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La mistica come via di ricerca della Verità - Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti  Scrivi per suggerimenti o informazioni

CONTRIBUTI

 

BEPPE FRAGOMENI, IDEA DI DIO E RIVELAZIONE

 

Breve nota dell'Autore
Su questi argomenti sono stati scritti centinaia di volumi da grandissimi autori. Noi non abbiamo nulla da aggiungere, nulla di nuovo da dire. I nostri appunti vorrebbero richiamare l’attenzione di chi ci legge o ascolta su temi che riteniamo di un certo interesse, allo scopo di promuovere affezione per la ricerca spirituale. Proponiamo quindi brani di vari autori e nostri, messi assieme alla buona, nella speranza che qualcuno voglia farne oggetto di approfondimento sui testi che citiamo. Questo modo di procedere ci impone di lasciare aperti degli argomenti e va a scapito di una certa omogeneità. Ce ne scusiamo. 

In questi ultimi tempi si è notato un crescente interesse dei giovani per la ricerca spirituale. Per contro, un crescente disinteresse per le dottrine “esoteriche”. Secondo un libraio di Torino, queste nuove leve di “cercanti” si rivolgono di preferenza a saggi di filosofia cristiana, a testi di misticismo soprattutto occidentale, a opere di Padri del cristianesimo; alcuni a testi di esegesi biblica. Ma ciò che li interessa maggiormente è la figura di Gesù Cristo.

Secondo Karl Rahner - l’atteggiamento che caratterizza l’uomo spirituale è questo: “Apertura all’essere e, nello stesso tempo, in misura uguale, apertura a ciò che egli è o non è. Queste due aperture, all’essere universale e a se stesso, costituiscono i tratti fondamentali dello spirito umano e si manifestano come capacità di trascendenza e di riflessione. Nell’elevarsi verso la totalità dell’essere, l’essere umano esperimenta la propria realtà come “vivente” e come “soggetto””.

La Parola di Dio (o insegnamento di Gesù) - mi ha detto con fare un po' complice uno di questi giovani - è per me la via che porta alla verità e alla vita , vita libera, vera, non condizionata da nulla”.

La visione di questo giovane è da condividere senz’altro, purchè, col tempo, non degeneri in rifiuto di quanto gli si prospetterà come “diverso”: ogni creatura compie il massimo sforzo per essere ciò che è, proprio come facciamo noi, e bisogna averne rispetto.

Scrive al riguardo san Massimo il Confessore, riferendosi al Verbo di Dio:

“..…..Per amor nostro egli si cela misteriosamente nelle essenze spirituali degli esseri creati [...], con tutta la sua presenza:

-in tutto il diverso è celato colui che è uno ed eternamente identico;

-nelle cose composte colui che è semplice e senza parti [...];

-nel visibile l’invisibile;

-nel tangibile colui che è intangibile.

Ecco che bisogna aprirsi al “diverso” ed apprezzare (se c’é) quanto di analogo al messaggio cristiano si trova nelle altre religioni. Queste, come avremo modo di vedere, non ci sono del tutto estranee.

 

La Parola di Dio

Con l’espressione “Parola di Dio” la tradizione cristiana si riferisce al Logos, Verbo, seconda persona della Trinità. Con questo nome è chiamato il Figlio di Dio, Gesù Cristo, in Giov. 1, 1-14 e 1 Giov. 1, 1.

Secondo questi brani, al Logos compete la preesistenza; egli è (dall’eternità) presso Dio ed è Dio; “per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. Senza di lui non ha creato nulla. Egli era la vita e la vita era luce per gli uomini. Colui che è la Parola è diventato un uomo. È venuto nel mondo che è suo ma i suoi non l’hanno accolto”.

E ancora: “ La Parola che dà la vita esisteva fin dal principio: noi l’abbiamo udita, l’abbiamo vista con i nostri occhi, l’abbiamo contemplata, l’abbiamo toccata con le nostre mani”

Il Vangelo, o Buona novella, ci parla della nascita di Gesù, della sua vita, delle sue opere, del suo insegnamento, e ci riferisce della sua morte e risurrezione.

 

Scrive Ignazio di Antiochia

Vi è un solo Dio

manifestato da Gesù, suo Figlio

che è il suo Verbo uscito dal Silenzio  (Ai Magnesii, 8,2, (Sch 10, p. 102).

Dio, in Cristo, viene a cercare l’umanità, la “pecorella smarrita” della parabola evangelica, fino nella “profondità della terra”, espressione di una finitudine diventata opaca e ribelle, sepolta nel nulla.

 

Nel Logos, trova fondamento e realizzazione nella misura più alta, irripetibile e assoluta il fatto che Dio sia (finalmente) esprimibile, sia dicibile. Ne parla il Verbo, il Figlio suo, sua “autorivelazione”, sua “espressione”, sua “immagine”, sua “Parola” come fatto del suo “autopossesso spirituale”.

Ecco come il mistico tedesco discepolo di Eckhart Giovanni Taulero (1300 ca.-1361), parla della generazione del Figlio:

“Il Padre nel suo modo di essere si rivolge in sé stesso con la sua divina intelligenza: penetra in sé stesso, in chiara comprensione, il fondo essenziale del suo essere eterno e per la nuda comprensione di sé stesso si esprime totalmente; e questa parola è il Figlio suo, e la conoscenza di sé stesso è la generazione del suo Figlio nell'eternità. Egli resta in sé stesso in unità essenziale e si effonde in distinzione personale. Cosí egli entra in sé stesso e si conosce, esce poi da sé stesso nella generazione della sua immagine che in sé ha riconosciuto e compreso, e rientra infine in sé in una perfetta compiacenza di sé stesso. Questa compiacenza si effonde in un amore ineffabile che è lo Spirito Santo: cosí Dio resta in sé stesso, esce da sé e vi rientra”.
Per mezzo del Figlio, dunque, il Padre Unitrino parla agli uomini; per mezzo dello Spirito santo illumina il loro intelletto e libera il loro cuore dai falsi problemi e dal fascino delle cose del mondo.

Innumerevoli sono, nel Vecchio Testamento, i riferimenti alla “vicinanza” di Dio e alla sua paterna tenerezza.

La medesima sollecitudine e una presenza se possibile più diretta si avvertono nel Nuovo Testamento: Dio si fa uomo e viene tra i suoi, nella Terra promessa e data a Israele ! Il contesto è lo stesso, Dio lo stesso..

Scrive san Paolo sulla provenienza di Gesù e quindi sulla continuità del rapporto tra Dio e il suo popolo (Rom. 9, 4-5):.

-“Dio li ha scelti come figli e ha manifestato loro la sua gloriosa presenza. Con loro Dio ha stabilito i suoi patti e a loro ha dato la Legge , il culto e le promesse. Essi sono discendenti dei patriarchi e da loro, sul piano umano, proviene il Cristo che è Dio e regna su tutto il creato”.

Dunque, il Dio ebraico e il Dio cristiano sono un solo Dio, lo stesso Dio del Vecchio Testamento che stringe una alleanza particolare con un piccolo popolo, perchè questa via di un’alleanza particolare si sviluppasse e si tramutasse nella storia in una via universale, il cui compimento si ravvisa nell’unità di Dio con tutta l’umanità nel Dio fatto uomo.

Evitiamo di proposito un commento sulla separazione tra ebrei e cristiani, che non sarebbe mai dovuta essere l’occasione perchè cristiani si lanciassero contro gli Ebrei e in qualità di cristiani commettessero indescrivibili ingiustizie contro i cosiddetti deicidi, motivando tale condotta con ragioni pseudo teologiche e pseudo religiose. Una teologia cristiana e cattolica, che sul piano riflesso della storia della salvezza elimini radicalmente l’ostilità nei confronti del giudaismo, è appena sul nascere. Noi possiamo e dobbiamo operare e sperare che cresca e si affermi.

Riprendiamo la nostra chiacchierata.

A noi cristiani capita sovente, proprio come stiamo facendo adesso, di argomentare sul Verbo di Dio, sul Figlio di Dio, sulla Parola di Dio, dicendo che è Espressione di Dio, Immagine di Dio, Autorivelazione di Dio, ecc..- E ne parliamo con tale naturalezza da dare l’impressione di possedere una certa idea di Dio, una certa (nel senso di sicura) idea dell’ Inconoscibile. Ma non è sempre così.

In genere, chi non è portato alla speculazione (filosofica, teologica o mistica) si fa di dio un’idea molto lontana da Dio.

Il Dio di queste persone -scrive Marco Vannini- ”è il Dio determinato nei modi; il Dio di ogni religione positiva, il Dio di ogni invocazione e riferimento sentimentale, con tutte le caratteristiche che l’uomo di volta in volta gli attribuisce, il Dio delle morali, il Dio delle psicologie”.

In altra occasione, trattando dell’idea di Dio, sempre citando Vannini, ci siamo occupati di quella particolare negligenza razionale che ci porta a volte ad “appoggiarci ad un preteso trascendente, senza vedere cosa esso significhi realmente per noi, quali radici abbia nella nostra psiche, nei nostri bisogni, nei suoi legami, nelle sue attese”. Questa superficialità porta ad un credo che “lungi dal costituire una fede meritoria, è invece actus mortalis peccati, ovvero suprema negazione della verità, del valore, di Dio.

Per spiegare agevolmente questo pensiero, abbiamo preso come filo conduttore della nostra breve indagine un “luogo” classico del cristianesimo, ovvero la antropologia tripartita di San Paolo soma, psyche, pneuma e, in particolare, la opposizione tra psyche e pneuma.

Vediamo brevemente

 

Soma (Il corpo inteso nel senso di carnalità)

 

Che la carnalità sia opposta allo spirito e lo spirito opposto alla carnalità, non è necessario spiegarlo. La natura animale è libìdo, mero egoismo, volontà di appropriazione. [...]

Nella “carne” non si conosce altro che cupidigia o timore - due facce della stessa medaglia - e le eventuali rappresentazioni di Dio sono meramente idolatriche, nel senso che quella immagine è dipendente e al servizio della stessa volontà appropriativa.

 

Psyche

 

Meno consueta invece, più fine ed interessante, è la riflessione sulla psiche, sullo psicologico.

Esso è tutto l’universo di contenuti, di volizioni, di pensieri, che costituiscono l’orizzonte entro cui si muove il soggetto, l’io psicologico, appunto. Tra tali pensieri c’è anche quello di Dio, variamente determinato a seconda delle condizioni del momento, e la religione in generale.

La consapevolezza di vivere in un universo di condizionamento storico, sociale, ambientale, culturale, ecc., è ampiamente diffusa. Tutti comprendono di essere e di pensare, in misura non indagata fino in fondo, secondo le forme culturali del luogo, del tempo, secondo l’educazione ricevuta, ma anche in dipendenza dei rapporti sociali in cui si trovano e dei bisogni e desideri del momento.

La connotazione negativa che psyche ha in San Paolo, e che si mantiene in Eckhart, dipende dal fatto che essa è strettamente legata alla carne; anzi, è la stessa carne nel suo emergere ideologico, emozionale, rappresentativo, culturale. La sua logica è sempre quella della forza, della concupiscenza, della autoaffermazione.

 

Occorre pertanto liberarsi del divino come contenuto determinato, corrispondente allo psicologico, frutto dei bisogni personali - il dio del sentimento, prodotto dalla debolezza, dalla paura, dalla attesa, dalla cupidigia e avidità di dominio - perchè appaia il Dio vero.

In questo senso, Eckhart dice la paradossale frase: “Prego Dio che mi liberi da Dio”. Ma, si noti ancora, “prego Dio” egli dice, perchè non si può superare lo psicologico che nella fede. Fede, dicevamo appunto, non credenza, ma proprio etimologicamente come fides, fiducia. Fiducia nel bene, nella verità, nell’Assoluto, e dunque incessante capacità di rimuovere tutto ciò che è altro da esso.

Così, il Dio che ne deriva, è il Dio sine modis, senza determinazione alcuna: non connotabile dunque sub specie essendi, ma al di là dell’essere.

È il Dio del distacco e della rinuncia a se stessi; il Dio vero che sta oltre le religioni storiche e oltre i bisogni psicologici, il Dio che sfugge sempre al nostro tentativo di impossessarci dell’essere e di metterlo a nostro servizio.

Alcuni maestri dicono che Dio è un essere, un essere dotato di intelletto, che tutto conosce. Ma io dico che Dio non è né un essere né un essere dotato di intelletto e neppure conosce questo o quello, ed è privo di tutte le cose”.

Perciò Eckhart scrive che Dio è un ente solo per i peccatori (Commento alla Genesi), ovvero per coloro che sono legati al tempo e allo spazio, alla fruizione e ai “perchè”, e, dunque, in ultima analisi, a quell’impasto di menzogna che è la volontà personale.

 

A tale menzogna corrisponde un modo di pensare e di parlare che rende Dio un soggetto agente, il quale fa, non fa, manda, non manda, ecc. - il linguaggio banale e untuoso, veramente insopportabile, della superstizione, religiosa o laica che sia.

 

Perciò essa affonda nel dolore [...] quando intravede il nulla del suo fondamento, il rimandare senza fine verso la morte, la assenza di verità e di valore che le è alla base - e perciò si affretta ad occultare questa scoperta.

Una delle forme di occultamento è la rappresentazione del divino, che “serve” alla vita: in questo senso la “fede” è menzogna (hegelianamente diremmo alienazione) e negazione di Dio.

Le esigenze “religiose” – premio, merito e soprattutto salvezza – sono frutto della egoistica affermazione della volontà di permanenza e conservazione assoluta dell’io. Perciò sono, per eccellenza, negazione di verità. [...] …… La logica dello psicologico è una logica dell’utile, che costituisce il solo vero criterio ordinatore delle emozioni e dei contenuti. In questa logica servile, ripete spesso Eckhart, Dio è uno strumento, solo uno strumento a servizio di qualche bisogno, desiderio, passione dell’uomo. Una tale concezione di Dio è blasfema.

La onestà e verità del distacco, che non vuole cogliere nulla, ma continuamente si spoglia del falso riconoscendolo come determinato, altro dall’Assoluto, elimina ogni preteso sapere di Dio, ma soprattutto permette di riconoscere la radice appropriativa della cosiddetta “ricerca di Dio”, che approda sempre al terreno psicologico, dove la rappresentazione “serve” a qualcosa.

Ma la nobiltà dell’anima è tale che essa può andare oltre la propria volontà personale, ovvero oltre la propria creaturalità, riscoprendo l’identità originaria con Dio, che dunque non è più il Dio-altro in rapporto alla creatura, ma (essenzialmente) l’io stesso che noi siamo.

 

Pneuma

 Lo spirito è il luogo dei santi, il santo è il luogo dello spirito.

 (Basilio di Cesarea, Trattato sullo Spirito, 26 - PG 32,184)

 

Non abbiamo qui il tempo di spiegare compiutamente l’origine e il significato di “spirito”, nella sua duplice discendenza dal nous greco, da Aristotele a Plotino, e dal biblico ruah  (ricordiamo solo che a partire da Filone Alessandrino, è consueto rendere con pneuma quello che era il nous aristotelico). [...]

(Pneuma) indica – in Paolo, in Plotino, in Eckhart – una realtà diversa, superiore a quella della psyche. Indica il terreno della verità e della carità opposto a quello dell’utilitarismo; il terreno della libertà, opposto a quello del condizionamento.

Nel linguaggio paolino e agostiniano, l’uomo spirituale è l’uomo nuovo, mentre l’uomo carnale e psichico è l’uomo vecchio: questo è l’uomo della naturalità animale, quello l’uomo della grazia di Dio.

Più specificamente, troviamo in Eckhart la dottrina del “fondo dell’anima, ovvero di quella parte dell’anima – la più profonda e la più alta, descritta con molte immagini e metafore - che non è soggetta al determinismo spazio-temporale, che permane identica a se stessa in ogni condizione e situazione (anche nell’inferno rimarrebbe orientata a Dio), e che è il “luogo” dell’incontro tra l’uomo e Dio.[...] Hoc est intellectus” - afferma Eckhart, riferendosi al fondo dell’anima- ovvero pura ragione, proprio a sottolineare la sua realtà spirituale, sfuggente al determinismo carnale e psichico. [...] E ancora,…”Il fondo dell’anima non è altro che la ragione, che appare quando tacciono le potenze esteriori”.

Scrive Plotino riferendosi agli esseri umani che per mezzo della ragione si sono approssimate al fondo dell’anima, al luogo intelligibile :

Là …essi vedono tutto, non nel suo divenire, ma nel suo essere, e vedono se stessi nell’altro. Ciascun essere abbraccia in se stesso tutto il mondo spirituale, e lo contempla di nuovo tutto quanto in ogni altro essere. Perciò tutto è dappertutto. Là ogni cosa è tutto, e tutto è in ogni cosa”. (Enneadi 5, 8)

 

Desideriamo ora dare evidenza alla [...] singolare logica della mistica, che esclude le due leggi fondamentali della logica naturale, che sono il principio di non contraddizione e quello del terzo escluso [...].

Da ciò entrano nella scienza la coincidentia oppositorum, (identità degli opposti) e i “concetti dialettici”, cosa, questa, che per la logica naturale può sembrare assurda: se ne ricava un paradosso, ma non ne consegue che si tratti di un assurdo.

Il matematico olandese Brouwer sostiene (e noi lo condividiamo) che “l’assioma del terzo escluso non trova giustificazione che in un dominio finito”. In questo stesso dominio fatto di polarità contrapposte, opera utilmente il raziocinio: amore-dolore, mio-tuo, giusto-ingiusto, bianco-nero ecc.; ma il raziocinio è inadeguato a trattare argomenti spirituali riguardanti l’Essere, il Nesso che tutto unisce: infatti, il mio essere e il tuo essere sono un solo essere e sono lo stesso essere di Dio, che Dio ci ha partecipato. Il nostro rapporto con Dio è di analogia: siamo cioè simili a Dio quanto all’essere; dissimili quanto al corpo.

 

Scrive Sant’Agostino ne Le Confessioni (libro XI, c. IX, Ed. Paoline): -“Rabbrividisco e m’infiammo, rabbrividisco perché gli sono dissimile; m’infiammo perchè gli sono simile!”. Ed una nota: “La verità è nell’intimo dell’uomo ed è da se stessa, nel nostro spirito, un testimone che non è possibile ignorare”.

Questi argomenti possono essere trattati convenientemente solo con la ragione.

 

Riuscissimo a superare gli interessi contrapposti del mio e del tuo, che tanto spesso portano al rifiuto dell’altro (“ama il prossimo tuo come te stesso”) e le “maschere” caratteriali, culturali e sociali che generano distinzione e negazione, nulla più ci separerebbe, e ci ameremmo come Dio comanda (“amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” cioè spiritualmente). Realizzeremmo allora in breve quella unita nella diversità che, seppure paradossale per la logica comune, è ciò che Dio vuole da noi.

La ragione [...] permane rigorosamente orientata alla verità, anche quando questa comporta l’annientamento dell’io, proprio perché tale ragione è fede. Fede - si badi bene - non credenza. La credenza sta tutta nell’orizzonte dello psicologico, è un povero contenuto determinato (ma in realtà, una rappresentazione indeterminata e indeterminabile, che è costretta a rimandare senza fine ad altro, perché non può affatto fondarsi, non può precisarsi).

La ragione si rivolge ad analizzare anche i più riposti pensieri perchè così lo esige la fede, in quanto tensione dell’Assoluto; ma anzi, in questo suo atto essa è fede, e la fede stessa è razionalità. Ecco il perché della frase eckhartiana prima citata (pag. 4), essa significa che il fondarsi su contenuti non analizzati, di cui non è stato visto il riferimento al soggetto, è operazione che occulta la verità, ed è perciò peccato mortale, dato che la verità è Dio. Nella rappresentazione oggettivistica di Dio, nella credenza, là dove la ragione viene messa da parte, si addensa l’io psicologico.

Questa tematica antiutilitaristica è una delle caratteristiche di Eckhart ed uno dei punti di contatto più stretti che egli ha col mondo classico. È la tematica dell’ “uomo nobile”, che agisce non utilitaristicamente, ma con distacco, “senza perché”, e solo così onora Dio e si unisce a Lui. La mistica eckhartiana non esclude, dunque, ma anzi implica le virtù classicamente intese: essa non ha niente di fuga e surrogato psicologico, ma, al contrario, proviene dalla ricchezza e dalla traboccante pienezza di un carattere ben formato ed “esercitato nella virtù”. Non si può non sottolineare abbastanza questo fatto: come nella grande filosofia antica, come nel Plotino delle Enneadi II, 9, non v’è conoscenza di Dio senza virtù intellettuali e morali: solo la virtù giunta a compimento e radicatasi nell’anima insieme alla saggezza può mostrare Dio; senza la vera virtù, Dio è un mero nome.

Scrive Meister Eckhart:

Per l’anima contemplante, là è tutto è uno e uno in tutto.

L’essere mondano porta in sé contraddizione.

Cosa è la contraddizione ? Amore e dolore, bianco e nero, questo ha contraddizione e questo non può sussistere nell’essere.

In questo sta la purezza dell’anima, che essa è purificata da una vita divisa ed entra in una vita unita.

Tutto quel che è diviso nelle cose inferiori, viene unito appena l’anima ascende a una vita in cui non esiste la contraddizione.

Quando l’anima giunge alla luce della ragione, essa non sa più niente dei contrari. (Rudolf Otto, Mistica orientale, mistica occidentale, a cura di Marco Vannini, Marietti Editore, 1985).

 

L’idea di Dio

Come dice Berdjaev, “la verità assoluta della rivelazione si rifrange e si assimila variamente secondo l’ organizzazione (cui si fa capo) e il livello spirituale di chi la riceve”.

L’idea di Dio ne dipende.

Tra le tante, alcune significative idee di Dio.

 

Meister Eckhart:

L’idea che Meister Eckhart ha di Dio la si può desumere agevolmente dalla conclusione cui giunge Marco Vannini commentando l’ antropologia tripartita di san Paolo (Soma, psyche, pneuma). Ci sembra tuttavia il caso di puntualizzare che una buona chiave di lettura, per quanto riportato prima e quanto diremo adesso, si può cogliere nel famoso assioma eckhartiano: ”Tutto ciò che è nell’Uno, è Uno con l’Uno”.

Egli, infatti, nel sermone Beati pauperes spiritu, quia ipsorum est regnum coelorum risale a quando era ancora nella Causa prima, ed afferma, in forza del suo assioma, che era la stessa Causa prima:

“Quando ero nella mia Causa prima - egli dice -, non avevo alcun Dio, e là ero causa di me stesso. [...]. Ma quando, per libera decisione uscii e presi il mio essere creato (quindi relativo), allora ebbi un Dio; infatti, prima che le creature fossero, Dio non era Dio, ma era quello che era.

Quando le creature furono e ricevettero il loro essere creato, Dio non era Dio in se stesso, ma era Dio nelle creature, (ossia, l’altra polarità del rapporto Dio-uomo).

Ora diciamo che Dio in quanto è Dio, non è il più alto fine della creatura. Infatti anche la più piccola creatura in Dio ha una altrettanto alta dignità. E se avvenisse che una mosca avesse intelletto, e potesse ricercare per mezzo di esso l’eterno abisso dell’essere divino dal quale è venuta, allora dovremmo dire che Dio, con tutto ciò che è in quanto Dio, non potrebbe dare a questa mosca compimento e soddisfazione. Perciò preghiamo Dio di diventare liberi da Dio, e di concepire e godere eternamente la verità là dove l’angelo più alto e la mosca e l’anima sono uguali; là stavo e volevo quello che ero, ed ero quel che volevo. (Egli, altrove, considera coincidenti l’essere e l’azione del divenire senza fine dal quale occorre affrancarsi).

Cosa invece sono secondo il mio essere nato dovrà morire ed essere annientato, perchè è mortale, e perciò deve corrompersi con il tempo.

E prosegue con espressioni inusitate, certamente non comuni:

·       “In quell’essere di Dio, in cui Egli è al di sopra di ogni essere e di ogni differenza, là ero io stesso. Perciò io sono la causa originaria di me stesso, secondo il mio essere, che è eterno, e non secondo il mio divenire, che è temporale.

·       Perciò io sono non nato e, secondo il modo del mio non essere nato, non posso mai morire. Secondo il modo del mio non esser nato, io sono stato in eterno, e sono ora, e rimarrò in eterno.

·       Nella mia nascita eterna nacquero tutte le cose, e, se non lo avessi voluto, né io né le cose saremmo; ma se io non fossi, nemmeno Dio sarebbe: io sono causa originaria dell’essere Dio da parte di Dio; se io non fossi, Dio non sarebbe Dio”.

 

Il sermone si conclude così:

“Quando io fluii da Dio, allora tutte le cose dissero: Dio è.

Ma ciò non può rendermi beato, perchè in questo io mi riconosco come creatura.

 

Ma nel ritorno, in cui sono libero dal mio volere proprio, e dal volere di Dio, e da tutte le sue opere e da Dio stesso, là io sono al di sopra di tutte le creature, e non sono Dio né creatura, ma piuttosto sono “Quello che ero”, e quello che sarò ora e sempre.

Là ho ricevuto uno slancio, capace di portarmi sopra tutti gli angeli.

 

In questo slancio ho ricevuto una ricchezza tanto grande, che Dio non può bastarmi, con tutto quello che è in quanto è Dio, e con tutte le sue opere divine; infatti in questo ritorno mi è toccato in sorte essere una sola cosa con Dio.

 

Allora io sono quello che ero, e non aumento né diminuisco, perchè là sono Causa prima immobile, che muove tutte le cose.

 

Qui Dio non trova alcun luogo nell’uomo, perchè l’uomo (spogliandosi di ciò che lo fa creatura mortale) conquista con questa povertà (di io, di mio, di creatura) quel che è stato in eterno, e che sempre sarà.

 

Qui Dio è una cosa sola con lo spirito, e questa è la povertà più vera che si possa trovare.

 

Chi non comprende questo discorso non affligga per ciò il suo cuore. Perchè l’uomo non può comprendere questo discorso, finchè non diventa uguale a questa verità. Infatti si tratta di una verità senza veli, che giunge dal cuore di Dio, senza mediazione.

Dio ci aiuti a vivere in modo da poterla conoscere in eterno. Amen

(Meister Eckhart, Sermoni Tedeschi , a cura di Marco Vannini, Adelphi 1985)

 

 

Unità divina e Trinità

 

Olivier Clément (Alle fonti con i padri, mistici cristiani delle origini, Città nuova Ed.):

 

“Gregorio Nazianzeno parla della Trinità come moto immobile dell’Uno che non resta chiuso nella sua solitudine, ma neppure si diffonde indefinitamente; perchè Dio è comunione, non diffusione impersonale. La stessa perfezione dell’Uno esige la presenza in lui dell’Altro, un Altro che, nell’assoluto, può soltanto essere interiore e uguale a lui in infinità.

Ma quì non c’è affatto opposizione, composizione, come nel gioco dei numeri. Il Terzo, Altro non-Altro, permette il superamento infinito dell’opposizione nella perfezione diversificata dell’Unità: diversità assoluta che coincide con una assoluta unità”.

 

Gregorio Nazianzeno

 

“Quando io parlo di Dio, voi vi dovete sentire immersi in un’unica luce e in tre luci [...]. Lì c’è divisione indivisa, unità con differenza, Uno solo nei Tre; (Questo Uno solo nei Tre) è la divinità. I Tre come Uno solo: sono i Tre in cui la divinità, o, per parlare più esattamente, che sono la divinità”.(Discorso 39, 11 (PG 36, 354).

 

San Massimo il Confessore

“Anche se la divinità, che è al di là di tutto, è da noi celebrata come Trinità e come Unità, non è né il tre né l’uno che noi conosciamo come numeri. (Sui nomi divini, 13 (PG 4, 412).

 

Olivier Clèment

L’essenza divina non esiste altrimenti che nelle Persone.

La fonte della divinità, il principio unico del Figlio e dello Spirito, è il Padre.

  La Chiesa dell’antichità non parlava affatto di “Dio” nel quale poi si distinguessero le Persone.

Parlava del Padre, perchè “il nome del Padre è superiore allo stesso nome di Dio”.

L’oceano dell’essenza divina sgorga da una Persona abissale, il Padre, che noi possiamo tuttavia, con Cristo, nello Spirito Santo, chiamare abà, la parola fiduciosa e tenera con cui il bambino nomina suo padre.

L’antinomia apofatica è anche antinomia tra il Padre origine-abissale e il Padre abà, “papà”.

 

Dionigi l’Areopagita

“Il Padre è nel seno della divinità l’elemento generatore, Gesù e lo Spirito sono in certo modo i divini germogli della divinità feconda di Dio, come i suoi fiori e il suo irradiamento sopraessenziale”

(Nomi divini, II, 7-8 (PG 3 645).

“Se accade che, vedendo Dio, si capisca ciò che si vede, significa che non si è visto Dio [...] Perchè in sé egli supera ogni intelligenza. Egli esiste in modo sopraessenziale ed è conosciuto al di là di ogni intellezione solo in quanto è totalmente sconosciuto e non esiste affatto. Ed è codesta non conoscenza, presa nel miglior senso della parola, a costituire la vera conoscenza di colui che supera ogni conoscenza. (Ambigua PG 3, 1065).

“Noi dunque diciamo che la Causa universale, posta al di là dell’uni- verso, non è né materia [...] né corpo, non ha né figura né forma, né qualità né massa, che non è in alcun luogo, che sfugge ad ogni presa dei sensi [...]. Diciamo che questa Causa non è né anima né intelligenza, [...] che non si può esprimerla né concepirla, che non ha né numero né ordine, né grandezza, né piccolezza, né uguaglianza, né disuguaglianza [...]; che non è né tenebre né luce, né errore né verità; che non se ne può affermare assolutamente nulla, e nulla negare; che quando facciamo affermazioni e negazioni relative a realtà ad essa inferiori, di essa stessa non affermiamo né neghiamo cosa alcuna: perchè ogni affermazione resta al di quà della Causa unica e perfetta di tutte le cose, perchè ogni negazione resta al di quà della trascendenza di colui che è spoglio di tutto e rimane al di là di tutto”.

(Teologia mistica, IV e V (PG 3, 1047-1048).

 

Il mistero che è al di là di Dio stesso

l’Ineffabile,

colui che da tutto è nominato

l’affermazione totale

la negazione totale

l’al di là di ogni affermazione e di ogni negazione.

 (Nomi divini, II, (PG 3, 641).

 

Dobbiamo ora celebrare quella perpetua Vita da cui procede ogni vita e per mezzo della quale ogni vivente, secondo la propria capacità, riceve la vita [...].

Sia che tu parli della vita spirituale, razionale o sensibile, di quella che nutre e fa crescere, o di qualsiasi altra vita che possa dirsi, essa vive e vivifica grazie alla Vita che trascende ogni vita [...]. Infatti è troppo poco dire che codesta Vita è vivente. Essa è principio di vita, sorgente unica di vita. Essa perfeziona e differenzia ogni vita, e a partire da ogni vita bisogna celebrare la sua lode [...].

Datrice di vita e più che vita, merita di essere celebrata con tutti i nomi che gli uomini possono attribuire a codesta Vita indicibile”.

(Nomi divini, VI, I e 3 (PG) 3, 856-857)

 

Olivier Clément (breve commento ai brani di Dionigi l’Areopagita sopra riportati)

 

“Codesta simultanea negazione dell’affermazione e della negazione significa che la trascendenza di Dio sfugge alla nostra stessa nozione di trascendenza.

Dio trascende la sua trascendenza non per perdersi in un astratto nulla, ma per donarsi.

Il simultaneo superamento dell’affermazione e della negazione delinea già l’antinomia (*) dell’esistenza personale, tanto più segreta quanto più si dona. tanto più donata, quanto più segreta. Per questo i Padri parlano anche del Dio inaccessibile, del Dio al di là di Dio, come di uno scaturire, di un saltare (al di là di se stesso) per creare e redimere, fuori dalla sua essenza, secondo il moto eterno delle forze divine, ma anche per comunicare queste ultime alle creature con atti personali, perchè il Dio vivente è un Dio che opera.

Egli non è l’Essere, ma contiene l’Essere e con i suoi atti lo comunica. (Alle Fonti con i Padri, citato.).

(*) ANTINOMIA: Compresenza in un ragionamento, di due soluzioni reciprocamente esclusive e contraddittorie, entrambe ugualmente dimostrabili. Dal gr. antinomia, comp. di antii=contro e nòmos=legge.

San Massimo il Confessore (Sui Nomi divini , I,4 (PG 4, 208)

“Dio è Spirito, perchè lo spirare del vento è partecipato a tutti attraverso tutto, niente lo rinchiude, niente lo imprigiona”.

 

Giovanni Climaco

“Dio è Amore. Chi volesse definirlo sarebbe come un cieco che vuole contare i granelli della sabbia del mare”.

(Scala del Paradiso, 30° gradino, 2 (6), p. 167).

 

Gregorio Nazianzeno

O tu, l’al di là di tutto,

come chiamarti con un altro nome?

Quale inno si può cantare di te?

Nessun nome ti esprime.

Nessuna intelligenza ti concepisce.

Tu solo sei infallibile;

tutto ciò che si pensa, da te è uscito.

Tutti gli esseri ti celebrano,

i parlanti e i muti.

Tutti gli esseri ti rendono onore

i pensanti e i non pensanti.

L’universale brama, il gemito di tutti

verso te si protende. Tutto ciò che esiste ti prega

e verso di te ogni essere che sa leggere l’universo

eleva un inno di silenzio.

Tutto in te solo dimora

e in te, con unico slancio, tutto approda.

Il fine di tutti gli esseri tu sei.

Unico tu sei.

Sei ciascuno e non sei alcuno..

Non sei un essere, non sei il loro insieme,

hai tutti i nomi: come ti chiamerò,

Te, il solo cui non si può dare un nome .

[...]Abbi pietà, o tu, l’al di là di tutto:

Come chiamarti con un altro nome ?           (Poemi dogmatici, (PG 37, 507-508)

Dobbiamo proprio prenderne atto: l’uomo, qualunque sia il suo grado di sviluppo, ha ben presente Dio nella sua vita !

Mentre non stupisce che Dio riempia la vita dell’uomo spirituale, fa un certo effetto scoprire che, sia pure in modo idolatrico e a sostegno di della volontà appropriativa del soggetto, Dio è presente nell’uomo “carnale”, come lo è, in forma più accentuata, nell’uomo “psichico”. Inoltre, in aperta contraddizione con ciò che egli pensa e dice, ricolma la vita dell’ateo. (Il Maestro I.S., riferendosi a questo strano fatto, diceva che nessuno parla tanto di Dio quanto l’ateo, il quale, tra l’altro, è anche ateo per modo di dire, dato che l’unico vero ateo è l’Assoluto Iddio.

 

Domanda: “Come si è formata l’idea di Dio nella storia occidentale?

R.: Si è formata secondo tre aspetti, ciascuno dei quali, in tempi diversi, ha cercato di predominare:

 

·       1) Il Dio dell’Antico Testamento, rigido dominatore che riferisce tutto a sé, oggetto di rispetto e, più ancora, di timore.

·       2) Il Dio tutto intelligenza, chiarezza e verità, della tradizione greca. 

(L’applicazione, ad esempio, della dialettica nella filosofia greca, come strumento per la ricerca della verità, ha portato Eraclito, Socrate, Platone, Aristotele, Plotino, ecc. a livelli tali di conoscenza e di aderenza al messaggio cristiano, da far dire a Meister Eckhart che qualcuno tra questi filosofi è stato cristiano secoli e secoli prima della nascita di Gesù Cristo).

·       3) Il Dio cristiano, il Dio carità (Deus charitas ), tutto amore per le creature, che si fa uomo perchè l’uomo possa deificarsi.

 

Rivelazione di Dio, idea di Dio e storia della salvezza

(DIO: lat. Deus, gr. Theos, ebr. El, Eloim e Jahweh)

 

Nella testimonianza dell’Antico Testamento Dio si rivela come colui che non è limitato da alcun confine (Is. 6; I Re 8, 27), l’Incomparabile in senso assoluto (Sal. 139, 7 -12), il radicalmente Vivo (Sal. 90), con potere assoluto nell’essere (Es. 3,13 s). La sua onnipotenza non si manifesta astrattamente, ma nell’azione, attestante il suo potere nella storia, ch’egli esercita sul suo popolo Israele al di sopra dei popoli tutti. Scegliendo con elezione d’amore il popolo del patto e gli individui, Egli si mostra personale senza possibilità di equivoco. Gesù lo riconosce come il Padre che in Lui ha misericordiosamente accolto l’uomo e aperto l’accesso al suo regno.

Dio è per essenza invisibile (Rom. 1, 20; Giov. 1, 18; 6, 46), conosciuto solo dal Figlio (Giov. 1, 18 s), ma comunicandosi al Figlio, e da questo ai fratelli, è conosciuto come amore (1 Giov. 4, 16 s), mentre è diventato visibile in Gesù, sua immagine fedele (2 Cor. 4, 4; Col. 1, 15).

In una conoscenza ontologica analogica la filosofia e teologia cristiana lo vede come l’Essere assolutamente santo, supremo, trascendente il mondo, personale, incondizionatamente necessario, incausato, esistente di per se stesso e perciò eterno e infinitamente perfetto, che ha creato dal nulla tutte le altre cose.

(Karl Rahner, Dizionario di teologia, TEA - Dizionari Utet, 1998).

 

Storia della Parola, economia (razionale gestione) della rivelazione

 

Il Dio, che aveva parlato anticamente ai padri molte volte e in molti modi nei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi nel Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto i secoli” (Eb. 1, 1-2).

Il solenne prologo della Lettera agli Ebrei, evidenziando l’unità della storia della rivelazione fondata nell’unicità dell’iniziativa divina in essa, presenta i tempi della Parola fino al loro compimento escatologico nell’evento dell’incarnazione del Verbo, e indica in questo evento il luogo dove è possibile percepire in tutta la sua densità la forma della Parola, le strutture e le caratteristiche fondamentali, cioè, dell’atto dell’autocomunicazione del Dio vivente, venutosi a compiere nel tempo attraverso la mediazione delle parole e degli eventi, intimamente connessi, che costituiscono la rivelazione come Parola di Dio.

 

I tempi della parola: l’Antico Patto

 

Il Dio, che aveva parlato anticamente ai padri molte volte e in molti modi nei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi nel Figlio”: la “pienezza del tempo” della Parola (cfr. Gal. 4, 4; Ef. 1, 1o) rinvia alla storia della rivelazione, che la precede e la prepara. Questa storia “profetica” è quella dell’Antica Alleanza, in cui è già possibile riconoscere la “grammatica” del linguaggio di Dio agli uomini.

 

L’Antico Testamento non ha un termine unico che renda l’idea di rivelazione : la comunicazione divina, tuttavia, è espressa in maniera privilegiata con la formula “parola del Signore”, che non solo è molto frequente, ma è anche significativa e caratterizzante per l’esperienza che Israele fa del suo Dio.

Se altre religioni e culture hanno ricercato ed esaltato la “visione” del divino, il popolo eletto è stato educato a dare il rilievo più grande - anche se non esclusivo - all’ “ascolto, al punto che nelle stesse “teofanie” la manifestazione sensibile è totalmente al servizio della parola.

Attraverso la parola si compiono tutti i grandi inizi della storia della salvezza: così la vocazione di Abramo : “Il Signore disse ad Abramo...” (Gen. 12,11): così quella di Mosè: “Dio lo chiamò dal roveto e disse: Mosè, Mosè !” (Es. 3, 4); Mosè disse a Dio: “Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: come si chiama? E io che cosa risponderò loro?”. Dio disse a Mosè: “ Io sono colui che sono”. (Es. 33, 11 s).

Mosè converserà con Dio come con un amico (cfr. Es 33, 21- 23): l’intimità espressa dalla parola e non la visione è alla base dell’esperienza che fa di lui il profeta, figura e anticipazione del profeta degli ultimi tempi: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me: a lui darete ascolto....Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò” (Dt 18, 15 - 18).

Tutta la storia del profetismo e del ruolo decisivo che esso ha svolto per la coscienza messianica di Israele è nel segno del primato della parola, come strumento dell’autocomunicazione divina.

Le clausole fondamentali del patto fra Dio e il suo popolo sono raccolte nelle “dieci parole”, i comandamenti (Es. 34, 28), le “parole dell’alleanza”, in cui si manifesta la volontà del Signore, cui Israele è tenuto a obbedire (cfr. Dt. 4, 13; 10, 4; 28, 69; ecc.).

 

Veramente “il popolo di Dio, nel quale Gesù è nato e del quale è come il fiore supremo e il frutto che sorpassa la promessa dei fiori, è il popolo della Parola”. E come tale ha riletto nella sua fede il primo inizio degli esseri: “Dalla parola del Signore furono fatti i cieli. Egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste” (Sal. 33, 6-9; cfr. Gen. 1). La Parola che salva è la Parola che crea, dando a tutto esistenza, energia e vita.

 

Che idea veicola (porta con sé) il termine dabar (parola) nell’uso che ne fa l’Antico Testamento?

Anche da un semplice approccio ai testi risulta il duplice carattere della comunicazione che il dabar stabilisce: è la parola carica di significato, ricca di un contenuto noetico (*); ed è parola che opera, che fa quel che dice, evocando e provocando la vita, incidendo sulla trasformazione del cuore e sugli eventi della storia.

Il carattere “informativo” si congiunge a quello “performativo” (della mutazione come conseguenza e risultato): la parola non solo informa, accertando, costatando, trasmettendo notizie, ma anche agisce, ponendo e modificando la realtà.

“Tale è la parola di Javeh, nello stesso tempo noetica e dinamica: discorso del Dio di verità e atto salvatore del Dio vivente; annuncio e attuazione di salvezza; luce e potenza.

 

Da una parte la parola di Dio crea il mondo, impone la legge, suscita la storia;

dall’altra essa manifesta all’uomo la volontà di Dio, il suo disegno salvifico.

 

La parola di Dio opera infallibilmente ciò che dice. Dio la manda come un messaggero vivente e veglia su di essa per realizzarla. La parola di Dio rimane sempre, fedele ed efficace”.

(cfr. H. Fries, Teologia fondamentale, Brescia 1987, 245 ss.).

Col suo valore noetico, informativo, la parola fa conoscere i decreti del Signore e illumina così la via dell’uomo: “Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca. Dai tuoi decreti ricevo intelligenza, per questo odio ogni via di menzogna. Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal. 119, 103 -105).

Con la sua forza performativa, dinamica, la parola realizza i disegni dell’Eterno:

-“Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perchè dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is. 55, 10 s).

(*) NOETICO: (dal gr. nòesis = comprensione , intuizione): nella filosofia antica indica l’attività propria dell’intelletto e quindi si riferisce a un tipo di conoscenza intuitiva e immediata, contrapposta alla dianoia, conoscenza mediata dalla ragione.

È per questa ricchezza e densità della parola che l’esperienza della sua essenza ne provocherà il desiderio struggente: “Ecco verranno giorni - dice il Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore. Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno” (Amos 8, 11 s).

Ed è in forza di questa stessa densità che si comprende quanto sia stretta la connessione fra le parole e gli eventi nell’economia della rivelazione: la parola non solo interpreta l’evento, ma anche semplicemente “si dice” attraverso l’evento.

Così, se da una parte tutte le tappe decisive della storia di Israele sono introdotte dalla parola, dall’altra la fede del popolo eletto può esprimersi semplicemente narrando gli eventi salvifici, i “mirabilia Dei”, quasi densificazioni concrete della parola di rivelazIone (cfr. Dt 26, 5 -109).

L’idea di rivelazione, trasmessa mediante il rilievo dato alla “parola di Dio” nell’Antico Testamento, può essere determinata attraverso il triplice aspetto, proprio dell’esperienza umana dell’autocomunicazione divina nella parola:

·          l’iniziativa del Signore;

·          la risposta umana;

·          l’effetto della parola sulla vita e sulla storia degli uomini.

È l’idea della rivelazione come autocomunicazione di Dio mediante la parola storica, che viene accolta o rifiutata, ma opera comunque ciò che dice e per cui è stata mandata. </