di Dio non è altro che la forma della rivelazione
di Dio nella creazione: svelato in un velamento sempre più grande, [...]
il mistero dell’essere che si rivela invita lo spirito creato ad
affidarsi, a consegnarsi, via da sé e al di là di sé al mistero. Ora,
questa apertura al Mistero è contemporaneamente apertura a un
accadimento, in cui la “destinazione” originaria della creatura venga
raggiunta e segnata da una indeducibile “donazione”: [...] non
prevedibile e non prevista, veramente altra, e proprio per questo nuova e
gratuita e capace di trasmettere il Mistero in quanto tale.[...] La
libera “autodeterminazione” di Dio per l’uomo nel dono della
(*)rivelazione non forza mai l’accoglienza libera: il segno di
credibilità non è mai costrizione alla fede. Se
all’iniziativa divina non corrisponde una consapevole e responsabile
“auto-destinazione” dell’uomo per il Dio che si rivela, la gratuita
“auto-destinazione” di Dio per l’uomo cui si rivela resta luce non
accolta dalle tenebre, parola cui risponde il silenzio dell’indifferenza
e del rifiuto e si fa pietra di scandalo, duro ceppo di condanna. I preambula
fidei conducono alla soglia del Mistero, ma è solo con l’audacia
della libertà che ci si affida ad esso, per sperimentarne le
meraviglie”. [...] Gradualità La
libera azione di Dio si manifesta all’uomo con la stessa gradualità con
la quale egli accresce la sua capacità ricettiva. “se Dio si
manifestasse totalmente, se La
rivelazione non toglie la differenza fra i due mondi: Dio resta Dio e il
mondo resta mondo, anche se Dio entra nella storia ed all’uomo è
offerta una possibilità di partecipare alla vita divina. (*)
PREAMBULA FIDEI: preamboli
della fede, l’insieme di quelle verità che l’uomo può
conoscere con la sola ragione e che lo predispongono all’accettazione
delle verità rivelate (esistenza di Dio, immortalità dell’anima, ecc). Questo
significa allora che, se nella rivelazione Dio si manifesta nella Parola,
al di là di questa Parola, autentica autocomunicazione divina, sta e
resta un divino Silenzio. Questo
Silenzio divino è anzitutto Come
sul piano dei contenuti del messaggio rivelato si dice che il Figlio
procede dal Padre ed è da Lui inviato in questo mondo, così dal punto di
vista della forma della rivelazione si può dire che E
come il Figlio è uno col Padre, pur essendo distinto da Lui, così il
Verbo è uno col Silenzio divino pur essendo distinto dal Silenzio: se
non fosse una cosa sola col Silenzio dell’origine, Anche
lo Spirito è in certo senso, il Silenzio: egli segue alla Parola, così
come Egli
è il Silenzio in cui nell'eternità di Dio riposa Silenzio
della pace e Silenzio dell'estasi, il Silenzio dello Spirito può essere
detto Silenzio dell'Incontro: in Lui si incontrano il Dio creatore e il
mondo creato; in Lui si incontra Dice
Ignazio di Antiochia (ad
Eph. 15, 1-2: PG 5, 657s) : “Chi
possiede veramente (Bruno
Forte, Teologia della storia, Ed. Paoline, 1991) APPENDICE
a “Idea di Dio
e
Rivelazione” Volgendo
lo sguardo al mondo che ci circonda, notiamo una certa difformità, una
non aderenza ai concetti finora considerati. Qualcosa
sembra avere appiattito la fede della gente: la stessa idea di Dio ne
risulta distorta, oggettivata, legalitaria, antropomorfica,
natu-ralistica; e Tutto
questo non può essere accaduto per un improvviso disinteresse di Dio per
l’umanità: la rivelazione, sempre attiva ed efficace, ci dice che non
è così. Del resto, quel che è detto nell’eternità non muta nel
tempo, non diviene altro. Appare
chiaro invece che si è determinata una certa “sordità”, una
non-voglia di sentire Dio che chiama ad un impegno. E la fede residua, più
che alimentare una chiara fiamma che tutto purifica, sembra alimentare un
lucignolo fumigante che tutto annerisce. Il cammino lineare, cammino di
superamento, è stato abbandonato per quello circolare, ripetitivo, e l’obiettivazione
del poco che di Dio viene percepito si è ancora caricata di umano e tende
al basso. Cerchiamo
ora di capire cosa ha provocato tutto questo Nei
precedenti incontri abbiamo esaminato due forme storiche: -quella del mondo classico, fatta di un tempo “circolare”,
ripetitivo, per cui si prevede che l’uomo debba rifare le stesse
esperienze di coloro che lo hanno preceduto (storia maestra della vita,
ecc.), quindi le stesse scelte, gli stessi errori. -quella “profetica”, del mondo ebraico, fatta di un tempo
“lineare”, irreversibile, che è continuo procedere, continuo
superarsi verso il compimento di una profezia, verso Dio che chiama. Abbiamo
però tralasciato una terza forma, una terza via che pure esiste. Questa,
seppure derivata dal modello classico,
s’è conquistato un posto preminente nel nostro mondo. Essa si fonda sul
collettivo, sulla maggioranza quantitativa; ed è quindi di massa,
exoterica, oggettiva. Dovendo parlarne, la chiameremo “democratica”. Quanto
lamentiamo è accaduto perchè l’antropologia umanistica è
naturalistica, incapace ormai di vedere nell’uomo un essere
appartenente a due mondi, a due ordini, destinato ad essere il punto di
intersesezione (o di unione) del mondo spirituale e del mondo naturale.
Visto così, l’uomo diventa un mistero e l’umanità non è in grado di
assimilare la pienezza e l’integrità teandrica della verità cristiana, cioè il carattere divino-umano
dell’uomo. Proporremo
sull’argomento, in estratto, il pensiero di Nicola
Berdjaev, prefazione a Spirito
e libertà, (citato) e del
Maestro IS, Berdjaev
“Dal
punto di vista monofisita (della
setta eretica che ammette in Cristo la sola natura divina negando quella
umana) e dal punto di vista del monismo (che pone a fondamento di tutta la
realtà un unico principio) è impossibile scoprire la natura dell’uomo,
che è insieme doppia e unica, terrena e celeste, che porta in sé
l’immagine della bestia e l’immagine di Dio. Quando
l’uomo rinnega e cancella in sé l’immagine divina, non può
conservare a lungo l’immagine umana, giacchè in questo modo egli dà la
preminenza all’immagine animale. Perdendo il suo punto d’appoggio in
Dio, egli si sottomette ai vacillanti elementi di questo mondo, che devono
prima o poi sommergerlo e inghiottirlo. L’idea
stessa dell’uomo non può neppure nascere senza l’idea di Dio. L’uomo
è appunto quest’idea e ontologicamente ( cioè in relazione al suo
essere ) esiste soltanto per essa. L’uomo
non può unicamente essere un’idea umana o un’idea del mondo naturale,
perchè perderebbe allora ogni sostegno ontologico e decadrebbe. Ecco
perchè l’orgoglio spirituale dell’uomo costituisce la fonte prima del
peccato e del male e conduce all’annientamento dell’entità umana. L’uomo
naturale non può conservare l’originalità qualitativa, il suo posto
nella gerarchia dell’essere quando rinnega definitivamente l’uomo
spirituale, quando perde il punto d’appoggio che possedeva nell’altro
mondo. Vi
sono due stati d’animo che si scontrano nel corso di tutta la storia del
genere umano e che trovano difficoltà a comprendersi. Il
primo appartiene al collettivo, alla maggioranza sociale, ed
esteriormente predomina nella storia. L’altro
appartiene all’individualità spirituale, alla minoranza eletta, e
il suo significato nella storia è molto recondito. Si
potrebbero chiamare: stato “democratico” e stato “aristocratico”. I
socialisti affermano che, nel corso di tutta la storia delle società
umane, la minoranza privilegiata ha sfruttato la maggioranza dei
diseredati. Ma
vi è un’altra verità più profonda e a prima vista meno apparente: il
collettivo, la maggioranza quantitativa ha sempre oppresso e perseguitato
nella storia la minoranza qualitativa che possedeva l’Eros divino, le
individualità spirituali orientate verso la sommità. La
storia si svolgeva per l’uomo medio, per il collettivo, per lui si
creavano lo Stato, la famiglia, le istituzioni giuridiche, la scuola,
l’insieme degli usi e dei costumi, l’organizzazione esteriore della
Chiesa; a lui si adattavano la conoscenza, la morale, i dogmi religiosi e
il culto. Era
lui, quest’uomo medio, quest’uomo della massa, il padrone della
storia, con la sua pretesa che tutto si facesse per lui, che tutto si
riconducesse a lui, al suo livello, ai suoi interessi. (Così,
nella struttura sociale), la “destra” e la “sinistra”, i
conservatori e i rivoluzionari, i monarchici e i socialisti appartengono
uguamente a questo tipo collettivo, “democratico”.
I conservatori, i monarchici, i fautori dell’autorità, non sono
meno democratici di coloro che si chiamano “democratici”. Per questo
collettivo sociale, per quest’uomo della massa si creano le monarchie,
si rafforza l’autorità gerarchica, si conservano le antiche istituzioni
e per lui queste vengono abolite, per lui si fanno le rivoluzioni. Le
monarchie assolute e le repubbliche socialiste sono ugualmente necessarie
alle masse, sono ugualmente adatte all’uomo medio. Quest’ultimo ha
tanto dominato nella nobiltà quanto domina nella borghesia, nelle classi
contadine e operaie. Non
certo per l’aristocrazia spirituale si sono stabiliti i governi, si sono
elaborate le costituzioni, i metodi della conoscenza e della creazione. I
santi, i profeti, i geni, gli uomini dotati di una vita spirituale
superiore, capaci di creazione autentica, non hanno a che fare con la
monarchia e la repubblica, il conservatorismo e la rivoluzione, la
costituzione e la scuola. L’aristocrazia spirituale non porta per se
stessa il peso della storia. È sottoposta alle istituzione, alle riforme
e ai metodi antichi e nuovi, in nome del “popolo” e del
“collettivo”, in nome della felicità dell’uomo medio.[...] Questi
uomini non possono isolarsi dal “mondo” e devono portare il loro
fardello, devono servire la causa universale di liberazione e di
incivilimento. Non
si può che deplorare l’orgoglio degli uomini i quali, credendo di
appartenere alla più alta natura, considerano con disprezzo i piccoli e
non vogliono aiutare il mondo ad elevarsi. Gli
uomini del tipo “democratico”, orientati verso le masse, verso
l’organizzazione della vita della collettività, possono essere dotati
di grandissimi talenti, avere i loro grandi uomini, i loro eroi, i loro
geni e i loro santi. E gli uomini del tipo “aristocratico”, orientati
verso altri mondi, verso la creazione di valori inutili per l’uomo
(verso quel “divino inutile” di cui tanto spesso parlava il Maestro
I.S.), possono essere sprovvisti di genio, possono essere inferiori per
forza e per talento, ma possiedono una differente organizzazione
spirituale che è insieme più sensibile, più complessa e sottile di
quella dei “pachidermi” di razza “democratica”. Essi soffrono del
“mondo”, della sua bruttura e della sua degenerazione più degli
uomini orientati verso la massa, verso il collettivo. Da
questo punto di vista, gli gnostici presentano un interesse tutto
particolare. Un gran numero, tra loro, che appartiene al tipo
dell’aristocrazia spirituale; sembra non abbiano potuto riconciliarsi
con il “democratismo” della Chiesa cristiana. La questione non è
tanto di sapere se essi erano nel vero; Ma
il problema stesso al quale si riannoda la gnosi è tremendo, profondo,
eterno, e ha la sua importanza anche al tempo nostro. Come già detto
sopra, la verità assoluta della rivelazione si rifrange e si assimila
variamente secondo l’organizzazione e il livello spirituale di chi la
riceve. E
c’è da chiedersi:
·
-bisogna riconoscere come
assoluta la forma di rivelazione cristiana recepita (a suo modo)
dall’uomo medio ? ·
L’uomo più spirituale,
più complesso e sottile, che ha ricevuto grandi doni di conoscenza, deve
adattarsi a questo livello, abbassare la sua spiritualità in nome della
massa, in nome di una comunione con tutto il popolo cristiano ? ·
La visione ecumenica può
coincidere con la visione collettiva della comunità dei fedeli ( o si
colloca al di là)? ·
La via che mena al
conseguimento dei doni dello Spirito santo, alla perfezione spirituale,
alla santità, è l’unica misura del livello spirituale e l’unica
fonte di conoscenza religiosa ? È
una questione angosciosa quella del senso religioso delle attitudini,
delle facoltà umane. Essa si poneva agli gnostici, e anche, come tutti
sanno, a certi dottori della Chiesa, a Clemente di Alessandria e a
Origene, i quali pure erano gnostici cristiani. La stessa questione
sorgeva per Solov’ev, e sorge ai nostri giorni per la coscienza
religiosa; essa fa parte dei grandi problemi cristiani. E
dunque:
·
Le questioni riguardanti la
coscienza e la conoscenza cristiana devono risolversi in un spirito
“democratico”, tendente all’insieme dell’umanità, oppure è
possibile e ammessa una soluzione più intima, inaccessibile e inutile
alle masse ? ·
Esiste nel cristianesimo
una sfera in cui la gnosi sia più approfondita? “Io vi ho solo dato del
latte, non del cibo solido, perchè voi non potreste digerirlo: e non lo
potete nemmeno ora, perchè voi siete carnali.” (1Cor., 3, 1-3). Il
cristianesimo “democratico” si nutre di “latte”, perchè è
orientato verso il “carnale”. E Esiste
una gerarchia naturale dei caratteri e delle facoltà spirituali. Esistono
degli esseri nei quali predomina lo spirito, degli altri in cui predomina
l’anima. Il
che non significa una maggiore perfezione dei primi rispetto ai secondi, né
che essi abbiano raggiunto più santità e più grazia. Gli
uomini “spirituali” non devono inorgoglirsi e vantarsi di fronte agli
uomini “psichici”, non sono migliori né hanno più merito. Sono,
nella maggior parte dei casi, più infelici in questo mondo, oberati di
maggiori responsabilità, straziati da più gravi contraddizioni
interiori, e acquistano più difficilmente la piena armonia della loro
personalità, l’equilibrio col mondo che li circonda. Sono più
solitari. Ma
la differenza stessa dei caratteri e delle facoltà spirituali è
determinata da Dio, non può essere determinata dall’uomo. L’errore
che Vladimir
Solov’ev ha mostrato esaurientemente che il processo universale è
rimasto, per lo gnostico, improduttivo, perchè questi non può concepire
come l’inferiore si trasfiguri in superiore. Lo “spirituale”,
staccato dal resto del mondo, si slancia verso la sommità, mentre il
“carnale” è precipitato al fondo. Ma
nulla può risultarne, perchè lo “spirituale” appartiene ipso facto
al mondo superiore, e il “carnale” al mondo inferiore. Gli
gnostici non compresero il mistero della libertà, della libertà in
Cristo, così come non compresero il mistero dell’amore. C’è un
dualismo disperato che rovescia la vera gerarchia dell’essere. Gli
gnostici non intravidero l’ordine dei valori su cui si fonda
l’universo cristiano e dove il grado supremo è organicamente legato al
grado più basso, servendo tanto la causa della trasfigurazione quanto
quella della salvezza universale. Essi interpretarono falsamente il
principio della gerarchia. La gnosi suprema degli uomini “spirituali”
è necessaria alla causa della salvezza e della trasfigurazione degli
uomini “carnali”. Gli uomini “spirituali” non devono dimorare
orgogliosamente sulle vette, separandosi dal mondo “carnale”, ma
devono consacrarsi alla spiritualizzazione di questo, elevarlo ai gradi più
alti. D’altronde, la sorgente del male è nello spirito, non nella
carne. Ma
la coscienza della Chiesa era orientata di preferenza verso l’uomo
medio, l’uomo della massa, attenta com’era a guidarlo, preoccupata
nella grande opera della sua salvezza. Censurando
lo gnosticismo, essa affermò e legalizzò, in certo qual modo
l’agnosticismo. Lo
stesso problema che profondamente e sinceramente tormentava gli gnostici
fu, per così dire, considerato inammissibile e illegale nel
cristianesimo. Le
più alte aspirazioni dello spirito, la sete di una conoscenza
approfondita dei misteri divini e cosmici furono adattate al livello nedio
dell’umanità. Non
soltanto la gnosi di Valentino, ma quella di Origene fu giudicata
inammissibile e pericolosa, come attualmente quella di Vladimir Solov’ev.
E
fu elaborato un sistema teologico che divenne un ostacolo alla gnosi
superiore. Solo
i grandi mistici cristiani arrivarono ad aprirsi un varco attraverso
queste barriere fortificate. Bisogna
ammettere che la conoscenza degli antichi gnostici era confusa, che non si
era liberata dalla demonolatria; (*) in essa il cristianesimo si trovava
amalgamato con i culti pagani, con la sapienza pagana. Tuttavia,
può esistere una conoscenza cristiana superiore, più illuminata, non più
esclusivamente exoterica e adatta agli interessi collettivi , com’è
invece nei sistemi dominanti della teologia ufficiale. Se
gli uomini “spirituali” non devono trar vanto dal grado che hanno
raggiunto e separarsi dagli uomini “psichici” e dagli uomini
“carnali”, non si deve concludere che essi non esistano, né
respingere le aspirazioni del loro spirito e la loro torturante sete,
affermando che non c’è conoscenza “spirituale” superiore. Ciò
equivarrebbe, al contrario, alla stessa distruzione della gerarchia
organica che troviamo già negli gnostici. Il mondo rinnega e disprezza
facilmente ogni vita spirituale, ogni anelito dello spirito, ogni
conoscenza superiore, e gli piace affermare che tutto questo lo impastoia
nel suo lavoro. Questo grida a destra e a manca con migliaia e milioni di
voci. Così niente può essere più penoso che sentir la coscienza della
Chiesa sottoscrivere alla negazione dello spirito professata dallo Stato,
negazione che, ai confini del mondo, nel comunismo ateo, si trasformò in
distruzione definitiva dello spirito, della vita e dell’aristocrazia
spirituali. “Non
spegnete lo spirito” ci è stato detto; ora, rinnegare la problematica
della coscienza cristiana porta a dimenticare questo precetto. Il lavoro,
che ha lo scopo di illuminare il mondo, non reclama una menomazione della
qualità dello spirito. Così il problema che si pone anzitutto è il
problema dello spirito e della vita spirituale (*)DEMONOLATRA
: chi, rinunciando ai portati della ragione, instaura o crede di poter
instaurare un rapporto vantaggioso con esseri di natura intermedia tra
l’umano e il divino, quali spiriti di trapassati o demoni.
È sicuramente capitato a ciascuno di noi di leggere che il demone
di Socrate era una voce ammonitrice che lo spingeva a seguire la sua
personalissima vocazione. Oggi si direbbe il genio di Socrate) Maestro
I.S. (Dopo
aver dimostrato, ben per noi, che la somma degli equilibri psichici ha
come controparte la somma degli equilibri fisici e che questi,
consolidandosi inibiscono ogni ritorno alla bestia e alla ferinità,
scrive): “Nel
gioco eterno, un perenne scambio di valori, una costante affermazione di
necessità fa sì che nell’armonioso fluire della duplice legge di
evoluzione che governa il creato, si stabiliscano dei “turni
d’azione”, la legge involutiva diventa evolutiva e poi ripiglia il
ritmo inverso, fatto salvo ogni progresso conseguito. Per cui, oggi, la
ferinità cessa di essere una qualità positiva, e solo le razze più
pacifiche, più miti, più gentili, più sensitive hanno possibilità di
affermazione. Checchè
si dica, checchè si faccia, un progresso di sintesi sviluppa adesso le
qualità rimaste fino a ieri negative e muta in realtà tangibile
l’affermazione della beatitudine cristica: “Beati i pacifici, essi
possiederanno Fra
Aristoi e Anaristoi oggi è la lotta per la prevalenza, per un mondo di
pacifici governati da Cristo, attuante nella città dell’Uomo la
splendida utopia della città di Dio, o un mondo di mediocri tendenti alla
cristallizzazione di un formicaio o di un alveare dove una mostruosa anima
gruppo governi spietatamente, conseguenzialmente, riducendo alla
specializzazione entomologica le impaurite psichicità di un uomo in
decadenza. Ed
oggi un pericolo gravissimo incombe sull’umanità: l’Anaristoi! La
“democrazia” in una parola, democrazia che limitando, livellando,
uguagliando, tendendo all’utilitarismo, spegnendo gli entusiasmi,
mettendo la vita in tono minore, puntando al benessere di una civiltà
meccanica industrializzata e socializzata, venendo a sopprimere gli
stimoli emulativi della gara umana per il raggiungimento di una mèta-premio,
mirando alla quantità e non alla qualità, basandosi sul numero anzichè
sull’unicità, mescolando anzichè selezionando, viene a favorire il
trionfo dei mediocri e a sostituire la pacchianeria alla nobiltà, il
guadagno-orario al guadagno-opera creando la babele dei valori e rendendo
inutile lo sforzo, vana la capacità, sterile l’intelligenza, plausibile
e necessario l’intrigo, l’inganno, la piaggeria, lodabile
l’affarismo, creando lo schiavismo umano che se non è del trust è
della piazza, se non è del consiglio di azionisti è del comizio di
scalmanati in cui l’incanaglimento della psiche tende spasmodicamente a
creare il Barabba, che è l’Aristoi in basso. “Gesù
o Barabba?” domanda una volta di più quel Pilato che è la vita. “Ho
io da crocefiggere il vostro Re ?” Se
l’Anaristoi non generasse l’Ariostoi in basso, si potrebbe sopportare
anche una società anaristoica, ma una società anaristoica non potrebbe
sussistere che creando dei gruppi antagonisti in lotta fra loro. Una
società anaristoica è il caos, mentre una società aristoica è
l’ordine. Ma
attenzione agli equivoci: per società aristoica non intendiamo affatto un
governo di aristocratici. Il nostro senso dell’Aristoi ha titoli di
nobiltà che non guardano ai quarti dell’araldica.[...] A
costoro (agli anaristoi) noi contrapponiamo l’aristoicità della mente
evoluta, della coscienza retta, della volontà di superamento, della
santità del costume, [...] l’aristoicità del medico condotto che con i
pochi mezzi a disposizione lotta da solo contro l’epidemia,
l’ignoranza e la superstizione; del sacerdote pazzo di Dio che ripete il
miracolo dei pani e dei pesci pur di sfamare gli indigenti che ricorrono a
lui, dell’operaio che non si lascia sobillare perchè in lui il lavoro
è più che pane materiale pane spirituale; della donna del popolo già
carica di figli e di fatica che accoglie, fa suoi e ama senza differenza
gli orfani della vicina di casa morta di stenti. Questa
è l’autentica aristoicità, [...] che non teme il livellamento perchè
l’acqua e l’olio non si possono livellare, né mutare, che teme invece
l’imbastardimento (che può provocare) una malintesa idea di progresso
la quale fa del denaro e dell’accumulo il soggetto e l’oggetto
dell’avidità, dell’invidia e dell’avvilimento. [...] La
conquista di una vita migliore, di una giustizia sociale non può nascere
che da una naturale disuguaglianza di valori, ove siano favoriti i
migliori che risultino veramente tali dalle loro opere, dove l’uomo
valga in quanto uomo e non in quanto pedina politica. Rivoluzione
di valori, non insurrezione di egoismi; finora l’unica insurrezione
umana fu quella di Cristo. Da
Cristo in poi si ebbero una serie di insurrezioni simili ai cozzi delle
montagne di ghiaccio nell’oceano polare -
scricchiolii sinistri, ma non disgelo-. Solo la rivoluzione
cristica porterà il disgelo. E questa rivoluzione non è attuabile che
dagli Aristoi, cioè da coloro che in se stessi rivalutano l’umano
destino. Questi potranno davvero ricominciare la marcia dell’umanità
verso la realizzazione del Regno di Dio, di quel regno di cui basta
cercare davvero la giustizia per avere in sovrappiù ogni sovrabbondanza
di beni”.
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Mistica.Info è a cura di Antonello Lotti - Sito web: www.mistica.info - E-mail: misticainfo@libero.it |