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La
mistica come via di ricerca della Verità
- Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti |
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CONTRIBUTI |
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BEPPE FRAGOMENI, IDEA DI DIO E RIVELAZIONE
In
questi ultimi tempi si è notato un crescente interesse dei giovani per la
ricerca spirituale. Per contro, un crescente disinteresse per le dottrine
“esoteriche”. Secondo un libraio di Torino, queste nuove leve di
“cercanti” si rivolgono di preferenza a saggi di filosofia cristiana,
a testi di misticismo soprattutto occidentale, a opere di Padri del
cristianesimo; alcuni a testi di esegesi biblica. Ma ciò che li interessa
maggiormente è la figura di Gesù Cristo. Secondo
Karl Rahner - l’atteggiamento che caratterizza l’uomo spirituale è
questo: “Apertura all’essere e, nello stesso tempo, in misura uguale,
apertura a ciò che egli è o non è. Queste due aperture, all’essere
universale e a se stesso, costituiscono i tratti fondamentali dello
spirito umano e si manifestano come capacità di trascendenza e di
riflessione. Nell’elevarsi verso la totalità dell’essere, l’essere
umano esperimenta la propria realtà come “vivente” e come
“soggetto””. “ La
visione di questo giovane è da condividere senz’altro, purchè, col
tempo, non degeneri in rifiuto di quanto gli si prospetterà come
“diverso”: ogni creatura compie il massimo sforzo per essere ciò che
è, proprio come facciamo noi, e bisogna averne rispetto. Scrive
al riguardo san Massimo il Confessore, riferendosi al Verbo di Dio: “..…..Per
amor nostro egli si cela
misteriosamente nelle essenze spirituali degli esseri creati [...], con
tutta la sua presenza: -in
tutto il diverso è celato colui che è uno ed eternamente identico; -nelle
cose composte colui che è semplice e senza parti [...]; -nel
visibile l’invisibile; -nel
tangibile colui che è intangibile. Ecco
che bisogna aprirsi al “diverso” ed apprezzare (se c’é) quanto di
analogo al messaggio cristiano si trova nelle altre religioni. Queste,
come avremo modo di vedere, non ci sono del tutto estranee. Con
l’espressione “Parola di Dio” la tradizione cristiana si riferisce
al Logos, Verbo, seconda persona della Trinità. Con questo nome è
chiamato il Figlio di Dio, Gesù Cristo, in Giov. 1, 1-14 e 1 Giov. 1, 1. Secondo
questi brani, al Logos compete
la preesistenza; egli è (dall’eternità) presso Dio ed è Dio;
“per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. Senza di lui non ha creato
nulla. Egli era la vita e la vita era luce per gli uomini. Colui che è E
ancora: “ Il
Vangelo, o Buona novella, ci parla della nascita di Gesù, della sua vita,
delle sue opere, del suo insegnamento, e ci riferisce della sua morte e
risurrezione. Scrive
Ignazio di Antiochia Vi
è un solo Dio manifestato
da Gesù, suo Figlio che
è il suo Verbo uscito dal Silenzio (Ai
Magnesii, 8,2, (Sch 10, p. 102). Dio,
in Cristo, viene a cercare l’umanità, la “pecorella smarrita” della
parabola evangelica, fino nella “profondità della terra”, espressione
di una finitudine diventata opaca e ribelle, sepolta nel nulla. Nel
Logos, trova fondamento e realizzazione nella misura più alta, irripetibile e assoluta il fatto che Dio sia
(finalmente) esprimibile, sia dicibile. Ne parla il Verbo, il Figlio suo,
sua “autorivelazione”, sua “espressione”, sua “immagine”, sua
“Parola” come fatto del suo “autopossesso spirituale”. Ecco
come il mistico tedesco discepolo di Eckhart Giovanni Taulero (1300 ca.-1361),
parla della generazione del Figlio: “Il
Padre nel suo modo di essere si rivolge in sé stesso con la sua
divina intelligenza: penetra in sé stesso, in chiara comprensione, il
fondo essenziale del suo essere eterno e per la nuda comprensione di sé
stesso si esprime totalmente; e questa parola è il Figlio suo, e la
conoscenza di sé stesso è la generazione del suo Figlio nell'eternità.
Egli resta in sé stesso in unità essenziale e si effonde in distinzione
personale. Cosí egli entra in sé stesso e si conosce, esce poi da sé
stesso nella generazione della sua immagine che in sé ha riconosciuto e
compreso, e rientra infine in sé in una perfetta compiacenza di sé
stesso. Questa compiacenza si effonde in un amore ineffabile che è lo
Spirito Santo: cosí Dio resta in sé stesso, esce da sé e vi rientra”. Innumerevoli
sono, nel Vecchio Testamento, i riferimenti alla “vicinanza” di Dio e
alla sua paterna tenerezza. La
medesima sollecitudine e una presenza se possibile più diretta si
avvertono nel Nuovo Testamento: Dio si fa uomo e viene tra i suoi, nella
Terra promessa e data a Israele ! Il contesto è lo stesso, Dio lo
stesso.. Scrive
san Paolo sulla provenienza di Gesù e quindi sulla continuità del
rapporto tra Dio e il suo popolo (Rom. 9, 4-5):. -“Dio
li ha scelti come figli e ha manifestato loro la sua gloriosa presenza.
Con loro Dio ha stabilito i suoi patti e a loro ha dato Dunque,
il Dio ebraico e il Dio cristiano sono un solo Dio, lo stesso Dio del
Vecchio Testamento che stringe una alleanza particolare con un piccolo
popolo, perchè questa via di un’alleanza particolare si sviluppasse e
si tramutasse nella storia in una via universale, il cui compimento si
ravvisa nell’unità di Dio con tutta l’umanità nel Dio fatto uomo. Evitiamo
di proposito un commento sulla separazione tra ebrei e cristiani, che non
sarebbe mai dovuta essere l’occasione perchè cristiani
si lanciassero contro gli Ebrei e in qualità di cristiani commettessero indescrivibili ingiustizie contro i
cosiddetti deicidi, motivando tale condotta con ragioni pseudo teologiche
e pseudo religiose. Una teologia cristiana e cattolica, che sul piano
riflesso della storia della salvezza elimini radicalmente l’ostilità
nei confronti del giudaismo, è appena sul nascere. Noi possiamo e
dobbiamo operare e sperare che cresca e si affermi. Riprendiamo
la nostra chiacchierata. A
noi cristiani capita sovente, proprio come stiamo facendo adesso, di
argomentare sul Verbo di Dio, sul
Figlio di Dio, sulla Parola
di Dio, dicendo che è Espressione
di Dio, Immagine di Dio, Autorivelazione di
Dio, ecc..- E ne parliamo con tale naturalezza da dare l’impressione
di possedere una certa idea di Dio,
una certa (nel senso di
sicura) idea dell’
Inconoscibile. Ma non è sempre così. In
genere, chi non è portato alla speculazione (filosofica, teologica o
mistica) si fa di dio un’idea molto lontana da Dio. Il
Dio di queste persone -scrive Marco Vannini- ӏ il Dio determinato nei
modi; il Dio di ogni religione positiva, il Dio di ogni invocazione e
riferimento sentimentale, con tutte le caratteristiche che l’uomo di
volta in volta gli attribuisce, il Dio delle morali, il Dio delle
psicologie”. In
altra occasione, trattando dell’idea di Dio, sempre citando Vannini, ci
siamo occupati di quella particolare negligenza razionale che ci porta a
volte ad “appoggiarci ad un preteso trascendente, senza vedere cosa esso
significhi realmente per noi, quali radici abbia nella nostra psiche, nei
nostri bisogni, nei suoi legami, nelle sue attese”. Questa superficialità
porta ad un credo che “lungi dal costituire una fede meritoria, è
invece actus mortalis peccati, ovvero suprema negazione della verità, del
valore, di Dio. Per
spiegare agevolmente questo pensiero, abbiamo preso come filo conduttore
della nostra breve indagine un “luogo” classico del cristianesimo,
ovvero la antropologia tripartita di San Paolo soma,
psyche, pneuma e, in particolare, la opposizione tra psyche e pneuma. Vediamo
brevemente Soma
(Il
corpo inteso nel senso di carnalità)
Che
la carnalità sia opposta allo spirito e lo spirito opposto alla carnalità,
non è necessario spiegarlo. La natura animale è libìdo, mero egoismo,
volontà di appropriazione. [...] Nella
“carne” non si conosce altro che cupidigia o timore - due facce della
stessa medaglia - e le eventuali rappresentazioni di Dio sono meramente
idolatriche, nel senso che quella immagine è dipendente e al servizio
della stessa volontà appropriativa. Psyche
Meno
consueta invece, più fine ed interessante, è la riflessione sulla
psiche, sullo psicologico. Esso
è tutto l’universo di contenuti, di volizioni, di pensieri, che
costituiscono l’orizzonte entro cui si muove il soggetto, l’io
psicologico, appunto. Tra tali pensieri c’è anche quello di Dio,
variamente determinato a seconda delle condizioni del momento, e la
religione in generale. La
consapevolezza di vivere in un universo di condizionamento storico,
sociale, ambientale, culturale, ecc., è ampiamente diffusa. Tutti
comprendono di essere e di pensare, in misura non indagata fino in fondo,
secondo le forme culturali del luogo, del tempo, secondo l’educazione
ricevuta, ma anche in dipendenza dei rapporti sociali in cui si trovano e
dei bisogni e desideri del momento. La
connotazione negativa che psyche
ha in San Paolo, e che si mantiene in Eckhart, dipende dal fatto
che essa è strettamente legata alla carne; anzi, è la stessa carne nel
suo emergere ideologico, emozionale, rappresentativo, culturale. La sua
logica è sempre quella della forza, della concupiscenza, della
autoaffermazione. Occorre
pertanto liberarsi del divino come contenuto determinato, corrispondente
allo psicologico, frutto dei bisogni personali - il dio del sentimento,
prodotto dalla debolezza, dalla paura, dalla attesa, dalla cupidigia e
avidità di dominio - perchè appaia il Dio vero. In
questo senso, Eckhart dice la paradossale frase: “Prego Dio che mi
liberi da Dio”. Ma, si noti ancora, “prego Dio” egli dice, perchè
non si può superare lo psicologico che nella fede. Fede, dicevamo
appunto, non credenza, ma proprio etimologicamente come fides, fiducia.
Fiducia nel bene, nella verità, nell’Assoluto, e dunque incessante
capacità di rimuovere tutto ciò che è altro da esso. Così,
il Dio che ne deriva, è il Dio sine modis,
senza determinazione alcuna: non connotabile dunque sub specie essendi, ma
al di là dell’essere. È
il Dio del distacco e della rinuncia a se stessi; il Dio vero che sta
oltre le religioni storiche e oltre i bisogni psicologici, il Dio che
sfugge sempre al nostro tentativo di impossessarci dell’essere e di
metterlo a nostro servizio. Alcuni
maestri dicono che Dio è un essere, un essere dotato di intelletto,
che tutto conosce. Ma io dico che Dio non è né un essere né un essere
dotato di intelletto e neppure conosce questo o quello, ed è privo di
tutte le cose”. Perciò
Eckhart scrive che Dio è un ente solo per i peccatori (Commento alla
Genesi), ovvero per coloro che sono legati al tempo e allo spazio, alla
fruizione e ai “perchè”, e, dunque, in ultima analisi, a
quell’impasto di menzogna che è la volontà personale. A
tale menzogna corrisponde un modo di pensare e di parlare che rende Dio un
soggetto agente, il quale fa, non fa, manda, non manda, ecc. - il
linguaggio banale e untuoso, veramente insopportabile, della
superstizione, religiosa o laica che sia. Perciò
essa affonda nel dolore [...] quando intravede il nulla del suo
fondamento, il rimandare senza fine verso la morte, la assenza di verità
e di valore che le è alla base - e perciò si affretta ad occultare
questa scoperta. Una
delle forme di occultamento è la rappresentazione del divino, che “serve”
alla vita: in questo senso la “fede” è menzogna (hegelianamente
diremmo alienazione) e negazione di Dio. Le
esigenze “religiose” – premio, merito e soprattutto salvezza –
sono frutto della egoistica affermazione della volontà di permanenza e
conservazione assoluta dell’io. Perciò sono, per eccellenza, negazione
di verità. [...] …… La logica dello psicologico è una logica
dell’utile, che costituisce il solo vero criterio ordinatore delle
emozioni e dei contenuti. In questa logica servile, ripete spesso Eckhart,
Dio è uno strumento, solo uno strumento a servizio di qualche bisogno,
desiderio, passione dell’uomo. Una tale concezione di Dio è blasfema. La
onestà e verità del distacco, che non vuole cogliere nulla, ma
continuamente si spoglia del falso riconoscendolo come determinato, altro
dall’Assoluto, elimina ogni preteso sapere di Dio, ma soprattutto
permette di riconoscere la radice appropriativa della cosiddetta
“ricerca di Dio”, che approda sempre al terreno psicologico, dove la
rappresentazione “serve” a qualcosa. Ma
la nobiltà dell’anima è tale che essa può andare oltre la propria
volontà personale, ovvero oltre la propria creaturalità, riscoprendo
l’identità originaria con Dio, che dunque non è più il Dio-altro in
rapporto alla creatura, ma (essenzialmente) l’io stesso che noi siamo. Pneuma
Lo
spirito è il luogo dei santi, il santo è il luogo dello spirito. (Basilio
di Cesarea, Trattato sullo Spirito, 26 - PG 32,184)
Non
abbiamo qui il tempo di spiegare compiutamente l’origine e il
significato di “spirito”,
nella sua duplice discendenza dal nous
greco, da Aristotele a Plotino, e dal biblico ruah (ricordiamo
solo che a partire da Filone Alessandrino, è consueto rendere con pneuma
quello che era il nous
aristotelico). [...] (Pneuma)
indica – in Paolo, in Plotino, in Eckhart – una realtà diversa,
superiore a quella della psyche. Indica
il terreno della verità e della carità opposto a quello
dell’utilitarismo; il terreno della libertà, opposto a quello del
condizionamento. Nel
linguaggio paolino e agostiniano, l’uomo spirituale è l’uomo
nuovo, mentre l’uomo carnale e psichico è l’uomo vecchio: questo è
l’uomo della naturalità animale, quello l’uomo della grazia di Dio. Più
specificamente, troviamo in Eckhart la dottrina del “fondo
dell’anima”,
ovvero di quella parte dell’anima – la più profonda e la più alta,
descritta con molte immagini e metafore - che non è soggetta al
determinismo spazio-temporale, che permane identica a se stessa in ogni
condizione e situazione (anche nell’inferno rimarrebbe orientata a Dio),
e che è il “luogo”
dell’incontro tra l’uomo e Dio.[...] “
Hoc est intellectus”
- afferma Eckhart,
riferendosi al fondo dell’anima- ovvero pura ragione,
proprio a sottolineare la sua realtà spirituale,
sfuggente al determinismo carnale e psichico. [...] E ancora,…”Il
fondo dell’anima non è altro che la ragione, che appare quando
tacciono le potenze esteriori”. Scrive
Plotino riferendosi agli esseri umani che per mezzo della ragione si sono
approssimate al fondo dell’anima,
al luogo intelligibile
: “Là
…essi vedono tutto, non nel suo divenire, ma nel suo essere, e vedono se
stessi nell’altro. Ciascun essere abbraccia in se stesso tutto il mondo
spirituale, e lo contempla di nuovo tutto quanto in ogni altro essere.
Perciò tutto è dappertutto. Là ogni cosa è tutto, e tutto è in ogni
cosa”. (Enneadi 5, 8)
Desideriamo
ora dare evidenza alla [...] singolare logica della mistica, che esclude
le due leggi fondamentali della logica naturale, che sono il principio di
non contraddizione e quello del terzo escluso [...]. Da
ciò entrano nella scienza la coincidentia oppositorum,
(identità degli opposti) e
i “concetti dialettici”,
cosa, questa, che per la logica naturale può sembrare assurda: se ne
ricava un paradosso, ma non ne consegue che si tratti di un assurdo. Il
matematico olandese Brouwer sostiene (e noi lo condividiamo) che “l’assioma
del terzo escluso non trova giustificazione che in un dominio finito”.
In questo stesso dominio fatto di polarità contrapposte, opera utilmente il
raziocinio: amore-dolore, mio-tuo,
giusto-ingiusto, bianco-nero ecc.;
ma il raziocinio è inadeguato a trattare argomenti spirituali riguardanti
l’Essere, il Nesso che
tutto unisce: infatti, il mio essere
e il tuo essere sono un
solo essere e sono lo stesso essere di Dio, che Dio ci ha partecipato. Il
nostro rapporto con Dio è di analogia: siamo cioè simili a Dio quanto
all’essere; dissimili quanto al corpo. Scrive
Sant’Agostino ne Le Confessioni
(libro XI, c. IX, Ed. Paoline): -“Rabbrividisco e m’infiammo,
rabbrividisco perché gli sono dissimile; m’infiammo perchè gli sono
simile!”. Ed una nota: “La verità è nell’intimo dell’uomo ed è
da se stessa, nel nostro spirito, un testimone che non è possibile
ignorare”. Questi
argomenti possono essere trattati convenientemente solo con la ragione. Riuscissimo
a superare gli interessi contrapposti del mio e
del tuo, che tanto spesso
portano al rifiuto dell’altro (“ama il prossimo tuo come te
stesso”) e le “maschere”
caratteriali, culturali e sociali che generano distinzione e negazione,
nulla più ci separerebbe, e ci ameremmo come Dio comanda (“amatevi
gli uni gli altri come io vi ho amati”
cioè spiritualmente). Realizzeremmo allora in breve quella unita nella
diversità che, seppure paradossale per la logica comune, è ciò che
Dio vuole da noi. La
ragione [...] permane rigorosamente orientata alla verità, anche quando
questa comporta l’annientamento dell’io, proprio perché tale
ragione è fede. Fede
- si badi bene - non credenza. La credenza sta tutta nell’orizzonte
dello psicologico, è un povero contenuto determinato (ma in realtà, una
rappresentazione indeterminata e indeterminabile, che è costretta a
rimandare senza fine ad altro, perché non può affatto fondarsi, non può
precisarsi). La
ragione si rivolge ad analizzare anche i più riposti pensieri perchè così
lo esige la fede, in quanto tensione dell’Assoluto; ma anzi, in questo
suo atto essa è fede, e la fede stessa è razionalità. Ecco il perché
della frase eckhartiana prima citata (pag. 4), essa significa che il
fondarsi su contenuti non analizzati, di cui non è stato visto il
riferimento al soggetto, è operazione che occulta la verità, ed è perciò
peccato mortale, dato che la verità è Dio. Nella rappresentazione
oggettivistica di Dio, nella credenza, là dove la ragione viene messa da
parte, si addensa l’io psicologico. Questa
tematica antiutilitaristica è una delle caratteristiche di Eckhart ed uno
dei punti di contatto più stretti che egli ha col mondo classico. È la
tematica dell’ “uomo nobile”, che agisce non utilitaristicamente, ma
con distacco, “senza perché”, e solo così onora Dio e si unisce a
Lui. La mistica eckhartiana non esclude, dunque, ma anzi implica le virtù
classicamente intese: essa non ha niente di fuga e surrogato psicologico,
ma, al contrario, proviene dalla ricchezza e dalla traboccante pienezza di
un carattere ben formato ed “esercitato nella virtù”. Non si può non
sottolineare abbastanza questo fatto: come nella grande filosofia antica,
come nel Plotino delle Enneadi II,
9, non
v’è conoscenza di Dio senza virtù intellettuali e morali: solo la virtù
giunta a compimento e radicatasi nell’anima insieme alla saggezza può
mostrare Dio; senza la vera virtù, Dio è un mero nome. Scrive
Meister Eckhart: “Per
l’anima contemplante, là è tutto è uno e uno in tutto. L’essere
mondano porta in sé contraddizione. Cosa
è la contraddizione ? Amore e dolore, bianco e nero, questo ha
contraddizione e questo non può sussistere nell’essere. In
questo sta la purezza dell’anima, che essa è purificata da una vita
divisa ed entra in una vita unita. Tutto
quel che è diviso nelle cose inferiori, viene unito appena l’anima
ascende a una vita in cui non esiste la contraddizione. Quando
l’anima giunge alla luce della ragione, essa non sa più niente
dei contrari. (Rudolf Otto,
Mistica orientale, mistica occidentale,
a cura di Marco Vannini, Marietti Editore, 1985). L’idea
di Dio
Come
dice Berdjaev, “la verità assoluta della rivelazione si rifrange e si
assimila variamente secondo l’ organizzazione (cui si fa capo) e il
livello spirituale di chi la riceve”. L’idea
di Dio ne dipende. Tra
le tante, alcune significative idee di Dio. Meister
Eckhart: L’idea
che Meister Eckhart ha di Dio la si può desumere agevolmente dalla
conclusione cui giunge Marco Vannini commentando l’ antropologia
tripartita di san Paolo (Soma,
psyche, pneuma). Ci sembra tuttavia il caso di puntualizzare
che una buona chiave di lettura, per quanto riportato prima e quanto
diremo adesso, si può cogliere nel famoso assioma eckhartiano: ”Tutto
ciò che è nell’Uno, è Uno con l’Uno”. Egli,
infatti, nel sermone Beati pauperes spiritu, quia ipsorum est regnum
coelorum risale a quando era ancora nella Causa prima, ed afferma, in
forza del suo assioma, che era la stessa Causa prima: “Quando
ero nella mia Causa prima - egli dice -, non avevo alcun Dio, e là ero
causa di me stesso. [...]. Ma quando, per libera decisione uscii e presi il mio essere creato
(quindi relativo), allora ebbi un Dio; infatti, prima che le creature
fossero, Dio non era Dio, ma era quello che era. Quando
le creature furono e ricevettero il loro essere creato, Dio non era
Dio in se stesso, ma era Dio nelle creature, (ossia, l’altra polarità
del rapporto Dio-uomo). Ora
diciamo che Dio in quanto è Dio, non è il più alto fine della creatura.
Infatti anche la più piccola creatura in Dio ha una altrettanto
alta dignità. E se avvenisse che una mosca avesse intelletto, e potesse
ricercare per mezzo di esso l’eterno abisso dell’essere divino dal quale è venuta,
allora dovremmo dire che Dio, con tutto ciò che è in quanto Dio, non
potrebbe dare a questa mosca compimento e soddisfazione. Perciò preghiamo
Dio di diventare liberi da Dio, e di concepire e godere eternamente la
verità là dove l’angelo più alto e la mosca e l’anima sono uguali;
là stavo e volevo quello che ero, ed ero quel che volevo. (Egli, altrove,
considera coincidenti l’essere e l’azione del divenire senza fine dal
quale occorre affrancarsi). Cosa
invece sono secondo il mio essere nato dovrà morire ed essere annientato,
perchè è mortale, e perciò deve corrompersi con il tempo. E
prosegue con espressioni inusitate, certamente non comuni: ·
“In quell’essere di Dio, in cui Egli è al di sopra di
ogni essere e di ogni differenza, là ero io stesso. Perciò io sono la
causa originaria di me stesso, secondo il mio essere, che è eterno, e non
secondo il mio divenire, che è temporale. ·
Perciò io sono non nato e, secondo il modo del mio non
essere nato, non posso mai morire. Secondo il modo del mio non esser nato,
io sono stato in eterno, e sono ora, e rimarrò in eterno. ·
Nella mia nascita eterna nacquero tutte le cose, e, se non
lo avessi voluto, né io né le cose saremmo; ma se io non fossi, nemmeno
Dio sarebbe: io sono causa originaria dell’essere Dio da parte di Dio;
se io non fossi, Dio non sarebbe Dio”. Il
sermone si conclude così: “Quando
io fluii da Dio, allora tutte le cose dissero: Dio è. Ma
ciò non può rendermi beato, perchè in questo io mi riconosco come
creatura. Ma
nel ritorno, in cui sono libero dal mio volere proprio, e dal volere di
Dio, e da tutte le sue opere e da Dio stesso, là io sono al di sopra di
tutte le creature, e non sono Dio né creatura, ma piuttosto sono
“Quello che ero”, e quello che sarò ora e sempre. Là
ho ricevuto uno slancio, capace di portarmi sopra tutti gli angeli. In
questo slancio ho ricevuto una ricchezza tanto grande, che Dio non può
bastarmi, con tutto quello che è in quanto è Dio, e con tutte le sue
opere divine; infatti in questo ritorno mi è toccato in
sorte essere una sola cosa
con Dio. Allora
io sono quello che ero, e non aumento né diminuisco, perchè là sono
Causa prima immobile, che muove tutte le cose. Qui
Dio non trova alcun luogo nell’uomo, perchè l’uomo (spogliandosi di
ciò che lo fa creatura mortale) conquista con questa povertà (di io, di
mio, di creatura) quel che è stato in eterno, e che sempre sarà. Qui
Dio è una cosa sola con lo spirito, e questa è la povertà più vera che
si possa trovare. Chi
non comprende questo discorso non affligga per ciò il suo cuore. Perchè
l’uomo non può comprendere questo discorso, finchè non diventa uguale
a questa verità. Infatti si tratta di una verità senza veli, che giunge
dal cuore di Dio, senza mediazione. Dio
ci aiuti a vivere in modo da poterla conoscere
in eterno. Amen (Meister
Eckhart, Sermoni Tedeschi , a cura di Marco Vannini, Adelphi 1985) Unità
divina e Trinità Olivier
Clément (Alle fonti con i
padri, mistici cristiani delle origini, Città nuova Ed.): “Gregorio
Nazianzeno parla della Trinità come moto immobile dell’Uno che non
resta chiuso nella sua solitudine, ma neppure si diffonde indefinitamente;
perchè Dio è comunione, non diffusione impersonale. La stessa perfezione
dell’Uno esige la presenza in lui dell’Altro, un Altro che,
nell’assoluto, può soltanto essere interiore e uguale a lui in infinità. Ma
quì non c’è affatto opposizione, composizione, come nel gioco dei
numeri. Il Terzo, Altro non-Altro, permette il superamento infinito
dell’opposizione nella perfezione diversificata dell’Unità: diversità
assoluta che coincide con una assoluta unità”. Gregorio
Nazianzeno “Quando
io parlo di Dio, voi vi dovete sentire immersi in un’unica luce e in tre
luci [...]. Lì c’è divisione indivisa, unità con differenza, Uno solo
nei Tre; (Questo Uno solo nei Tre) è la divinità. I Tre come Uno solo:
sono i Tre in cui la divinità, o, per parlare più esattamente, che sono
la divinità”.(Discorso 39, 11 (PG 36, 354). San
Massimo il Confessore “Anche
se la divinità, che è al di là di tutto, è da noi celebrata come
Trinità e come Unità, non è né il tre né l’uno che noi conosciamo
come numeri. (Sui nomi divini, 13 (PG 4, 412). Olivier
Clèment L’essenza
divina non esiste altrimenti che nelle Persone. La
fonte della divinità, il principio unico del Figlio e dello Spirito, è
il Padre. Parlava
del Padre, perchè “il nome del Padre è superiore allo stesso nome di
Dio”. L’oceano
dell’essenza divina sgorga da una Persona abissale, il Padre, che noi
possiamo tuttavia, con Cristo, nello Spirito Santo, chiamare abà, la
parola fiduciosa e tenera con cui il bambino nomina suo padre. L’antinomia
apofatica è anche antinomia tra il Padre origine-abissale e il Padre abà,
“papà”. Dionigi
l’Areopagita “Il
Padre è nel seno della divinità l’elemento generatore, Gesù e lo
Spirito sono in certo modo i divini germogli della divinità feconda di
Dio, come i suoi fiori e il suo irradiamento sopraessenziale” (Nomi
divini, II, 7-8 (PG 3 645). “Se
accade che, vedendo Dio, si capisca ciò che si vede, significa che non si
è visto Dio [...] Perchè in sé egli supera ogni intelligenza. Egli
esiste in modo sopraessenziale ed è conosciuto al di là di ogni
intellezione solo in quanto è totalmente sconosciuto e non esiste
affatto. Ed è codesta non conoscenza, presa nel miglior senso della
parola, a costituire la vera conoscenza di colui che supera ogni
conoscenza. (Ambigua PG 3, 1065). “Noi
dunque diciamo che (Teologia
mistica, IV e V (PG 3, 1047-1048). Il
mistero che è al di là di Dio stesso l’Ineffabile,
colui
che da tutto è nominato l’affermazione
totale la
negazione totale l’al
di là di ogni affermazione e di ogni negazione. (Nomi
divini, II, (PG 3, 641). “Dobbiamo
ora celebrare quella perpetua Vita da cui procede ogni vita e per mezzo
della quale ogni vivente, secondo la propria capacità, riceve la vita
[...]. Sia
che tu parli della vita spirituale, razionale o sensibile, di quella che
nutre e fa crescere, o di qualsiasi altra vita che possa dirsi, essa vive
e vivifica grazie alla Vita che trascende ogni vita [...]. Infatti è
troppo poco dire che codesta Vita è vivente. Essa è principio di vita,
sorgente unica di vita. Essa perfeziona e differenzia ogni vita, e a
partire da ogni vita bisogna celebrare la sua lode [...]. Datrice
di vita e più che vita, merita di essere celebrata con tutti i nomi che
gli uomini possono attribuire a codesta Vita indicibile”. (Nomi
divini, VI, I e 3 (PG) 3, 856-857) Olivier
Clément (breve commento ai brani di Dionigi l’Areopagita sopra
riportati) “Codesta
simultanea negazione dell’affermazione e della negazione significa che
la trascendenza di Dio sfugge alla nostra stessa nozione di trascendenza. Dio
trascende la sua trascendenza non per perdersi in un astratto nulla, ma
per donarsi. Il
simultaneo superamento dell’affermazione e della negazione delinea già
l’antinomia (*) dell’esistenza personale, tanto più segreta quanto più
si dona. tanto più donata, quanto più segreta. Per questo i Padri
parlano anche del Dio inaccessibile, del Dio al di là di Dio, come di uno
scaturire, di un saltare (al di là di se stesso) per creare e redimere,
fuori dalla sua essenza, secondo il moto eterno delle forze divine, ma
anche per comunicare queste ultime alle creature con atti personali, perchè
il Dio vivente è un Dio che opera. Egli
non è l’Essere, ma contiene l’Essere e con i suoi atti lo comunica.
(Alle Fonti con i Padri, citato.). (*)
ANTINOMIA: Compresenza in un ragionamento, di due soluzioni
reciprocamente esclusive e contraddittorie, entrambe ugualmente
dimostrabili. Dal gr. antinomia, comp. di antii=contro e nòmos=legge. San
Massimo il Confessore (Sui Nomi divini , I,4 (PG 4, 208) “Dio
è Spirito, perchè lo spirare del vento è partecipato a tutti attraverso
tutto, niente lo rinchiude, niente lo imprigiona”. Giovanni
Climaco “Dio
è Amore. Chi volesse definirlo sarebbe come un cieco che vuole contare i
granelli della sabbia del mare”. (Scala
del Paradiso, 30° gradino, 2 (6), p. 167). Gregorio
Nazianzeno O
tu, l’al di là di tutto, come
chiamarti con un altro nome? Quale
inno si può cantare di te? Nessun
nome ti esprime. Nessuna
intelligenza ti concepisce. Tu
solo sei infallibile; tutto
ciò che si pensa, da te è uscito. Tutti
gli esseri ti celebrano, i
parlanti e i muti. Tutti
gli esseri ti rendono onore i
pensanti e i non pensanti. L’universale
brama, il gemito di tutti verso
te si protende. Tutto ciò che esiste ti prega e
verso di te ogni essere che sa leggere l’universo eleva
un inno di silenzio. Tutto
in te solo dimora e
in te, con unico slancio, tutto approda. Il
fine di tutti gli esseri tu sei. Unico
tu sei. Sei
ciascuno e non sei alcuno.. Non
sei un essere, non sei il loro insieme, hai
tutti i nomi: come ti chiamerò, Te,
il solo cui non si può dare un nome . [...]Abbi
pietà, o tu, l’al di là di tutto: Come
chiamarti con un altro nome ?
(Poemi dogmatici, (PG 37, 507-508) Dobbiamo
proprio prenderne atto: l’uomo, qualunque sia il suo grado di sviluppo,
ha ben presente Dio nella sua vita ! Mentre
non stupisce che Dio riempia la vita dell’uomo spirituale, fa un certo
effetto scoprire che, sia pure in modo idolatrico e a sostegno di della
volontà appropriativa del soggetto, Dio è presente nell’uomo
“carnale”, come lo è, in forma più accentuata, nell’uomo
“psichico”. Inoltre, in aperta contraddizione con ciò che egli pensa
e dice, ricolma la vita dell’ateo. (Il Maestro I.S., riferendosi a
questo strano fatto, diceva che nessuno parla tanto di Dio quanto
l’ateo, il quale, tra l’altro, è anche ateo per modo di dire, dato
che l’unico vero ateo è l’Assoluto Iddio. Domanda:
“Come si
è formata l’idea di Dio nella storia occidentale?
R.:
Si è formata secondo tre aspetti, ciascuno dei quali, in tempi
diversi, ha cercato di predominare: ·
1) Il
Dio dell’Antico Testamento, rigido dominatore che riferisce tutto a
sé, oggetto di rispetto e, più ancora, di timore. ·
2) Il Dio tutto
intelligenza, chiarezza e verità, della tradizione greca.
(L’applicazione,
ad esempio, della dialettica nella filosofia greca, come strumento per la
ricerca della verità, ha portato Eraclito, Socrate, Platone, Aristotele,
Plotino, ecc. a livelli tali di conoscenza e di aderenza al messaggio
cristiano, da far dire a Meister Eckhart che qualcuno tra questi filosofi
è stato cristiano secoli e secoli prima della nascita di Gesù Cristo). ·
3) Il
Dio cristiano, il Dio carità (Deus charitas ), tutto amore per le
creature, che si fa uomo perchè l’uomo possa deificarsi. Rivelazione
di Dio, idea di Dio e storia della salvezza (DIO:
lat. Deus, gr. Theos, ebr. El, Eloim e Jahweh) Nella
testimonianza dell’Antico Testamento Dio si rivela come colui che non è
limitato da alcun confine (Is. 6; I Re 8, 27), l’Incomparabile in senso
assoluto (Sal. 139, 7 -12), il radicalmente Vivo (Sal. 90), con potere
assoluto nell’essere (Es. 3,13 s). La sua onnipotenza non si manifesta
astrattamente, ma nell’azione, attestante il suo potere nella storia,
ch’egli esercita sul suo popolo Israele al di sopra dei popoli tutti.
Scegliendo con elezione d’amore il popolo del patto e gli individui,
Egli si mostra personale senza possibilità di equivoco. Gesù lo
riconosce come il Padre che in Lui ha misericordiosamente accolto l’uomo
e aperto l’accesso al suo regno. Dio
è per essenza invisibile (Rom. 1, 20; Giov. 1, 18; 6, 46), conosciuto
solo dal Figlio (Giov. 1, 18 s), ma comunicandosi al Figlio, e da questo
ai fratelli, è conosciuto come amore (1 Giov. 4, 16 s), mentre è
diventato visibile in Gesù, sua immagine fedele (2 Cor. 4, 4; Col. 1,
15). In
una conoscenza ontologica analogica la filosofia e teologia cristiana lo
vede come l’Essere assolutamente santo, supremo, trascendente il mondo,
personale, incondizionatamente necessario, incausato, esistente di per se
stesso e perciò eterno e infinitamente perfetto, che ha creato dal nulla
tutte le altre cose. (Karl
Rahner, Dizionario di teologia, TEA - Dizionari Utet, 1998). Storia
della Parola, economia (razionale
gestione)
della rivelazione “Il
Dio, che aveva parlato anticamente ai padri molte volte e in molti modi
nei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi nel Figlio,
che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto i
secoli” (Eb. 1, 1-2). Il
solenne prologo della Lettera agli Ebrei, evidenziando l’unità della
storia della rivelazione fondata nell’unicità dell’iniziativa divina
in essa, presenta i tempi della Parola fino al loro compimento
escatologico nell’evento dell’incarnazione del Verbo, e indica in
questo evento il luogo dove è possibile percepire in tutta la sua densità
la forma della Parola, le strutture e le caratteristiche fondamentali, cioè,
dell’atto dell’autocomunicazione del Dio vivente, venutosi a compiere
nel tempo attraverso la mediazione delle parole e degli eventi,
intimamente connessi, che costituiscono la rivelazione come Parola di Dio. I
tempi della parola: l’Antico Patto Il
Dio, che aveva parlato anticamente ai padri molte volte e in molti modi
nei profeti,
ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi nel Figlio”:
la “pienezza del tempo” della Parola (cfr. Gal. 4, 4; Ef.
1, 1o) rinvia alla storia della rivelazione, che la precede e la
prepara. Questa storia “profetica” è quella dell’Antica
Alleanza, in cui è già possibile riconoscere la “grammatica” del
linguaggio di Dio agli uomini. L’Antico
Testamento non ha un termine unico che renda l’idea di rivelazione : la
comunicazione divina, tuttavia, è espressa in maniera privilegiata con la
formula “parola del Signore”, che non solo è molto frequente, ma è
anche significativa e caratterizzante per l’esperienza che Israele fa
del suo Dio. Se
altre religioni e culture hanno ricercato ed esaltato la “visione” del
divino, il popolo eletto è stato educato a dare il rilievo più grande -
anche se non esclusivo - all’ “ascolto, al punto che nelle stesse
“teofanie” la manifestazione sensibile è totalmente al servizio della
parola. Attraverso
la parola si compiono tutti i grandi inizi della storia della salvezza:
così la vocazione di Abramo : “Il Signore disse ad Abramo...” (Gen.
12,11): così quella di Mosè: “Dio lo chiamò dal roveto e disse: Mosè,
Mosè !” (Es. 3, 4); Mosè disse a Dio: “Ecco io arrivo dagli
Israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi
diranno: come si chiama? E io che cosa risponderò loro?”. Dio disse a
Mosè: “ Io
sono colui che sono”. (Es.
33, 11 s). Mosè
converserà con Dio come con un amico (cfr. Es 33, 21- 23): l’intimità
espressa dalla parola e non la visione è alla base dell’esperienza che
fa di lui il profeta, figura e anticipazione del profeta degli ultimi
tempi: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi
fratelli, un profeta pari a me: a lui darete ascolto....Io susciterò loro
un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole
ed egli dirà loro quanto io gli comanderò” (Dt 18, 15 - 18). Tutta
la storia del profetismo e del ruolo decisivo che esso ha svolto per la
coscienza messianica di Israele è nel segno del primato della parola,
come strumento dell’autocomunicazione divina. Le
clausole fondamentali del patto fra Dio e il suo popolo sono raccolte
nelle “dieci parole”, i
comandamenti (Es. 34, 28), le
“parole dell’alleanza”, in cui si manifesta la volontà del Signore,
cui Israele è tenuto a obbedire (cfr. Dt. 4, 13; 10, 4; 28, 69; ecc.). Veramente
“il popolo di Dio, nel quale Gesù è nato e del quale è come il fiore
supremo e il frutto che sorpassa la promessa dei fiori, è il popolo della
Parola”. E come tale ha riletto nella sua fede il primo inizio degli
esseri: “Dalla parola del Signore furono fatti i cieli. Egli parla e
tutto è fatto, comanda e tutto esiste” (Sal. 33, 6-9; cfr. Gen. 1). Che
idea veicola (porta
con sé) il termine dabar
(parola)
nell’uso che ne fa l’Antico Testamento? Anche
da un semplice approccio ai testi risulta il duplice carattere della
comunicazione che il dabar stabilisce: è la parola carica di significato,
ricca di un contenuto noetico (*); ed
è parola che opera, che fa quel che dice, evocando e provocando la vita,
incidendo sulla trasformazione del cuore e sugli eventi della storia. Il
carattere “informativo” si congiunge a quello “performativo”
(della mutazione come conseguenza e risultato): la
parola non solo informa, accertando, costatando, trasmettendo notizie, ma
anche agisce, ponendo e modificando la realtà. “Tale
è la parola di Javeh, nello stesso tempo noetica e dinamica: discorso del
Dio di verità e atto salvatore del Dio vivente; annuncio e attuazione di
salvezza; luce e potenza. Da
una parte
la parola di Dio crea il mondo, impone la legge, suscita la storia; dall’altra
essa manifesta all’uomo la volontà di Dio, il suo disegno salvifico. La
parola di Dio opera infallibilmente ciò che dice. Dio la manda come un
messaggero vivente e veglia su di essa per realizzarla. La parola di Dio
rimane sempre, fedele ed efficace”. (cfr.
H. Fries, Teologia fondamentale, Brescia 1987, 245 ss.). Col
suo valore noetico, informativo, la parola fa conoscere i decreti del
Signore e illumina così la via dell’uomo: “Quanto sono dolci al mio
palato le tue parole: più del miele per la mia bocca. Dai tuoi decreti
ricevo intelligenza, per questo odio ogni via di menzogna. Lampada per i
miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal. 119, 103 -105).
Con
la sua forza performativa, dinamica, la parola realizza i disegni
dell’Eterno: -“Come
la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere
irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perchè dia
il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita
dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò
che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is. 55,
10 s). (*)
NOETICO: (dal
gr. nòesis =
comprensione , intuizione): nella
filosofia antica indica l’attività propria dell’intelletto e quindi
si riferisce a un tipo di conoscenza intuitiva e immediata, contrapposta
alla dianoia,
conoscenza mediata
dalla ragione. È
per questa ricchezza e densità della parola che l’esperienza della sua
essenza ne provocherà il desiderio struggente: “Ecco verranno giorni -
dice il Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane,
né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore. Allora andranno
errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per
cercare la parola del Signore, ma non la troveranno” (Amos 8, 11 s). Ed
è in forza di questa stessa densità che si comprende quanto sia stretta
la connessione fra le parole e gli eventi nell’economia della
rivelazione: la parola non solo interpreta l’evento, ma anche
semplicemente “si dice” attraverso l’evento. Così,
se da una parte tutte le tappe decisive della storia di Israele sono
introdotte dalla parola, dall’altra la fede del popolo eletto può
esprimersi semplicemente narrando gli eventi salvifici, i “mirabilia
Dei”, quasi densificazioni
concrete della parola di
rivelazIone (cfr. Dt 26, 5 -109). L’idea
di rivelazione,
trasmessa mediante il rilievo dato alla “parola di Dio” nell’Antico
Testamento, può essere determinata attraverso il triplice aspetto,
proprio dell’esperienza umana dell’autocomunicazione divina nella
parola:
·
l’iniziativa
del Signore;
·
la
risposta umana;
·
l’effetto
della parola sulla vita e sulla storia degli uomini.
È
l’idea della rivelazione come autocomunicazione di Dio mediante la
parola storica, che viene accolta o rifiutata, ma opera comunque ciò che
dice e per cui è stata mandata. |